E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

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14-16

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L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

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19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Ancora superimperialismo

Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po' perplesso. Se ho capito bene, questa guerra universale "deve" essere condotta dagli Stati Uniti contro chiunque non si assoggetti alla loro visione del mondo, che cioè tenda a diventare un concorrente anche sul piano militare. Alla maggior parte degli altri paesi imperialistici converrebbe sottostare a questo predominio pur di salvaguardare la continuità del capitalismo, che avrebbe negli USA l'unica forza planetaria in grado di mantenere l'ordine. Vedo che qualcuno vi ha già accusati di teorizzare una sorta di superimperialismo. Da parte mia lo so bene che la forza economica, finanziaria e militare degli USA è davvero "super" per un semplice fatto materiale e non alla Kautsky, ma chiedo ugualmente: non è esagerato credere che gli USA abbiano davvero la facoltà di imporre il proprio dominio mondiale attraverso una guerra continua generalizzata, per cui ogni pretesto sarebbe buono allo scopo di aprire nuovi capitoli, utili a perpetuare l'imperialismo? Per scatenare la guerra irachena si sono imbastiti pretesti ridicoli senza riguardo alle remore di altri paesi, e bisogna riconoscere che l'avevate detto già al tempo della guerra afghana.

Ma credo che gli interessi americani siano meno universali di quanto vogliano far apparire i neocons al governo e che tutto sommato Washington badi più ai dollari e al petrolio che al futuro dell'uomo capitalistico.

Il capitalismo sta ormai vivendo una sorta di crisi cronica di sovrapproduzione mondiale rilevabile dal continuo rallentamento dell'incremento della produzione e dei commerci. La circolazione di una massa impressionante di capitale finanziario virtuale non ha ormai più alcun riferimento reale con le merci di cui dovrebbe esprimere il valore e finora le crisi, sempre meno "cicliche", hanno evitato il culmine catastrofico di cui parlano le classiche previsioni storiche del marxismo. In tutto questo c'è pure una significativa novità rispetto al passato, e cioè la massa enorme di petrol-capitali propri del variegato mondo islamico.

Per la prima volta nella storia questi capitali non si presentano configurabili come una potenza nazionale storicamente determinata secondo le regole classiche della corrispondente espressione territoriale di un preciso stato nazionale con un proprio esercito, ma piuttosto come un intreccio variegato di interessi nazionali e di zona che entrano progressivamente in conflitto tra di loro. Più in generale essi sono in conflitto con il capitalismo occidentale, ed evidenziano contraddizioni esplosive di masse sterminate di diseredati che non beneficiano dei proventi petroliferi e delle attività collegate. Essi esprimono malessere e disagio in forma radicale, riconducendola spesso all'integralismo islamico.

Su queste masse le borghesie degli Stati interessati possono far leva per difendere i propri interessi contro il capitalismo occidentale. Le utilizzano come forza d'urto antiamericana e, se del caso, antieuropea, nell'unico modo per loro oggi possibile, cioè con pratiche terroristiche. Di qui anche una specie di esercito diffuso nella società, senza più base territoriale precisa. Da un punto di vista generale tutte le manifestazioni distruttive recenti sono espressione della crescente instabilità degli equilibri tra le potenze capitalistiche e ne minano gli interessi. La rottura degli equilibri esistenti è sempre stato un dato positivo per i comunisti. Finalmente, in qualche modo, è colpito anche il cuore dell'imperialismo mondiale che credeva di rimanere immune per sempre rispetto ai conflitti mondiali. In questo senso credo che gli eventi degli ultimi anni possano essere considerati di importanza epocale. È l'inizio di una fase altamente conflittuale fra gli interessi imperialistici mondiali e non mi sembra che si possa escludere il delinearsi di uno schieramento imperialista contrapposto a quello americano.

Nazioni oggi formalmente schierate a fianco degli americani possono preparare un nuovo conflitto mondiale, che si esprimerà ancora una volta come guerra tra ladroni per la spartizione del mondo. Lo so che non vi piacciono queste frasi "leniniste", ma non è detto che sia esclusa la Terza Guerra Mondiale, prevista dalla nostra corrente come assai più probabile della serie di guerre limitate "che potrebbe sostituirla". Credo che il mondo si stia avviando verso una crisi dalle proporzioni gigantesche il cui sbocco non potrà che essere quello. Non è pensabile che il capitalismo internazionale possa affrontare la nuova crisi generale che l'attende solo attraverso la generalizzazione e cronicizzazione di guerre locali come il bombardamento dell'Afghanistan o l'invasione dell'Iraq. Il bisogno di una distruzione di proporzioni mondiali si imporrà come soluzione oggettiva, al di là della volontà di singoli Stati, governi o istituzioni sovranazionali.

