E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Miscellanea - Approfondimenti

… Questi accenni dall'apparenza così ovvia ci servono per sottolineare che nell'antichità, come oggi, si sovrappongono "culture" a volte così distanti da essere del tutto incompatibili. Per questo diciamo che dev'essere possibile tracciare una mappa sommaria di queste sovrapposizioni e trarre indicazioni, prove, di tracce di vita comunistica sopravvissuta in ambiente urbano e sviluppato. L'invasione ariana della Valle dell'Indo provocò la fine di quella civiltà a causa della "liberazione" delle acque dall'imbrigliamento di dighe e canali nello scontro fra i nomadi dei Veda e le popolazioni agrarie urbanizzate. L'interessante è che entrambe le "culture" portavano ancora con sé i segni del comunismo primitivo. L'una col non aver bisogno del possesso per mancanza di cose da possedere, l'altra col raggiunto grado di sovrapproduzione che liberava dal bisogno e permetteva la vita di una comunità urbana progredita e razionalmente dedita alla ripartizione assai egualitaria del prodotto, nonostante vi fossero già solide basi della divisione in classi. Qualcosa di simile dev'essere rintracciabile anche nelle civiltà peruviane antiche e nel Mediterraneo (Creta).

Questo ci permette di dimostrare (anche se pensiamo che sarà possibile un lavoro compiuto solo con lo sviluppo del partito organico) che la sovrapposizione di epoche è una costante storica e dà spiegazione 1) del concetto rivoluzionario dialettico di continuità e rottura (accumulo continuo di contraddizioni che hanno la loro soluzione discontinua nel salto repentino di fase, n+1); 2) della continuità del comunismo nella storia, fatto registrato dai miti, dalle religioni e da molte pratiche umane; 3) delle scoperte di Marx, di Darwin e della scienza moderna sintetizzate in quel poderoso condensato che è la famosa "Introduzione" di Marx a "Per la critica delleconomia politica" (1857); 4) del fatto incontrovertibile che anche nella nostra epoca sono individuabili sovrapposizioni col comunismo sviluppato, sta a noi svelarle…

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Per quanto riguarda la città antica e protostorica, temiamo che sarà necessario fare un lavoro enorme per uscire dalla schematizzazione un po' sbrigativa del passato (dovuta certo a conoscenze parziali). Le domande sono molte. Agglomerati semi-urbani come quelli dell'Asia Minore sono da considerare ancora neolitici? La Gerico dello strato profondo, cos'era? I centri vallindi (Harappa, Moenjo Daro) sono da considerare alla stregua delle città successive? I cosiddetti palazzi minoici sono davvero "palazzi" reali? Le più antiche esperienze urbane del Perù - quelle al confine con la preistoria - sono da leggere con il linguaggio archeologico "normale"? L'espressione "modo di produzione asiatico" non è un po' sbrigativa? Come la mettiamo con l'Egitto pre-tolemaico? Queste e altre cose abbiamo in mente quando parliamo del passaggio dalla preistoria alle prime forme urbane che portano forse il ricordo del comunismo primitivo. Tutto ciò, naturalmente, per lavorare sulle ipotesi di urbanesimo nel comunismo sviluppato (non siamo certo per un ritorno all'arcadia).

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In questi giorni abbiamo cercato su Internet ulteriore materiale a proposito del passaggio dal comunismo primitivo all'urbanesimo e, sulla base di una notizia Reuter apparsa sui giornali, abbiamo fatto una ricerca mirata: sembra che la datazione di una "civiltà" urbana del Perù l'abbia fatta risalire al 2600 a.C. L'articolo originario era comparso su "Science"; in rete è a pagamento e non l'abbiamo ancora prelevato (cerchiamo di limitare il ricorso alla carta di credito con Internet). Vedremo di procurarcelo tramite libreria. Alcuni riassunti li abbiamo prelevati comunque e te li alleghiamo (non ricordiamo se hai confidenza con l'inglese). La cosa più interessante è l'affermazione secondo la quale le attuali teorie sulla formazione delle prime civiltà urbane sono in netto contrasto con le rovine appena datate.

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Ho letto pero le notizie su Caral che mi avevate mandato, e visto che erano in un inglese molto semplice non ho avuto problemi. Questa mattina ho assistito a una lezione molto bella del professore Prosdocimi, che potrebbe essere molto utile per la discussione sull'arte. Egli paragona la realizzazione di una iscrizione a quella di un'opera d'arte, e sottolinea la grande importanza del processo produttivo che sta dietro. Lo divide in tre momenti, che possono essere cosi formulati: 1) bisogno (quando si parla di linguaggio scritto o figurato e di solito un bisogno che nasce dalla testa, ma come dice Marx all'inizio del Capitale non ha importanza se un bisogno nasce dalla testa o dallo stomaco), 2) percezione intuitiva di come soddisfare il bisogno, che poi si fa scienza, 3) esecuzione materiale. Per capire un epigrafe o un dipinto bisogna tenere presente questi tre distinti momenti. Nel Rinascimento, ad esempio, del primo aspetto si occupava il committente, del secondo il maestro (che realizzava il cartone), del terzo la bottega (visto che il maestro si ocupava solo marginalmente della esecuzione vera e propria). Dal momento che la seconda parte della lezione sara questo pomeriggio, chiedero a Prosdocimi se sista un articolo suo dove l'aspetto sia trattato piu dettagliatamente di quanto non abbia potuto fare io in queste poche righe.

Per quanto riguarda lo studio dell'emergenza di forme sociali urbane, mi sono procurato soprattuuto materiale che tratta del rapporto fra "costituzione" gentilizio-tribale, con la sua piu alta espressione nelle federazioni di tribu, e la citta, la cui nascita Engels in Origine della famiglia fa risalire alla fusione di tribu, quindi preannunciando le classi e lo Stato. Forse che le strane "citta" che ci restituisce borghese siano comprensibili in un'ottica di "leghe tribali" a-classiste?

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Lo schema generale del lavoro sta prendendo velocemente forma e già se ne possono trarre alcune considerazioni da sviluppare ulteriormente, come è messo in evidenza nella tua ultima lettera che centra assai bene le questioni.

Certamente il passaggio dalla caccia-raccolta all'agricoltura ha comportato un diverso assetto sociale, o meglio, la sua nascita, attraverso le prime necessarie forme di centralizzazione non "naturale". Più in là - ma teniamolo presente già da adesso - ci dovremo occupare anche delle forme comunistiche ricorrenti, al di là delle forme storiche sociali (comunità religiose, militari, sette comunistiche, ecc.). Ciò perché lo scopo del lavoro è in fondo così riassumibile: dal comunismo al comunismo attraverso... il comunismo (se per comunismo si intende à la Marx il cambiamento materiale che distrugge le forme presenti). Così ridiamo respiro universale a un termine purtroppo piuttosto sputtanato dalla storia.

A questo punto stiamo passando da un'idea di massima al progetto e al cantiere. Adesso proviamo a raccogliere il materiale dandogli un ordine che sia utile anche ai compagni che se ne vorranno eventualmente occupare. Occorrerà una bibliografia sia cartacea che internettiana.

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Ho ancora studiato le citta etrusche per cogliervi quel carattere di citta pianificata cosi evidente in Peru ed in India (e studiando la capitale della dinastia cinese degli Shang, Yen, anche in Cina). Cio che risulta evidente e che la citta sorge, in America come in Eurasia, come centro di "una vita di tipo integralmente comunitaria, con un dispendio di energia finalizzato a compiti comuni, senza l'utilizzo di lavoro coatto". Ogni cittadino, in principio, da questa e dall'altra parte dell'Atlantico, e perfettamente uguale agli altri cittadini. Questo tipo di citta non puo sorgere sponte sua, ma presuppone un lavoro di pianificazione che permette a vari gruppi di riunirsi in un luogo in cui potere finalizzare i propri comuni obiettivi. Cio che differenzia le civilta transoceaniche -ferme allo stato della barbarie intermedia, ancora nel pieno rigoglio della costituzione gentilizio-tribale comunistica- dall'Eurasia -passata attraverso la barbarie superiore, assassina della costituzione di cui sopra, e giunta nella civilta classista-, e l'atteggiamento verso l'esterno, il tipo di obiettivo che si vuole perseguire organizzandosi razionalmente: nel primo caso la citta e centro di direzione, e come obiettivo comune si pone la possibilita da parte della societa di coltivare l'aspro suolo, nel secondo la citta e centro di coercizione (non al suo interno, inter cives, in cui il comunismo domina ancora, mantenendo pure i suoi organismi, anche se creati ex novo, ma verso l'esterno, verso il contadiname). Cio pero non influisce minimamente sull'organizzazione interna dalla citta, che essa, in principio almeno, al suo interno e sempre egualitaria. Anche citta come quelle etrusche (ma la situazione non e molto diversa in Grecia) presentano al loro interno una pianificazione razionale. Perche allora la disposizione delle capanne villanoviane o della prima eta del ferro non ci da questa impressione di disposizione regolare? Oltre alla conformazione del terreno (abbiamo visto, con Marzabotto e Spina, che se la situazione geomorfologica e favorevole, cioe se ci si trova in pianura, la pianificazione e evidente, anche perche queste sono vere e proprie colonie), oltre a questo, dicevo, influisce il fatto che non bisogna guardare alla posizone delle abitazioni, ma dei giardini, horti, che queste abitazioni circondavano, perche il modello delle citta mediterranee e il modello della citta-giardino. Per quanto riguarda poi il problema urbano nelle civilta egee, minoica e micenea, avete ben ragione nel non considerare i "palazzi" tali: essi sono citta complessamente pianificate, citta in cui l'aristocrazia egualitariamente si e organizzata (e che forse per questo ha dato l'impressione di palazzi) saldando attorno a se il ceto degli artigiani e da dove poteva esercitare il proprio potere sulla campagna (nell'antichita e la citta a dominare sulla campagna, a differenza del Medioevo) e soprattutto sulle attivita di suo diretto monopolio. Il fatto che nelle ultime civilta peruviane venga abbozzandosi la divisione in classi non mi meraviglia: il Peru, grazie al surplus che gli offre il mais, e entrato nella barbarie superiore, e la ciita va trasformandosi in centro di coercizione. Se le Americhe (anche gli Aztechi, come ci dice Engels in Origine della famiglia, sono nello stadio superiore della barbarie) non ce l'ha fatta a superare questo stadio e solo per l'interveno europeo.

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Abbiamo rivisitato il sito di Harappa-Moenjo Daro e abbiamo visto che è stata aggiunta una bella sezione fotografica con centinaia di immagini: consigliamo la visita perché fa impressione vedere l'abbinamento di produzione fittile d'aspetto arcaico con urbanesimo di struttura avanzata (di Harappa non rimane molto perché sembra che gli inglesi abbiano utilizzato gli abbondanti monticelli di mattoni già pronti per fare la massicciata di una ferrovia!).

Non appena possibile mettiamo insieme del materiale su Creta, dove anche le tavolette del "lineare B", oltre che i siti "palaziali", testimoniano movimenti di materiale in una società senza "pagamenti", senza cioè contabilità in valori d'uso ma con registrazioni mnemoniche semplici.

A proposito: se il linguaggio alfabetico deriva da trasposizioni storiche di segni pittografici, allora produzione, memoria di essa e linguaggio scritto sono la stessa cosa; la lingua è mezzo di produzione, come disse Marr, ripreso da Bordiga, contro Stalin (questo lo trovi in "Fattori di razza e nazione").

Un'ultima cosa: Marshall Sahlins, citato di sfuggita nella tua bibliografia, è molto importante: finanziato dalla scuola di Palo Alto (positivo) e allievo di Lèvi Strauss (negativo) ha scritto un testo con molti spunti che per noi sono utilissimi (in it. "L'economia dell'età della pietra", Bompiani).

Sulla città pianificata meglio visibile nella "colonia": allora tutte le colonie greche presentano questi caratteri? Si dovrebbe vedere dalla pianta con disegno regolare, anche in caso di terreno collinare.

