E' uscito il numero 44 di n+1

Invitiamo tutti ad abbonarsi alla copia cartacea per aiutarci a mantenere questo tipo di diffusione, ad esempio presso le biblioteche. Gli abbonati riceveranno il nuovo numero tra i mesi di dicembre e gennaio.

n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Giorno della Memoria?

Mi sembra che nei vostri scritti vi sia una specie di equidistanza fra israeliani e palestinesi, come se non fossero stati gli invasori ebraici ad opprimere il popolo palestinese, distruggere le loro case, prendere le loro terre, deviare l'acqua dai loro campi, ecc. Capisco che si tratta di guerra fra due nazioni borghesi e che le popolazioni si dovrebbero coalizzare contro i propri governi per una nazione unica, laica e multietnica, ma intanto c'è una differenza oggettiva fra la condizione di un israeliano ebreo e uno arabo e fra entrambi e un palestinese di Gaza o della West Bank. Capisco anche che ogni borghesia abbia bisogno di inventarsi un suo risorgimento con martiri ecc., pratica molto lontana da una razionale e materialista visione della storia, ma lo sfruttamento del massacro da parte dei nazisti è andato oltre il limite nel momento in cui i massacrati hanno incominciato a massacrare.

Adesso anche gli Armeni, come prima gli Ebrei, vogliono il loro "Giorno della Memoria" e sono sicuro che i Kurdi staranno pensando alla stessa cosa nel momento in cui hanno un loro quasi-stato sotto protezione americana. Se questo significasse un minimo di riflessione sulle immense capacità di sterminio del capitalismo in quanto ultima società non ancora umana, lo potrei anche capire, aggiungendo - per rispetto alla Vita che tutto coinvolge - i Giapponesi atomizzati, i Neri schiavizzati, i Nativi d'America winchesterizzati e anche il Bisonte e le Foreste che furono. Ma sono dell'avviso che quella della Memoria, per Ebrei, Armeni e altri massacrati dal capitalismo sia in realtà un'operazione di assoluta Smemorizzazione. Nell'ambito nazionalistico, specie in epoca di capitalismo maturo, i colonizzati e massacrati di oggi non sono che gli aspiranti colonizzatori e massacratori di domani, come hanno dimostrato proprio gli Ebrei e stanno dimostrando i Kurdi. Smemorizzazione alla grande, soprattutto rispetto alla causa dei fatti, dato che ricordare il massacro di per sé non porta a niente se non se ne conoscono i motivi. Allora "Giorni della Memoria" nient'altro che per coprire i motivi, altro che per evitare future ripetizioni.

Che cotal giorno sia per gli Ebrei una delle più squallide operazioni dell'odierno arcinazionalismo di ritorno (e quindi non più tragico ma farsesco) mi sembra chiaro persin dal nome, Olocausto, che in origine significava "bruciato tutto", sacrificio completo della vittima alla divinità e solo in seguito divenuto sacrificio di sé per un alto ideale. Un termine che ricorda più il suddetto mito di fondazione che non la ricerca scientifica sulle cause di un massacro a scala industriale.

Cosa stiano facendo oggi i due rami dei figli di Abramo gli uni agli altri lo sappiamo, ma sappiamo pure che non risolveranno un accidente, specie con le memorie create apposta per inventarsi nazioni che non hanno più posto nella storia moderna e sono costrette a sopravvivere agonizzando con economie fasulle completamente assistite. A me il concetto stesso di terra mia, sua, nostra o loro starebbe stretto anche se non fossi comunista, dato che a nazione, termine di significato tribal-barbarico, preferirei civitas, all'antica, come ricorda giustamente il Cattaneo e, prima di lui il Verri.

Questo per dire che nell'era della grande globalizzazione vi è ancora qualcuno che massacra altri in nome di staterelli tribali (sì, penso che Israele sia un fenomeno del genere), che peraltro non possono neppure essere pensati senza il contesto imperialistico che li sfrutta ai fini di opposti schieramenti. So che vedete una soluzione solo nell'ambito della rivoluzione proletaria, e sono d'accordo, ma non vi sembra che borghesie meno imbecilli potrebbero capire che così sono in un vicolo cieco e che si potrebbero adottare soluzioni razionali, come ad esempio è successo in Sudafrica?

