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n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Crisi e speculazione finanziaria

Leggiamo sui giornali che le crisi attuali, quelle dell'87, del 97, del 2000 e quella odierna sono quantitativamente più gravi della grande crisi del '29. I dati riguardano sia il capitale "cancellato" dalla diminuzione dei prezzi dei titoli, sia l'ammontare degli interventi da parte degli istituti di credito e delle banche centrali. Ma nonostante questi dati, sembra che le crisi d'oggi non provochino disastri paragonabili alla Grande Depressione americana che durò dieci anni e affamò milioni di proletari. Mi chiedo: se questi sconquassi sono solo il frutto di speculazioni da parte dei privati, perché mai governi e banche centrali hanno interesse ad accorrere in loro soccorso? Non potrebbero lasciarli perdere con tutte le loro avventure al casinò delle borse? Invece nell'ultima crisi, quella cosiddetta "dei mutui", hanno iniettato sul mercato centinaia di miliardi di euro, che saranno utilizzati per riprendere il carosello della speculazione. Perché non è vero valore quello che si è guadagnato e poi perso, ma valore virtuale dovuto ad aumento e diminuzione dei prezzi a seconda degli alti e bassi del mercato dei titoli o dei cambi. Persino i proletari sono cascati nell'illusione speculativa, accendendo mutui che non potevano pagare così salato, solo nella speranza che l'aumento del prezzo delle case li coprisse, mettendo il proprio futuro nelle mani della speculazione.

Voi sostenete che la crisi è cronica e che non vi è rimedio. Allora che affoghino tutti gli speculatori, tanto ai proletari – se non sono così stupidi da cascare nei tranelli dei ramazza-risparmi - che glie ne importa? Non hanno da perdere che le loro catene. Oppure non più?

 

Le crisi più gravi degli ultimi decenni non hanno comportato altrettanto gravi oscillazioni nelle condizioni di vita dei proletari. Niente a che vedere, neppure lontanamente, con gli effetti della Grande Depressione. In ogni caso, anche in presenza di catastrofi economiche con dure conseguenze sul proletariato, i comunisti non entrerebbero certo "nel merito" delle cause, delle responsabilità e dei rimedi, ma rivendicherebbero semplicemente la possibilità per i proletari di vivere decentemente, con salario a occupati e disoccupati.

La successione storica delle grandi crisi è interessante dal punto di vista rivoluzionario perché ci mostra in pratica il diagramma della vita del capitalismo, una specie di monitoraggio sul suo stato di salute. Oggi, l'abbiamo detto molte volte, il capitalismo si trova in una situazione assai critica, come quella di un moribondo cui sono collegate macchine sia per iniettargli sostentamento e droghe, sia per controllare l'effetto del trattamento. E i monitor mostrano inesorabilmente diagrammi sempre più "piatti", sempre meno vitali.

Questo ricorso alle "droghe" è la ragione per cui le crisi odierne non provocano grandi balzi nelle condizioni di vita della popolazione, specificamente in quelle dei proletari. C'è invece un lento e inesorabile declino delle condizioni di valorizzazione dei capitali, che provoca un conseguente graduale aggravamento del rapporto fra Capitale e Lavoro, specie per quanto riguarda le nuove generazioni man mano esse crescono. Non si verifica una caduta repentina in condizioni da fame, ma un progressivo sgretolamento dei rapporti sociali, basati sempre più sulla precarietà e sempre più caratterizzati da un malfunzionamento sistemico (amministrazione, trasporti, comunicazioni, servizi vari), per niente alleviato dalle moderne tecnologie, anzi aggravato.

Su questa tendenza, che riteniamo storica, quindi irreversibile, si innestano sia il parassitismo sociale, la corruzione, le mafie, le lobby, sia la fibrillazione del Capitale che cerca disperatamente valorizzazione e, non trovandola, si sfoga nella cosiddetta speculazione.

Ma siamo di fronte a un termine che non rende più l'idea di che cosa stia effettivamente succedendo. Un personaggio come George Soros è considerato uno speculatore. Infatti "specula" sia sull'andamento dei titoli che sul corso dei cambi, "guadagnando" cifre da capogiro per sé e per i sottoscrittori dei suoi fondi. Tuttavia a quel livello non ha più senso chiamare "speculazione" un movimento di capitali gigantesco, non certo creato da Soros, bensì da questi utilizzato e solo entro certi limiti anche indirizzato (come quando assecondò la tendenza al ribasso della Sterlina intascando miliardi di dollari).

L'esempio di Soros ci è molto utile perché egli è un elemento rappresentativo dell'intera economia mondiale. L'ultima volta che abbiamo fatto una ricerca su questi problemi, la massa dei capitali in movimento giornaliero era intorno ai 2.000 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra superiore a tutte le riserve monetarie degli Stati, e per il 95% non riguarda merci fisiche o investimenti reali ma denaro in mano a fondi d'investimento, banche, istituzioni varie, in cerca di un interesse al posto del profitto. I soli fondi d'investimento privati, con i quali gli americani speculano, ma soprattutto si pagano la pensione e la sanità, raccolgono in tutto il mondo qualcosa come il triplo del PIL americano. La catena che lega i piccoli possessori di capitale o risparmio ai grandi raccoglitori istituzionali è micidiale, anche perché i titoli su qualsiasi cosa, derivati, futures su materie prime, azioni industriali ecc. vengono impacchettati e venduti a blocchi dalle banche, senza che il cliente sappia che cosa abbia effettivamente comprato.

Il proletario, come lo Stato, può indebitarsi fin che vuole, tanto pagare un mutuo o pagare l'affitto è lo stesso. Come comprare a rate ed estinguere il debito, o pagare unleasing a vita. Il dramma è che i proletari sono sempre più incastrati nel gioco generale della classe avversa e giungono a "speculare", come dici, confidando in condizioni future, pur sapendo che, specie negli USA, queste non possono che essere precarie, cioè legate all'andamento generale del Capitale.

Tutti si chiedono come sia stato possibile indebitarsi al punto di mollare e farsi portare via tutto, rimanendo per giunta con i debiti. Il meccanismo è semplice: è sufficiente che si inneschi una piccola serie di insolvenze (e i mutui subprime erano i più cari e rendevano di più agli "speculatori" proprio per il pericolo di insolvenze) perché le case vengano sequestrate e immesse sul mercato. I prezzi incominciano a scendere, e con essi a diminuire le garanzie che coprivano i mutui legati al valore delle case. Il passo successivo è un effetto domino che arriva fino al pacchetto nel fondo d'investimento dell'ignaro investitore privato all'altro capo del mondo. Magari un pensionato che ha investito i suoi risparmi e che, preso dal panico, corre agli sportelli della sua banca quando legge sui giornali che questa è in crisi avendo impacchettato troppi debiti di incauti americani.

Per il resto le crisi sono come i terremoti: in un'area sismica le scosse frequenti ma di bassa intensità scaricano la tensione della crosta terrestre e allontanano quello che i californiani chiamano The Big One, "quello grande". Il quale però verrà di certo e sarà tanto più devastante quanto più sarà spostato nel tempo.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 22 - dicembre 2007.)

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