E' online il numero 42, ottobre 2017

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n+1 rivista n°42

Editoriale: L'immane mistificazione

Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre

Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti

Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)

Spaccio al bestione trionfante: Coppi, Bartali e i vaccini

Recensione: Lavorare è bello

Doppia direzione: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Lavorano comunque per noi

È vero che Marx ed Engels dissero di Bismarck che sarebbe stato costretto a lavorare per il comunismo ed è vero che auspicavano la vittoria turco-inglese contro la Russia reazionaria. Ma oggi affermare [come fate voi] la stessa cosa a proposito degli Stati Uniti contro i residui di società antiche mi sembra un po' esagerato, persino fuori luogo.

L'Afganistan, murato nel suo isolamento, rappresenta di sicuro una forma sociale sopravvissuta al passato, ma non è l'antagonista "naturale" degli Usa che sono sicuramente più vicini al socialismo economico di qualsiasi altro paese. È un paese-pretesto per un'aggressione a livello mondiale. Anche l'Arabia Saudita è un baluardo della conservazione, ma è un paese alleato degli USA, mentre l'Iraq, paese laico e moderno è stato invaso e riportato ad uno stadio precedente all'epoca di Saddam Hussein. Anche l'Iran è un paese politicamente soffocato da un regime reazionario e antico, ma oggettivamente la sua struttura industriale moderna non corrisponde alla sovrastruttura oscurantista medioevaleggiante. In tutti questi casi mi sembra non si possa sostenere che gli americani "lavorano per noi" loro malgrado.

A mio avviso vi è una differenza fra i Marx ed Engels sostenitori di un'Inghilterra alleata al reazionario ed in via di sfascio Impero Ottomano nella guerra contro la Russia in Crimea e i comunisti di oggi. Gli Stati Uniti non possono svolgere un compito oggettivamente rivoluzionario neppure nella veste dei Bismarck del terzo millennio, non saranno i fautori di nessuna rivoluzione dall'alto e non daranno vita a nessun governo mondiale come sembrate suggerire (in questo sarei d'accordo, sarebbe l'unica azione che li renderebbe degni di un paese imperialista vecchia maniera, ma che non possono compiere perché agiscono nell'epoca attuale di decadenza che non permette progetti per il futuro ma semplicemente l'esistenza di pirati arraffoni alla neocon).

Per Marx ed Engels, viceversa, si trattava di bloccare al bastione della reazione mondiale di allora lo sbocco agognato sul Bosforo che avrebbe messo in pericolo la rivoluzione in Europa. L'Inghilterra avrebbe davvero fatto il gioco storico del comunismo semplicemente proteggendo i propri interessi imperialisti strategici proiettati verso il subcontinente indiano dove non voleva concorrenti.

Giova ricordare che a questa guerra partecipò la debole ma allora non ignava borghesia piemontese che ottenne così una cambiale da mettere successivamente all'incasso godendo della neutrale benevolenza inglese e dell'appoggio nella sua conquista rivoluzionaria dei territori italiani poi unificati.

Oggi il baluardo della reazione capitalista non è una nazione arretrata ma quella socialmente ed economicamente più progredita, quella che più marcia verso la potenzialità di una trasformazione socialista. La contraddizione degli Stati Uniti è quindi quella di essere nello stesso tempo il baluardo reazionario e l'arma che lo dovrebbe combattere. Mi sembra ci sia qualcosa che non va.

 

È vero, c'è qualcosa che non quadra nella funzione storica degli Stati Uniti giunti al loro apice di potenza e anche di solitudine nel panorama imperialistico. È anche vero che l'Inghilterra, a differenza degli Stati Uniti, poteva fare i propri interessi e nello stesso tempo isolare il bastione mondiale della reazione che era la Russia, col doppio scopo di non permetterne l'avanzata in Europa e di scalzarne la presenza in Asia. L'Inghilterra svolse quindi una funzione oggettivamente rivoluzionaria, come più tardi Bismarck che fu rappresentante della tedesca rivoluzione dall'alto. È anche vero che sarà molto difficile per gli Stati Uniti mettere in piedi un governo mondiale, con l'ONU o senza, in un'epoca che avrebbe invece vitale bisogno di regolare più che mai il comportamento selvaggio dei mercati e delle nazioni.

Tutto ciò è vero, ma non significa affatto che la tendenza generale della società non sia più quella, irreversibile, verso il comunismo. Noi non abbiamo mai sostenuto qualcosa di diverso e ribadiamo che anche il più reazionario degli esponenti di questa era di transizione non potrà far altro che lavorare per la tendenza generale. Anche in assenza di un movimento rivoluzionario, gli Stati Uniti saranno costretti ad abbattere in prima persona ulteriori barriere che impediscono la marcia del comunismo. Saranno costretti a farlo, come sono stati costretti a spazzare via il vecchio colonialismo, lavoro per il quale hanno dedicato più energie delle popolazioni scese in guerra per la propria rivoluzione nazionale, e con più efficacia.

Il richiamo a un Marx che sperava in una vittoria dell'Inghilterra contro la Russia, lo abbiamo utilizzato in più occasioni, ma non è evidentemente un paragone. In epoche storiche diverse non avrebbe senso. Crediamo però abbia senso ricordare, come è stato fatto, che i nostri compagni di un tempo, all'epoca di Suez e del Libano e dell'intera crisi medio-orientale, avevano preso posizione sottolineando il fatto positivo dell'azione "progressista" degli Stati Uniti in confronto a quella "reazionaria" dell'URSS. Se parliamo di rivoluzione come abbattimento di barriere non dobbiamo chiederci se l'imperialismo americano sia buono o cattivo ma se non possa essere costretto comunque a intraprendere azioni simili a quelle degli anni '50, che spazzarono via i residui del passato colonialismo delle cannoniere e degli eserciti, sostituendolo con l'avvento del dollaro come denaro universale, e del mercato mondiale globalizzato. Oggi sono già costretti non solo ad intervenire militarmente nel tentativo di mettere sotto controllo tutto il Medio Oriente, ma anche ad intervenire politicamente, sprezzanti di tutti i governicchi locali, per neutralizzare le componenti reazionarie che si oppongono alla normalizzazione imperialistica, per esempio obbligando Israele a sgombrare parte degli insediamenti ebraici e l'ultrareazionaria Arabia Saudita ad adeguarsi alla nuova situazione che vede i "terroristi" non più sul libro paga della CIA ma nemici.

La guerra d'Iraq sembra una ciambella riuscita senza il buco, e lo è senz'altro in parte, ma le trattative permanenti dei militari con la guerriglia dimostrano che vi è una strategia che va oltre al cieco militarismo dei Rumsfeld. Finora gli Stati Uniti hanno appoggiato ogni sorta di regime, anche il più schifoso e reazionario, purché fosse nel loro interesse. Ma oggi l'interesse del Capitale anonimo mondiale è spazzare via ogni ostacolo alla cosiddetta globalizzazione, appunto contro i governicchi ancora legati alle vecchie aspirazioni di sovranità nazionale. Non saranno certo gli Stati Uniti ad opporsi, anzi, si faranno strumenti attivi di questo interesse, come hanno già dimostrato scalzando le borghesie nazionalistiche dall'Iraq all'Afghanistan, dall'Ucraina al Kirghizistan.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 18 - ottobre 2005.)

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