Infine riportiamo un tuo passo che ci sembra gravido di conseguenze: "Anche citta come quelle etrusche presentano al loro interno una pianificazione razionale. Perche allora la disposizione delle capanne villanoviane o della prima eta del ferro non ci da questa impressione di disposizione regolare? Oltre alla conformazione del terreno influisce il fatto che non bisogna guardare alla posizone delle abitazioni, ma dei giardini, horti, che queste abitazioni circondavano, perche il modello delle citta mediterranee e il modello della citta-giardino". Finché questo è il modello, la dicotomia città-campagna non può esistere, perché la coltivazione si compenetra con la città. Forse riusciamo a vederlo (e provarlo) per la società cretese. In ambienti isolati ciò si può ancora osservare: nello Mzab algerino, per esempio, nonostante la città sia arroccata entro le mura, non è in contrapposizione con l'oasi ma una è complemento all'altra. Residui di matriarcato e un urbanesimo specialissimo dimostrano ancora oggi sopravvivenze di comunismo (le Corbusier ha copiato a piene mani, stravolgendo l'originale).

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Credo che abbiamo trovato una base dalla quale partire per una ricerca piu approfondita e per trarre delle conclusioni molto interessanti, come dicevate anche voi nell'ultima lettera. Se abbiamo potuto determinare che la citta e un luogo fisico e sociale di incontro che trascende gli antichi limiti del villaggio a base parentelare e permette una collaborazione inter pares -atta a perseguire uno scopo comune- piu intensa fra le antiche tribu, ermeticamente chiuse verso l'esterno (qui, come appunta genialmente Engels, la loro grandezza e il loro limite), bisogna ancora determinare tempi e modi di questa aggregazione. Possiamo immaginare una sorta di "centro di gravita" (ho trovato una teoria tratta dalla geografia economica che si chiama proprio cosi, anche se non mi soddisfa) verso il quale gli antichi villaggi sarebbero stati attratti. Ma che cosa determina questo "centro di gravita"? Evidentemente esso sara diverso per un popolo di agricoltori rispetto ad un popolo di pastori. A questo proposito ho raccolto le considerazioni di un celebre studioso di linguistica, Devoto (maestro di Prosdocimi), che ravvisa nelle varie parole indoeuropee per "citta", dall'India alla Celtica, un ricordo dell'attivita primitiva dei popoli urbanizzantisi. E un problema abbastanza complesso, che purtroppo non posso trattare in queste note telegrafiche, ma che sviluppero nello scritto finale in cui vorrei raccogliere piu dettagliatamente le considerazioni uscite da questa fruttuosa corrispondenza e dalla gran mole di materiale raccolto (devo aver fatto qualcosa come 500 fotocopie...). Ma, una volta descritto il "centro di gravita", come determinare l'ampiezza del "bacino" in cui gravitano i villaggi minori, che verso questo centro vengono attratti? E poi bisogna vedere anche con quale intensita opera il "magnete". Un "centro di gravita" puo operare a grandi distanze ma attirare poco, mentre un centro operante solo a breve distanza puo attrarre molto intensamente. E poi: una volta che la popolazione dei vari villaggi si reca presso il "magnete" come si organizza? Abbiamo visto che l'aggregazione non e mai anarchicamente disordinata come spesso si sente dire, ma ha sempre un "quid" di pianificazione, dovuta alla presenza di un centro direttivo. Ma questa pianificazione sara a sua volta determinata da quelle che Devoto chiama, idealisticamente, le "intenzioni" (bisognerebbe trovare un termine piu adatto, ma per comodita continuo ad usare questo) della popolazione aggregatesi, "intenzioni" che, come dicevo sopra, si possono ritrovare nello studio della linguistica. Una aggregazione del tipo citta-giardino sara determinata da "intenzioni" diverse che non, ad esempio, quelle di una citta vallinda o cinese, in la quasi-ortogonalita risulta evidente, non essendoci spazio per gli horti. Questi ed altri simili sono i problemi da approfondire. Sono evidentemente problemi in cui lo studio delle condizioni ambientali e climatiche hanno importanza fondamentale, e quindi sara molto importante, nonche stimolante, dedicarvisi, comprendendo in profondita i diversi modi e tempi di un'aggregazione di popolazione cha ha comunque sempre e solo uno scopo, come penso abbiamo potuto determinare: quello di una collaborazione fra uguali per perseguire un obbiettivo comune. Proprio il tipo di obbiettivo e determinato dalle condizioni naturali, e quindi potremmo chiamare quelle che metafisicamente Devoto chiama "intenzioni" con un nome che per noi materialisti suona meglio: "bisogno", principio di ogni produzione (fuorche nel balossissimo presente modo di produzione), e dunque del linguaggio, che, come Marr insegna, non e altro che un mezzo di produzione. Devoto non ha fatto altro che mettere in relazione il diverso bisogno che determina una diversa produzione di citta con la memoria linguistica di questa produzione. Il mito di Babele e la registrazione fedele dell'impossibilita di costruire una citta se i bisogni, e quindi le favelle, sono diverse. Cio determina evidentemente l'impossibilita di una pianificazione coerente, che abbiamo visto essere diversa (citta-giardino,...) a seconda della diversita dei bisogni. A proposito del libro di Sahlins mi ricordo che era citato in Tempo di lavoro tempo di vita. Vedro di procurarmelo, visto che affermava cio che dicevo un paio di lettere fa. La vita dei cacciatori paleolitici non era certo cosi dura come se la immagina il moderno borghese, figlio di quella trasformazione neolitica che tanto peggioro le condizioni umane da costringere le tribu, secondo tempi e modi differenti, ad aggregarsi per collaborare, fino al giorno in cui direzione divenne potere, essendo sorte le classi (ecco perche il borghese, che copre d'insulti il selvaggio, loda sopra ogni altra cosa la trasformazione neolitica).

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Per quanto riguarda lo studio dell'emergenza di forme urbane ho cercato di approfondire il problema delle varie modalita di aggregazione. Si possono individuare vari tipi di citta a seconda del tipo di villaggi di partenza. Si puo partire dal villaggio-tribu che vive tutto in un'unica abitazione, la long-house, o si puo partire dal villaggio-tribu in cui ogni singolo nucleo famigliare vive in un'abitazione propria. Da cosa e determinata questa differenza? Evidentemente dal fatto che nel caso le famiglie vivano separate la situazione del territorio e tale da far si che la tribu non e legata in maniera abbastanza forte alla terra, e quindi l'abitazione ne e necessariamente separata. E questo il caso delle tribu delle steppe, come gli Sciti, che vivono dell'allevamento del bestiame ma vista la poverta dei pascoli devono continuamente spostarsi, integrando l'attivita abituale alla guerra di rapina nei confronti dei popoli sedentari dell'Eurasia. Erodoto lo dice chiaramente: "non hanno citta ne mura costruite, ma portano con se le proprie case e sono tutti arcieri da cavallo e vivono non d'agricoltura ma d'allevamento di bestiame". Altro esempio puo essere quello dei popoli di agricoltori che vivono in zone acqitrinose e devono costruire come case delle palafitte. Esempio tipico quello della civilta delle terremare nella valle padana. Questo tipo di villaggi-tribu si aggregano in per perseguire due tipi di obbiettivi: o migliorano il territorio, bonificandolo (come hanno fatto gli urbanizzati etruschi nella valle padana, o i peruviani a Caral) o vivono su cio che producono altre citta, e quindi la proprieta pivata della terra non deve neppure svilupparsi, non avendo senso (e questo il caso delle citta commerciali che sorgono nei deserti, come le citta carovaniere, o nelle paludi, come l'etrusca Spina, Venezia dell'antichita). Nel caso invece i villaggi che si aggregano vivono in un territorio che non costringe il villaggio-tribu a smembrarsi in varie sottounita, un territorio capace di ospitare sia attivita pastorali che attivita agricole, vi e la possibilita che l'accumulazione di bestiame, il primo tipo di accumulazione (pasti pensare al latino nome di denaro, pecunia, che significa anche bestiame, o all'etimologia di feudo, feh-od, possesso di bestiame) porti alla proprieta privata della terra, e quindi ad una dipendenza della campagna nei confronti della citta. Ma per difendere la proprieta privata di questa terra i cittadini fanno ricorso non solo alle antiche istituzioni tribali, come gia visto, ma devono addiritura costruire fisicamente la citta sul modello della campagna: citta-giardino. In questo senso sarebbe molto utile trovare il modello della citta-giardino anche a Creta e in altre civilta orienteli.

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Alla riunione abbiamo parlato quasi tutta la domenica mattina delle prime forme urbane sulla base di una relazione dettagliata a partire dalla necessità di questo lavoro ("l'arco millenario che lega l'uomo tribale all'uomo comunista", Tesi del 1965) e i compagni sono d'accordo nello sviluppo dell'argomento, anzi, l'hanno accolto con entusiasmo. Quindi prendiamoci il tempo che occorre per controllare ogni nostra ipotesi e aggiungere un tassello allo studio del divenire storico della specie.

Per ora stiamo continuando con l'esempio cretese del III millennio a.C., purtroppo sepolto sopra il "palaziale" medio e quindi non troppo considerato dagli archeologi dell'inizio '900. Comunque lo schema è questo: 1) villaggio del VI millennio che incorpora la terra coltivata e scambia prodotti con gli abitanti della costa, niente ceramica; 2) villaggio e agricoltura con surplus, megaron, magazzini e ceramica, IV-III millennio; 3) trasformazione verso il primo "palaziale" con assunzione di forme proto-urbane e riproduzione del "palazzo" in scala minore per tombe collettive nel senso di "per tutti e tutti insieme" (ossa alla rinfusa: se la tomba per i morti riproduce l'abitazione di vivi come al solito, abbiamo forse una prova di comunità ancora comunistica); scrittura: geroglifico non decifrato, metà III millennio; 4) "palaziale" medio, iniziale assenza di "tombe del principe", comparsa successiva di tombe a cupola di tipo miceneo, famigliari; scrittura: lineare A e sopravvivenze di geroglifico, non decifrati, fino al 1400 a.C.; 5) nuovo "palaziale", ricostruzione dei "palazzi" ma con nuovi abitanti micenei; scrittura: lineare B, fonetico, base greco arcaico.

In tutti i periodi il "palazzo" o "città" non è mai "chiuso", ma è costruito giocando con la compenetrazione degli spazi interni ed esterni in modo che non c'è mai un "dentro" e un "fuori". Non ci sono fortificazioni o comunque muri di cinta. Se non è possibile rinvenire ambienti "privati" non è neppure ipotizzabile l'esistenza di una famiglia chiusa su base patriarcale. Le cosiddette ville sparse sul territorio sono a varie gradazioni dimensionali dei modelli del "palazzo". Le divinità rappresentate sono solo femminili. Le figure decorative sono astratte, naturalistiche o scene di lavoro umano. Enorme importanza dei magazzini. Contabilità interna meticolosissima, contabilità esterna (i minoici scambiavano parecchio in tutto il Mediterraneo) mai trovata, forse inesistente (secondo criteri di valore dovrebbe piuttosto succedere il contrario).

