E' online il numero 44 di n+1

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n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  3 settembre 2013

Il futuro prossimo del capitalismo

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 10 compagni, è iniziata dall'analisi del movimento Occupy in relazione ad esperimenti analoghi che stanno prendendo piede sul territorio americano. Se il movimento non riesce a criticare se stesso per andare oltre, è destinato a spegnersi. L'incapacità di formare un partito in sintonia con il futuro è una tragedia sia per gli anticapitalisti americani che per quelli degli altri paesi. Allo stesso tempo però, da altri luoghi della società arrivano segnali degni d'interesse. I sostenitori del Venus Project hanno aggiornato il loro sito, conservando la stessa documentazione e cominciando un dialogo con OWS. Questi esploratori nel domani vanno avanti per la loro strada, credono che un altro mondo sia possibile e hanno messo in piedi due società parallele, una no profit per la diffusione del progetto e una profit dalla quale ricavano dei salari di sussistenza per poter vivere e finanziare la propaganda.

Si è poi passati a parlare della scottante questione siriana e delle manovre politico-militari americane. Il fronte di guerra siriano si sta allargando e l'estensione del conflitto non riguarda solo il Libano e gli altri paesi confinanti, la posta in gioco è il dilagare della guerra su scala globale. Il Vaticano sta muovendo la propria diplomazia e si è detto contrario ad un intervento militare: "Rischio guerra mondiale, nessuno uscirebbe indenne da un conflitto". Il presidente francese Hollande, l'unico alleato occidentale rimasto disponibile ad un intervento armato, dispone di una potenza militare inadeguata rispetto allo scenario che si sta profilando all'orizzonte. Gli Usa hanno aggiunto una portaerei a quelle già presenti nel Mediterraneo ed anche gli israeliani hanno fatto prove tecniche di guerra. Per quanto riguarda la Siria, gioca un ruolo importante l'intreccio di alleanze presenti sul territorio: la rete di interessi è più intricata di quella che c'è in Iraq. Gli americani non possono muoversi con leggerezza come hanno fatto finora, di qui la cautela di Obama e la necessità di fare lobby al Congresso. L'America ha il fiato corto e compattare il fronte interno è sempre più difficile. Il senatore repubblicano Rand Paul ha messo in guardia Obama dallo sferrare un attacco alla Siria: "Stiamo scivolando in una guerra più grande con la Russia... questo non è un gioco e non si può pensare di dire hey, premiamo questo pulsante ed uccidiamo un pò di gente e diciamo loro che non devono usare le armi chimiche." In effetti nell'area la sovrapposizione di alleanze politiche e religiose è potenzialmente esplosiva: l'Egitto è l'unico paese ad avere relazioni stabili con Israele, il quale è nemico di tutti e potrebbe essere il primo a rimetterci dallo scoppio della guerra, schiacciato com'è tra masse di milioni di mussulmani. L'Arabia Saudita spinge per attaccare la Siria, mentre Iran, Russia e Cina minacciano tutti perché non hanno nessun interesse che Assad cada. Gli Stati Uniti non hanno intenzione di rovesciare il regime alawita ma nemmeno di adottare una soft strategy. Storicamente gli americani attaccano e vogliono la resa incondizionata del nemico, difficilmente scendono a patti.

Secondo Fabio Mini, fino alla seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano una politica di ricostruzione dei paesi conquistati, il Nation-Building, meglio conosciuto in Europa come Piano Marshall. C'era un progetto di intervento per coinvolgere la società civile e in questo modo difendere e tutelare i propri interessi. Dall'Iraq in poi gli americani non hanno una progettualità e una politica all'altezza delle sfide che il mondo globalizzato pone. L'azione economica e politica esercitata dal paese dominante sul mercato mondiale suscita immancabilmente reazioni da parte degli altri paesi che ne subiscono l'iniziativa. La concorrenza tra capitalisti si manifesta fra gli Stati in altre forme e sfocia spesso in conflitto armato.

Il concetto di serie storica dell'imperialismo si basa su una freccia del tempo, sul maturare di processi dinamici che hanno uno sbocco necessario, dipendente cioè dalle determinazioni precedenti. E le determinazioni pongono gli Stati Uniti in una situazione completamente diversa da quella in cui si sono trovati i loro predecessori. La successione mostra di interrompersi. Per capire se è vero e non prendere delle cantonate, non c'è altro modo che lavorare come al solito su invarianti e trasformazioni. C'è un dato a conferma che il ciclo storico dell'imperialismo si sta chiudendo: secondo Joseph Stiglitz per la guerra in Iraq gli Usa hanno speso 3000 miliardi di dollari. Una volta le guerre servivano a rivitalizzare l'economia, mettevano in moto cicli di accumulazione, adesso sono una spesa sempre più difficile da sostenere per Stati sempre più indebitati.

Sembra difficile pensare ad un intervento militare via terra in Siria, risulta più probabile un'operazione dimostrativa con bombardamento mirato su alcuni punti strategici. Al contrario dell'Iraq, desertico e piatto e con obiettivi facili da colpire, in Siria ci sono zone montane ed è difficile da invadere con la fanteria. Qualora partisse l'intervento militare questo sarà coordinato dalle portaerei presenti nel Mediterraneo e questo sarà il vero teatro di guerra. L'Italia, con una sessantina di installazioni americane sparse sul territorio nazionale, è coinvolta per forza di cose nello scenario bellico. L'esercito italiano è presente in Libano con le forze d'interposizione dell'Unifil che dovrebbero fungere da cuscinetto tra Israele e Hezbollah, il quale da un pò di tempo combatte a fianco di Assad contro i ribelli siriani.

