E' uscito il numero 43, aprile 2018

Gli abbonati riceveranno il nuovo numero della rivista nel mese di maggio.

n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  1 ottobre 2013

#Shutdown Usa

La teleriunione di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dal commento di alcuni articoli sullo shutdown del governo americano. I membri del congresso non hanno raggiunto, come alcuni prevedevano, l'accordo sul budget federale. Questo significa che le casse dello stato chiudono, bloccando fondi e mettendo in crisi il funzionamento di servizi di pubblica utilità. Commentatori e giornalisti parlano di scelta ideologica da parte dei repubblicani (nel novembre 2014 ci sono le elezioni di metà mandato e il partito cerca di mobilitare la propria base), ma la spaccatura nel congresso è un prodotto della situazione economica generale. Ha poco senso incolpare una parte politica per una crisi di natura non congiunturale. Barack Obama ha dichiarato che garantirà gli stipendi ai militari in missione, si è dimenticato però di dire che circa 800mila lavoratori statali sono senza stipendio. In prospettiva il rischio è il default degli Usa e i dirigenti delle maggiori banche di Wall Street chiedono che si trovi al più presto un accordo. La borghesia non può arrivare a suicidarsi, ma è impossibilitata a comportarsi diversamente.

Quella che fino a poco tempo fa era la normale dialettica tra i partiti, assume oggi aspetti nuovi e può portare a polarizzazioni sociali inaspettate. A destra come a sinistra si sta scherzando con il fuoco: i dati economici dimostrano che lo spazio di manovra è sempre più ridotto e da queste prove di forza potrebbero innescarsi preoccupanti reazioni a catena. Quanto sta accadendo in questi giorni è molto diverso dallo shutdown di 18 anni fa: l'amministrazione Clinton aveva diminuito il debito e l'economia aveva ripreso fiato dopo la deregulation reaganiana. Oggi c'è il rischio che gli Usa vengano degradati dalle principali agenzie di rating internazionali.

Questo è l'ultimo colpo di coda dell'imperialismo nel disperato tentativo di salvarsi. Il piano consiste nell'aumento del plusvalore assoluto a scapito di quello relativo: meno macchine e tecnologia e più sfruttamento di tipo schiavistico. La Germania e il Giappone ci sono riusciti, nonostante quest'ultimo sia da vent'anni in una fase depressiva a crescita zero. Gli Usa non sono esportatori e nonostante questo vendono titoli di stato a mezzo mondo incassando i miliardi di dollari che poi versano alle banche. Queste, che dovrebbero utilizzarli per dare ossigeno all'economia, li reinvestono in cartolarizzazioni, mutui e paccottiglia finanziaria. E' un circolo vizioso che, evidentemente, non può durare a lungo. Dal punto di vista capitalistico hanno ragione i repubblicani a non volere un'amministrazione che continua ad assistere la popolazione. L'alternativa del diavolo è stimolare i consumi distribuendo soldi a tutti, oppure invertire la marcia e puntare sull'impiego massiccio di disoccupati pagati poco e sfruttati al massimo. Milton Friedman proponeva di distribuire valore nella società agendo sui consumi, non è stato ascoltato perché il Capitale è abbastanza autonomo da fregarsene dei governi. I meccanismi della globalizzazione obbligano gli attori statali a foraggiare prima le banche e poi, eventualmente, la popolazione immiserita.

La classe dominante non riesce più a compattarsi intorno agli interessi comuni. Il sistema è fuori controllo e dal 2007 ad oggi tutti gli indicatori economici mostrano che la situazione è peggiorata. Il Capitale anonimo e globalizzato fa ballare gli Stati al suo ritmo e gli esecutivi nazionali sono sempre più inadeguati nella gestione delle crisi mondiali:

"In una situazione che tende a sfuggire di mano alle borghesie nazionali per effetto dell'internazionalizzazione e autonomizzazione del Capitale, il sistema avrebbe bisogno vitale di un controllo economico e sociale planetario. Quello che sta succedendo in Europa con la folle e suicida competizione per la salvaguardia dell'interesse nazionale è lo specchio di quello che succede nel mondo, solo che fuori d'Europa non si teorizza alcuna unità sovranazionale. Perciò si aggiunge un ulteriore livello di contraddizione: sarebbe appunto necessario un controllo planetario, ma quando si tenta di realizzarne almeno dei surrogati, il nazionalismo ha il sopravvento." (Lo Stato nell'era della globalizzazione)

In tale quadro la situazione politica greca è paradigmatica: da una parte i mercati - per mano della Troika Ue-Bce-Fmi - chiedono misure di contenimento dei conti pubblici, dall'altra tali misure deprimono l'economia e provocano tensioni che sfociano in disordini sociali. L'effetto politico-sociale di un'ondata che sta coinvolgendo tutto il mondo e con problemi così omogenei nonostante le particolarità locali, non può essere paragonato a quello di un terremoto, ma a quello dell'energia che si accumula prima di un terremoto. In Italia il capitalismo ha mille anni, è troppo vecchio per ristrutturarsi, negli Usa invece è ancora giovane e potrebbe riuscire nell'operazione di impoverimento della popolazione al fine di ridurre il salario medio. L'America non può permettersi di statalizzare ulteriormente l'economia... di qui la lotta tra la tendenza demo-fascista che punta all'aumento della spesa sociale (i più reazionari sono i democratici, compreso Roosvelt che passa per rivoluzionario ed invece ha impiantato un sistema fascista), e quella "liberista" che punta all'impoverimento di ampie fette di popolazione. E siccome gli Usa fanno da apripista, prossimamente invece delle manifestazioni di Occupy Wall Street, vedremo quelle di Occupy The World.

