E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale, Torino
Temi: Il 200° anniversario di un Marx inesistente, Governo 2.0, Il rovesciamento della prassi. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Riprendendo lo studio sull'evoluzione storica cinese (3)

Qui verrà affrontato solo il periodo che dai massacri di Canton e Shanghai del 1927 vedranno masse di contadini e proletari cinesi guidate dal Partito comunista scontrarsi e battere le armate del Kuomintang ...

Cina 1927/1949 - Verso la Repubblica Popolare cinese - Ottobre 1949

Premessa

Il presente lavoro prosegue quanto svolto nell'incontro di gennaio e, al di là dell'aspettativa dei compagni, non tratterà dell'evoluzione della Cina dal 1927 fino ai nostri giorni. Qui verrà affrontato solo il periodo che dai massacri di Canton e Shanghai del 1927 vedranno masse di contadini e proletari cinesi guidate dal Partito comunista scontrarsi e battere le armate del Kuomintang (appoggiate alla fine della seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti) fino alla proclamazione della Repubblica Popolare cinese nel 1949, tratteggiando brevemente gli elementi salienti di questo percorso storico.

Ci fermeremo dunque alla proclamazione della Repubblica perché troppo complesse sono le trasformazioni economiche e sociali, che la rottura rivoluzionaria ha provocato in questo paese, per poterne parlare qui per lo meno in modo sufficiente. Basti pensare al tema dell'accumulazione originaria ed alla riforma agraria e ci si rende immediatamente conto della necessità di rimandare ad altri momenti la conclusione del quadro che ci eravamo prefissati quando abbiamo cominciato questo studio sulla storia passata della Cina e, cosa per noi ancora più importante, sulle sue prospettive all'interno della presente dinamica del capitalismo mondiale.

Non riprenderemo qui il tema della sconfitta della Internazionale Comunista, piegata definitivamente agli interessi del Russia borghese 'di Stalin', che vede il partito dell'Ottobre '17 rinunciare all'assolvimento del doppio compito, della doppia rivoluzione e fermarsi alla soluzione dei compiti che una rivoluzione democratico-borghese impone.

Ricordando che una rivoluzione è un processo storico che abbraccia decenni, se non addirittura secoli, abbiamo più volte sottolineato il concetto che il soggetto dello scontro sociale che porta ad una nuova formazione politica – ad un nuovo Stato – non è dato principalmente dalla lotta delle classi, con alla testa i rispettivi partiti, quanto dalla lotta di un modo di produzione nuovo che nasce nelle viscere del vecchio modo di produzione e che, di questo, ha necessità di liberarsi: un nuovo e superiore livello di organizzazione sociale si sta sviluppando all'interno della vecchia e ormai superata organizzazione e le classi sociali, con i rispettivi partiti alla loro testa, non ne sono che strumenti.

Da questo parte la nostra – della corrente a cui ci rifacciamo e continuamente riaffermata da oltre un secolo – comprensione del fatto che la rivoluzione marcia da occidente ad oriente arrivando al punto di aver abbracciato oggi tutte le fondamentali aree geostoriche. La rivoluzione dunque non è data dalla pretesa volontà delle classi e dei partiti. Essa è un processo storico che determina il movimento delle classi e dei partiti i quali possono sì in certi casi diventare soggetti di decisione e volontà: non certo capaci di dettare dei compiti alla rivoluzione, quanto di prendere consapevolezza di esserne interni, dunque di agevolarne o frenarne il corso.

Non fa eccezione la storia della rivoluzione in Cina e il merito del partito 'comunista' di Mao Tze-tung non è certamente quello di averla provocata; se indubbio merito ha avuto questo partito, dopo esserne stato il prodotto, è quello di averne assecondato lo sviluppo liberando dal suo percorso quanti più ostacoli gli era possibile, fino alla proclamazione della Repubblica nell'Ottobre del 1949. È questo un passo fondamentale non per 'costruire' – termine da imprenditore edile, possiamo leggere in un Dialogato– il socialismo o il comunismo, quanto per assecondare lo sviluppo di una rivoluzione democratica, di una accumulazione capitalistica, di una collocazione della Cina sul livello dei più moderni paesi capitalistici. Passo fondamentale per una potente accelerazione del moderno lavoro associato; base fondamentale per la formazione – fin da ora, pur all'interno dei pori della società borghese – della negazione di rapporti sociali dettati dalla legge del valore e di rapporti in-umani mercantili: negazione, e nello stesso tempo affermazione, della futura società comunista.

Nel corso di questa relazione verranno presentati i più importanti episodi che segnano lo scontro fra Pcc e Kmt, alcuni dei quali senz'altro meriterebbero di essere approfonditi. Ci potranno essere dei compagni che non conoscono questi passati avvenimenti, come ce ne sono altri che sicuramente conoscono molto bene questo tratto della storia cinese. Se ai primi allora questo lavoro risulterà una piccola introduzione ad un approfondimento successivo, si spera che per i secondi esso riesca a svolgere la funzione di un catalizzatore che aiuti ad attrarre ed unificare, centralizzare, le varie conoscenze verso un risultato superiore.

Concludendo questa premessa: non essendoci mai posti il problema di una ricerca di tipo accademico, bensì quello di un lavoro di militanti comunisti che vogliono segnare un trait d'union fra il precedente lavoro di gennaio – Riprendendo lo studio sulla evoluzione storica cinese – ed uno futuro ben più impegnativo sulla dinamica e traiettoria della Repubblica Popolare cinese dal 1949 ai giorni nostri, si è ritenuto sufficiente per ora limitarci al lavoro di Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, ed a quello di Enrica Collotti Pischel, Storia della rivoluzione cinese, di cui si usano qui per comodità i titoli dei vari capitoletti.

I. – L'inizio della lotta armata

a) Repressione e rivolta

Il soffocamento dell'esplosione rivoluzionaria del '27, con la distruzione delle Comuni di Shanghai e Canton, mette fine ad ogni possibilità, nel breve periodo, di vittoria della stessa rivoluzione democratica in Cina.

L'Internazionale Comunista ha ormai esaurito il proprio ruolo di partito del proletariato mondiale e sempre più diventa un docile strumento nelle mani del partito russo al potere, la cui strategia si rivelerà in modo sempre più palese finalizzata al rafforzamento nazionale e nazionalista russo. Ed è tale strategia che conduce ad insistere, fino al suo tragico epilogo, sulla sottomissione del Partito comunista cinese al Kuomintang, al punto da razionalizzare in vittoria la sconfitta del grandioso sciopero di Hong Kong, durato 16 mesi: la fine dello sciopero rappresenta – così l'Internazionale e gli stessi comunisti cinesi – un fatto positivo perché diventa un oggettivo appoggio alle truppe del Kmt che avanzano verso il Nord.

Ripetiamo brevemente quanto già detto nel lavoro precedente: l'abbandono della concezione rivoluzionaria espressa fin dal 1905 nelle Due tattiche di Lenin e magistralmente applicata nell'Ottobre 1917 (con il suo doppio compito: democratico borghese all'interno della Russia e comunista a livello internazionale) ed il conseguente scivolamento nella concezione piattamente menscevica delle fasi (la 'fase attuale' vede la possibilità della rivoluzione democratica, quindi deve essere la borghesia a dirigerla), porta alla perdita dell'indipendenza politica ed organizzativa del Pcc – fortissimamente denunciata da Trotsky – ed è alla base della impossibilità di evitare i massacri del 1927.

L'Internazionale è ormai perduta e la sua stessa sinistra non riuscirà ad uscire definitivamente da quella concezione frontista che essa stessa ha contribuito, fin dal 1921, a diffondere. Insieme a tutte le varie sezioni nazionali – trasformate ormai in partiti 'comunisti' nazionali – lo stesso Pc cinese non potrà evitare di respirare e fare propria l'ideologia che ormai domina l'Internazionale, al di là di ogni chiacchiera sul 'comunismo' di Stalin.

Con i massacri di Shanghai e Canton si chiude dunque la possibilità della realizzazione di un fronte unito col Kuomintang e da questo momento rimarrà indelebilmente marchiata nel DNA del Pcc la consapevolezza che la realizzazione della rivoluzione in Cina sarà possibile solamente con le armi in pugno. Il partito dovrà dunque dotarsi a) di una strategia che individui gli aspetti fondamentali per la realizzazione della rivoluzione e b) di una forza armata indipendente da qualsiasi altra forza e sottoposta esclusivamente al Cc del partito stesso.

b) La rivolta di Nanchang

Si apre a questo punto un nuovo capitolo della storia della rivoluzione in Cina.

Se la repressione falcia gran parte del Pcc, essa provoca anche una crisi fra le forze armate del Kmt all'interno delle quali vi sono quadri intermedi che, se è vero che non sono comunisti, allo stesso tempo non hanno deciso di abbracciare totalmente il regime di Chiang Kai-shek. La fluidità ed instabilità della situazione mostra che in molte unità combattenti, a volte basta il coraggio di uno o di pochi per spostarne l'orientamento.

Il I° agosto 1927 assistiamo alla rivolta di Nanchang ed alla formazione di un embrione di esercito popolare, a seguito di ammutinamento di reparti del KMT diretti da comunisti. Questi rivoltosi non hanno una chiara visione dei loro obbiettivi e mantengono ancora l'originaria bandiera azzurra. La città rimane occupata per un paio di giorni, ma alla fine deve essere abbandonata dopo aver subito molte perdite. Dei 30.000 ammutinati di Nanchang, ne rimangono poche migliaia quando si congiungono – guidati da Chu Teh – con le forze di Mao Tse-tung, nell'aprile 1928, a Lingsien, nell'Hunan. Con questo incontro si pongono le basi per quella che passa alla storia come la guerra di lunga durata.

c) La insurrezione del raccolto d'autunno

Il 7 agosto 1928, il Cc del Pcc dà l'indicazione della insurrezione del raccolto di autunno, secondo e più importante raccolto di ogni anno nella Cina meridionale e per tale motivo questo è il periodo di maggior tensione fra contadini poveri e proprietari terrieri.

Comincia a delinearsi chiaramente la volontà di indipendenza del Pcc dal Kmt in quanto quest'ultimo viene visto come uno strumento dannoso alla rivoluzione. La bandiera dei rivoluzionari ora non sarà più quella azzurra; pertanto bisogna (Mao Tze-tung) "lasciare al Kuomintang la sua bandiera che è ormai soltanto la bandiera nera del terrore dei nuovi signori della guerra e di levare alta la bandiera rossa". Ciò non significa credere che la lotta del Pcc e dei milioni di contadini ai quali esso cercherà di legarsi sia una lotta che esce dal quadro democratico-nazionale, quindi borghese, per il solo fatto di proclamare il principio per cui la terra deve essere soltanto di chi la lavora.

La rivolta scoppia nell'Hunan il 9 settembre. Dopo un iniziale successo, essa viene stroncata col fallimento dell'attacco a Changsha, capitale della provincia. Il 15, lo stesso Mao ordina, alle poche forze rimaste, la ritirata.

d) La base di Chingkangshan

Riparati sull'acrocoro di Chingkangshan, al confine fra l'Hunan e lo Jiangxi, comincia a tratteggiarsi quella che sarà la strategia futura del Pcc: formazione di basi territorialistabili per la lotta che avranno la caratteristica di un locale 'potere statale' poggiante sì sulle masse contadine anche ideologicamente arretrate, ma con il preciso e ferreo controllo del Partito. Rottura dunque, in queste zone, del potere dei vecchi notabili di villaggio e formazione di una nuova rete di rapporti che distrugga la vecchia proprietà fondiaria. A tal fine va sottolineata l'importanza della formazione di una forza armata controllata dal Partito il quale matura la piena consapevolezza che il potere politico poggia sulla canna del fucile, e questa potrà essere correttamente puntata solo se diretta dal partito stesso.

Tale strategia viene combattuta dalla direzione del partito, che si trova ancora a Shanghai. Va ricordato che dopo i massacri di Canton e Shanghai della primavera 1927, l'Internazionale cerca di forzare la situazione con delle 'insurrezioni' basate su un inconcludente volontarismo.

Mao viene criticato per il suo 'immobilismo' nella base di Chingkangshan. I temi in questione sono: 1) creazione di basi territoriali stabili e quindi formazioni militari leggere di guerriglia a queste legate, oppure 2) una unica forza armata centralizzata, da far convergere dove vi fosse bisogno.