Gli Usa sono l'unico paese al mondo in grado di fare il poliziotto globale, non possono però intervenire in più punti contemporaneamente. Basti pensare alla situazione del Mali dove i francesi hanno tirato un calcio nel vespaio fondamentalista e gruppi di jihadisti si sono sparsi in Nordafrica e oltre. Gli Stati Uniti sono quindi in una situazione estremamente contraddittoria: da una parte devono mettere ordine nel mondo, dall'altra qualsiasi cosa facciano producono sempre più disordine. E così la guerra che dovrebbe avere un inizio e una fine è diventata cronica trasformandosi in politiguerra.

Il tutto avviene in una situazione economica disastrosa, soprattutto in Italia dove si assiste ad un calo delle vendite di automobili del 6,5% e la disoccupazione cresce senza sosta. A livello politico poi, l'impasse è totale: si cancella l'Imu per aumentare altre tasse, riducendo i fondi per la sanità e per la manutenzione delle ferrovie. Nel quadro generale colpisce la mancanza di strategia da parte degli attori politici in gioco: dai sindacati al governo, dagli industriali ai partiti, si ragiona giorno per giorno nella totale incapacità di progettare il futuro. La prospettiva che si delinea non esclude la possibilità della comune rovina delle classi in lotta. Ipotesi già presente nel Manifesto del 1848: "Liberi e schiavi, patrizi o plebei, baroni e servi, capi di maestranze e garzoni, in una parola oppressori od oppressi, furono sempre in contrasto, e continuarono, in modo nascosto o palese, una lotta che finì sempre con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta."

Insomma, se tarda a prodursi la rottura rivoluzionaria sono da mettere in conto scenari globali di tipo catastrofico: degenerazione permanente della biosfera e collasso dell'ecosistema fino all'impossibilità, per lo stesso genere umano, di esistere. Nei giorni scorsi il pianeta Terra ha raggiunto l'Earth overshoot day e, secondo il Global footprint network, il 20 agosto l'umanità ha esaurito le risorse naturali rinnovabili che aveva a disposizione per l'intero 2013. Questo significa che in appena otto mesi sono state consumate le riserve di cibo (vegetale e animale), acqua e materie prime che sarebbero dovute bastare fino a fine dicembre, immettendo nell'ambiente (suolo, fiumi, mari, atmosfera) una quantità di rifiuti e inquinanti superiore alla capacità di smaltimento del pianeta. L'impronta ecologica offre la misura di quanto s'è allargato il divario fra l'equilibrio termodinamico e la dissipazione di energia, cioè di risorse che, se il sistema capitalistico non verrà eliminato, andranno irreversibilmente perdute, come la foresta primaria o l'acqua di molti fiumi a causa del prelievo per l'agricoltura e per le metropoli.

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    "Il governo della superpotenza mondiale è in stallo, mentre il governo di un'ex superpotenza — il Regno Unito — è in preda alla paralisi, dopo una raffica di ferite autoinflitte. Angela Merkel, che fino a poco tempo fa era la leader più influente d'Europa, si avvia al ritiro. Il suo collega francese deve far fronte a una sorprendente rivolta, i famosi Gilet gialli. L'Italia, il Paese con la settima economia mondiale, attualmente è governato da una fragile coalizione, con leader così diametralmente opposti e dichiarazioni così sconcertanti che non si sa se ridere o piangere; sembra che gli italiani abbiano deciso di vedere com'è quando il malgoverno viene spinto ai limiti più estremi. In Spagna, il capo del governo non è nemmeno stato eletto da una maggioranza parlamentare, ma è arrivato al potere grazie a un tortuoso processo legislativo."

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    E' proprio vero: dal tipo di impostazione corporativa inaugurata dal fascismo nel corso degli anni '20 (patto di Palazzo Vidoni del 1925) non si è più tornati indietro. Anzi, lo stato borghese ha rafforzato questo tipo di struttura burocratizzando in misura sempre maggiore i rapporti tra capitale e lavoro. Nell'articolo "La socializzazione fascista e il comunismo" (n+1, n. 42), abbiamo citato Il Sole 24 Ore che così definisce la natura degli enti bilaterali: essi "esprimono una concreta ed efficace forma di collaborazione tra capitale e lavoro, indicativa della tendenza al superamento del modello esasperatamente conflittuale. Hanno diversi scopi: mutualizzazione di obblighi retributivi (per esempio, mensilità aggiuntive, ferie) per lavoratori che cambiano spesso datore di lavoro (per esempio, nell'edilizia); formazione professionale; sicurezza del lavoro; prestazioni assistenziali. Da qualche anno la legge ha iniziato a promuovere il ruolo degli enti bilaterali, riconoscendogli compiti relativamente al mercato del lavoro, alla formazione professionale, all'assistenza della volontà delle parti nella stipulazione dei contratti e nella disposizione dei diritti."

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  • Ancora superimperialismo
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