 

Permettici una precisazione: tu dici che le "popolazioni" dovrebbero coalizzarsi contro i loro "governi" per vivere in uno stato laico e multietnico; a parte il fatto che ciò è realisticamente impossibile, la prospettiva nostra è che si coalizzino i proletari contro le rispettive borghesie. Non che questo sia possibile, adesso, ma non è assurdo un futuro movimento rivoluzionario in grado di sconvolgere gli assetti attuali del mondo. È vero che ci sono gruppi misti israelo-palestinesi dediti alla propaganda per uno stato unico ebraico-islamico nel quale le due comunità possano convivere. Hanno un certo seguito, ma sono dei volonterosi utopisti, oltre che una goccia nel mare. Dal punto di vista pratico la realizzazione del loro programma significherebbe uno stato israeliano con una maggioranza palestinese cui sarebbero riconosciuti i diritti civili come ai neri in Sudafrica.

Va da sé che, come succede a questi ultimi, i musulmani finirebbero per essere i proletari, i sottoproletari e gli artigiani mentre gli ebrei farebbero parte della piccola e grande borghesia. Anche in questo caso, come in Sudafrica, sarebbe decisiva la pressione degli Stati Uniti. Se però adesso non è estranea all'evacuazione degli insediamenti a Gaza e nella West Bank, sarebbe impensabile nel facilitare il sorgere di uno stato israelo-palestinese.

Il discorso va fatto nella prospettiva storica, tenendo conto dello sviluppo inevitabile dei paesi dell'area, che già oggi non sono più nelle condizioni in cui erano quando dichiararono le loro guerre alla nazione ebraica da quando s'è proclamata Stato. Da questo punto di vista Israele, se continuasse con l'attuale politica, sarebbe già un potenziale cadavere, e la stupidità della sua borghesia si rivela proprio nell'assenza di un suo progetto nazionale, cioè di un piano per la sopravvivenza della nazione nel tempo, di fronte a sbocchi del tutto prevedibili.

Oggi gli israeliani sono 5 milioni e i palestinesi in Israele 1,2. A Gaza i palestinesi sono 1,4 milioni, nella West Bank 2,4 e nei paesi limitrofi 1,6 come profughi più o meno integrati fra le popolazioni locali; totale 6,6 milioni. Il tasso di crescita della popolazione ebraica è dell'1,1% all'anno, mentre quello della popolazione musulmana è del 3,77%. Fra una dozzina di anni i palestinesi saranno dieci milioni, mentre gli israeliani saranno cinque e mezzo. Questo calcolo vale per tutto il mondo arabo che circonda Israele e, se vogliamo, per tutto il mondo islamico, che al momento conta più di un miliardo di abitanti.

Il dato demografico va però considerato nella prospettiva dello sviluppo economico "islamico" in confronto a una stagnazione dell'economia israeliana, chiusa e assistita. Anche l'appoggio americano va considerato allo stesso modo. È ormai evidente – ed è una preoccupazione presente nei documenti ufficiali della Casa Bianca e del Pentagono – che una minima incrinatura nel sistema di controllo globale, ora in mano al massimo paese imperialistico, non potrà che generare reazioni a catena di tipo catastrofico in tutto il mondo, non solo in Medio Oriente.

Mettiamola così: la temperatura di un fiammifero acceso è molto alta, ma la sua quantità di calore è insignificante anche solo per intiepidire un catino pieno d'acqua; dal punto di vista termodinamico il catino, anche gelato, ha una quantità di calore più che sufficiente per vincere storicamente su qualsiasi fiammifero.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 18 - ottobre 2005.)

Articoli correlati (da tag)

  • La Cina non salverà il mondo capitalistico

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando due articoli pubblicati sull'edizione del 28 luglio di The Economist dedicata alla nuova via della Seta cinese: la Belt and road initiative (BRI).