Sconfessando di fatto la linea insurrezionista del Partito (e dell'Internazionale di Mosca), Mao, rendendosi conto che per il momento non vi è alcuna possibilità di una nuova ondata di lotta dei contadini, opta per la prima ipotesi: la formazione di basi territoriali (impropriamente chiamate soviet).

Tale posizione viene rafforzata quando le sue forze respingono l'attacco dell'esercito regolare nazionalista di Chiang, catturandone diverso materiale.

e) Gli altri 'soviet' e la nuova Comune di Canton

Altre basi rosse sorgono, ma la loro vita risulta effimera in quanto prodotto di truppe sbandate dopo il fallimento della rivolta di Nanchang, più che il prodotto di una linea politica precisa.

Queste esperienze in ogni caso hanno, per l'I.C. ed la direzione del Pcc, soprattutto l'importanza di tener impegnate considerevoli forze militari nazionaliste, nella illusione di stornarle in tal modo dall'impegno di reprimere i propri velleitari tentativi insurrezionisti. È così che prende corpo, l'11 dicembre 1928 a Canton, una nuova insurrezione diretta dai comunisti Ye Chien-ying e Chang Tai-lei. La città viene occupata facilmente ed il nuovo potere proclama la instaurazione di una nuova Comune di Canton.

L'esperienza dura tre giorni: il 14 dicembre, 8.000 comunisti restano sul terreno ad opera della immediata repressione dei nazionalisti. La caccia ai comunisti da ora diventa sistematica per Chiang: basta pensare che dal 1927 al 1933, il Pcc perde i 4/5 dei suoi effettivi.

Per Stalin e l'Internazionale, la sconfitta e l'inevitabile repressione non è dovuta alla impostazione politica dell'Internazionale stessa, naturalmente; essa è dovuta a pretesi errori e ad una pessima applicazione delle direttive che arrivano da Mosca.

II. – La ricerca della strategia di lotta

a) La linea Li Li-san: i guerriglieri all'assalto delle città

Contro la linea di Mao – e dunque dell'attestarsi delle forze del Pcc nelle campagne – si oppone la strategia di Li Li-san, dominante nel partito dal 1928 al 1931, consistente nello sforzo di provocare una ripresa della lotta nelle città. L'organizzazione armata del Pcc, formatasi nelle zone rurali, deve dunque svilupparsi in funzione della lotta nelle città, anello indispensabile per la vittoria della rivoluzione. Per Mao invece – che non dimentica certo che la rivoluzione potrà concludersi solamente con la conquista di tutti i centri più importanti – le forze armate devono svilupparsi nelle ed attorno le basi rosse formatesi nelle campagne ed il fine deve essere quello di ampliare queste stesse basi.

Frattanto sono non poche le diserzioni nel Kuomintang: i soldati del Kmt sono contadini ed il rifiuto della repressione di altri contadini – siano pure del Pcc – spinge alla diserzione di qualche reparto che passa nelle file dei comunisti con tutto l'armamento. Ad esempio, nell'estate del 1928, tutta la guarnigione di Pingkiang diserta dal Kmt per aggregarsi ai comunisti del Chingkiangshan.

b) L'estendersi della guerriglia

L'arrivo di nuove forze rende la base troppo angusta e Mao e Chu Teh sono quindi costretti, all'inizio del 1929, a cercare una base territoriale più ampia e muovono verso il Jiangxi in direzione sud/sud-est e con la battaglia di Tapoti, all'inizio di marzo – battaglia che porta a definire i principi della guerriglia: duttilità, velocità, concentrazione delle forze –, si assiste all'estensione delle basi rosse e delle forze della guerriglia, nello Hunan e soprattutto nel Jiangxi. Qui si dà vita a degli elementi di una riforma agraria che vede una iniziale confisca delle terre dei contadini ricchi e ridistribuzione a quelli poveri.

Nell'estate del 1930, la messa in atto della linea Li Li-san porta tutte le forze comuniste al tentativo di conquistare Nanchang e Changsha quale punto di partenza per la successiva conquista di Wuhan e Shanghai. Dopo che il 29 luglio si assiste ad un effimero successo a Changsha, il 4 agosto le forze comuniste sono costrette a ritirarsi mancando dell'indispensabile appoggio di una rivolta popolare. L'insistenza nel tentativo di riprendere la città causa molte perdite fra le file dei rivoluzionari ed in settembre appare chiaro che si rischia una disfatta totale: sono Mao e Chu Teh ad incitare, a questo punto, i soldati a disobbedire agli ordini dei commissari politici di Li Li-san.

c) La disfatta di Li Li-san e la linea Wang Ming

La rottura nel Pcc è netta e la stessa direzione del partito – in perfetto accordo con l'Internazionale – sconfessa la strategia del 'colpevole' Li Li-san, anche se questo non significa l'adozione della strategia di Mao Tze-Tung.

Dopo la 'linea Li Li-san', si consolida la linea Wang Ming, ossia dei giovani 'bolscevichi' che sono stati formati all'università dei popoli orientali di Mosca e che non hanno alcuna esperienza diretta con le lotte del proletariato e delle masse contadine in Cina. Col settembre 1931 essi si insediano alla segreteria del Pcc, ma per l'Internazionale la natura del 'cambiamento' consiste sostanzialmente nel riverniciare la vecchia strategia disfattista.

Al suo opposto, l'indicazione di Mao è di legarsi strettamente alle masse contadine; conoscere profondamente la loro realtà; cogliere la loro fiducia nelle 'esposizioni di amarezze'. Tutto questo deve essere alla base della lotta contro il trasformismo di vecchi notabili locali che possono portare a situazioni come l'incidente di Fu-tien che sembra sia stato l'unico caso di insubordinazione delle forze rosse al comando centrale e quindi da quest'ultimo immediatamente represso. Insomma, la 'democrazia diretta' deve essere la forma politica che vede lo sviluppo del legame partito-masse (quindi delle zone rosse e dei ranghi della guerriglia) per una profonda riforma agraria.

d) La vittoria sulle campagne di annientamento

Per il Kuomintang diventa improrogabile porre fine alla presenza delle zone rosse e soprattutto delle forze militari del Pcc. Per tale motivo, dall'autunno 1930 al settembre 1931, Chiang scatena tre campagne di accerchiamento ed annientamento contro i comunisti.

Le prime due si risolvono in autentici disastri con la perdita di molti uomini ed armi. Le truppe nazionaliste, strutturate per le statiche battaglie campali, ben poco possono contro la grande mobilità dei comunisti che si muovono come i pesci nell'acqua e che hanno dalla loro la simpatia dei contadini che li informano sui movimenti degli avversari. La terza, che impegna 300.000 uomini, vede prima della sua fine il passaggio di un'intera divisione nelle file dei comunisti. Quest'ultima campagna si chiuderà in dicembre anche perché, nel frattempo, si assiste alla occupazione – iniziata nel settembre 1931 – della Manciuria da parte dell'esercito giapponese.

Nulla di strano che dal settembre al dicembre del '31 Chiang continui a tenere impegnate le sue forze nel tentativo di sterminare i comunisti, visto che per lui se "i Giapponesi sono una malattia della pelle, i comunisti una malattia del cuore" [Sabattini, p. 600].

Il fallimento delle campagne di annientamento estende le basi rosse che, tra il 1933 e '34, sommano una popolazione di circa 9 milioni di persone: 4 nel Jiangxi-Fujan, 2 a cavallo del confine Hubei-Ahnui, ed altri 3 milioni sparsi su altre basi minori.

Nel resto della Cina la repressione è sempre più intollerabile: le continue retate costringono pure il Cc del partito a riparare nelle zone rosse.

e) La fondazione della 'repubblica sovietica'

È in una tale situazione che si svolge il I° Congresso dei soviet di tutta la Cina (7 novembre 1931) che proclama la nascita della Repubblica cinese degli operai e dei contadini con Mao Tze-tung presidente del consiglio dei commissari del popolo. A questo punto, si può ben vedere come la storia della Cina della prima parte del XX° secolo è costellata dalla 'nascita' di repubbliche varie e, come le altre, anche questa farà parte di una delle diverse effimere 'repubbliche'.

La lotta nel partito a questo punto si sviluppa fra la strategia di Mao, mirante a dedicare le energie del partito non soltanto a compiti militari, ma anche a compiti legislativi ed amministrativi nelle zone rosse, quindi al rafforzamento di queste stesse zone, e la 'linea Wang Ming', favorevole ad una estensione delle zone 'sovietiche' attraverso l'attacco ad intere provincie. In questo periodo, nel Pcc declina la strategia di Mao a favore di quella di Wang Ming. Chou En-lai ha il compito di seguire la ristrutturazione delle forze del Pcc e nella Conferenza militare di Ningtu (primavera 1932) si tracciano le basi per trasformare la linea di guerriglia nella linea dell'avanzata e dell'offensiva. In fin dei conti sembra una forma diversa della precedente 'linea Li Li-san', velata quel tanto per non parlare esplicitamente di attacco alle grandi città che in esse si trovano.

Il Kuomintang – fra il giugno 1932 ed il marzo 1933 – scatena la quarta campagna di annientamento mettendo in moto 500.000 uomini. È un altro scacco per i nazionalisti, perché il Pcc – combinando la guerriglia con la guerra di posizione – riesce a conservare la sua base centrale, pur perdendo quella più a Nord dell'Hubei-Ahnui da dove le forze rivoluzionarie devono riparare nel Sichuan, costretti a lasciare i contadini disarmati di fronte alla feroce repressione dei nazionalisti.

La grande base centrale del Jiangxi non è caduta, però ora è completamente circondata.

f) Il crollo della base centrale

Resisterà fino all'autunno del 1933 quando parte la quinta campagna di annientamento e questa volta sembra portare ai nazionalisti i frutti sperati: con una rigida difesa del territorio conquistato (linea di casematte in cemento, di volta in volta costruite sempre più in profondità) ed un'abile infiltrazione all'interno della zona rossa, il Kmt ha vita relativamente facile soprattutto perché qui il Pcc adotta la strategia della guerra di posizione, limitandosi alla difesa del territorio con una propria costruzione di casematte che in ogni caso non possono competere con quelle degli avversari e soprattutto nulla possono contro l'aviazione in possesso di Chiang.

È evidente che a questo punto non possono non infuriare le polemiche fra i fautori della guerriglia e quelli della guerra di posizione. In ogni caso, è bene ricordare che le forze del Pcc sono completamente circondate e che, in questa situazione, scarseggiano sì quegli armamenti che il Kmt ha in abbondanza, ma soprattutto scarseggia il chinino(che nella zona malarica dove si trovano è fondamentale) ed il sale.

In sintesi, la sconfitta delle forze rivoluzionarie non è data tanto dalla mancata applicazione di questa o di quella strategia, quanto dal fatto che i nazionalisti, in questo periodo, hanno forze estremamente preponderanti.

Il 15 e 16 ottobre 1934, ormai completamente accerchiati, 100.000 uomini (fra questi: i quadri del partito, dell'esercito, i tecnici) riescono a forzare ed a rompere la morsa dell'accerchiamento: ha inizio così quella che passerà alla storia come la 'lunga marcia'.

Su quanti rimarranno indietro e sui contadini si abbatterà l'attesa repressione. In particolare, delle mogli e dei figli di comunisti che non possono partire per la lunga marcia, non rimarrà vivo nessuno.

III. – La Cina del Kuomintang

a) Chiang Kai-shek ed i signori della guerra

Fra il 1927 ed il '37, la repressione del Kmt provoca circa 3 milioni di morti: il termine 'nazionaliste' riferite alle forze armate di Chiang Kai-seck è ora decisamente improprio, perché questi ormai è un signore della guerra al pari degli altri e più degli altri.

Pur di annientare i comunisti, Chiang stringe continuamente accordi, più che combatterli, con i vari signori della guerra che, in ogni caso, esprimono interessi locali, personali, quindi separatisti; egli dovrà lottare per molti anni contro questi prima di affermare definitivamente la propria autorità militare e politica il Kuomintang, culminata con l'elezione alla presidenza della repubblica nel novembre 1935.

Va tenuto presente in ogni caso che la lotta contro i signori della guerra non assume mai il carattere ultimativo della lotta contro il Pcc. Per quanto aspro possa presentarsi lo scontro nel primo caso, esso tuttavia rimane interno al quadro economico e sociale di una situazione semicoloniale e semifeudale della Cina, dove tutti possono convivere e curare i propri interessi; al contrario, nel secondo caso, la lotta contro il partito comunista è espressione della lotta fra controrivoluzione e rivoluzione: borghese sì, ma sempre rivoluzione!