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Un po' di lettere fa scrivevo del diverso atteggiamento verso l'esterno, nei confronti della campagna, della citta americana rispetto a quella eurasiatica, e mettevo il peso sul carattere coercitivo del rapporto della citta del vecchio mondo con la sua campagna. Studiando con maggiore attenzione i vari tipi di citta mi sono reso conto che in realta all'inizio la citta eurasiatica non ha il carattere su cui insistevo in quella lettera, cioe di centro di coercizione. In principio anch'essa era solo centro di direzione, raccolta attorno alla rocca dove aveva sede il rex. Chi era questo rex? Non certo il tirannico despota che si immagina la borghesia. Leggo da Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. II, pag. 291 (E. Benveniste, Torino, 1976): "Attestato solo in italico, in celtico e in indiano, cioe alle estremita occidentale e orientale del mondo indoeuropeo, rex appartiene a un gruppo molto antico di termini relativi alla religione e al diritto. L'accostamento del lat. rego al gr. orego (dove la o- iniziale si spiega con ragioni fonologiche), l'esame dei valori antichi di reg- in latino (per esempio in regeae fines, e regione, rectus, rex sacrorum) fanno pensare che il rex, piu simile in questo al sacerdote che al re in senso moderno, fosse colui che aveva autorita per tracciare i limiti della citta e per determinare le regole del diritto". Il rex latino sarebbe dunque quella figura capace di dirigere l'attivita dei cittadini e dei contadini delle campagne. In cio simile al "signore" cinese, il quale solo piu tardi si trasformera in un signore vero e proprio, anticipatore dell'imperatore. Siamo in uno stadio in cui la citta non e ancora stato. Questo nascera proprio quando i cittadini, i patrizi, cercheranno di imporre il proprio dominio sulla campagna, sull'ager publicus, e quindi si libereranno del rex. Questo dominio evidentemente e un dominio militare, che la citta riesce a imporre agli antichi villaggi conquistandoli completamente. Cosi si forma il servaggio di cui parla Engels, ed infatti troviamo spessissimo, fra Lazio ed Etruria, all'inizio del V secolo, proprio quando nasce la res publica, segni evidenti di distruzione violenta degli antichi abitati di campagna. Sarebbe interessante studiare piu dettagliatamente la figura del rex anche presso le altre civilta, fino all'emergere dello stato, fine di tale figura. All'inizio la citta eurasiatica non differisce affatto, dunque, dalla citta americana, se non per un piccolissimo particolare di cui scrivevo gia nella lettera di ieri: il diverso rapporto che ha la citta nei confronti della terra. Le citta del vecchio mondo sono sempre citta proprietarie di un appezzamento di terra: citta-giardino. Cio non significa che la campagna sia proprieta della citta (cio avverra appunto solo con la nascita dello stato), ma che, per il principio della retroazione positiva, con il tempo questa minima differenza verra ingrandendosi, determinando in Eurasia la nascita delle classi, che in America sara possibile solo quando i cittadini riusciranno ad instaurare un rapporto di proprieta con la terra. E cio sara possibile solo con la scoperta del mais. A cosa e dovuta questa differenza iniziale? Al fatto che la terra e in America piu ostile e non permette che sorga un rapporto di proprieta nei suoi confronti, che nel vecchi mondo sara possibile grazie alla accumulazione del bestiame, che determinera, ad esempio nella civilta micenea, la dipendenza nei confronti della citta dei pascoli, o comunque di una porzione di terra che nel mondo latino assume il nome di hortus.

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Se ci sono degli invarianti nel passaggio alla struttura urbana ci devono essere anche nel passaggio alla struttura sociale che ad essa corrisponde. Almeno a grandi linee. Nella società cretese che stiamo studiando per ora all'epoca micenea, il wanax è interpretato come basileus greco, cioè re. Ma si capisce bene dai testi delle tavolette che questa è una interpretazione distorta. Sembra vi fosse una elementare divisione sociale che aveva l'assillo del conteggio della produzione e del movimento di uomini e materiali. Ebbene, questo è normale in una società che produce, mette all'ammasso e distribuisce con criteri prettamente comunistici ("da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni"). La distribuzione è differenziata, ma non ad arbitrio: ad un bambino spetta meno che ad altre categorie sociali, mentre allo "schiavo" spetta ancora meno (ma non c'erano schiavi) e al "sovrintendente" o all'artigiano molto di più. Questo fa dire ai borghesi che c'erano classi "nobili" e "proprietarie", quando si capisce benissimo che nel nuovo assetto sociale c'è invece solo bisogno che la società conosca bene sé stessa e la sua produzione per poterne usufruire in modo comunitario (la struttura del "possesso" della terra delineata dalle tavolette è a questo proposito rivelatrice, come anche i nomi del re e dei suoi "funzionari").

Certo che più tardi tutto ciò si fisserà in vere e proprie classi, ma è agevole individuare che fino ai micenei non è ancora così (Omero sembra narrare di un'epoca posteriore di qualche secolo ai primi insediamenti micenei di Creta). Speriamo di trovare qualcosa sui minoici: essendo di molto più antichi, dovrebbero essere più schiettamente comunistici.

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Emergenza delle forme urbane e ricordo del comunismo primitivo in esse: stiamo leggendo materiale riguardo l'organizzazione sociale minoica; purtroppo ci sono soltanto notizie su quella micenea che sembra l'abbia sostituita nei cosiddetti palazzi (non tutti sono d'accordo) per la semplice ragione che è stato decifrato il Lineare B. Comunque, anche in questo caso dovrebbe essere facile superare le descrizioni classicheggianti - quando non addirittura feudaleggianti - degli studiosi. Se nella forma urbana micenea il ricordo del comunismo è ancora così forte, a maggior ragione dovremmo trovare qualcosa di interessante in quella minoica.

Per quanto riguarda l'emergenza delle forme urbane, abbiamo dato un'occhiata ai due volumoni editi dal Credito italiano (edizioni Scheiwiller) sulle popolazioni italiche pre-romane: ci sono dei rilievi stratigrafici disegnati sovrapposti che danno un'idea netta del passaggio. L'enorme estensione delle mura "cittadine", in certi casi chilometri, in confronto all'esiguità della vera e propria proto-urbanizzazione, indica che esse racchiudevano campi, horti e armenti, come già da te registrato.

In genere l'agricoltura ha cancellato le tracce degli insediamenti, ma quelli rimasti, in zone disabitate o semi-rocciose, mostrano l'organizzazione delle capanne all'interno delle mura o dell'agger. In molti casi sono squadrate e orientate, avvisaglia dell'impianto ortogonale successivo. Quello che fa rabbia è che si trovano cataloghi infiniti dei reperti e relazioni meticolose sugli stessi, mentre è quasi inesistente la descrizione dell'ambiente sociale. Quasi come se la borghesia non fosse per nulla interessata a ciò prima dei Greci e dei Romani. Siamo rimasti colpiti dal fatto che quasi tutte queste popolazioni, dalle Alpi alla Sicilia avevano una scrittura alfabetica, assai diversificata ma adottata quasi contemporaneamente. Il da te nominato Prosdocimi ha curato l'appendice sulla religione.

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La citta, abbiamo detto, nasce sempre come struttura capace di assicurare alcuni bisogni fondamentali che le antiche tribu, da sole, non sarebbero state in grado di ottenere. La citta si configura dunque in un certo senso come "grande tribu", strutturata al suo interno (molto regolarmente: cio ci fa pensare ad una autorita: rex, wanax,... capace di dirigere il processo) in sottounita come le curie fino alla famiglia proprietaria della sua abitazione e in alcuni casi di un appezzamento di terreno. Questo appezzamento, pero, e di sua proprieta solo per il fatto che essa e una "piccola tribu" che con il suo recinto rientra nel "grande recinto" costituito dalla "grande tribu": la citta. L'idea di citta come "grande recinto" la possiamo tranquillamente ricavare da alcune etimologie di "citta" in indoeuropeo. In slavo antico "citta" era "grad", in russo e "gorod". Ma questi termini derivavano da una parola che significava "recinto" e che di e conservata nel sanscrito "grha-", "casa", e, probabilmente, nel latino "hortus". Anche nel celtico e nel germanico troviamo qualcosa di simile. Il tedesco "Zaun", "recinto", e collegabile al celtico "duno-", "citta" (Lug-dunum, Lione; Augusto-dunum, Autun), che passa all'inglese, attraverso il germanico, "town". Questo essere proprietaria della famiglia solo in quanto membra di una "grande tribu" era gia stato magistralmente individuato da Marx nei Grundrisse: "il comportamento dell'individuo come proprietario [...] implica una forma d'esistenza determinata dell'individuo in quanto membro di una tribu o di una comunita, della quale egli stesso e fino a un certo punto proprieta". La famiglia non e dunque ancora la famiglia patriarcale che emergera con le classi. Voi lo avete bene messo in evidenza per quanto riguarda il mondo miceneo, quando dite che "in tutti i periodi il "palazzo" o "citta" non e mai "chiuso", ma e costruito giocando con la compenetrazione degli spazi interni ed esterni in modo che non c'e mai un "dentro" e un "fuori". Non ci sono fortificazioni o comunque muri di cinta. Se non e possibile rinvenire ambienti "privati" non e neppure ipotizzabile l'esistenza di una famiglia chiusa su base patriarcale. Le cosiddette ville sparse sul territorio sono a varie gradazioni dimensionali dei modelli del "palazzo". Le divinita rappresentate sono solo femminili". Nella sua lezione il Torelli ha affermato che il pater familias piu antico non aveva niente in comune con il pater familias piu tardo avente lo jus vitae necis, il diritto di vita e di morte su moglie e figli. Ha inoltre detto che il problema della famiglia piu arcaica lo sta ora studiando assieme ad un gruppo di storici del diritto romano: magari gli scrivo per chiedergli informazioni a proposito. Allo stesso modo il piu antico rex non e altro che uno fra i tanti patres, primus inter pares e scelto per le sue capacita di direzione, militare in primis, come sembra anche suggerire la figura del rex nemorensis. Se dunque la famiglia e la citta piu primitiva sono guidate da simili figure che niente hanno a che vedere con i loro tirannici successori, la "piccola tribu" e la "grande tribu" sono veramente tali: tribu. Sempre in questo senso sarebbe interessante studiare il sacro all'interno di queste comunita. La loro religione dovrebbe ancora essere "tribale" e non "statale". Se dunque queste sono delle vere e proprie tribu al loro interno deve vigere ancora il comunismo primitivo. Ed e cosi. Voi dite essere la societa micenea "una societa che produce, mette all'ammasso e distribuisce con criteri prettamente comunistici ("da ognuno secondo le sue possibilita, a ognuno secondo i suoi bisogni")". Nel periodo dal X alla meta dell'VIII all'interno della societa etrusca (cultura villanoviana) non si nota alcuna differenziazione di ricchezza. Gli esempi sono molti, ma come e scritto in Dottrina dei modi di produzione in tutte queste societa "l'uomo lavoratore e ben legato alle condizioni del suo lavoro": non esistono dunque le classi.

Ma come voi stessi avete fatto notare " piu tardi tutto cio [nel mondo miceneo la distribuzione differenziata, nel modo etrusco la proprieta di un hortus,...] si fissera in vere e proprie classi". Siamo dunque, studiando queste prime forme sociali urbane, di fronte a un esempio per noi utilissimo (perche il passaggio al comunismo superiore rappresenta rispetto al passaggio che stiamo studiando una "negazione della negazione") di come una rivoluzione politica debba, per rendere possibile la rivoluzione economica, utilizzare gli organismi del modo di produzione precedente per poter rendere possibile il suo superamento. L'operare di questi organismi, anche dopo la rivoluzione politica, avviene all'interno del modo di produzione precedente. Il contrario equivarrebbe a dire orrori come quelli stalinisti: la dittatura del proletariato e gia comunismo superiore. Certo il capitalismo sara, per le sue caratteristiche, meno reticente a cadere rispetto al comunismo primitivo, che a Caral, ad esempio, a impiegato piu di tre millenni a soccombere. Un'altra brillante dimostrazione del fatto che le rivoluzioni non si fanno volontaristicamente ma si dirigono, a volte inconsciamente e su arco millenario.