    Nel primo articolo, "China's belt-and-road plans are to be welcomed-and worried about", viene evidenziato il fatto che il progetto si configura come qualcosa di più rispetto ad una rete stradale e navale da e verso Pechino. Anche se per ora non sono chiare le strategie di investimento sia in termini di cifre sia per quanto riguarda le rotte commerciali e i relativi accordi bilaterali, la Cina descrive la BRI come un piano globale, programmando la costruzione di una "Pacific Silk Road" verso l'Oceano Pacifico, di una "Via della seta sul ghiaccio" attraverso l'Oceano Artico, e di una "Via della seta digitale" nel cyberspazio. "I paesi desiderosi dei finanziamenti cinesi", scrive The Economist, "accolgono il progetto come fonte di investimenti nelle infrastrutture tra Cina ed Europa, passando per Medio Oriente ed Africa. Quelli che temono la Cina lo vedono invece come un sinistro piano teso a creare un nuovo ordine mondiale in cui il Dragone è il potere preminente." "La BRI rappresenta", conclude l'articolo, "un motivo in più per l'America per rimanere in Asia". La Cina tenta di espandere maggiormente la sua sfera d'influenza e lo fa a partire proprio da quell'heartland (il cuore del mondo) che, secondo la teoria del geografo e diplomatico inglese H. Mackinder, è essenziale per chiunque voglia prendere il controllo del pianeta.

  • Sul rifiuto delle categorie capitalistiche basiamo il nostro lavoro

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie di stampa sul ruolo non proprio umanitario svolto dalle Organizzazioni Non Governative.

    Nell'epoca dell'imperialismo qualsiasi attività è sussunta al capitale e trasformata in valore. Questo vale anche per le ONG che sono presenti negli scenari di guerra e in tutte quelle situazioni al limite, dove gli Stati non ci sono o non riescono ad affermarsi.

    La sigla ONG è stata stabilita a livello internazionale per definire tutte quelle organizzazioni private e "no profit" il cui statuto le identifica come enti di sussistenza e beneficenza. Tali enti dovrebbero intervenire quando le popolazioni soffrono la fame o la guerra, ma nella maggior parte dei casi raccolgono fondi per la sopravvivenza delle loro stesse strutture. Nelle situazioni in cui gli stati sono collassati, come in Siria, Yemen e Iraq, i finanziamenti internazionali passano direttamente dal Fondo Monetario alle ONG, bypassando le autorità statali. Con il diffondersi dell'attuale guerra civile globale, questo tipo di organizzazioni, che gestiscono anche gli immensi campi profughi sparsi per il pianeta, non potrà che aumentare.

  • L'unico muro che serve ai proletari è quello di classe

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con un breve commento dell'articolo "Il messaggio dimenticato di Karl Marx", pubblicato su Internazionale a firma di Paul Mason.

    Il giornalista britannico, noto per il libro Postcapitalism, sostiene che il vero scopo di Marx fu non tanto di produrre una teoria della rivoluzione, quanto di affermare la riappropriazione e la liberazione dell'individuo; sono stati piuttosto i suoi seguaci ad averne travisato l'idea, preferendo una dottrina collettivistica basata sulla lotta di classe. L'errore viene fatto risalire alla tarda pubblicazione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, andati in stampa solo nel 1932, che "contengono un'idea che nel marxismo è andata perduta: il concetto di comunismo come 'umanesimo radicale' [...] Il vero obiettivo della storia umana è la libertà, la realizzazione personale di ogni individuo."; e che, secondo Mason, non contemplano la necessità che il proletariato si costituisca in partito, in quanto "il vero soggetto rivoluzionario è l'io!"

    Invece di limitarsi a divulgare quanto scritto dal rivoluzionario di Treviri, questi marxologi dell'ultima ora fanno opera di falsificazione, inventandosi un Marx che non esiste, ora filosofo e pensatore, ora socialdemocratico o libertario. Studiosi e accademici che magari giungono ad interessanti analisi della materia (vere e proprie capitolazioni ideologiche come nel caso dell'articolo "Happy Birthday, Karl Marx. You Were Right!", pubblicato sul New York Times), ma che rimangono preda dell'ideologia imperante dell'individualismo, e finiscono per affermare che le rivoluzioni avvengono come somma dei pensieri individuali e non come prodotto di forze storiche che prendono la forma di lotta tra le classi.

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°43, aprile 2018

copertina n°43f6Editoriale: Si fa presto a dire moneta
f6Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica
f6Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop
f6Terra di confine: Elementare, Watson
f6Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo
f6Recensione: Verso un nuovo paradigma
f6Doppia direzione: Lavorare è bello

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

Leggi la newsletter 230
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email