Se nel caso di Chiang – e di tutti i signori della guerra, comunque – non va negato il tentativo di modernizzare, all'interno dei territori sotto il loro dominio, le strutture produttive – ed in primo luogo l'esercito – allo stesso tempo va sottolineato che questa modernizzazione non va oltre il quadro della difesa degli interessi dei proprietari fondiari e dei notabili vari che costituiscono il tessuto sociale della vecchia Cina, oltre alla necessità di stringere affari con i rappresentanti del capitalismo mondiale presenti nel paese.

b) Chiang ed i compradores

Sul piano della penetrazione economica nel tessuto produttivo cinese, a differenza delle vecchie potenze capitalistiche che hanno immobilizzato i propri capitali principalmente nelle varie attività industriali, estrattive o nelle ferrovie, il più giovane e rampante capitale americano mira soprattutto alle attività finanziarie: banche, assicurazioni, ecc. Ed è su questo terreno che compaiono i compradores, ossia quei cittadini cinesi che, in quanto proprietari fondiari o azionisti in qualche grado su attività produttive o più semplicemente assassini 'in grande stile', riescono ad accumulare quel denaro sufficiente ad entrare nel giro del capitale finanziario.

Su questa base si sviluppano gli intrecci personali a carattere familiare. La famiglia è una azienda ed i suoi componenti sono unità di produzione. Un uomo ed una donna, più che sposarsi l'un l'altro, sposano la famiglia dell'altro. Ciò significa che quando la figlia maggiore del potente 'mafioso' di Shanghai, 'Charlie' Soong, a suo tempo sposa Sun Yat-sen, è la famiglia Soong che sposa la famiglia di Sun e, attraverso questi, il Kuomintang: non il generico Kuomintang, ma la sua parte dirigente; mentre, quando sua figlia minore sposa il 'generalissimo', è il capitale finanziario di Shanghai che sposa la maggiore componente militare cinese, allo stesso tempo che Chiang Kai-shek sposa la famiglia Soong e soprattutto le sue ingenti risorse finanziarie: e l'esercito non è mai un diretto produttore di ricchezza e valore, bensì ne è un grande consumatore.

Con l'appoggio dunque delle forze armate del Kmt, si insediano in posti chiave dello Stato uomini direttamente mossi da Soong e Chiang che ora controllano le quattro maggiori banche della Cina: Banca di Cina, Banca Centrale di Cina, Banca delle Comunicazioni e Banca degli Agricoltori. Queste quattro banche hanno il potere di emettere moneta e la loro copertura finanziaria è garantita in gran parte da propri depositi che si trovavano principalmente in banche negli Stati Uniti. Gli interessi in genere oscillano intorno al 40%.

Le banche diventano inizialmente così dei veri e propri attrattori della ricchezza nazionale, e fin qui nulla di diverso da una qualsiasi banca di un qualsiasi paese capitalistico, per dirottarli successivamente verso Chiang e Soong, in parte, e soprattutto verso le banche americane.

c) Il capitale finanziario

Comincia già a manifestarsi chiaramente una delle caratteristiche fondamentali dello imperialismo del XX secolo (o capitalismo di transizione, come lo chiama Lenin): alla vecchia dominazione del capitalismo sulle colonie, attuata con l'occupazione territoriale (su tutti, Inghilterra, Spagna, Francia, ad esempio), tende a sostituirsi l'occupazione di tipo finanziario (principalmente Stati Uniti) con conseguente drenaggio di valore dalle colonie o semicolonie verso le nazioni più potenti.

Al vecchio controllo territoriale si sostituirà quello che a suo tempo il programma comunista ha chiamato imperialismo delle portaerei e che – vero e proprio paradosso – potrà succhiare sempre più plusvalore dai paesi arretrati nella misura in cui aiuterà, pur se in forma embrionale, lo sviluppo dei loro apparti produttivi, con la formazione di un moderno proletariato. Nello stesso tempo, facendo questo, non solo svilupperà la presenza di futuri concorrenti quanto, soprattutto, la propria negazione: il moderno lavoro associato su base capitalistica.

Accanto al controllo totale dell'apparato dello Stato e del mantenimento dell'estesa e capillare rete dei notabili di villaggio, è possibile dunque mettere in atto il totale drenaggio dell'argento ancora circolante imponendo ai contadini l'uso di carta moneta sempre più svalutata, sprofondandolo così in una miseria ancora maggiore.

Tutto ciò, unito ad uno sfruttamento bestiale del proletariato delle città, porta il Kuomintang, ed il codazzo dei locali signori della guerra, ad essere lo strumento di una simbiosi fra imperialismo mondiale e situazione pre-capitalistica in Cina, a danno dello sviluppo di una profonda rivoluzione democratica nazionale popolare.

d) L'invasione giapponese

La fine della Ia guerra mondiale vede il giovane ed esuberante capitale finanziario americano contrastare con sempre più energia il capitale inglese e francese. Ai tre, comunque, si pone di fronte il nascente capitalismo nipponico che, spinto dal grande deficit di materie prime e prodotti alimentari, ha bisogno di un controllo territoriale della Cina non per portare a superamento la vecchia struttura dei notabili legata in gran parte all'imperialismo occidentale, ma per spezzare il legame con questo, costruendone uno nuovo favorevole ai propri interessi. Tale prospettiva è delineata nel cosiddetto Piano Tanaka che porta all'invasione della Manciuria (1931), e la seguente formazione dello Stato-fantoccio del Manciukuò (con alla testa l'ultimo imperatore dei Qing, Pu-Yi) vede il governo di Nanchino ed il Kuomintang limitarsi agli appelli alla impotente Società delle Nazioni, piuttosto che affrontare il Giappone sul terreno militare: cosa che avrebbe dovuto portare ad un arresto della lotta di annientamento nei confronti del Pcc, a favore di una strategia di unità nazionale.

Gli stessi U.S.A. hanno inizialmente un atteggiamento contradditorio perché, se sul piano più generale si preparano allo scontro generale che culminerà nella guerra del Pacifico, sul piano immediato le sue aziende (particolarmente quelle degli armamenti) fanno affari d'oro col Giappone, riuscendo così a tamponare i più immediati gravi effetti della crisi del 1929.

e) Unità e lotta per la indipendenza

Per il Pcc, contrastare il tentativo da parte giapponese di rendere la Cina una vera e propria colonia diventa l'obbiettivo per una lotta che porti all'unità ed indipendenza della Cina, per la formazione di una nazione moderna che si liberi finalmente in modo radicale delle vecchie strutture semifeudali.

L'invasione della Manciuria sviluppa un forte sentimento nazionalista che con sempre minore forza il regime del Kmt riesce a frenare. Se inizialmente questi riesce a 'spiegare' che il suo attendismo è una tattica utile a meglio preparare le forze per combattere i giapponesi, dopo il '34 passa alla repressione decisa di tutti quei moti che pretendono una lotta senza indugi contro l'occupazione. Il regime di Chiang Kai-shek mostra sempre più nei fatti (da grande signore della guerra) che se con gli interessi giapponesi si può arrivare ad un compromesso, ciò non è possibile con quelli delle masse popolari (proletari, contadini poveri, piccola borghesia delle città e delle campagne) che oggi cominciano a sentire calpestata, assieme a quello che sentono come il loro diritto all'esistenza, anche quella "dignità nazionale" tessuta lungo un tempo che va oltre un paio di millenni.

All'inizio del '32 i i giapponesi attaccano pure la parte cinese di Shanghai, rispettando così gli interessi degli occidentali, ma costituendovi una potente testa di ponte, nonostante la grande resistenza della XIX armata del Kmt, comandata da Chang Hsueh-liang. Tale resistenza viene 'premiata' da Chiang spostando questa forza da Shanghai alle zone interne, con compiti di lotta contro i comunisti: per Chiang la lotta contro il Giappone avrebbe potuto aver luogo solo dopo la disfatta totale dei comunisti (si ricordi ancora che "se i giapponesi sono una malattia della pelle, i comunisti sono una malattia del cuore").

Questo periodo vede dunque, da una parte, la firma di un accordo fra Kmt e Giappone per il disarmo (cinese) di Shanghai e, dall'altra, la dichiarazione di guerra delle forze comuniste contro il Giappone, i cui soldati penetrano sempre più all'interno della Cina, grazie ad accordi che fanno delle concessioni non solo in termini territoriali, ma anche politici e militari: con l'accordo di Ho-Umetzu, nel 1935, il Kmt si impegna a reprimere decisamente ogni manifestazione antigiapponese, dimostrando di non aver assolutamente nulla a che fare con una qualsiasi forza rivoluzionaria, sia pure esclusivamente nazionalista borghese: esso ormai è soltanto un cane da guardia dell'imperialismo dominante, evidenziando in maniera definitiva che in tempi precedenti si differenziava dagli altri signori della guerra solamente per il suo strapotere militare e finanziario.

Le spinte antigiapponesi portano le forze del Kmt di Chiang alla repressione e ad un conservatorismo confuciano così formale da rendere l'aria totalmente irrespirabile (aberrazione massima: i cani maschi non possono passeggiare al guinzaglio di una signora); la repressione diventa così sistematica da rendere difficile tenere il conto delle persone scomparse del tutto, o arrestate e dimenticate nelle prigioni.

Diventa indubitabilmente chiaro ormai che una lotta vittoriosa per la cacciata dei giapponesi dalla Manciuria e dallo Shandong, avrebbe dovuto diventare lotta contro le potenze occidentali presenti in Cina e radicale lotta contro tutti i signori della guerra, Chiang Kai-shek in testa.

IV. – Dalla 'lunga marcia' alla guerra antigiapponese

a) La rottura dell'accerchiamento

Riprendiamo a questo punto il discorso dalla quinta guerra di annientamento di Chiang – autunno 1933 – che costringe le forze del Pcc a dar vita a quella che passerà alla storia come la lunga marcia. Questa deve essere vista come una grande ritirata seguita all'impossibilità di difendere le zone rosse e dunque quel tentativo di trasformazioni sociali lì avvenute (eliminazione di vecchi privilegi, timidi tentativi di riforma agraria): impossibilità che permette il ritorno dei vecchi notabili e dunque il ripristino dei loro interessi.

Questa ritirata è possibile con l'aiuto e la copertura della popolazione, e con marce forzate notturne. L'avanguardia è affidata a Lin Piao che deve assolvere compiti specificamente militari contro le truppe non sempre evitabili dei locali signori della guerra, alleati di Chiang. Superato l'avversario, avanza il grosso delle forze rosse, che assolvono compiti di eliminazione dei notabili, della distribuzione delle terre e della propaganda rivoluzionaria. Chiude il cerchio la retroguardia di Lo Ping-hai, il cui compito è di dare ai contadini le armi disponibili catturate ai signori della guerra affinché essi possano difendere questi elementi di riforma agraria. In realtà, la costituzione di squadre di contadini armati, più che difendere la 'nuova proprietà' della terra, mostrerà l'oggettiva funzione di rallentare l'eventuale inseguimento delle forze di Chiang.

b) La conferenza di Tsunyi

Con non poca abilità ed una buona dose di fortuna, la notte del 5 gennaio 1935, conquistano l'importante postazione militare del Kmt di Tsunyi e questo pone fine all'accerchiamento delle forze di Chu Teh.

A Tsunyi si svolge una importante conferenza degli organi dirigenti del Pcc, durante la quale viene definitivamente sconfessata la linea Wang Ming (e di riflesso la passata strategia 'insurrezionista' dell'Internazionale di Mosca) a favore della strategia di Mao che viene eletto presidente del partito.

In questa conferenza vengono fissati i punti strategici della lunga marcia: 1) marciare verso Nord e costituire una nuova base rossa con l'appoggio dei contadini locali; 2) dare corpo alla lotta contro l'invasione giapponese e contro i suoi manutengoli locali, Kmt compreso, 3) per la indipendenza della Cina e la realizzazione della rivoluzione democratica nazionale.

c) Le battaglie decisive

Per giungere al Nord, le armate del Pcc devono compiere un lunghissimo percorso verso Ovest, aggirando così il grosso delle forze del Kmt.

Momenti fondamentali della storia della lunga marcia sono: la battaglia del Passo di Loushan, l'attraversamento dello Yangtze e successivamente del suo affluente Tatu, con la battaglia per il Ponte di Lu Ting (29 maggio 1935).