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Purtroppo negli ultimi giorni non ho avuto molto tempo per lavorare, ma ieri ho voluto raccogliere un po' di materiale per approfondire il problema del sacro nelle prime comunita, soprattutto nell'ottica dell'emergenza di forme sociali urbane. Come dicevate voi in una delle vostre ultime lettere a Creta erano venerate divinita femminili, riconducibili ad una dea della fertilita cui dovrebbero rifarsi anche le diffusissime "veneri" del neolitico, diffuse in tutto il globo. Cercando su Internet tornava a questo proposito spesso il riferimento ad un libro di M.Gimbutas (Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell'Europa neolitica, Neri Pozza Editore). Purtroppo non so dirvi di piu. In questo senso e interessante notare come in Egitto la terra, forma tipica di questa dea della fertilita, sia incarnata da una divinita maschile (Geb), mentre il cielo, solitamente maschile (si pensi ad Urano) e in Egitto femminile (Nut). Con il lento emergere delle societa di classe, precedute da quella fasse delle prime citta ancora comuniste ma gia presagenti il futuro assetto sociale, emerge anche la figura del dio molto legato ai valori della classe emergente. E un dio "patriarcale", che i popoli pastori, presso i quali si sviluppano piu facilmente le classi -a causa della proprieta privata del bestiame che fatica molto meno rispetto a quella della terra ad emergere (emerge addiritura prima della nascita delle citta: presso gli Sciti troviamo una aristocrazia guerriera che basa il proprio potere sull'allevamento dei cavalli senza che si sia sviluppata, come ci dice anche Erodoto, la citta)- sviluppano prima rispetto ai popoli agricoltori, in cui il dio archetipo del rex rimane un dio in qualche modo legato all'antica teologia basata sulla fertilita. Anche il nuovo dio conserva, seppur in maniera minore, questi caratteri agricoli, essendo legato al sole e alla pioggia. Ma e in primo luogo un dio legato alla guerra, quello che presso gli ebrei, tipico popolo di pastori, e il "dio degli eserciti", Yahwe. Sono questi piccoli appunti che devono ancora essere, chiaramente, approfonditi. Ad esempio studiando le religioni extra-mediterranee.

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Ciò che colpisce maggiormente studiando le prime città è il fatto che in esse non vi sia alcuna contrapposizione fra il privato e ciò cui questo dà vita, delineandolo ex contrario: il pubblico. Come diceva Marx in queste comunità, che si configurano come "grandi tribù", il singolo è parte inscindibile del tutto. Singoli e insieme non sono in conflitto, ma armoniosamente fusi permettendo il raggiungimento dei bisogni comuni mezzo del lavoro socializzato e di una equa redistribuzione.

Evidentemente questo comunismo, questa assenza di una distinzione fra il privato e il pubblico, si riflette nell'architettura e nell'assetto urbanistico. Voi dicevate qualche lettera fa a proposito dei micenei che "in tutti i periodi il "palazzo" o "città" non è mai "chiuso", ma è costruito giocando con la compenetrazione degli spazi interni ed esterni in modo che non c'è mai un "dentro" e un "fuori". Non ci sono fortificazioni o comunque muri di cinta. Se non è possibile rinvenire ambienti "privati" non è neppure ipotizzabile l'esistenza di una famiglia chiusa su base patriarcale. Le cosiddette ville sparse sul territorio sono a varie gradazioni dimensionali dei modelli del "palazzo"". Passo gravido di importanti sviluppi. Già ho detto delle città-giardino etrusche del periodo villanoviano, in cui spazi chiusi e spazi aperti si alternano. A Catal-Hüyük l'accesso alle abitazioni, essendo i vicoli troppo stretti, si trovava sul tetto. Chiaramente questo accesso, se si voleva un po' di luce, non poteva essere chiuso, visto che i vicoli, oltre che stretti, erano bui, e non vi si potevano dunque aprire finestre. Si vede qui che uno spazio che con il patriarcato, cioè con le classi, diventerà lo spazio chiuso per eccellenza, è qui ancora uno spazio in cui chiuso e aperto, dentro e fuori, interagiscono armoniosamente. Sempre in Asia, millenni più tardi, ai tempi dell'impero persiano, Erodono dirà (I, 153): "i Persiani non frequentano i mercati e in realtà nel loro paese non si incontra un solo mercato". Se non vi è un mercato è perché non esiste la merce, quindi le classi. La piazza del mercato, simbolo della società di classe, è il luogo dove nasce la democrazia, altro frutto dell'opposizione fra privato e pubblico. Non si può certo affermare che l'imperialismo persiano non traeva origine da acuti conflitti di classe. Ma le classi si sviluppano in maniera diversa che non presso indoeuropei e semiti. Esse nascono da una esasperazione di quell'essere, da parte del singolo, parte integrante del tutto. Ciò viene esasperato a tal punto che il singolo diventa in un certo senso proprietà del tutto. È la "schiavitù" generalizzata tipica del modo di produzione asiatico. In questo senso il modo di produzione asiatico è il figlio primogenito del comunismo primitivo, ed ecco spiegata l'assenza di quella netta contrapposizione fra privato e pubblico che troviamo presso indoeuropei e semiti, dove le classi erano il frutto di una società pastorale, in cui più facilmente si sviluppano le classi, successivamente divenuta stabile ma ormai classista. Anche i persiani erano, in quanto iranici, indoeuropei, e gli assiro-babilonesi erano semiti, ma essi quando giunsero in Mesopotamia trovarono una civiltà agricola in cui era al culmine dello sviluppo il comunismo primitivo, con le città dei sumeri, simili a quelle vallinde. Una situazione simile a quella che gli invasori greci trovarono a Creta, dove non a caso il retaggio del comunismo primitivo durerà fino in epoca classica. Spostiamoci ora sull'altra sponda dell'oceano Atlantico, a Caral. Due sono i problemi che andrebbero affronteti: le c.d. "piramidi" e le c.d. "piazze". Sono veramente tali? Non credo. La piramide caraliana dovrebbe essere una sorta di ziggurat, come quelle dei sumeri. Ma cosa era una ziggurat? Nasceva come tempio oppure avrebbe assunto questa funzione solo quando nacque la religione, vale a dire vennero fondati dei culti alle divinità? Non bisogna confondere la grande divinità tipica delle tribù di tutto il globo- divinità non propriamente oggetto di culto, ma dispensatrice di vita e di morte che ritroviamo nelle cerimonie iniziatiche che Propp ha capito essere alla base delle fiabe di magia- con la pletora di successive divinità nate con il patriarcato e rappresentanti la sua sovrastruttura. È la stessa divinità madre che ritroviamo presso minoici e cretesi. A questo proposito basti ricordare i soggetti dei dipinti di Caral. Essi si trovano all'interno delle abitazioni, in singolare coincidenza con Creta e Catal-Hüyük, e combinano "figure di animali mitici con una cosmologia relazionata alla vita e alla produzione di alimenti, all'acqua e alla fertilità della terra, alla morte e alla distruzione delle cose". Anche la coincidenza con i soggetti cretesi e turchi ci parla di una comune struttura sociale della produzione. E la plazas al di sotto del livello stradale? Erano veramente luoghi di culto? Quale avrebbe potuto essere la loro funzione? Certamente con l'espandersi nel tempo della città, "grande tribù", essa non sarà più tale, abbandonerà la "costituzione gentilizia", in cui le classi non hanno posto (e questa è la sua grandezza) ma ove la lotta con i propri simili, che caratterizza la preistoria dell'umanità, è rivolta verso le altre tribù (e questo è il suo limite). Ciò significa che le prime città rappresentano il rivoluzionario momento di passaggio dalla pre-umana lotta rivolta verso l'esterno (tribù) alla sempre pre-umana lotta rivolta verso l'interno (stato). Certo, sia gli antichi quanto più i moderni imperialismi rappresentano un conflitto fra stati, ma nessuno vorrà negare che alla minaccia di una guerra civile fra le classi le borghesie in lotta non si alleeranno per reprimere la rivoluzione. Ecco perché essa deve essere internazionale!

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Credevamo di poter studiare la forma sociale minoica e ci accorgiamo che vi sono solo frammenti passati al setaccio di quella micenea, meglio conosciuta. E comunque anche per essa quasi non si ricavano dal nostro punto di vista più informazioni di quante ce ne abbia tramandate Omero. I minoici, comunque, utilizzavano sepolture comuni in tombe che riproducevano i "palazzi" e i cadaveri erano accatastati indistintamente, senza segni di ceto. I micenei, pur avendo ereditato e ricostruito tali e quali i palazzi, avevano sepolture di famiglia a tholos. Se la sepoltura riflette la forma sociale (e tutti sono concordi nel dire che la riflette), questo è un altro buon indizio. Ci sono state forme di simile sepoltura comune in Italia prima dei "classici"?

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Per quanto riguarda le sepolture comuni, che riflettono, come da voi registrato, la struttura sociale della produzione, in Italia non conosco un esempio così brillante come quello egeo. Nel periodo protovillanoviano -periodo di unità culturale in tutta la penisola (anche questo è interessante, da cosa dipende?) che precede le varie culture "etniche" (villanoviana per gli etruschi, protolatina per il Lazio,...)- le necropoli sono però organizzate in maniera interessante. Essendo il rito funebre quello della cremazione i resti dei vari defunti non potevano essere accatastati tutti assieme in un unica tomba, ma, una volta inseriti nel tipico cinerario biconico con un corredo molto povero e che rivela una struttura sociale egualitaria, essi venivano disposti in fosse praticate nel terreno disposte secondo criteri che lasciano chiaramente intravedere una società a-classista. Queste fosse non sono infatti collegate fra di loro in alcun modo che permetta di scorgere l'avvenuta nascita della famiglia patriarcale. È la disposizione dei c.d. campi d'urne tipici anche dell'Europa centrale, in cui le tombe dei singoli trovano la loro realizzazione solo in quanto parte di un insieme che per il suo macabro carattere sarebbe forse un po' troppo chiamare armonioso, anche se certamente era armoniosa la società che riflette…

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Ci viene una domanda: i campi di urne del proto-villanoviano, presentano una pianta con qualche ordine o le fosse sono disseminate a caso? Non abbiamo trovato documentazione al riguardo. La domanda ha questo senso: potrebbe la disposizione di quelle tombe rappresentare il villaggio come le tombe delle civiltà rappresentano la casa? Se sì e se le tombe sono indifferenziate, anche il villaggio poteva non avere abitazioni e disposizioni gerarchiche (a differenza della maggior parte dei villaggi sopravvissuti odierni delle popolazioni cosiddette primitive).

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(Capitale, Libro I – Divisione del lavoro e manifattura, pag. 480) Avete trovato il passo marxiano a proposito dell'instaurarsi fra le tribù primitive di contatti sempre più stretti che avrebbero portato l'insieme a diventare più della somma delle parti, secondo il meccanisno dei bottoni di Kauffman (ma si possono ricordare anche lo sciame d'api di Diderot che diventa un vero corpo solo se la contiguità si trasforma in continuità: certamente Diderot intendeva dire che l'insieme doveva diventare più della somma delle parti)? Come si diceva a Torino questo salto rivoluzionario dovette essere causato dallo sviluppo di quel cervello sociale reso possibile dal lavoro. Ma a questo proposito vorrei ricordare che Engels nelle prime pagine dell'Origine della famiglia mette in luce un carattere che distingue le tribù umane primitive da tutte le altre comunità animali: il fatto che presso gli uomini è possibile il matrimonio di gruppo. Che sia anch'esso un segno dei primi timidi sviluppi del cervello sociale, capace, con la sua forza di coesione, a far superqre il particolarismo delle "famiglie" animali. In questo senso questo lavoro si ricollegherebbe a quello sulla famiglia, e questi collegamenti, come avete sottolineato anche a Torino, sono essenziali per l'organicità del lavoro del "partito", embrione del vero e proprio organismo dotato di cervello sociale futuro.

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Da Opere complete, vol. III, pag. 156:

"Apparirà chiaro allora come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tracciare un trattino tra passato e futuro, bensì di realizzare i pensieri del passato. Si mostrerà infine come l'umanità non incominci un lavoro nuovo, ma porti a compimento consapevolmente il suo vecchio lavoro".

A fianco trovo un appunto scritto a mano: "Vedi l'umanità trattata come un corpo che vive una vita unica. Da legarsi al Prometeo ed alle sue generazioni previste".