 

In linea di principio nessuna soluzione militare dei nodi capitalistici è da escludere. Però gli Stati Uniti dicono e fanno quello che nei loro documenti ufficiali è una ferrea integrazione fra politica estera imperialistica e dottrina militare adeguata al dominio del mondo, e questo è in linea con l'ipotesi di una guerra universale, "senza limiti", come l'hanno chiamata i generali cinesi. Per la valutazione dei fatti militari ci basiamo sempre sul metodo del "generale" Engels: ambiente geostorico e fatti materiali, forze in campo e analisi degli scontri, tenendo presente che ogni guerra non può essere condotta con le stesse caratteristiche di quella precedente. Come abbiamo già detto e scritto, non crediamo che gli attacchi agli Stati Uniti possano essere considerati così positivi. Si tratta di danni insignificanti e di impatto psicologico rovesciato, nel senso che invece di demoralizzare o spaventare la popolazione, la eccita all'odio, tanto da facilitare enormemente la crociata americana. Non è un caso che da ogni parte si sia levata la leggenda degli attentati fatti da sé, allo scopo di scatenare la "guerra infinita". Anche la guerra in Iraq è condotta con esiti meno catastrofici di quanto sperino i partigiani della borghesia irachena. Queste presunte dimostrazioni della vulnerabilità americana si stanno riversando con una violenza inaudita sul resto del mondo. Non solo l'esercito, ma soprattutto killer delle forze speciali e l'immenso apparato dell'intelligence hanno ormai licenza di internare, torturare, uccidere qualunque essere vivente si opponga alla strategia di Washington. Senza che qualcuno possa mettervi becco. Non vediamo proprio dove sia il vantaggio per la cosiddetta ripresa proletaria.

Per immaginare questo vantaggio dovremmo anticipare ad oggi il collasso sistemico di cui s'è detto nella riunione, che è molto improbabile nel breve periodo. Allora crollerebbe anche il fronte interno americano, cosa che renderebbe impossibile un intervento generalizzato all'esterno. Ma, anche tenendo conto delle accelerazioni storiche dovute alle guerre, manca almeno una generazione a una fase in cui possa verificarsi una polarizzazione di classe anziché una semplice proliferazione di partigianerie per i vari schieramenti, come nella Seconda Guerra Mondiale. Già queste si intravedono, perciò in futuro dovranno essere considerati ridicoli non solo i luoghi comuni del "marxismo" degenerato, ma anche le attuali sbandate dell'anti-imperialismo di maniera, che fa apparire rivoluzionario chiunque spari su un americano. Ci sono ancora tanti "vecchi orpelli" da buttare nella pattumiera della storia, per avere un salto qualitativo.

Siamo ovviamente perfettamente d'accordo sul fatto che il sistema capitalistico sta andando verso una crisi di proporzioni gigantesche, mai viste nella storia, e che quindi ha bisogno di guerra. Ma la guerra in corso, ancora intensificabile, non ha le caratteristiche della Seconda Guerra Mondiale. A parte alcune considerazioni tecniche sulla quantità, qualità e consumo degli armamenti necessari, nelle guerre moderne tende a scomparire lo scontro diretto fra nazioni contrapposte e lo scontro di tipo militare diventa una piccola appendice dell'immensa guerra nascosta, quella non meno feroce combattuta sul fronte della concorrenza. Con la guerra a distanza il "fronte" era già sparito nel '39-45 e una prossima guerra "totale" coinvolgerebbe l'intera popolazione del pianeta, situazione molto pericolosa per il capitalismo e molto interessante per noi, quindi tecnicamente e politicamente indesiderabile per i borghesi, quindi da evitare.

D'altra parte l'Afghanistan e l'Iraq c'entrano solo come pedine di un gioco più vasto. È vero che l'uno si trova in un crocevia importante e che l'altro è uno dei maggiori produttori di petrolio; è vero che il controllo del primo potrebbe incuneare la potenza americana fra Russia, Cina e India, cioè nel nuovo scacchiere del Pacifico e che il controllo del secondo potrebbe garantire energia per decenni; ma l'obiettivo della strategia americana di qui in poi tenderà ad utilizzare di volta in volta Afghanistan, Iraq, Iran, Siria e anche Cina o India come singoli fulcri su cui far leva, uno per volta, per il controllo del mondo. L'Europa, il maggiore concorrente, sta già subendo un lavoro sui fianchi (Polonia, paesi baltici e balcanici, Caucaso, Turchia), piccoli saggi di smantellamento per ora riusciti. Questo è anche "guerra preventiva".

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 19 - aprile 2006.)

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