Giunti nello Shaanxi, al Nord e a 'ridosso' della grande muraglia, due linee si scontrano: 1) quella di Mao Tze-Tung per il quale è prioritario fissare una base rossa, allargandola puntando sull'appoggio dei contadini per condurre la guerra contro il Giappone; 2) quella di Chang Kuo-tao che vorrebbe portare tutte le forze ad Occidente, nel Xinjiang, controllato da Sheng Shih-tai che è sì il locale signore della guerra, ma che nonostante questo ha rapporti di 'buon vicinato' con l'URSS. Lo scontro politico vedrà immediatamente la vittoria della strategia di Mao Tze-tung.

La storia appassionante della lunga marcia si conclude verso la fine del 1935 quando le colonne fondamentali dei rossi si ricongiungono nella costituita 'base sovietica' a cavallo fra Shaanxi e Gansu.

Dei 100.000 uomini partiti un anno e mezzo prima dal Jiangxi, ne giungono circa un quarto.

d) Il problema del 'fronte unito' contro il Giappone

Nella riunione del Cc del Pcc, nel dicembre del 1938, viene posto il problema del fronte unito nella guerra da condurre contro l'occupazione giapponese, i cui punti fondamentali dovranno essere: 1) alleanza con la borghesia nazionale; 2) attenuazione della lotta della classe operaia per i propri specifici interessi; 3) riforma agraria a favore dei contadini poveri.

L'indicazione del fronte unito con la borghesia nazionale non significa per il Pcc possibilità di un fronte con il Kmt, il quale continua nei suoi tentativi di combattere i rossi piuttosto che i giapponesi.

Chiang Kai-shek tenta ancora una volta di stringere in una morsa la nuova base del Shaanxi, ma il tentativo fallisce principalmente per il mancato coordinamento con isignori della guerra locali: anticomunisti sì, in parte filogiapponesi, ma non disposti a sottomettersi agli ordini di Chiang.

Un grave errore da parte di quest'ultimo è quello di aver affidato la repressione anticomunista alla XIX armata di Chang Hsueh-liang: armata decisamente antigiapponese che Chiang aveva ritirato dalla Manciuria in seguito al proprio atteggiamento compromissorio con gli invasori. Sarà proprio da questa armata che il Pcc attirerà notevoli rinforzi grazie alla propria coerenza e decisione nella lotta al Giappone.

Il Kuomintang di Chiang Kai-shek si mostra sempre più una forza che si avvicina a quelle dei signori della guerra: sempre più anticomunista, ma non per questo nazionalista. Nonostante ciò, al suo interno si vivranno sempre delle contraddizioni e su questo agirà abilmente il Pcc: mettere l'una contro l'altra le decise tendenze antigiapponesi da una parte (che a causa di ciò metteranno momentaneamente in secondo piano il loro anticomunismo) e, dall'altra, quelle forze che prima di tutto vogliono combattere i rossi, ponendo in secondo piano, la lotta per la liberazione nazionale.

e) Il movimento 9 dicembre 1935

Nell'autunno 1935, il Giappone si spinge fino all'Hebei (la regione di Pechino), costituendo regimi 'autonomi' al comando di vecchi notabili filo giapponesi e pretendendo dal Kuomintang il rispetto degli accordi di Ho-Umetzu, sulla repressione di ogni manifestazione anti-nipponica.

Questo porta a manifestazioni nazionaliste a Pechino organizzate da gruppi studenteschi; la principale di queste si ha il 9 dicembre. In queste prime manifestazioni non vi è ancora chiarezza politica: per diversi gruppi studenteschi queste devono avere lo scopo di 'convincere' il Kmt a rendere prioritaria la guerra per la liberazione della Cina.

L'immediata repressione provoca una nuova grande manifestazione il 16 dicembre, a Pechino, e crea la giusta tensione per la propaganda da parte comunista, per la comprensione che la lotta contro l'invasione non può avere successo se non vengono messe in movimento le masse contadine. Il 'movimento del 9 dicembre' sfocerà – il 30 maggio 1936 – nella costituzione di una Associazione generale per la salvezza nazionale, ad opera di vari gruppi nazionalisti anti-giapponesi, e vede al suo interno il lavoro di propaganda di militanti del Pcc in favore del legame fra la lotta contro il Giappone e la lotta sociale e agraria.

In tale situazione, i comunisti lanciano continui appelli per un Fronte Unito nazionale, ma per l'insieme del Kmt continua ad essere prioritaria la guerra contro di essi e questo atteggiamento rompe il legame fra Chiang Kai-shek e le forze di Chang Hsueh-liang che lentamente passano dalla repressione anticomunista alla 'complicità' con i comunisti.

Chiang Kai-shek è sempre più deciso per una nuova 'campagna di annientamento' ed a tal scopo si reca a Xian, capitale del Shaanxi, nel dicembre 1936. Qui giunto, non solo trova l'opposizione di Chang Hsueh-liang e del locale signore della guerra Yang Hu-cheng, ma viene addirittura arrestato.

All'interno del Pcc vi sono forti contrasti fra chi vuole processare e fucilare Chiang e chi vuole trattare la sua liberazione in cambio di una reale alleanza antigiapponese. Sembra, a questo punto, che Stalin stesso abbia minacciato con un telegramma di accusare di 'banditismo' l'intero Pcc qualora Chiang non fosse stato liberato immediatamente: va ricordato che era stata stipulata una alleanza fra Germania e Giappone ed alla Russia, ormai nazionalisticamente stalinizzata, interessa non tanto lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione sia pure borghese in Cina, quanto lo sviluppo e la vittoria dell'ala americana del Kuomintang che avrebbe potuto così spingere energicamente il partito nella guerra contro il Giappone: ed aiutare gli Usa, nella situazione contingente, per Stalin significava aiutare Santa Madre Russia.

Il 24 dicembre, a seguito di trattative, condotte da parte comunista da Chou En-lai, vede Chiang Kai-shek impegnato a rinunciare alla repressione contro i comunisti ed a condurre la guerra contro il Giappone. Sulla base di questo accordo che prevede che il generale Chang Hsueh-liang gli sia consegnato come prigioniero per insubordinazione ai propri ordini, Chiang viene rilasciato. Chang Hsueh-liang finirà i propri giorni nelle prigioni di Taiwan, dove Chiang riparerà nel 1949, mentre il locale signore della guerra, che con quello aveva arrestato il 'generalissimo', verrà fatto uccidere con tutta la sua famiglia.

In pratica, l'accordo fra Kmt e Pcc pone fine alla messa in atto delle campagne di annientamento e comunque sono ben scarsi dal punto di vista fattuale i passi in avanti per un reale fronte di unità nazionale. I nuovi equilibri fra Pcc e Kmt sarebbero stati decisi dalla guerra contro il Giappone e questo problema sarebbe stato posto ben presto.

V. – La guerra contro il Giappone

a) Il dilagare delle forze nipponiche

Cominciata nel 1931, è col luglio 1937 che il Giappone mette in atto una vera sistematica invasione della Cina.

L'8 agosto viene occupata Pechino e, puntando ad ovest, alla fine del mese cade Kalgan, la principale città della mongolia interna. Da qui i giapponesi puntano decisamente a sud, conquistando facilmente Tatung, porta fondamentale per la conquista dell'intero Shanxi.

Di fronte all'avanzata giapponese, i locali signori della guerra, più che contrastare l'armata nipponica, si adoperano a 'venderle' i territori da essi controllati e la condanna di Chiang Kai-shek ha un suono ridicolo dal momento che lui stesso è sempre stato un campione del compromesso con tutti, purché anticomunisti.

Da Yenan, la capitale della nuova base a cavallo fra Shaanxi,Gansu e Ningxia i comunisti si apprestano ad una lotta di lunga durata con il loro esercito rosso. Da questa base dunque partono le iniziative utili a sviluppare la guerriglia in tutto lo Shanxi e coinvolgente le masse dei contadini della provincia.

Il 23 settembre vi è una prima importante battaglia fra i rossi guidati da Lin Piao al Passo di Pinghsingkuan: i comunisti subiscono grosse perdite, ma una intera divisione nipponica viene distrutta e catturate le armi: ottenuta la vittoria, essi non si attestano sul territorio (come in una classica guerra di posizione), ma si disperdono pronti a riconcentrarsi per una successiva battaglia.

Nel novembre i giapponesi occupano Tayuan, la capitale del Shanxi, contemporaneamente alla occupazione dello Shandong.

L'invasione della Cina viene accompagnato da un atteggiamento attendista da parte degli USA e dell'Inghilterra, nonostante vi siano saldi legami con una parte del Kmt (soprattutto con l'ambiente dei compradores). Atteggiamento diverso quello dell'URSS che nell'agosto 1937 stipula col Kmt un patto di non aggressione.

In ottobre e novembre le forze del Giappone sbarcano improvvisamente a Canton ed a Hangchow, sullo Yangtze, e da quest'ultima marciano verso est ed occupano in brevissimo tempo la capitale Nanchino. Il Kuomintang tenta di mettere in atto una qualche difesa della città, ma le sue forze vengono sconfitte: in pochi giorni a Nanchino vi saranno 50.000 morti civili ad opera dei soldati giapponesi.

b) Una tattica suicida

Nel marzo del 1938, con una delle sue poche vittorie nella battaglia di Taiehrchuang, l'esercito di Chiang riesce a rallentare la marcia dei giapponesi i quali però, subito dopo, riprendono la loro avanzata verso l'antica capitale Kaifeng e l'importantissimo nodo ferroviario di Chengchow, sul Fiume Giallo.

Per fermarne l'avanzata, i generali di Chiang mettono in atto 'la grande genialata': fanno saltare con la dinamite gli argini del fiume. Si tenga presente che in quella regione, con un paziente lavoro di secoli, il fiume è stato imbrigliato da alti e poderosi argini che gli impediscono di riversare le sue acque su un vasto territorio che si estende su di un piano inferiore. L'entità del danno è tale che ci vorranno anni, dopo il '49, per riparare i danni provocati in poche ore. Il Kuomintang si aliena in tal modo la possibilità di ogni appoggio da parte delle masse contadine e diventa ridicolo il suo tentativo di addebitare l'immenso disastro ai Giapponesi che non hanno in modo assoluto alcun interesse a rendere paludosa una regione, rallentando con le proprie mani l' avanzata.

Rallentata ma non bloccata al Nord, in ogni caso, questa marcia riprende spedita al Sud nella zona dello Yangtze ed in ottobre cade anche Wuhan. Le truppe del Kuomintang sono costrette a ritirarsi nelle zone montagnose del Talou Shan, ed il governo a risiedere a Chinhkiang che diventa ora la 'capitale di guerra'.

Prima di giungervi, un altro significativo episodio caratterizza le 'abilità strategiche' dei generali di Chiang Kai-shek. Ancora una volta, nell'illusione di poter fermare l'avanzata giapponese, i generali nazionalisti incendiano la città di Changsha, la capitale dell'Hunan, e molti dei suoi abitanti vi muoiono. Le forze del Kmt hanno scambiato per l'avanzata giapponese quelle che erano semplici plotoni di cavalleria in ricognizione. La strategia del Giappone non contempla l'inglobamento immediato di tale regione; la sua capitale infatti verrà occupata solo nel 1944, ma i generali di Chiang sono veramente tempestivi: ne distruggono buona parte con sei anni di anticipo.

c) Due strategie.

Al di là di qualche sporadica battaglia, la sostanziale linea strategica del Kuomintang si sintetizza nel concetto di "cedere spazio, per conquistare tempo". Questo comporta che alla fine del 1938, i giapponesi occupano un milione e mezzo di km2 ('solo' 1/6 della superficie totale, ma più di 1/3 di quella coltivabile, e con circa 170 milioni di abitanti).

All'opposto, la strategia del Pcc, guidato da Mao Tze-tung, si basa sulla guerra di lunga durata che deve vedere le grandi masse di contadini impegnate nella lotta contro i giapponesi, perché ciò significa impegnate a non diventare loro schiavi.

La linea strategica del 'cedere spazio' significa di fatto cedere la vita dei contadini agli invasori. Non solo: la pusillanimità del Kmt lo rende cieco al punto da non rendersi conto che in tal maniera non si cede spazio solo al Giappone, quanto all'azione dirigente sulle masse contadine da parte del partito comunista.