Qui c'è "l'arco millenario ecc." condensato in due parole. Mica male.

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Mi è venuto in mente che anche in Cina -oltre che, come ricordato a Torino, in Egitto- si sono conservati i testi delle canzoni intonate dai contadini durante il loro lavoro. E spesso queste canzoni contengono richiami chiari al fatto che il "signore" lavorava a fianco dei contadini. Ciò certamente per sue particolari capacità fisiche. In molte tribù primitive il capo è il lavoratore più accanito e l'uomo più generoso (si trovano degli esempi a questo proposito nei primi capitoli de' LA GRANDE TRASFORMAZIONE di Polanyi). Si può ricordare, come già fatto a Torino, il fatto che Ulisse arasse, e che nell'ODISSEA Laerte lascia il trono al figlio ritirandosi a vita contadina: evidentemente la vecchiaia non gli permetteva più di essere portatore di quelle caratteristiche che ne avevano fatto un capo.

Per quanto riguarda le sepolture collettive, esse appaiono per la prima volta in Europa occidentale nel neolitico medio, costruite con megaliti. Il fatto che queste costruzioni monumentali servissero ad utilizzare il surplus di energia mi ha ricordato che in Ticino esistono delle vere e proprie mura alte un paio di metri che tagliano la valle e che furono fatte costruire, senza alcuno scopo pratico, per tenere occupati i Polacchi che durante la seconda guerra mondiale si trovavano lì. Significativo anche che il surplus venisse impiegato per lavori destinati all'intera comunità (tombe collettive) o al suo rappresentante (piramidi), e non consumato individualmente come nelle società in cui era emersa la proprietà privata e la produzione mercantile, in cui i lavori per la comunità erano eseguiti dagli schiavi (ad esempio in Grecia, dove abbondavano gli schivi pubblici).

Il passo di Marx che tratta dello scambio alle sue origini, e dove è ricordato l'"impero" incaico (ecco perchè mi ricordavo del Perù) si trova nel capitolo sul processo di scambio, il secondo del CAPITALE. Ma qui si sottolinea che uno scambio di tipo mercantile può avvenire solo tra comunità chiuse, indipendenti l'una dall'altra (perchè si sa che nel processo di scambio i possessori di merci devono roconoscersi come proprietari privati). Probabilmente non è questo il passo che ricordavate voi, anche perchè attraverso uno scambio mercantile non si crea certo quella massa critica di legami capace di trasformare le tribù contigue, le cellule, in un organismo sociale. Lo scambio mercantile produce solo omologazione, tende all'autarchia (non è un caso che l'impero romano declinante abbia portato alla "chiusura" dei latifunda con relativo declino delle città. E Marx lo dice, nel CAPITALE, che la forma di merce, solitamente confinata agli "intermondi", assume nell'antichità un'importanza crescente verso la fine di una civiltà, anzi è la causa di questa fine.

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Il ramo d'oro l'avevo preso, sempre in biblioteca, l'anno scorso, ma ne avevo letto solo dei passaggi. Sicuramente il lavoro di sir James è molto utile per la mole di testomonianze raccolte a proposito della figura più primitiva del rex, guida della comunità e non capo dello stato. Ma dovrei riprenderlo perchè purtroppo conosco esempi di questo tipo di rex solo nel bacino mediterraneo e in Mesopotamia, ed è importante che il lavoro sul passaggio alle prime forme urbane abbia una dimensione globale perchè le prime città sono la base per le successive civiltà, quindi per la proprietà privata e lo scambio mercantile. Individuare degli invarianti nel passaggio alle prime città significa anche poter individuare degli invarianti anche in tutti i successivi passaggi, e quindi scardinare definitivamente la supposta visione euro-centrista di Marx, che ha fatto parlare di un "tradimento" da parte di Lenin. In questo senso sarebbe interessante anche un lavoro sul c.d. modo di produzione asiatico. Marx non poteva, per l'arretratezza degli studi archeologici, avere già una conoscenza dettagliata delle strutture sociali degli "imperi" asiatici, africani e americani, ma oggi sarebbe possibile approfondire la cosa confrontando la situazione del mondo classico e feudale con quella di questi "imperi", individuare degli invarianti e confutare l'idea di un "immobilismo" (o meglio di un arretratezza) asiatico, che certo esisteva nell''800 (e Marx ed Engels ne avevano paura) ma a causa della politica coloniale dei paesi europei, e che precedentemente non era esistito. Il lavoro della Sinistra sulla successione dei modi di produzione con la storia della Cina è un buon tentativo ma in alcune parti presenta delle imperfezioni. Non credo, ad esempio, che sia corretto parlare di feudalesimo nell'epoca precedente i Cin, sotto i quali, IV o III secolo a.c., nasce un "impero" che ha fatto parlare addiritura di feudalesimo di stato, simile a quello europeo di XVI-XVII secolo: allora perchè il capitalismo non si sarebbe sviluppato di lì a poco ma avrebbe dovuto aspettare fino a poco prima dell'arrivo degli europei? In questo modo -anticipando di quasi due millenni il feudalesimo di stato e datando la nascita del capitalismo in contemporanea rispetto all'Europa- non si rischia veramente di parlare di immobilismo?

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Gli invarianti fra l'Occidente e l'Oriente ci saranno di sicuro, altrimenti salta tutto il sistema, come diceva Bordiga parlando in generale. E' vero che abbiamo bisogno di stabilire dei criteri di classificazione, ma la stragrande maggioranza dei sistemi classificabili sono "fuzzy", hanno sfumature, sovrapposizioni, ambiguità logiche. Lo intuisce Marx, quando dice che se le cose fossero come si vedono o come uno se le organizza nella testa non ci sarebbe bisogno della scienza. Il primo presupposto della scienza è la possibilità d'individuare degli invarianti, cioè dell'ordine, delle strutture. Se non fosse così ci troveremmo nella situazione caotica permanente e indecifrabile.

Allora noi diciamo che i "sistemi" complessi cui diamo un nome classificandoli sotto forme diverse hanno strutture invarianti quando - topologicamente parlando - hanno proprietà proiettive o di altro tipo di trasformazione. Che l'autorità regolatrice di tipo comunistico derivi da una religione, da un potere temporale, da una prerogativa del suolo come lo scorrere delle acque, non ha importanza: si tratta sempre di un principio regolatore che tutti sottomette e nessuno può modificare a suo arbitrio. Nell'antico Egitto (fino al Medio regno) e nelle forme sociali della stessa epoca, non esisteva una differenziazione di termini per definire il servo, lo schiavo, il rango inferiore o qualunque situazione di dipendenza; c'era solo un termine che indicava, appunto, una relazione di subordinazione. Ma era subordinato anche il faraone alla potenza degli dei, chiamiamoli così.

Finché non compaiono le classi (nell'antico Egitto mai, anche i Tolomei furono assorbiti), sembra che questa situazione sia un modo di portare molto avanti nella storia una vita organica di comunità.

Ventris, Chadwick e coloro che si sono occupati della forma minoica attraverso la scrittura, hanno avuto problemi con i termini indicanti le relazioni sociali. Chadwick sostiene che il solo modo di tradurre una relazione fra uguali nella società "alta" di Cnosso è "compagno", termine che troviamo sopravvivere anche nella Bibbia, sempre distinto da "amico" e "fratello". Sarebbe interessante fare una ricerca in tal senso su varie forme sociali antiche, perché tutti i termini che non avessero attinenza con relazioni di parentela o di amicizia, potrebbero ricordare elementi di comunismo. Insomma, un invariante. Il termine usato ancor oggi è antico e deriva da "con panio" tardo latino che significa "che mangia lo stesso pane", dal significato evidente. Nella Francia medioevale il "compagnonnage" si contrappose alle corporazioni escludendo i mastri artigiani e i lavoranti dovevano andare in giro per il paese ad apprendere e, dato che non avevano mezzi, erano accolti da comunità segrete che dividevano con lui il cibo.

Qui stiamo andando un po' a ruota libera, saccheggiando semplicemente la memoria, ma a volte è utile un po' di "brainstorming" per svegliare i neuroni assopiti.

Citavamo Frazer più che altro per la mole di documentazione "antropologica" che raccoglie, dalla quale forse si potrebbe attingere anche qualcosa di più che l'esempio del rex originario.

E veniamo al modo di produzione asiatico. Chi ti scrive non ha letto Wittfogel (anche per il timore indotto dalla mole) e quindi aspettiamo per dare un giudizio. Però qualcosa si può dire sulla base dei resti archeologici. In India e in tutto il subcontinente asiatico vi sono tracce visibilisime di agglomerati umani organizzati intorno a vastissime aree non abitative, cioè "paesaggizzate" con templi, canali, piscine, giardini ecc. Può darsi, come dicono, che in certi periodi siano stati "parchi reali" o comunque "privati", usufruibili soltanto da classi privilegiate, come sembra di capire anche dalla vita del Budda. Ma tutto si svolge abbastanza velocemente, tenendo conto dell'immensità del territorio: il primo regno unificato data dal 550 aC; Budda predica nel V secolo; l'unificazione di quasi tutta l'India è del IV; nel III ci sono incursioni greche dalle città alessandrine e trovano già un'India completamente arianizzata, patriarcalizzata e gerarchizzata. Ma continuano le vaste pianificazioni di terre irrigate, di urbanizzazioni monumentali in contrasto con lo spirito degli antichi ariani. Di certo queste aree facevano parte di complessi molto più vasti che tradizioni antiche avevano conservato. Ve ne sono alcuni che coprono aree di decine di Km quadrati e quel che resta non è proprio leggibile come struttura privata.

Del resto subito dopo la morte del Budda proliferano "conventi" grandi come città (2.000 monaci), con strutture molto simili a quelle della Valle dell'Indo, di due millenni più vecchie. Qualcuno dice che l'idraulica indiana viene invece dalla Mesopotamia, e dall'India si è spostata nel resto del subcontinente. Si sa di certo che i singalesi erano diventati così bravi che nell'VIII secolo progettavano e costruivano impianti idraulici per le potenze indiane. Quindi non solo civiltà, ma anche internazionalismo idraulico.

Nell'isola di Sri Lanka la colonizzazione iniziò verso la fine del VI secolo aC e a metà del V fu fondata una "città" immensa, Anuradhapura, con un eccellente e vastissimo sistema di canali e laghi artificiali, che permettevano la raccolta delle acque nella stagione dei monsoni e la loro distribuzione nella stagione secca. Sembra che ci fosse un re, cosa che presuppone una corte e quindi una struttura edilizia conseguente, ma i resti archeologici mostrano solo edifici e strutture pubbliche. Anche in questo caso l'invarianza: acqua domata, terra coltivata e vastissime strutture pubbliche. Non ci sono magazzini. Ma ci sono selve di colonne di pietra, senza basamenti, piantate per terra e troppo grezze e sottili per essere strutture di templi. Potrebbero essere palafitte litiche per magazzini sospesi, ancora adesso se ne vedono nei villaggi, anche se su palafitte di legno.

Come si vede, la leggenda dell'immobilismo asiatico è, appunto, una leggenda, e vale la pena anche in questo caso di seguire il percorso che proponi. Proprio nel periodo che abbiamo appena affrontato, in India regnava Asoka e nello Sri Lanka si succedevano grandi costruzioni e distruzioni, sempre però sulla base di perfezionatissime tecniche costruttive e irrigue.

Della Cina sappiamo poco, ma dovremo "conquistarla" al nostro lavoro. Se troveremo invarianti comunistici anche là siamo a posto. Sulla faccenda del feudalesimo cinese siamo sempre stati scettici e se confrontiamo con i caratteri feudali tipici sarà facile confutare quest'altra leggenda.

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Ho trovato, per la bibliografia, una collana, edita da Bordas, intitolata Les borceaux de l'humanité. Il terzo volume si intitola Le monde antique. La vie dans les premières cités.