Si è poi passati a parlare dei timori del mondo per il caos politico in Italia e dell'impatto di questo disordine sulla stabilità dell'Euro. I parlamentari in quota Pdl sono pressati a tutto campo affinché una parte di loro si smarchi da Berlusconi e appoggi Letta. E' importante ribadire che i governi non contano nulla nelle decisioni importanti: il Capitale comanda su tutto e ci sono amministratori occulti che eseguono i suoi ordini. Se il parlamento servisse ad amministrare tecnicamente qualcosa e non soltanto a fare fessi i cittadini, su cinque anni di massima vita non ne dedicherebbe uno alle elezioni e un altro a discutere la legge per costituire se stesso! Fatto il conto delle ore di sbraitamento, si va al di là dei due quinti (Il cadavere ancora cammina). Il parlamento potrebbe essere cancellato domani e le fabbriche andrebbero avanti lo stesso, nel paese non succederebbe nulla. Ma quando la nave sta affondando i topi l'abbandonano e, di fronte ad una dittatura del Capitale che tende ad eliminare i parlamenti, i politici fibrillano per difendere il loro posto di lavoro. A questo punto abbiamo letto un passo da Il piccolo golpe d'autunno:

"Ogni governo nazionale, in quanto comitato degli interessi di borghesie nazionali, è costretto a mediare sul piano internazionale e quindi a scontrarsi per salvaguardare interessi locali. Ciò lo rende totalmente inadeguato ad affrontare gli sviluppi economici e finanziari che si manifestano sul piano generale e globale. Sarà perciò difficile che il nuovo esecutivo italiano possa risolvere una situazione così incancrenita com'è quella nazionale e però collegata al contesto mondiale. Quello che conta, comunque, è la serie di conferme da trarre dalla pressione che i fatti materiali esercitano sulla compagine politica."

Nell'articolo in questione si parla del modello Peccei-Visentini. La grande borghesia dell'epoca aveva provato - in via del tutto teorica - a superare la democrazia parlamentare ipotizzando l'avvento di un modello sociale che funzionasse come la fabbrica. Il principio organizzatore della fabbrica avrebbe dovuto estendersi a tutta la società, coinvolgendo agricoltura, urbanistica, industria, economia, salute, tempo libero. I sostenitori di tale modello non avrebbero accettato la definizione nuda e cruda di società-fabbrica, ma di fatto proponevano un assetto sociale che funzionasse come il mondo della produzione e non come quello della politica. Oggi velleità tecnocratiche di questo tipo hanno poca possibilità di imporsi. Dal punto di vista istituzionale il Presidente Napolitano ha fatto tutto quello che gli era permesso, riuscendo a non ricorrere alle elezioni. Adesso giocherà pesante: un paese come l'Italia non può permettersi di andare troppo in basso nella gestione della "cosa pubblica". È vero che c'è la globalizzazione e per il proletariato non cambia nulla se viene sfruttato da un capitale nazionale oppure da uno estero, ma per la borghesia la vendita di aziende strategiche è un dramma poiché vengono sottratte quote nazionali di plusvalore da settori produttivi.

Nel frattempo i sindacati, non contenti dell'ingovernabilità del paese, chiedono a gran voce di essere governati. Sono sempre più al servizio dello Stato: "Cgil, Cisl e Uil ribadiscono che occorre una buona legge di stabilità che inverta le scelte recessive compiute in questi anni: non si può immaginare un'uscita dalla crisi senza puntare sul lavoro e sulla buona occupazione. Per questo serve un vero Governo del Paese, capace di compiere le scelte necessarie a rispondere alle richieste del mondo del lavoro." La disoccupazione in Italia ha raggiunto livelli da record storico e tutti, da Confindustria al Vaticano, lanciano l'allarme affinché si trovi una soluzione. La Sardegna è una delle regioni più devastate dalla crisi e tutte le categorie, dai pastori agli operai ai disoccupati, sono in stato di agitazione. Sul fronte sindacale un compagno ha parlato delle lotte in corso nel settore della logistica. Il movimento resiste e proseguono le mobilitazioni nel Lazio e nelle Marche. Stufi di essere schiavizzati da cooperative di mafiosi, facchini e corrieri si auto-organizzano e scendono in sciopero. Martedì 1 ottobre, i lavoratori dei magazzini TNT di Fiano Romano sono scesi in lotta bloccando fin dalle quattro del mattino il carico e lo scarico delle merci. Di fronte a una condotta pesantemente arrogante e provocatoria da parte dei capetti della cooperativa, la risposta dei lavoratori è stata decisa. Benché la direzione di TNT avesse dato la disponibilità alla trattativa dopo un'ora e mezzo dall'inizio del blocco, quest'ultimo si è protratto fino alla fine del turno di lavoro. La cosiddetta sinistra sindacale è sparita o comunque si tiene lontana da queste lotte. Invece di partecipare agli scioperi per controllarli e portare gli operai nel sindacato, sta cercando di formare un movimento politico da presentare alle prossime elezioni europee. Anche questo è un segno dei tempi.

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