Il tempo, che il Kmt pretende di conquistare cedendo lo spazio, gioca tutto a favore del Pcc per due essenziali motivi: 1) per rendere la Cina al livello di una colonia, il Giappone deve occupare tutto il territorio di questo paese e non solo le sue città e gli snodi ferroviari (il grano si produce nelle campagne); 2) non solo il Giappone, ma tutto il capitalismo mondiale – figurarsi poi il Kuomintang – nulla possono contro il treno della rivoluzione che lo stesso capitale ormai impone a tutta l'Asia.

d) Il collaborazionismo cinese

Proprio per meglio controllare il territorio, i giapponesi hanno bisogno di istituire un apparato di collaborazionisti che – basandosi sui vecchi notabili di villaggio, sui localisignori della guerra sempre disposti a farsi comprare, su elementi stessi interni al Kuomintang pronti a legarsi al carro del vincitore – sappiano svolgere il capillare lavoro di drenaggio di ogni filo di ricchezza che possa uscire dalle mani delle masse popolari.

Col miraggio della "Grande Asia Orientale", a capo di questo apparato – con sede centrale costituita a Nanchino nel 1939 – viene messo Wang Ching-wei, il dirigente del Kmt 'di sinistra' del 1927, la cui autonomia in ogni caso è pari a quella del cane da guardia che attende l'osso dal proprio padrone.

Nel centro-sud ormai il fronte si stabilizza – non va dimenticato che dopo il '39 ben altri avversari dovrà affrontare il Giappone – e, benché non siano pochi i generali del Kmt pronti a mettersi al fianco dell'invasore qualora la situazione si presentasse favorevole, Chiang Kai-shek interrompe le trattative portate avanti dall'anno prima e decide di 'dare spessore', almeno formalmente, alla guerra antigiapponese perché si rende conto che la sua stessa strategia del "cedere spazio, per conquistare tempo" gli sta minando il terreno sotto i piedi.

e) Il diffondersi della guerriglia

Con l'avanzata dei giapponesi e la conseguente ritirata del Kuomintang, la grande massa dei contadini del nord viene abbandonata a se stessa e ben presto deve accorgersi che l'oppressione diventa sempre più pesante anche rispetto a vecchi notabili e proprietari fondiari. Alla confisca dei prodotti agricoli si aggiunge una brutalità senza pari alla quale non sfuggono bambini e soprattutto donne.

Per la loro vita e quella delle proprie famiglie, i contadini devono imparare a difendersi, armi alla mano. È in tale contesto che si diffonde la guerriglia e dunque il legame sempre più stretto con il Pcc.

Inizialmente la guerriglia si sviluppa nello Shanxi, per propagarsi nell'Hebei e nello Shandong. Gradualmente si estende anche nel centro e nel sud. Il combattente diventa simile a un pesce nell'acqua e se il rapporto di forze con i giapponesi è di uno contro dieci sul piano strategico, la lotta sarà ingaggiata solamente quando vi è la possibilità di trovarsi dieci contro uno sul piano tattico.

f) Regime politico delle basi rosse

I rapporti col Kuomintang, alla fine di questi anni '30, si limitano al non combattersi reciprocamente e, se da parte del Pcc vi è un formalistico riconoscimento del 'governo' del Kmt, non accetterà mai in ogni caso di sciogliere le proprie strutture militari. Queste – denominate ora VIIIa e IVa armata (in omaggio al fronte comune antigiapponese) e non più 'armata rossa popolare', – sono composte da circa 400.000 uomini (nel 1940), la prima, e la seconda da 100.000.

Se Mosca, per nulla interessata allo sviluppo della rivoluzione in Cina, è più che disposta a spingere il Pcc a subordinarsi al Kuomintang ed alla sua ala filo-americana, i rivoluzionari cinesi (il Pcc) sono ben consapevoli che lo sviluppo della rivoluzione democratica si basa sulla 'canna del fucile' e sulla assoluta indipendenza del partito.

Il proseguimento della guerriglia permette lo sviluppo del legame con le masse contadine, quindi l'allargamento dei territori controllati dai comunisti e di un "regime politico nuovo" su questi territori. Nonostante i periodici rastrellamenti, i giapponesi in ogni caso non possono controllare permanentemente tutte le zone di campagna ed è per tale motivo che i comunisti riusciranno gradualmente a sperimentare gli elementi di quella che chiameranno la "nuova democrazia".

Le nuove strutture politiche nascono e vengono difese dalle strutture militari del Pcc (fronte unito o meno, al Kmt non è permesso alcun controllo ed ingerenza). Queste strutture sono politicamente controllate: per un terzo da comunisti; un altro terzo da organizzazioni di massa dei contadini (i quali sono influenzati dal Pcc); il rimanente da quanti (maestri, intellettuali, funzionari statali, ex-ufficiali del Kmt, ecc.), pur non essendo comunisti né guerriglieri, hanno in ogni caso dimostrato un atteggiamento antigiapponese e radicalmente nazionalista). Da queste strutture politiche vengono del tutto esclusi i passati collaborazionisti: gli Han chien, traditori della gente degli Han.

Le zone liberate si estendono via via non solo nel nord della Cina, ma anche nella sua parte centro-meridionale, al punto da inglobare, nella primavera 1945, una popolazione di oltre 100 milioni di abitanti. La Cina che sta uscendo vittoriosa dalla guerra col Giappone (non si dimentichi, in ogni caso, che questo sta perdendo la guerra mondiale, con i suoi alleati Germania ed Italia), pone così le basi per un potere politico statale centralizzato 'di tipo nuovo': un nuovo Stato borghese, pronto a combattere ogni compromesso con le vecchie forze feudali o anche solo semifeudali; un nuovo Stato che dovrà essere controllato da quanti hanno voluto lottare per esso ed hanno saputo farlo, dichiarando da subito guerra al Giappone; un nuovo Stato che pretenderà rapporti diversi con tutte le nazioni di vecchio capitalismo.

g) Il regime sociale della resistenza

Nelle zone liberate viene attuata una cosiddetta 'riforma agraria' che non intacca in ogni caso la proprietà della terra: non si applica la confisca delle terre, ma solamente la riduzione degli affitti che non possono ora superare un terzo del valore prodotto, mentre prima si aggirava intorno al 60%. Solo nel caso di collaborazionisti, viene strappata la terra e in non pochi casi pure la vita.

Se il rifornimento di armi è dato da quelle catturate al nemico, il rifornimento alimentare deve essere a carico dei contadini. Si assiste dunque alla trasformazione della VIII armata: non sarà più esclusivamente una 'passiva' forza armata, ma anche una 'forza mobile di lavoro' che affianca il tradizionale lavoro dei contadini, rivelandosi fattore di immediata soluzione di grossi problemi quali gli interventi di riparazione di argini e tutti quei grossi interventi che hanno da sempre caratterizzato il lavoro collettivo delle comunità in Cina.

h) La repressione della resistenza

Il 1939 è definito l'"anno dei rastrellamenti" condotti sistematicamente dai giapponesi nella Cina del nord ed in quella centrale. È in questo anno che si concentrano le maggiori sofferenze che devono subire i contadini, ma, allo stesso tempo, è a causa di queste che si saldano maggiormente i legami fra le masse ed i comunisti, perché sono questi ultimi che riescono ad organizzarli per resistere alla repressione.

Parte da qui l'esperienza della cosiddetta "guerra sotterranea" o "guerra dei cunicoli", attuata per sfuggire ai giapponesi, per poi attaccarli all'improvviso. Tale metodo sarà perfezionato con la guerra del Vietnam degli anni '60/'70, ma già allora i cinesi dimostrano un alto grado di organizzazione: si dice che (Collotti) l'ospedale mobile "Norman Bethune" (1.500 posti-letto) sia strutturato in modo tale da poter 'sparire' sotto terra in meno di un'ora.

Nell'estate del 1940, la VIII armata conduce quella che viene chiamata la 'battaglia dei cento reggimenti'. La caduta della Francia, sul fronte europeo, porta comprensibilmente a credere che le forze dell'Asse possano vincere la guerra e per tal motivo, mentre l'insieme del Kmt sta con i piedi nelle classiche due staffe, tutta l'VIII armata e le forze della guerriglia sono impegnate a distruggere le vie di comunicazione ferroviaria dei giapponesi (togliendo i binari e distruggendone le massicciate) e le stesse strade camionabili, grazie al sotterramento delle 'mine di terra'. La risposta dei giapponesi è immediata ma li costringe a disperdere le loro forze su un territorio enorme, dove tutto per loro diventa pericoloso (dalla possibilità di essere uccisi nelle case dove alloggiano o dalle prostitute con le quali si accompagnano).

Il Kmt, che continua nel suo sostanziale "cedere spazio per guadagnare tempo", nel gennaio 1941 ha un sussulto della sua grande passione anticomunista ed attacca a tradimento con 80.000 uomini, alcuni reparti della IV armata che, in ossequio alle direttive di Mosca sul 'fronte unito', non si aspettano un'azione del genere e 10.000 dei suoi combattenti soccombono. Il Kmt cerca di tenere nascosto questo fatto, ma la notizia viene diffusa da giornalisti occidentali, screditando ulteriormente Chiang kai-shek.

Nel dicembre 1941, inizia la guerra fra Giappone e Stati Uniti e le forze necessarie allo scontro sul Pacifico sono tali che il trovarsi letteralmente impantanato sul suolo cinese rischia di minare in partenza la possibilità di vittoria. Parte così da Tokyo quello che diventa noto come "ordine dei 'tre tutto': uccidere tutto, bruciare tutto, distruggere tutto". Le perdite nelle forze armate del Pcc sono enormi: il suo compito fondamentale è ora quello di resistere. I quadri militari nipponici si renderanno conto ben presto che la strategia della terra bruciata non porterà alcun frutto; al contrario forzerà le condizioni per lo sviluppo di una soluzione rivoluzionaria che con loro vedrà travolta ogni forza collaboratrice con i vecchi paesi capitalistici.

VI. – Il mutato equilibrio politico e sociale

a) Ripercussioni ideologiche della guerriglia

Lo sviluppo della lotta contro le truppe giapponesi e l'approssimarsi della fine della guerra, vedono una inevitabile trasformazione del partito di Mao.

Nel gennaio 1935, al culmine della lunga marcia, nella Conferenza di Tsunyi viene definitivamente sancita la priorità della lotta nelle campagne rispetto alla lotta nelle città. Giunti nel nord e formata la nuova base rossa (in un territorio a cavallo fra il Gansu, Shaanxi e Ningxia) con capitale Yenan, il nucleo dirigente del partito è quello che si è formato durante la lunga marcia e i primi anni di guerriglia contro le forze giapponesi: alla luce dunque della linea strategica di Mao, basata sulla guerra di lunga durata che deve affondare le proprie radici nelle masse contadine.

L'atteggiamento radicale che il Pcc mostra nella guerra al Giappone attira delle nuove forze spinte da motivazioni completamente diverse rispetto a quelle dei contadini, ossia studenti e piccola borghesia intellettuale (maestri, scrittori, artisti di vario genere, ecc.). Mentre per i primi, la lotta contro i giapponesi si presenta immediatamente come lotta per la propria sopravvivenza e quella delle rispettive famiglie, per questi ultimi, la lotta (perseguita indubbiamente con grande abnegazione) è finalizzata al raggiungimento dell''ideale' mirante a salvare la "nazione cinese", genericamente intesa, e, in molti casi, la "civiltà cinese".

b) Stato, nazione, civiltà e rivoluzione

Diventa sempre più chiaro per il Pcc che la lotta al Giappone detterà le basi per una grande rivoluzione in Cina, che andrà a sconvolgere definitivamente ed irreversibilmente la bimillenaria civiltà di questo paese. I concetti di civiltà, nazione, Stato che fino a quel momento erano dettati sulla base dell'ideologia confuciana, devono ora essere letti con un'ottica differente, dettata dall'esperienza della guerra di lunga durata.

La domanda dunque che emerge all'interno del partito di Mao, in questi anni della repubblica sovietica di Yenan, diventa: a) quale Cina dovrà uscire alla fine della guerra contro il Giappone? b) quale forza politica avrà la capacità di indicare ed istituire nei fatti il 'nuovo Stato'? c) chi saprà governare questo nuovo Stato?

c) La 'campagna di rettifica'

Con la vita della Repubblica sovietica di Yenan si incontrano inevitabilmente due esperienze: la prima che arriva dai vecchi militanti del Pcc che hanno vissuta la esperienza delle basi rosse del Jiangxi, a sud, e sono stati protagonisti della seguente lunga marcia, e la seconda ondata di militanti (intellettuali, studenti, piccola borghesia, ecc.), arrivati in seguito dalle città o da zone rurali. La consapevolezza della lotta contro i giapponesi (e ben presto contro il Kuomintang) non può essere dunque la stessa in chi ne vede una questione di vita e in chi ne vede un problema di realizzazione ideale.