L'autore del capitolo sulla Mesopotamia è C.L.Redman. Dopo il primo periodo detto di Obeïd (5500-3500), segnato dalla nascita dell'agricoltura e dal sedentarizzarsi in villaggi delle tribù, che nell'epoca precedente occupavano le montagne iraniche, troviamo fra il 3500 e il 2900, il periodo detto di Uruk o di Djemdet-Nasr. Gli abitati ingrandiscono, essendosi sviluppata una collaborazione fra i vari villaggi che richiedeva una direzione centralizzata. I vasi vengono fabbricati al tornio, nasce la metallurgia e si hanno i primi tentetivi di scrittura.

Le rovine più importanti sono quelle di Uruk (la biblica Erek). Il centro delle città è costituito da complessi templari, nei quali compaiono le ziggurat, piattaforme su cui si ergono costruzioni sacre. Ma l'autore è chiaro: in quest'epoca non si parla ancora di città-stato. Lo stato nasce infatti nel successivo periodo detto dinastico arcaico. In questo periodo, in cui accanto alla coltivazione di grano e orzo si sviluppa quella degli alberi da frutta, nascono le classi. Nella seconda metà del periodo troviamo all'interno delle città dei palazzi, segno che è emerso un potere distinto del centro direzionale costituito dal compesso templare (che pure nella prima metà del periodo doveva essersi evoluto in senso di centro di potere). Questo potere si basa sull'esercito, protagonista dell'assoggettamento della campagna alla città (in questo periodo scompaiono i villaggi delle campagne, la cui popolazione viene attratta in città) e all'emergere di conflitti fra i vari centri urbani (costruzione di imponenti mura di cinta), che portano alla nascita di proto-imperi, anticipanti l'impero akkadico di Sargon (dal 2350). Il capitolo sull'India è invece curato da I.C.Glovier per quanto riguarda la civiltà di Harappa e da Himanshu Prabhor Ray per quanto riguarda l'India ariana. Già si è detto delle città vallinde del III millennio, pienamente comuniste come riconosce lo stesso autore (un paragrafo è intitolato Una società giusta e senza classi). Questi caratteri passeranno anche all'India del periodo successivo, pur essendo essa stata invasa dai patriarcali ariani. Si pensi al periodo dei Maurya (321-185 a.c.), il più importante dei quali fu Askoa, famoso per la sua tolleranza e la sua ahimsa (non-violenza). Dice l'autore a proposito di un trattato economico dell'epoca, l'Arthasastra, che "on y trouve à plusieurs reprises mention de la partie active que le roi avait le devoir de prendre à l'accroissement des richesses". Famose le leggi di Askoa, incise in tutto il paese. "Ces édits reposaient sur la notion de dharma, ou pieté, principe qui ne correspondait à aucune religion définie mais préconisait la responsabilité civique." La religione dominante era il buddismo, e si ricordi che l'organizzazione dei monasteri buddisti era comunistica, ed è dagli autori collegata all'eredità della civiltà di Harappa. Molto probabilmente all'epoca dei Maurya si era già affermata la proprietà privata portata dagli ariani, ma molte terre rimasero comuni e a livello sovrastrutturale i retaggi del comunismo urbano harappiano rimasero fortissimi.

Il capitolo sulla Cina è di Cho-yun Hsu. La prima dinasia cinese fu quella degli Xia. "D'après les récits légendaires, avant les Xia, une part essentielle du pouvoir était détenue par les seigneurs, qualifiés de "rois-sages" de l'ancienne "cour royale", et appelés à accéder au tr^one en fonction de leur mérites. Dès que le nouveau roi était investi, son prédécesseur abdiquait volontairement". Questi re saggi assomigliano enormemente ai re di Itaca cantati da Omero, dove il vecchio Laerte abdica, tornando alla vita agricola, per far posto ad Ulisse.

La situazione fu modificata dagli Xia. Alla fine del III millennio il mitico eroe Yu fu scelto a succedere al re saggio Shun. Con lui nasce la prima dinastia reale. E nato lo stato. Agli Xia succedono gli Shang (1600-1200), di cui si è individuata la capitale ad Anyang. Si sviluppa un complesso sistema di scrittura.

Le iscrizioni Shang, dette oracolari, incise su ossi animali e gusci di tartaruga, erano predizioni. Gli Shang disponevano di un esercito formato da arcieri su carro e da una fanteria armata di alabarde.

Il quarto volume della collana si intitola invece Le nouveau monde et le Pacifique. L'emergence des civilistions.

Parecchi i capitoli sulle culture mesoamericane. Nel periodo preclassico antico (1500-900 a.c.) e medio (900-500 a.c.) si sviluppa l'agricoltura, i villaggi sedentari e nascono delle chefferies (gli antropologi la caratterizzano per una popolazione di 10mila persone), che doveveno essere guidate da re saggi. Solo nel periodo preclassico tardo (500 a.c.- 200 d.c.) si sviluppano deli stati imperniati su vere e proprie metropoli: Monte Alban nella valle di Oaxa, Teotihuacàn nella valle del Messico, Tikal nel territorio maya, caratterizzanti il periodo classico (precedente alla dominazione azteca). Anche in Giappone -il capitolo è di M.J.Hudson- troviamo fino al IV secolo d.c. delle chefferies basate su abitati cinti da fossati (l'esempio migliore è Yoshinogari, prefettura di Saga). Si è nel periodo detto Yayoï, finito il quale (400 d.c.) troviamo uno stato e differenze di classe. Gli invarianti sono chiari: prima lo sviluppo di chefferies guidate da re saggi, capaci di dirigere l'attività agricola delle varie tribù (è la stessa situazione della Mesopotamia del periodo di Uruk), poi la nascita delle differenze di classe con relativo sviluppo della coercizione della città sulla campagna e sulle altre città per mezzo di esercito (il che significa che è nato lo stato). La questione è ora capire il perchè del secondo passo, classi e stato.

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La lettura e l'interpretazione delle società antiche da parte degli studiosi continua ad essere la nostra dannazione. Un buon lavoro "scientifico" intitolato "L'uomo egiziano" (S, Donadoni, Laterza) prodotto nell'ambiente del Museo Egizio di Torino è, socialmente parlando, di una piattezza esasperante; tutta la ricchezza di una società completamente diversa dalla nostra sparisce sotto un linguaggio zeppo di categorie borghesi; persino (o soprattutto?) le traduzioni dei vari brani sono sospette al solo leggerle.

Un altro esempio viene da volumetto questa volta "divulgativo" sulla civiltà peruviana dei Chimù e sugli scavi di Chan Chan (circa XII secolo); scritto da una giornalista che ha fatto ricerche sul posto (dice), ci ha fatto venire i nervi mica male. Solo dalle poche piantine pubblicate si capisce che siamo di fronte ad un immenso piano urbanistico unitario (una ventina di Km quadrati!) di tipo comunistico, con le solite costruzioni pubbliche, serbatoi, giardini, magazzini, ecc. e invece la signora va avanti per pagine e pagine a raccontar balle di sua e altrui invenzione. Balle ben documentate, s'intende, ma a partire dalla documentazione degli archeologi. Tanto per darti un'idea: un immenso spazio coperto da 58 stanze tutte uguali disposte secondo una simmetria ragionata, cosa può essere? Risposta n. 1: il mercato; risposta n. 2: la caserma; risposta n. 3: le prigioni. Oppure senti questa: cosa possono essere 40 stanze perfettamente allineate in file di 8x5, muri e soffitto molto spessi, interrate in una piattaforma di circa 50 metri di lato? Noi avremmo detto un magazzino comune, invece è il "tesoro". Ah, povera scienza!

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Nello studio delle prime forme sociali urbane ci siamo spesso imbattuti in civiltà che pur basandosi ancora su una produzione socializzata e presentando una distribuzione di tipo comunistico da parte di un centro direttivo centralizzato presentano le caratteristiche tipiche dello Stato: territorio politico e corpi armati.

Un esempio su tutti è quello dell'Egitto. Esso fu unificato, secondo la tradizione, dal re Menes. Questa figura mitica è stata identificata con il re storico Narmer, vissuto alla fine del IV mill. Egli è rappresentato in una celebre tavolozza di scisto proveniente da Ierakompoli e oggi al museo del Cairo.

Una faccia è divisa in tre parti: in quella superiore appare il re con la corona dell'Alto Egitto che si dirige verso dieci nemici decapitati, in quella centrale due animali fantastici che intrecciano i loro lunghissimi colli (simbolo dell'unificazione), nell'inferiore un toro (il re) che abbatte con le sue corna mura nemiche. L'altra faccia è divisa in due: nella parte superiore, che occupa quasi tutta la faccia, il re dell'Alto Egitto abbatte un prigioniero mentre il dio-falco Horus gli porta altri seimila prigionieri (sei fiori di loto a significare 6000 e una testa barbuta), nella parte inferiore a sn. un sedentario e a ds. un nomade pastore, i due tipi di nemici del re. In alto il nome di Narmer. È chiaro che nell'Egitto di quest'epoca non solo si combatteva (ciò che invece non succedeva nella Valle dell'Indo), ma l'attività bellica era un vanto per un potere centrale che si andava formando.

Eppure non si è affatto in un'economia mercantile, ma la produzione socializzata e la distribuzione comunistica rimangono vive fino all'epoca dei Tolomei. Bisogna rifarsi a quelli che la Sinistra chiamava, in Fattori di razza e nazione, "stati senza nazione".

Tutte le civiltà pre-elleniche sono a-nazionali, si basano ancora sull'unità gentilizia.

Ma la gens, come l'azienda oggi, è ormai una forma che non corrisponde più al contenuto. Dunque come oggi il capitalismo stesso sta rompendo i limiti d'azienda eliminando patriarcato, proprietà e Stato, così all'epoca l'etno-comunismo stesso rompeva i limiti di gens innestandovi il patriarcato, la proprietà e il potere statale (che non ha niente a che vedere con il sapere centralizzato dei precedenti raggruppamenti auto-organizzantisi, ordinati gratuitamente, alla base delle prime città come Caral, Catal-Hüyük o quelle vallinde, come invece credono i borghesi). Finché la gens continuerà ad esistere, la nazione (mercato nazionale, cioè distribuzione mercantile e non comunistica) non emergerà. Diceva Marx nella Prefazione del '59 "Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione".

Prendiamo l'esempio di Chan-chan. Nell'Enciclopedia universale dell'arte, Istituto Geografico De Agostani, vol.I, voce "andina protostoria", curata da José Imbulloni, si legge, a proposito dei quadrilateri (ca. 80 m. per 70), separati l'uno dall'altro da grossi muri, contenenti piccole case d'abitazione: "Nella coscienza [il che, giusta Marx, non significa nei contenuti] sociale e politica degli antichi Peruviani, che pur si era elevata [sarebbe più giusto dire che i contenuti si erano elevati] fino alla concezione dell'unità monarchica e teocratica dello stato, il vincolo della comunità gentilizia rimaneva sempre fortissimo. Insieme a tale vincolo con la propria gens conservavano gelosamente l'attaccamento da un lato all'origine mitica (‘pacarina') e dall'altro al capo ereditario (‘curaca'). Si spiega così la consuetudine che perfino i morti si seppellissero in cimiteri particolari, a Chan-chan e altrove, nell'area del proprio quartiere gentilizio. In quanto ai minori centri abitati, come Machu Picchu, Wiñai-Waina e gli altri che si trovano disseminati sulle montagne o nel versante che dall'altopiano scende al Pacifico, nei quali le case familiari non sono segregate in recinti chiusi, dobbiamo concludere che si trattava di unità omogenee nel rispetto della tradizione, della mistica e della persona del curaca". Se non sono villaggi appartenenti ad una sola gens, sono tribù o "grandi tribù", ovvero città pienamente comuniste come Caral, Catal-Hüyük, i centri vallindi.

La gens, alla base della comunità di villaggio, è presente un po' in tutti i modi di produzione antichi, nello Stato incaico con il nome di ayllu, presso gli Aztechi con il nome di calpulli, ecc. La stessa frammentazione linguistica cinese che impedisce l'adottamento di una scrittura alfabetica non può che essere spiegata con la mancanza di una nazione cinese pur essendo presente uno Stato. Leggendo La Cina prima degli Han, di W.Watson, Longanesi, si capisce come anche in Cina esistesse la gens (matriarcale, almeno in principio, ed endogama), che viveva in villaggi isolati rispetto alle altre gentes e all'interno dalla quale vigeva un'economia di tipo comunistico.

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Passiamo all'Egitto. Giusta la tua osservazione sulla presenza di esercito e unificazione politica del territorio, le prime dinastie egiziane portarono la doppia corona (alto e basso Egitto) probabilmente in seguito a campagne militari. Non solo: Snofru, della IV dinastia, occupò territori almeno fino alla Palestina, com'è attestato da incisioni rupestri con il suo cartiglio. Siamo quindi di fronte ad una politica non solo statale, ma imperiale. Narmer-Menes è probabilmente più leggendario che storico, sta di fatto che il suo cartiglio appare nella famosa tavoletta, il cui significato, vista l'immutabilità dell'iconografia egizia, è inequivocabile: guerra, prigionieri, fortezze, "stato" con virgolette ben evidenti.

Sappiamo che l'amministrazione centrale egizia era un qualcosa di molto complesso che è stato battezzato con i nomi utilizzati nelle gerarchie di altre civiltà: faraone-re, tempio-chiesa, fiduciari-prefetti, costruttori-architetti. Non è vero niente, ma la confusione è filtrata nella credenza comune e così l'immagine popolare dell'Egitto antico è di tipo monarchico-statale, mentre la società, come fai notare, è ancora di carattere gentilizio-matriarcale.

L'esercito è un elemento un po' particolare della società egizia. Da una parte compare con la stessa società e con la scrittura geroglifica alla fine del neolitico locale, con tutti i suoi caratteri maturi, compreso quello delle campagne di conquista esterna; dall'altra l'Egitto non ha mai avuto un apparato militare di mestiere, cosa che contraddistingue il militarismo statale. L'iconografia bellicosa di tutte le raffigurazioni commemorative dei vari faraoni non corrisponde alla realtà dei reperti e delle scritture. Le armi trovate nelle tombe sono spesso strumenti da parata, compresi i carri e nella lingua non esiste un termine per "guerra", mentre ce ne sono decine per definire il "nemico" o lo "straniero". Le azioni belliche sono sempre contro queste ultime due categorie e lo scopo è inevitabilmente quello di mantenere l'ordine, di eliminare il disturbo portato all'equilibrio della società egizia. Non esiste il soldato di mestiere ma una corvée fra le altre. Diciamo che il soldato è un "civile" con compiti particolari, che consistono spesso nell'andare a cercare metalli o prodotti pregiati fuori dai confini. Niente a che fare con i durissimi mesopotamici o, peggio ancora, ittiti.

Il soldato è descritto dalla formula rituale della "Profezia di Amenemhat": "l'ordine giusto torni al suo posto, il disordine iniquo sia gettato fuori". Ai confini e fuori, nelle fortezze, erano messi come coloni "cittadini che sanno prendere le armi" ecc. L'attività del soldato era talmente onerosa per la società egizia che nel medio regno essa viene affidata a mercenari "asiatici", quelli che fino ad allora erano considerati nemici. Gli Hyksos asiatici prenderanno poi il potere e uno di loro si fregerà del titolo, inusitato per un egizio, di "generale".

Con la cacciata degli Hyksos l'Egitto marcia fino all'Eufrate e diviene "impero", ha finalmente un esercito vero, però inserito in una struttura sociale che non è più quella di prima.

La rappresentazione del faraone da simbolico sterminatore di stranieri, diventa guerriero capo dell'esercito. Compare la terza corona, quella azzurra, simbolo di guerra e molti generali diventano faraoni. Eppure, nonostante tutto, fino a molto tardi continua la struttura gentilizia (forse il termine non si addice esattamente, ma manteniamo quello) e perciò non si stabilizzano rapporti di tipo statale. Questa struttura non viene spezzata dagli etiopi, dagli assiri, dai libici che chiamano i greci come mercenari, dai persiani, dai greci di Alessandro e poi dai romani, tutti conquistatori che portarono alle estreme conseguenze l'esercito e che trasformarono finalmente l'egizio in soldato vero, e per la prima volta, con i persiani, anche nelle vesti di abile mercenario negli eserciti altrui. Sono 3000 anni di storia a dirci che la forma antica pre-classica sulle rive del Nilo è stata dura a morire.

L'unità costruttiva quadrilatera di Chan Chan da noi osservata l'altra volta (Tschudi) misurava 444 metri per 303. Nella "città" ce ne sono almeno 10. Più tutto il resto. Che siano le residenze di gruppi gentilizi? Il mistero è affascinante, approfondiremo.

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Le costruzioni di Chan-Chan dalle mastodontiche dimensioni - 444 m. per 303 - cui facevate riferimento nell'ultima lettera, una decina in tutto, credo possano facilmente essere interpretate come magazzini-centri di redistribuzione. Ma la città, che copre, leggo sempre nell'Enciclopedia Universale dell'arte, "una superficie rettangolare della lunghezza media di 20 km. e la larghezza di 9", conteneva anche costruzioni di dimensioni ridotte. "La città non consiste in una indefinita successione di case edificate sulla direttrice di strade e vicoli, ma è invece formata dalla giustapposizione di un certo numero di grandi recinti, a pianta per lo più rettangolare, che costituiscono unità ecologiche a sé stanti, ciascuna separata dalle altre per mezzo di una grossa muraglia in uno dei cui lati si apre un unico ingresso. Le dimensioni variano dall'una all'altra, ma un rettangolo che misuri 80 m. per 70 può soddisfacentemente rappresentare l'estensione di un'area tipica". All'interno di queste "mura" si trovavano le case d'abitazione, disposte attorno ad un cortile dove si trovava una piscina-riserva d'acqua, una huaca ("piramide" cultuale), più in generale le strutture destinate all'intera comunità. Come si possono spiegare strutture simili? Molto probabilmente come sedi di gentes patriarcalizzate del tipo della zadruga degli slavi meridionali, che si trovavano anche in Russia (con il nome di vervi, come nelle leggi dalmate), dovevano esistere presso i tedeschi ed sono continuate ad esistere nel nivernese in Francia fino alla Rivoluzione, con il nome di parçonneries.

Engels le ricorda nell'Origine della famiglia ecc. Nella zona di Louhans (Saône-et-Loire) si conservavano, almeno ai tempi di Engels, delle abitazioni straordinariamente simili a quelle peruviane: attorno ad una "sala centrale comune, tanto alta da arrivare al tetto", si dispongono la camere da letto. Queste case contadine erano "abitate da più generazioni della stessa famiglia". Si tratta della comunità domestica patriarcale, passaggio dalla gens matriarcale alla comunità di villaggio in cui la terra viene coltivata individualmente e dove appaiono le prime forme di proprietà privata, dunque di famiglia monogama. Engels dice che questa comunità domestica è osservata da Nearco (Stradone, Geographicae, Liber XV, cap. I) nell'India dei tempi di Alessandro Magno, si trovava, a dire di Kovalevskij, nel Caucaso, e pure in Algeria presso i cabibi. "Essa deve aver fatto la sua comparsa persino in America, e la si vorrebbe scoprire nelle descrizioni di Zurita dei calpullis dell'antico Messico". Nel Perù incarico -forma più estrema del comunismo primitivo come poteva essere l'Egitto antico, società già pronte al passaggio ad un potere statale- "esisteva, all'epoca della conquista, un tipo di costituzione in marca (che, singolarmente, veniva chiamata proprio Marca) con periodica distribuzione delle terre coltivate, e quindi a coltivazione individuale": è la comunità di villaggio. Se esisteva questa all'epoca degli Inca, all'epoca dei Chimù di Chan-Chan vi poteva essere tranquillamente la "comunità domestica patriarcale con proprietà terriera in comune e coltivazione collettiva della terra".

Si tratta dunque di un comunismo primitivo estremamente sviluppato, secondario. A questo proposito nei Grundrisse Marx afferma che "la produzione comunitaria e la proprietà collettiva, quali esistono, per esempio, nel Perù sono evidentemente di tipo secondario, introdotte e trasmesse da tribù conquistatrici che avevano già conosciuto nel loro ambito la proprietà collettiva e la produzione comunitaria nella forma arcaica più semplice, quale la si trova ad esempio presso gli Indiani e gli Slavi. Parimenti il tipo riscontrato, ad esempio, presso i Celti del Galles sembra essere di carattere secondario, introdotto dai conquistatori presso le tribù che si trovano ad uno stadio sociale inferiore. La perfezione e l'espansione di questi sistemi instaurati da un centro supremo, ne indica l'origine più tarda". L'esempio egizio conferma ancora una volta come il comunismo primitivo di tipo secondario si possa sviluppare attraverso la conquista da parte di una tribù, il futuro centro supremo, di altre tribù.

Questa conquista non ha niente a che vedere con una guerra imperialista del tipo di quelle che già questi "imperi" comunistici conoscono nel loro passaggio verso lo stato (come l'Egitto ai tempi di Snofru). È piuttosto un modo particolare con cui le comunità primitive si legano spontaneamente per raggiungere, ad un dato momento, la famosa massa critica. Ma esiste un'altra maniera per mezzo della quale può avvenire un legame di questo tipo, capace di portare ad un comunismo primitivo estremamente sviluppato: il matrimonio. Sappiamo chiaramente che la gens, sia ai tempi del matrimonio di gruppo che a quelli del matrimonio di coppia, è rigidamente esogama, dunque entra necessariamente in contatto con altre gentes. Guerra e matrimonio, dunque, come protagonisti del formarsi di legami fra comunità primitive. Aut guerra aut matrimonio, addirittura. Dice Watson a proposito della Cina prima degli Han (che lui chiama feudale): "Per la famiglia [=gens](uterina [=matriarcale] o agnatizia [=patriarcale]) che li riceve, i generi e le nuore sono come i pegni sempre rinnovati di un patto anticamente stipulato. Sono come ostaggi, e la loro presenza attesta solidarietà secolari. Nei tempi feudali, un unico vocabolo servì a designare i riti dell'ambasceria e quelli dell'alleanza matrimoniale. I trattati erano accompagnati quasi sempre da uno scambio di donne. Il matrimonio è restato uno degli emblemi dell'intesa politica. Fin dall'origine, esso fu un principio di pace e serviva a mantenere una unione indissolubile fra le coppie di famiglie [gentes] che costituivano le antiche comunità rurali [tribù]".

Unione matrimoniale come alleanza, unità militare all'interno di una tribù, dunque. Non è un caso che "i soldati in guerra giuravano, dandosi la mano, il medesimo giuramento degli sposi. Il vocabolario non distingue la fedeltà coniugale dallo spirito di corpo militare". Ex contrario la mancanza di unione matrimoniale fra due gentes significa guerra. Nel matrimonio è dunque sempre latente l'ostilità nei confronti dello straniero, ovvero colui che proviene da una gens diversa. La prossimità coniugale "è fondata sopra sentimenti misti in cui entrano, in parti uguali, uno spirito di solidarietà e uno spirito di rivalità. Il vocabolo che significa congiunto significa anche rivale e perfino nemico. La donna introdotta nella famiglia agnatizia dei tempi feudali è un'associata che, ben presto trasformatasi in nemica, entra frequentemente in lotta con il suo sposo per difendere gli interessi della propria parentela. Il gruppo dei congiunti aggregati a una famiglia indivisa, che nello stesso tempo forma un lotto di ostaggi, è un partito di delegati che rappresentano un gruppo rivale". Come si dice, il matrimonio è l'unica guerra in cui si dorme con il nemico…

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Abbiamo provato a cercare su Internet qualcosa su Chan Chan, ma la ricerca è stata molto deludente, proveremo ancora, con più calma. La descrizione dei siti abitati, cintati, differenziati in maniera così eclatante fra abitazioni e "palazzi" (ma un palazzo lungo mezzo chilometro?) può solo avere la spiegazione da te prospettata. A Tshudi ci sono abitazioni anche dentro il recinto della grandissima costruzione. Tra l'altro, adesso che abbiamo visto le fotografie delle strutture scavate, notiamo che è impressionante la somiglianza con i centri cerimoniali egizi di tremila anni prima (piloni, entrata unica, mura istoriate, celle, ecc.) anche se sembra manchino le colonne.