È da questi problemi che parte, nel 1941/'42, quella che viene definita la "campagna di rettifica", ovvero la "rettifica delle correnti o delle tendenze" che mettano in discussione la piena adesione programmatica ed organizzativa alla linea di Mao.

Se alla fine della lunga marcia, nel 1935, i comunisti riuniti nella nuova base del Nord (con suo centro Yenan) sono circa 40.000, nel '42 gli iscritti sono già 800.000 (saranno 1.200.000 al tempo del VII congresso del Pcc nell'aprile del 1945).

Nel periodo 1940/'41 il Pcc vive uno dei suoi periodi più difficili, con l'attacco di Chiang Kai-shek alla IV armata nel sud, e la stessa 'repubblica del Nord' circondata da circa 500.000 uomini del Kmt ben equipaggiati.

Con l'attacco della Germania all'URSS e soprattutto con lo scoppio della guerra fra USA e Giappone (fine 1941) Chiang Kai-shek è costretto a passare con maggiore decisione alla guerra antigiapponese e quindi ad attenuare, per il momento, la sua divorante passione anticomunista.

d) La ristrutturazione del partito

La lotta per la difesa della base rossa del nord e le prospettive che si aprono nella guerra contro il Giappone, indicano al Pcc la necessità di una propria profonda ristrutturazione. Esso non può più essere solamente una organizzazione in grado di condurre una guerra di lunga durata, dunque una organizzazione la cui esperienza si fermi unicamente sul piano militare. Al Pcc si impone una profonda trasformazione che lo porti a diventare un apparato organizzato al massimo livello politico-istituzionale, per imparare da subito ad affrontare i compiti della futura repubblica che dovrà sorgere alla fine della guerra. Per portare a compimento questo obbiettivo, il gruppo dirigente del partito dovrà servirsi soprattutto non dei vecchi quadri intermedi usciti dal disastro del 1925/'27 e dalla esperienza della lunga marcia e guerriglia, quanto dalle nuove leve giunte a Yenan e che, all'interno di lotte urbane, hanno compiuto del lavoro in organismi di massa, se non addirittura il semplice accumulo di esperienze in un qualsiasi apparato della burocrazia.

Ora, se il partito comunista cinese non può più essere esclusivamente il partito della guerriglia, che si salda sì alle lotte delle masse contadine, ma che non può più limitare la propria influenza e presenza nelle zone rurali; se esso deve prepararsi al essere il partito che guiderà la lotta rivoluzionaria in tutta la Cina, con l'obbiettivo di essere il partito che determinerà la costituzione del nuova repubblica, dunque di uno Stato nuovo; se tutto ciò è vero, risulta evidente che il problema fondamentale per il Pcc non è tanto quello di realizzare la vecchia 'linea di Mao' quanto quello di prepararsi consapevolmente (e in ciò consiste la "campagna di rettifica") alla lotta per l'assunzione del potere che dia slancio alla formazione e sviluppo di questa nuova Cina.

Si tratta dunque non della realizzazione di una generica rivoluzione 'cinese', quanto di prepararsi alla lotta per condurre a termine la rivoluzione democratica in Cina: quella rivoluzione che partita qualche secolo prima e in Cina e in Europa – e fermatasi in Cina ma proseguita nell'area europea – si appresta ad avviluppare da lì a poco tempo dopo tutto il globo terrestre. Diventa fuorviante dunque la contrapposizione fra 'rivoluzione delle masse contadine', da una parte, e 'lotte urbane', dall'altra, come se queste ultime fossero il necessario supporto alle prime. La lotta è e rimane sempre una, per quello che in Cina sta per realizzarsi ora e che nel 1911 – con la cosiddetta 'repubblica di Sun Yat-sen' – non si è potuto mai seriamente tentare.

Forze nuove e uomini 'nuovi' servono per guidare sul piano politico e amministrativo – e non più solo sul piano militare – un partito ed un paese pronto non solo a sconvolgere tutta l'area, ma ben presto tutto il mondo.

e) Il crescente isolamento del Kuomintang

Con la sua strategia del "cedere spazio per guadagnare tempo", il Kuomintang non solo si è alienato ogni possibilità di legarsi alle masse contadine: ormai, vasti settori della stessa piccola borghesia gli stanno girando le spalle.

La sua macchina statale lo costringe ad un sistema fiscale sempre più esoso e le tasse devono essere pagate addirittura con anni di anticipo. Per risolvere i problemi 'di cassa' il Kmt comincia a fare largo uso dell'inflazione; in questa situazione, se da una parte vi sono grandi arricchimenti da parte di speculatori, alti burocrati e tutto lo strato dirigente del Kmt e del governo, dall'altra, si trova completamente rovinato dai debiti tutto lo strato inferiore della stessa amministrazione statale del Kmt. La morte per fame comincia a presentarsi fra coloro che avevano seguito il Kmt a Chinhkiang e la scelta di rottura non è più un fatto ideologico, ma diventa una inevitabile scelta di vita.

Comincia così a formarsi confusamente una cosiddetta 'terza forza' alla quale i comunisti prospettano una unità d'azione democratica ed antifascista.

f) La politica internazionale del Kuomintang

La politica del "cedere spazio per guadagnare tempo" scredita il Kmt pure sul piano internazionale. In sostanza, la sua 'guerra' al Giappone è attendista al punto da aspettare che sia qualcuno a farla per lui: e questo 'qualcuno', dopo il dicembre 1941, Chiang l'ha individuato negli Stati Uniti.

A Washington non sono certamente ciechi sulla reale consistenza della possibilità di lotta antigiapponese delle forze di Chiang Kai-shek. Nel '41 le sue forze militari possono contare – ma solo sulla carta – su più di 5,5 milioni di uomini; in realtà, non più di 3 milioni possono essere efficienti … salvo la corruzione e l'inefficienza dei suoi generali che abbandonano i soldati quando questi si ammalano, o costringono i chiamati alla leva a raggiungere il proprio reparto con i propri mezzi, quindi 'perdendone' circa la metà per sopravvenuta morte, o per scelta di banditismo se non addirittura per legarsi alle formazioni di guerriglieri.

Agli USA questo non importa più di tanto: il Kuomintang gli serve per il dopo-guerra, perché la sua strategia prevede che la vittoria sul Giappone non sarà determinata da campagne terrestri, ma dalle grandi battaglie aero-navali che si svolgeranno per il controllo delle via oceaniche e Hiroshima e Nagasaki saranno il punto finale di questa strategia. Per gli USA, dunque, Chiang Kai-shek è, sul piano cinese, soltanto un intermediario, un cane da guardia che deve tenere a freno le forze comuniste, e sul piano internazionale, un grande alleato – un "quinto grande", e soprattutto grande subordinato – da portare nella costituenda Organizzazione delle Nazioni Unite.

Alla Conferenza del Cairo – fine 1943 fra Roosevelt, Churchil e Chiang Kai-shek – viene sancita la piena indipendenza della Cina governata dal Kuomintang e la 'fine' dei privilegi americani ed inglesi sul territorio. Abbiamo già visto come questa 'rinuncia' non sia altro che la foglia di fico che pone fine sì al colonialismo di vecchio stampo, ma solamente perché non più rispondente ai tempi nuovi: fin dalla fine della prima guerra mondiale gli USA hanno ormai compreso che, al posto dell'occupazione territoriale, diventa più conveniente agire attraverso i meccanismi del mercato e l'azione silenziosa del capitale finanziario … più qualche futuro centinaio di basi militari sparse per il mondo.

In base agli accordi di Yalta, nell'agosto 1945, dopo il crollo della Germania, la Russia occupa le isole Sakalin e le Kurili, oltre alla Manciuria (questa verrà prontamente tornata alla Cina di Chiang dopo l'accettazione da parte di quest'ultimo della indipendenza della Mongolia). Con l'intervento russo e soprattutto col bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, il crollo del Giappone è totale.

g) L'inesistenza di prospettive di compromesso

La fine della guerra rimette in primo piano per Chiang Kai-shek il problema della eliminazione definitiva delle zone rosse e dell'esistenza stessa del Pcc, ma ormai troppo in profondità si è svolta l'azione di quest'ultimo nei rapporti con le masse contadine.

Gli stessi USA si rendono conto che non è possibile alcuna stabilità della Cina con il semplice ritorno al vecchio regime semifeudale basato sui notabili di villaggio e sul lavoro 'a pozzo' nelle campagne: tale stabilità, necessaria agli stessi interessi del capitalismo mondiale, viene vista nel compromesso fra Pcc e Kmt. Ma ormai ciò non è più possibile e la 'mediazione' degli USA – per il suo sostanziale favorire le forze di Chiang Kai-shek – non fa altro che accentuare questa impossibilità.

La pretesa da parte del Kmt che l'VIII armata di Chu Teh non entri nei territori occupati dal milione e duecentomila giapponesi ancora presenti in Cina, nonché l'ordine che questi ultimi si arrendano solo ai propri generali e che fino a quel momento continuino a svolgere funzioni di mantenimento dello statu quo, mostra chiaramente che l'unica 'mediazione' possibile per Chiang Kai-shek consiste nella assoluta 'subordinazione' del Pcc al Kmt.

L'impossibilità dunque di una mediazione porta gli USA a foraggiare di armi e di dollari il Kmt, col risultato di aumentare il risentimento di molti cinesi.

Nell'estate 1946, dopo ulteriori tentativi di compromesso che da ambo le parti venivano ricercati, Chiang Kai-shek lancia una nuova campagna di annientamento, convinto che il sostegno degli Stati uniti gli avrebbe dato la definitiva vittoria.

Sarà la sua fine.

Se nel 1934 era riuscito a distruggere la 'Repubblica sovietica' del sud e riportare all'ordine i suoi 9 milioni di abitanti, ora gli sarebbe stato impossibile distruggere quella del nord, con i suoi 160 milioni circa di abitanti.

VII – La vittoria della rivoluzione

a) La resistenza all'attacco del Kuomintang

La resistenza alla nuova guerra di annientamento portata dal Kmt al Pcc, vede le forze armate di quest'ultimo ripiegare sempre più nelle campagne, lasciando alle truppe del Kuomintang la possibilità di avanzare verso nord ed occupare facilmente le città e gli importanti snodi ferroviari. Con l'aiuto massiccio degli Stati Uniti, che mettono a disposizione addirittura i propri aerei per trasportare più velocemente le truppe di Chiang.

In tal modo, in poco tempo le sue truppe possono stendere un velo su tutti i più importanti centri urbani della Cina: un velo esteso, enorme, ma, proprio per questo, un velo leggero che non può resistere a decisi strappi. Si realizza pienamente la tattica dell'"attirare il nemico in profondità" affinché possa mettere a nudo le proprie debolezze, concentrare la propria forza per spezzare quei nodi che dovranno subire l'urto di una forza concentrata ed estremamente mobile e, per tal motivo, decisamente superiore in quel particolare punto.

Che la strategia della guerra di lunga durata, difesa per lunghi anni da Mao Tze-tung, fosse ormai la 'linea' condivisa dalla stragrande maggioranza del partito, non escludeva che vi fossero delle tendenze favorevoli ad una soluzione pacifica che vedesse un possibile (si veda soprattutto Liu Shao-chi, cosa che gli costerà cara al tempo della 'rivoluzione culturale') inserimento del Pcc in un governo di coalizione guidato dal Kuomintang.

Questa possibilità in ogni caso era solamente illusoria: la natura del Kuomintang ormai era tale che fra le sue forze e quelle del Pcc poteva esserci solo la guerra ad oltranza. Nei rari negoziati che porteranno a delle 'tregue' si vede benissimo che per il Kmt queste sono utili per meglio dislocare le proprie forze, mentre per i guerriglieri servono per sabotarne gli spostamenti.

b) Una difesa attiva ed elastica

In base ai trattati di Yalta, a partire dal 15 novembre 1945 le truppe del Kmt possono prendere possesso della Manciuria, lasciata ora libera dai sovietici. Il Pcc risponde spostandovi le forze di Lin Piao che, dopo aver attraversato delle regioni della Mongolia, ha il compito di 'mettere radici' nelle campagne del nord-est, non tentando se non sporadicamente di prendere i grossi centri abitati.