A proposito di comunismo primario, secondario, ecc. bisognerebbe forse un giorno fare uno schema basato sulle conoscenze archeologiche disponibili. Non dimentichiamo che gli schemi finora a disposizione sono delle astrazioni - ottime ma astrazioni - basate su pochissimi dati. Quel che ci occorrerebbe è un lavoro come quello di Marx verso un livello più basso di astrazione, come dire... dai Grundrisse al Terzo Libro del Capitale.

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Ho letto l'articolo su Caral. Le uniche modifiche notevoli che vi ho apportato sono state dettate dall'ordine in cui mi sembrava più opportuno venissero disposti i paragrafi. Mi sembra -ma questo può dipendere dalla soggettività- che in questo modo l'articolo sia strutturato in maniera più ordinata. Per quanto riguarda il contenuto sono due le modifiche. La dimensione del sito, che era indicata in circa 100 ettari, l'ho corretta in circa 80 ettari (1 acro = 0,404687 ettari; 200 acri = 80,9374 ettari). In secondo luogo voi scrivevate che Marx ed Engels ponevano gli Incas nello stadio della "barbarie superiore", ma nell'Origine della famiglia ecc. Engels afferma parlando dello stadio intermedio: "cominceremo dall'occidente, poiché qui questo stadio non fu superato in nessun luogo fino alla conquista da parte degli europei"; e più sotto, esplicitamente: "i peruviani, al momento della conquista, si trovavano nello stadio intermedio della barbarie". Chiaramente oggi queste astrazioni sono state superate dalle scoperte archeologiche. Ad esempio in nessun luogo il ferro, posto ad inizio della barbarie superiore, venne lavorato prima che si incominciasse a scrivere, inizio della civiltà, se non in Italia. Sarebbe bene trovare categorie più precise. Comunque in generale l'articolo è un'ottima presentazione del sito, e può fungere da introduzione alla serie sulle prime città, dove i vari aspetti comunistici del centro peruviano dovranno essere sviluppati e confrontati a quelli degli altri luoghi del pianeta, individuando gli invarianti e le differenze dovute alle diversità geografiche e di livello di sviluppo delle forze produttive da queste dipendenti.

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L'articolo su Caral sarà fatto circolare ancora, dato che abbiamo tempo fino a dicembre (questo numero della rivista è già completo). Le tue osservazioni sono state tutte inserite, con quelle di Torino e Roma. Saranno probabilmente ampliate le nostre osservazioni in proporzione alla descrizione del sito. Pensavamo anche di aggiungere due righe sulla forma sociale dei Chimù, per confronto dopo 3.600 anni, per dire che l'uomo ci tiene, se vi sono le condizioni, a mantenersi legato al comunismo, anche se nel caso Chimù, è mediato - dicono - da una stratificazione sociale già molto precisa (sarà vero?). Alleghiamo un articolo del sito ufficiale peruviano e alcune foto di Chan Chan dove si vede bene il tipo di utilizzo dello spazio pubblico, simile a quello di tutte le società non ancora divise in classi. Quasi tutte le foto sono relative al gigantesco complesso "Tschudi" di cui avevamo parlato, 444 x 303 metri. Che diavolo poteva essere? Sarebbe interessante saperne di più, specialmente sui complessi delle abitazioni "normali".

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Naturalmente si segue la traccai di Engels in "Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato" dove le tre "categorie" compaiono nell'ordine, presupponendo le classi coeve alla proprietà privata. Però la tua domanda non è per nulla peregrina e comporta una risposta esauriente che dovremo cercare, se non pensiamo di aver beccato Engels in castagna (cosa peraltro possibile, dato che i nostri maestri non sono dei).

Fra i Greci lo Stato nasce quando c'erano già schiavi e proprietà, probabilmente prima di Pericle (al tempo di Solone vi erano già tutti gli elementi della società di classe e la giurisdizione conseguente, compresa una legge sulle ipoteche); fra i Romani anche, la repubblica aveva già sviluppato tutto; i Germani portano il vento fresco della barbarie ma con i Franchi devono reinstaurare lo Stato; c'erano già classi e proprietà. Però tu stesso hai evidenziato che in Mesopotamia nasce molto presto una forma statale, senza verosimilmente proprietà e con semplici stratificazioni sociali, anche se rigide: di che tipo poteva mai essere lo Stato? In effetti la stessa domanda si può porre per l'Egitto dell'antico regno e persino per quello medio. Probabilmente si può usare il termine anche per i non antichi Incas dell'epoca della conquista.

Salterà fuori quasi certamente che si tratta di una questione terminologica e che dobbiamo introdurre semplicemente una precisazione sulla base degli scritti di Engels. Altrimenti elaboriamo pure, vuol dire che quando scriveremo gli articoli faremo precedere una "tavola esplicativa". Lo farebbe lo stesso Engels.

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Lancio un'impressione: dalle evidenze archeologiche, soprattutto dai rilievi topografici, sembra che l'organizzazione sociale sia già per famiglie distinte e non più per gentes, come sembra di capire dai rilievi peruviani.

Questo è curioso, perché la società doveva ancora essere ad organizzazione prettamente comunitaria. Inoltre mancano del tutto, a differenza che in altre società, le sedi visibili di un "centro" di coordinamento politico o religioso, mentre c'è già, sembra, la divisione del lavoro.

Ti riproduco qui sotto quello che ricavo dalla bibliografia dei testi che ho (asterisco). Buona ricerca.

- M. Wheeler, Indo e Gange, Il Saggiatore, 1963 (*).

- G. Mandel, La civiltà della Valle dell'Indo, Sugar, 1975 (*).

- G. Clark, La preistoria del mondo, Garzanti, 1977 (*).

- Cambridge History of India, vol I.

- S. Piggott, Prehistoric India, Pelican, 1950.

- V. A. Smith, Oxford History of India, 1958.

- B. Subbarao, The personality of India, University of Batoda, 1958.

- D. H. Gordon, The prehistory background of indian culture, Bhulabhai Memorial Institute, 1958.

- A. L. Balsham, The Wonder that was India, (?) 1954.

- Ancient India, Pubblicazione annuale della Direzione Generale Scavi Indiani.

- Indian Archaeology, rivista (periodicità?).

- T. G. Aravamuthan, Some survivals of the Harappa culture, 1942.

- M. Cappieri, L'India preistorica, 1960.

- J-M. Casal, Fouilles d'Amri, 1964; La civilisation de l'Indus, 1969.

- F. G. Dales, The decline of the Harappeans, in Scientific American n. 214, 1966.

- S. K. Dickshit, An Introduction to Archaeology, 1955.

- C. J. Gadd, Seals of Ancient indian style found at Ur, 1932.

- E. J. Mackay, Further excavations at Mohenjo Daro, 1938; Chanhu Daro excavations, 1943; Early Indus civilizations, 1948.

- J. Marshall e altri, Mohenjo Daro and the Indus civilization, 1921.

- H. Mode, Das Fruehe Indien, 1959.

- R. Raikes e R. H. Dyson, The end of the ancient cities of the Indus, in American anthropologist n. 3 del 1963.

- M. S. Vats, Excavations at Harappa, 2 voll., 1958.

- C. R. Hunter, The scripts of Harappa and Mohenjo Daro, 1934.

- Nath Pran, The deciphrement of the inscriptions of Harappa and Mohenjio Daro, 1934.

- B. Allchin, The birth of indian civilization, Pelican, 1968.

- W. A. Fairservis, The roots of ancient India, 1975.

- H. D. Sankalia, Prehistory and protostory of India and Pakistan, Poona, 1974.

- R. Thapar, A history of India, Pelican, 1966.

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Cari tutti, mi è arrivato il libro sulla civiltà dell'Indo che avevo ordinato come prestito interbibliotecario quando eravate qui voi. È molto interessante. Confermando ciò che dice Clarck e all'opposto di quanto afferma invece la voce sulla civiltà di Harappa dell'Enciclopedia dell'arte della De Agostani vi si sostiene la formazione locale della civiltà vallinda, con gran copia di dati archeologici. L'introduzione dell'agricoltura e dell'allevamento data nella zona all'inizio del VII millennio, e già dal IV troviamo in molti siti caratteri di quella che sarà successivamente la civiltà di Harappa nel suo stadio maturo (2500 – 1800). Questa unità (ad esempio nella ceramica, ma non solo) di un'area molto vasta che raggiunge addirittura l'Afghanistan meridionale e la cui influenza si spinge fino all'Asia centrale meridionale (ex-repubbliche sovietiche) indica che i contatti fra le varie comunità di villaggio sono ben forti già in un'età precedente la c.d. "rivoluzione urbana". In effetti per imprese come la costruzione ex novo di una città a pianta ortogonale con tanto di strutture per il flusso e deflusso delle acque è indispensabile una ferrea pianificazione e organizzazione del processo produttivo su vasta scala che implica automaticamente una cooperazione su scala altrettanto vasta. Non solo servono gli specialisti nella costruzione di metropoli di dimensioni che gli scavi più recenti indicano come colossali, ma è necessaria pure l'esistenza di un vero e proprio esercito di produttori di cibo per sfamare questa popolazione di specialisti. Sembra impossibile che villaggi che non intrattengano relazioni cooperative molto forti possano essere all'origine di un'esperienza come la costruzione delle città vallinde. Doveva esistere fra i villaggi una collaborazione nel processo produttivo agricolo (opere di controllo delle acque, ecc. ecc.) che trovasse sbocco naturale nelle città pianificate di Mohenjo-Daro, ecc. ecc.. In Mesopotamia questa collaborazione fu imposta dalle grandi organizzazioni templari e palatine. Solo dopo che l'agricoltura venne organizzata grazie a canali e simili le grandi organizzazioni poterono riorganizzare anche la loro sede, la città, secondo un piano ben preciso (se i giardini pensili esistettero realmente dovevano esistere anche a Babilonia delle strutture per il flusso e deflusso delle acque). Riassumendo: prima le opere di colonizzazione agricola (pianificata), poi opere di "colonizzazione" urbana pianificata.

Sembra quasi che nella valle dell'Indo la colonizzazione agricola pianificata abbia avuto come centro propulsore non la grande organizzazione urbana ma piuttosto la miriade di villaggi che poi si sono necessariamente fusi in un unico sistema urbano. In effetti, come dimostra la Mesopotamia, città pianificate sono impossibili senza un'agricoltura organizzata dalle strutture di controllo delle acque. Semplificando le cose (perché è sempre così quando si cerca di individuare una catena di causa-effetto, artificio che utilizza lo storico ma assente nella realtà) potremmo dire che in Mesopotamia è la grande organizzazione (tempio o palazzo) che crea un'organizzazione pianificata nello spazio e nel tempo del processo produttivo agricolo, riuscendo poi a organizzare allo stesso modo la città; mentre nella valle dell'Indo sembra che siano i villaggi a organizzare l'agricoltura permettendo così la nascita di città anch'esse pianificate. Ma se questo fosse vero i fini dell'organizzazione pianificata dell'agricoltura non sarebbero classisti, come avviene invece in Mesopotamia o in Cina (cfr. il libro che hai detto di avere anche tu sulle zone economiche chiave), ma dovuti alla spontanea collaborazione fra villaggi comunistici. Un bel passo in avanti nel nostro lavoro...

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

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