Se è vero dunque che tutti i maggiori centri urbani e le città vengono ora a cadere nella mani del Kmt, non per questo Chiang deve rallegrarsene più di tanto: nonostante l'enorme aiuto degli USA, la sua occupazione assomiglia a quell'enorme ma sottilissimo velo di cui abbiamo parlato e questo gli costerà molte perdite causate dalla guerriglia: è utile ricordare come un punto cardine della tradizionale strategia cinese sia sempre stata che "chi conserva i soldati e perde il territorio, finirà con l'avere i soldati ed il territorio; chi guadagna terreno e perde soldati, finirà col perdere e il territorio e i soldati" (Sun Zu).

c) L'attacco a Yenan

Nell'estate 1946 il Kmt scatena le sue forze contro il cuore della repubblica sovietica cinese e nel marzo del 1947, quando ormai risulta evidente che nessuna possibilità di accordo è realizzabile col Pcc, concentra le sue forze contro la sua capitale, Yenan.

La tattica delle forze di Mao – sempre legata al concetto di attirare il nemico in profondità –, invece di difendere ad oltranza la capitale è quella di ritirarsi e costringere una intera armata – qui comandata da Hu Tsung-nan – ad occupare tutto il territorio, quindi a disperdersi, per poi vedere attaccati continuamente i suoi punti più deboli.

Questo scontro che dura per tutto il '47 e si conclude nella primavera del '48, porta a grandissime distruzioni, ma alla fine Hu Tsung perde circa 100.000 uomini.

d) La grande svolta

Una nuova grande sconfitta le forze di Chiang ricevono prima nell'Henan e poi nell'Hebei (la regione di Pechino). Nonostante il massiccio aiuto da parte degli Stati Uniti, l'esercito del Kmt vede progressivamente rovesciarsi i rapporti di forza. Benché le sue forze combattenti sommino ancora più di 3 milioni e mezzo di uomini, l'esercito popolare sfiora i due milioni e risulta sempre più evidente che l'espansione territoriale delle armate di Chiang non riescono ad arrestare la marea delle zone rosse che nonostante il fluttuare dei propri confini, si estendono sempre più.

Non solo. Mentre quello del Kmt è una espansione effimera, quella del Pcc non risulta tale in quanto nelle zone rosse si va sempre più consolidando lo sforzo della applicazione di elementi di una nuova legislazione agraria, sottolineando come in Cina la posta in gioco non consista più nel salvare le millenarie tradizioni del paese, quanto di rompere con quelle tradizioni e portare il paese nel mondo moderno e porlo sullo stesso piano delle più importanti nazioni.

Una autentica rottura rivoluzionaria dunque sta esplodendo nel territorio cinese: la sua natura sarà democratico-borghese certamente, ma non per questo meno rivoluzionaria; non arriverà certamente per porre i problemi di una doppia rivoluzione – una rivoluzione con doppio compito – che l'Ottobre 1917 è riuscita a porre. Quella in Cina si fermerà – e non avrebbe potuto andare oltre, dopo i disastri di Canton, Shanghai, e soprattutto di Mosca – al primo compito democratico, ma rimarrà sempre un enorme risultato rivoluzionario.

e) La 'rivoluzione agraria'

Il 4 maggio del 1946, il Cc del Pcc emana una direttiva sulla questione della terra che abbandona la vecchia impostazione. Se è vero che la vecchia indicazione sulla necessità di imporre ai notabili e proprietari 'una riduzione dei fitti e degli interessi' era, negli anni precedenti, una misura sufficiente a legare a sé le masse contadini, ora il movimento viene spinto radicalmente ad imporre la confisca della terra.

Nel momento in cui si avvicina la possibilità di una definitiva vittoria della lotta armata, questa nuova indicazione si mostra realizzabile perché sarà possibile impedire, con la forza delle armi, ai vecchi proprietari di resistere e contrastare una tale confisca. Il principio di fondo è che le terre confiscate devono essere date ai contadini che possono lavorarla con le proprie mani e quelle della propria famiglia.

Una nuova direttiva del 10 ottobre 1947 colpisce i contadini ricchi: sarà confiscata loro la terra che non possono coltivare direttamente. I contadini medi, pur se agiati, non vengono toccati perché coltivano direttamente la loro terra.

In un prossimo lavoro sulla 'questione agraria' avremo modo di vedere precisamente cosa si intende con il termine 'direttamente'; per ora lasciamo aperta la domanda (sempre in relazione con la rivoluzione in Cina): se si fa uso di lavoratori salariati, si considera 'lavorata direttamente'?

Con i contadini medi va cercata una unità da parte dei contadini poveri, considerati la vera forza della rivoluzione. La nuova direttiva stabilisce inoltre che il lavoro coatto – il vecchio lavoro 'a pozzo' – deve essere eliminato.

Tutto questo deve e può avvenire ovviamente solo sotto la direzione ed il controllo dei quadri del partito comunista, affinché la confisca non sia solo un fatto formale, riportando ben presto i vecchi proprietari fondiari alle loro precedenti prerogative.

Da evitare assolutamente discorsi sulla necessità della direzione del partito affinché (Collotti) "la rottura rivoluzionaria elimini veramente il tradizionale sistema di rapporti sociali rurali e non abbatta soltanto i singoli proprietari dividendo momentaneamente le loro terre ma lasciando sussistere il meccanismo destinato col tempo a consentire una nuova accumulazione delle terre ed un nuovo indebitamento contadino"; da evitare simili discorsi per il motivo che la rivoluzione presente in Cina porterà proprio a questo, perché è una rivoluzione borghese che eliminerà certamente i vecchi rapporti sociali, ma non per questo eviterà la concentrazione, quindi socializzazione delle forze produttive su base capitalistica – e questo è il fondamento di ogni rivoluzione democratico-borghese –, vero trampolino per l'ulteriore salto rivoluzionario comunista che, in ogni caso, non sarà possibile all'interno della sola Cina.

f) L'isolamento del Kuomintang

La pura e semplice confisca del capitale giapponese presente in Cina, da parte delle "quattro famiglie" sulle quali capeggia quella di Chiang Kai-shek, nonché il più stretto legame con gli Stati Uniti che mirano in maniera sempre più pressante a fare del paese una propria succursale, porta il Kuomintang ad essere sempre più isolato dalle masse cinesi e dunque a mostrare fallimentare la propria strategia politica.

Per coprire i costi del suo apparato militare, nonostante gli aiuti degli USA, il Kmt ricorre all'inflazione: nel 1945 i prezzi aumentano di 1800 volte rispetto a quelli d'anteguerra; nel '47 di 60.000 volte; nell'agosto 1948 di 3.000.000 di volte. Nello stesso mese si tenta di arginare il problema con una 'riforma monetaria': la moneta cinese viene ancorata al dollaro e viene emesso lo yuan d'oro equivalente ad un quarto di dollaro, ma già dopo pochi mesi, nella primavera del 1949, un dollaro USA equivaleva a 10 milioni di yuan d'oro.

g) Piccola borghesia e Kmt

Data la situazione generale che rende ardua la semplice sopravvivenza, la piccola borghesia – commercianti, gli strati inferiori della burocrazia, con intellettuali e studenti in testa – si stacca completamente dal Kmt e scarica il proprio malcontento in senso antiamericano come aveva fatto precedentemente, durante la guerra, su temi antigiapponesi. Già durante il 1946 e '47, particolarmente a Pechino ed a Shanghai prendono vita molte manifestazioni studentesche ed anche moti rivendicativi operai.

Su queste crepe del regime di Chiang sa infilare i propri cunei il Pcc, pur tenendo sempre saldamente i piedi nelle campagne e sulle masse contadine.

h) L'abbandono della borghesia

Gran parte della stessa borghesia abbanda il Kmt: non certo per 'amor di patria' ma per il semplice motivo che il legame con Chiang Kai-shek non è più redditizio. Questa borghesia è indubbiamente sempre conservatrice, ma non stupidamente oltranzista.

Per Mao – 1948, Sulla questione della borghesia nazionale e della piccola nobiltà progressista – si pone dunque il problema di "conquistare la maggioranza della borghesia nazionale e isolarne la minoranza"; "essi [questi borghesi] fanno parte delle vaste masse popolari ma non ne costituiscono il nucleo principale né sono una forza che determini il carattere della rivoluzione. Tuttavia, poiché sono importanti economicamente e possono unirsi alla lotta contro gli Stati Uniti e Chiang Kai-shek o rimanere neutrali, è possibile e necessario unirsi con loro" in un grande fronte unito antimperialista ed antifeudale. In questo fronte e nel futuro 'potere popolare', per i dirigenti del Pcc – scrive Collotti – "la borghesia non avrebbe dovuto né potuto dirigere il nuovo Stato che la rivoluzione stava creando in Cina. Ed infatti la borghesia cinese non ebbe mai una posizione che le assicurasse il controllo effettivo di leve di potere".

Qui si apre un problema fondamentale e ne abbiamo già parlato nel settembre 2006, ricordando Partito Internazionale Stato di Vercesi. Lo ripetiamo: il problema fondamentale è che ogni rivoluzione è caratterizzata dallo scontro fra modi di produzione diversi prima che fra classi con i rispettivi partiti, essendo queste (ed i loro partiti)strumenti della prima.

Ma allora, per quanto riguarda le prospettive interne alla Cina dopo il 1945, il problema non sta tanto nel ruolo che possono avere i borghesi nel fronte antimperialista ed antifeudale, quanto nel fatto che il modo di produzione capitalistico è sufficientemente maturo per catapultare l'intera Cina (e progressivamente tutta l'Asia) nel mondo capitalisticamente avanzato. Detto diversamente e al di fuori di ogni immediatistica concezione sociologica: il problema è capire che il modo di produzione che sta portando la Cina nel moderno mondo del valore e del capitale avanza inesorabilmente e che gli uomini in qualche modo, prima o poi, impareranno ad adeguarvisi; il problema non sta dunque nella posizione anagrafica degli uomini che pretendono di 'dettare' i compiti alla rivoluzione.

È in questo contesto dunque che il Kmt vede inesorabilmente sgretolarsi tutte le sue possibilità di vittoria finale al punto che, a partire dal 1948 e per tutto il 1949, sono non pochi i generali di Chiang Kai-shek – e addirittura dei signori della guerra – che passano dalla parte del Pcc.

i) Le battaglie decisive

Se i soldati di Chiang avevano occupato, con l'imponente aiuto americano, con facilità le città principali del nord-est, questo non significa che essi fossero 'padroni' della Manciuria. Il loro controllo era apparente in quanto le forze occupanti erano spezzettate, dunque isolate l'una dall'altra: esse in realtà occupavano poco più dell'1% della Manciuria, tanto è vero che il loro rifornimento doveva avvenire in moltissimi casi per via aerea perché si trovavano frammentate in un mare ostile agitato dalla continua guerriglia organizzata dall'armata di Lin Piao, mandata tempo prima a 'mettervi radici'.

Le forze in campo erano quantitativamente ancora a favore di Chiang (3,5 milioni di uomini contro i 2,8 del Pcc), ma erano qualitativamente inferiori alle seconde che avevano imparato ad ottenere esclusivamente con le proprie mani ogni più piccolo vantaggio e vittoria.

Nel settembre 1948, data la situazione che si sta capovolgendo a favore del Pcc, per la prima volta il Cc ordina a Lin Piao di attaccare la grande città di Chinchow: fondamentale centro ferroviario che unisce la Maniciuria al resto della Cina, la cui caduta avrebbe messo in grossa difficoltà le truppe stanziate a Mukden e Changchun.

È la prima grande battaglia campale condotta dalle forze armate del Pcc ed il 15 ottobre Chinchow cade. Pochi giorni dopo si arrende Changchun ed il 2 novembre Mukden. La Manciuria è ormai definitivamente perduta dal Kmt e per la prima volta dal lontano 1931 ritorna effettivamente nelle mani dei cinesi. Da qui, lasciato qualche contingente, Lin Piao scende verso sud.

Verso il 15 dicembre, una forza dell'esercito popolare comandata da Chen Yi, accerchia la città di Suchow, nonostante i rinforzi mandati da Chiang perché la perdita di quel centro avrebbe significato la perdita del controllo su tutta la Cina centro settentrionale.

Con la resa di Suchow avvenuta ai primi di gennaio, Chiang Kai-shek perde 550.000 uomini e un buon numero dei suoi migliori ufficiali usciti dall'Accademia di Wampoa, oltre ad una grande quantità di materiale bellico (cannoni, carri armati, armi di tutti i tipi) in perfetto stato.

Il 14 gennaio cade Tientsin.

Il 31 gennaio il generale del Kmt, Fu Tso-Yi, con i suoi 200.000 soldati della guarnigione di Pechino, si arrende al Pcc, sapendo di non avere scampo. Le sue forze saranno in seguito inglobate nell'esercito popolare. Lo stesso Fu Tso-Yi avrà degli incarichi all'interno del futuro governo.

Sono passati tre secoli da quando Li Tzu-cheng, capo dell'ultima rivolta contadina vittoriosa è entrato a Pechino facendo crollare la dinastia dei Ming. Per ripristinare l'ordine, i nobili, i mandarini del tempo chiamarono ed accettarono la nuova dominazione dei Manciù.

Per salvare la vecchia Cina, Chiang Kai-shek ha chiamato in aiuto la maggiore potenza militare presente al mondo, ma ciò non ha potuto impedire che Mao Tze-tung potesse entrare trionfalmente a Pechino a bordo di una jepp strappata alle forze del Kmt e con ancora dipinta sul fianco la stella bianca dell'esercito americano.

j) L'ultima partita del Kuomintang

Cercando di salvare il salvabile, Chiang Kai-shek gioca un'ultima carta, nel tentativo di 'riformare' la Cina tradizionale, ed il 21 gennaio dà le dimissioni dalla carica di 'Presidente' di una repubblica in sostanza mai nata, a favore di Li Tsung-jen.

In questa fase dello scontro il Pcc vede i suoi effettivi pari a circa 3 milioni di uomini (1,2 milioni nell'aprile del 1945): nonostante il parere contrario di alcune tendenze all'interno del partito, l'accordo non può essere accettato e, nel marzo 1949, una riunione del Cc respinge definitivamente ogni possibilità di prendere in considerazione le proposte del nuovo governo di Li Tsung-jen: un governo di unità nazionale diretto dal Kmt con l'inserimento di esponenti del Pcc.

Il 20 aprile Chiang Kai-shek riprende il potere nella vana speranza di poter superare la catastrofe. Il 21 aprile, il Pcc dà ordine alle proprie forze armate di riprendere decisamente le ostilità e di attraversare lo Yangtze: nel giro di pochi mesi cadono tutte le principali città in una travolgente avanzata verso sud, fino ad occupare Canton il 14 ottobre.

Contemporaneamente alla marcia verso sud, si conclude la capagna nelle province del nord-ovest e sud-ovest.

Arrivati a Chungking, la 'capitale' della Cina di Chiang, le forze popolari scoprono che il campo di concentramento per prigionieri politici, lì istituito dal Kmt (con l'aiuto di consiglieri americani) al tempo della ritirata di fronte ai giapponesi, era stato abbandonato: non prima però dell'uccisione di tutti gli internati.

In dicembre, le forze rimaste del Kuomintang riparano nell'isola di Taiwuan, con la protezione aeronavale degli Stati Uniti, che saranno costretti in ogni caso a riconoscere che la Cina non può essere da questo momento uno strumento docile e passivo a soddisfazione dei propri appetiti.

k) La fondazione della nuova Cina

Il I° Ottobre 1949 viene proclamata dal Cc del Partito comunista cinese, nel palazzo che era stato degli imperatori Ming e Manciù a Pechino, la Repubblica popolare cinese.

Le catene che fino a questo punto hanno impedito l'accelerazione della rivoluzione democratico-borghese vengono finalmente spezzate, anche se è doveroso aggiungere che l'Ottobre 1949 di Pechino non potrà mai essere paragonato all'Ottobre 1917, nonostante le molte chiacchiere che si faranno sul 'portare la rivoluzione fino in fondo'.

Il movimento rivoluzionario in Cina non avrà mai nulla a che vedere con il comunismo – nemmeno nei tentativi e nelle enunciazioni, come ad esempio al tempo della nascita della IIIa Internazionale – e si fermerà al compito democratico borghese ed allo sviluppo a marce forzate del capitalismo all'interno dei propri confini.

In ogni caso, che di una rivoluzione si tratti, lo mostra chiaramente la storia degli anni successivi – in Cina e nel mondo intero – e nessuno oggi – ente finanziario, industriale, politico – può mettere in cantiere un qualsiasi progetto senza chiedersi: quale sarà il momento in cui il drago si sveglierà completamente?

Conclusione

In un suo saggio del 1940, Sulla nuova democrazia, Mao Tze-tung afferma che lo sviluppo storico della rivoluzione in Cina mostra come questa si divida in due fasi ben distinte: 1) la fase della rivoluzione democratica e 2) quella della rivoluzione socialista (comunista, diremmo noi oggi, senza usare troppi termini per uno stesso 'oggetto').

A guerra finita e con la presa del potere da parte del Partito comunista, si aprirà la fase della rivoluzione democratica, ma "non si tratterà più di democrazia in senso generico, ma di una democrazia di tipo cinese, un tipo nuovo e particolare di democrazia – la nuova democrazia. […] Nel mondo, i vari sistemi statali, in base al carattere di classe del potere politico, possono essere fondamentalmente classificati in tre categorie: a) repubbliche sotto la dittatura borghese; b) repubbliche sotto la dittatura del proletariato; c) repubbliche sotto la dittatura congiunta di diverse classi rivoluzionarie. […] La terza categoria rappresenta la forma statale di transizione che deve essere adottata dalle rivoluzioni nei paesi coloniali e semi-coloniali. […al di là di] piccole variazioni del tema generale, fino a quando vi saranno rivoluzioni nelle colonie e semicolonie, è necessario che lo Stato ed il potere politico assumano fondamentalmente la stessa struttura: sarà uno Stato di nuova democrazia sotto la dittatura congiunta delle diverse classi antimperialistiche".

Questa prima fase di nuova democrazia, durerà a lungo – continua Mao – e passerà non poco tempo prima che si possa passare alla fase del comunismo. Bisogna combattere gli errori di quella "parte, a quanto pare senza cattive intenzioni, che è condotta fuori strada dalla 'teoria della rivoluzione unica' e dall'idea assolutamente cervellotica di 'risolvere con un solo colpo la rivoluzione politica e la rivoluzione sociale', [… dal momento che] non c'è la minima possibilità di 'risolvere con un solo colpo entrambe le rivoluzioni' ".

Abbiamo già affrontato questi problemi l'anno scorso, quando è stato trattato il tema della rivoluzione permanente: in quella occasione abbiamo mostrato come non vi fosse assolutamente una qualsiasi continuità fra l'impostazione data da Marx e successivamente da Lenin con quella di Stalin e degli stalinisti alla Mao. La continuità è invece assolutamente precisa con l'impostazione datane da il programma comunista e che va sotto la voce di "doppia rivoluzione"; vale a dire, una unica rivoluzione con doppio compito: democratico borghese sul piano nazionale e comunista sul piano internazionale.

Questa e nient'altro l'impostazione di Marx, di Lenin e, come abbiamo detto, ne il programma comunista durante gli anni cinquanta: precisa impostazione che si comincia a perdere nella sua nitidezza negli anni successivi.

Per queste note conclusive, per evitare di sorbire un eccesso di pappa maoista si ritiene più che sufficiente utilizzare un articolo apparso nel n. 21 del 1971 del giornale, interno ad una serie di puntate che vanno dal giugno 1971 fino al maggio '72 e dal titolo Che cosa resta del marxismo nel 'pensiero di Mao'. Ciò che colpisce è un passaggio che lascia perlomeno perplessi: "Questa [di Mao, esposta sopra] enunciazione contraddice apertamente alla concezione marxista della "rivoluzione permanente", che stalinisti e trotskisti hanno sempre cercato di presentare come una teoria particolare elaborata da Trotsky, e che al contrario fa parte integrante del programma comunista applicato alle aree geostoriche, in senso lato "precapitalistiche", e corre come un filo rosso dal Manifesto del 1848 […] alle tesi del II congresso dell'Internazionale comunista".

Si dirà : come è possibile non essere concordi con una affermazione del genere? Si può forse negare che la concezione della rivoluzione permanente sia presente in tutti i classici del marxismo e quindi da noi difesa?

No, sicuramente! Quello che deve colpire non è l'insieme dell'affermazione, quanto un suo punto particolare, dove si dice una cosa corretta nascondendone al tempo stesso un'altra di natura opposta: è vero – e si dice bene – che "stalinisti e trotskisti hanno sempre cercato di presentare [la concezione della rivoluzione permanente] come una teoria particolare elaborata da Trotsky", come è altrettanto vero – e si nasconde bene - che Trotsky ne aveva una propria che era assolutamente estranea al marxismo. Lasciando perdere stalinisti e trotskisti, egli aveva una sua particolare concezione di tale teoria che non ha nulla a che fare con – limitandosi a rimanere sul terreno pienamente marxista de il programma comunista anteriore agli anni '70 – il lavoro sulla rivoluzione permanente, sviluppato attorno al concetto di doppia rivoluzione, o rivoluzione con doppio compito.

Ma riprendiamo la critica a Mao, seguendo sempre il numero di giornale citato: "In realtà Mao, da buon stalinista, aderisce in pieno alla concezione squisitamente menscevicadella 'rivoluzione a tappe'", e se è vero che i compiti immediati in Cina sono quelli di una rivoluzione democratico borghese, ciò non significa che ci si debba accodare alla borghesia. È vero che "nel suo primo stadio la rivoluzione nelle colonie deve avere un programma che comporta riforme piccolo-borghesi, come la distribuzione delle terre, ma non ne deriva necessariamente che la direzione rivoluzionaria debba essere abbandonata alla democrazia borghese", alla borghesia.

Quella di Mao è una "ennesima variante dell'economicismo, caricatura opportunista del determinismo marxista", e fa della lotta per il comunismo non un problema di distruzione dei vecchi rapporti di produzione, bensì un semplice problema di cambiamento dei rapporti di proprietà. Citando Engels, va ricordato come non sia sufficiente "la assunzione delle forze produttive in gestione diretta da parte dello Stato [che] non cambia nulla al carattere di capitale di queste forze, ma anzi fa dello Stato il capitalista generale, lo sfruttatore unico del proletariato". Oltre a ciò possiamo aggiungere che se si lasciano in piedi le categorie dell'economia borghese – denaro, mercato, salario –, la proprietà statale delle terre non intacca per nulla il problema della rendita differenziale e con ciò le stratificazioni e relativo sfruttamento di classe.

Con la sua concezione del "blocco di tutte le classi rivoluzionarie" – o "blocco delle quattro classi" interne alla democrazia "di tipo cinese", o "nuova democrazia" – dal quale si passerebbe successivamente al comunismo in maniera graduale, in realtà, il Partito comunista cinese ormai ha fatto proprio il programma politico di Sun Yat-sen: "… il contenuto politico rivoluzionario dei tre principi del popolo – nazionalismo, democrazia e benessere del popolo – secondo la nuova interpretazione data dal Dottor Sun Yat-sen nel 1924, coincide fondamentalmente con il programma politico comunista per la fase della rivoluzione democratica in Cina".

Limitandoci ad osservare che un partito comunista al potere – pur costretto al compito borghese della rivoluzione, in attesa della rivoluzione internazionale – mai potrà mettere nelle mani di un'unica classe sociale la terra coltivabile, ossia la possibilità di sfamare la popolazione: può concedere l'uso privato, mai la proprietà. Se questo succede, il partito al potere non può essere quello comunista, ma il partito della proprietà e la classe dominante diventa quella del modo di produzione dominante.

Ma avremo modo di approfondire questo fondamentale tema in un lavoro successivo affrontando i problemi della trasformazione economica e politica in un paese prevalentemente agricolo come la Cina, immediatamente coinvolgente, negli anni '50, circa mezzo miliardo di persone.

Appendice

[Un piccolo aiuto per quanti vogliano trovare più velocemente le città di cui si parla nel testo: si ponga la Cina in un quadrato i cui lati vanno da 75° a 130° Longitudine Est e da 18° a 45° Latitudine Nord]

Canton 113°/23° Chalgan 115°/41°

Changchun 125°/44° Changsha 113°/28°

Chengchow 114°/35° Chinhkiang 109°/27°

Chinchow 121°/41° Hangchow 114°/30°

Kaifeng 115°/35° Lingsien 112°/25°

Mukden 124°/42° Pechino 112°/40°

Nanchang 116°/29° Nanchino 119°/32°

Shanghai 121°/32° Suchow 117°/34°

Swatow 117°/24° Tayuan 113°/38° Tatung 113°/40° Tientsin 117°/39° Tsunyi 122°/27° [?] Wuhan 114°/30°

Xian 109°/34° Yenan 109°/37°

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Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
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