E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  10 dicembre 2013

#Forconi

Le proteste dei cosiddetti forconi, i relativi blocchi della circolazione e le reazioni della "politica", sono stati gli argomenti discussi nella teleconferenza di martedì sera a cui hanno partecipato 13 compagni. Il Coordinamento 9 dicembre, di cui fa parte anche il movimento dei forconi, ha indetto per la giornata in questione una mobilitazione contro la "casta" accusata di ruberie e incapacità amministrativa, e contro questo modello di Europa. Mariano Ferro del Comitato di Coordinamento Nazionale afferma: "Non è colpo di Stato, ma il ripristino della democrazia. Vogliamo le dimissioni di tutte le cariche attuali. Sono loro che ci hanno rovinato, sono loro che devono andarsene". I proclami sono molti, la piccola borghesia sta producendo a ritmo industriale paccottiglia patriottica. Ci interessa poco l'estetica populista, notiamo piuttosto che questi movimenti suscitati dalla crisi del mondo capitalistico stanno assumendo caratteri radicali. Leggiamo Marx:

"Proudhon è dalla testa ai piedi filosofo, economista della piccola borghesia. In una società progredita e costrettovi dalla propria situazione, il piccolo borghese diventa da un lato socialista, dall'altro economista, cioè egli è accecato dallo splendore della grande borghesia ed ha compassione per le sofferenze del popolo. Egli è borghese e popolo al tempo stesso. Nell'intimo della sua coscienza si lusinga di essere imparziale, di aver trovato l'equilibrio giusto, che avanza la pretesa di essere qualcosa di diverso dal giusto mezzo. Un piccolo borghese del genere divinizza la contraddizione, perché la contraddizione è il nucleo del suo essere. Egli non è altro che la contraddizione sociale messa in azione. Egli deve necessariamente giustificare mediante la teoria ciò che egli è nella pratica, e Proudhon ha il merito di essere l'interprete scientifico della piccola borghesia francese; e questo è un merito reale, perché la piccola borghesia sarà una parte integrante di tutte le rivoluzioni sociali che si stanno preparando" (lettera ad Annenkov, 28 dicembre 1846).

Non si capirebbe la portata della crisi e dei suoi effetti sociali se ci basassimo esclusivamente sul comportamento del proletariato, la cui condizione è completamente istituzionalizzata entro una gabbia di ammortizzatori che ne attutisce l'azione. Al momento si muovono soprattutto le fasce schiavizzate e del tutto "senza-riserve" insieme alle mezze classi, le quali invece qualcosa da perdere ce l'hanno ed è proprio nella prospettiva di essere espropriate che imprecano contro i "colpevoli" del loro annientamento.

Il 9 dicembre i blocchi, la serrata dei negozi e i presìdi sono avvenuti a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale. A Torino e hinterland la situazione ha preso una piega diversa. I sit-in all'interporto di Orbassano, importantissimo snodo commerciale, sono cominciati sin dalla notte di domenica. Nella mattinata scontri e cariche si sono verificati nella piazza antistante alla Regione, dove si erano radunati disoccupati, giovani delle periferie, commercianti delle bancarelle, autotrasportatori, ultras e altro ancora. C'è stato l'assedio alla sede di Equitalia, il blocco delle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, il fermo della circolazione in Piazza della Repubblica e Piazza Statuto. Nel pomeriggio nuove cariche della polizia sono avvenute sotto il Comune assediato. Per tutta la giornata picchetti volanti composti da quaranta/cinquanta persone hanno bloccato le strade spostandosi velocemente da una parte all'altra della città. I presìdi in vari punti strategici, come Piazza Pitagora e Piazza Derna, hanno mandato in tilt il traffico automobilistico. Per l'organizzazione e il coordinamento della mobilitazione a livello nazionale è stata utilizzata la Rete, sfruttando le potenzialità dei social network.

I presìdi previsti e concordati con le forze dell'ordine erano tre, ma le decine di micro sit-in sparsi sul territorio sono risultati difficili da gestire, tanto che il prefetto di Torino, al termine della riunione del Comitato Ordine Pubblico e Sicurezza convocato per fare il punto sui blocchi, ha detto che "contrastare questo tipo di manifestazioni, uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presìdi improvvisi, è complesso [...] Per questo motivo abbiamo richiesto rinforzi congrui". Le istituzioni temono che tali pratiche dilaghino e si trasformino in qualcos'altro. Come segnalato dalle principali testate giornalistiche, nonostante la presenza di strutture organizzate legate ad ambienti di destra, molta era la spontaneità e difficilmente si riuscivano a trovare referenti con cui "trattare".

Dopo aver toccato altri paesi, ora il vento di rivolta arriva nel Belpaese producendo dibattiti sulla natura degli scontri e sul da farsi. Il solito vizio gramsciano dell'"egemonizzazione" tarda a scomparire e tutti si interrogano se e come cavalcare il "movimento".

Grande scalpore hanno suscitato le immagini di poliziotti e finanzieri che, su richiesta dei manifestanti, si sono tolti i caschi. Ambigua la piazza e ambiguo il comportamento delle forze dell'ordine: da una parte gli scontri e i lacrimogeni, dall'altra una strana solidarietà tra sbirri e manifestanti. A tutto questo si aggiungono voci insistenti su futuri colpi di Stato. Beppe Grillo non ha perso l'occasione per lisciare il pelo ai tutori dell'ordine, "Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro.", e si è appellato al malessere reale che serpeggia all'interno delle forze dell'ordine. Riportiamo un passo di un'intervista a Felice Romano, segretario del Siulp: "Noi non solidarizziamo con i forconi. Noi semplicemente condividiamo le ragioni alla base della protesta. Come poliziotti siamo vessati, guadagniamo mediamente 1300 euro al mese, 4 euro e ottanta centesimi lordi aggiuntivi per il turno di notte, siamo trasferiti da un capo all'altro dell'Italia pur dovendo mantenere le nostre famiglie, andiamo a eseguire gli sfratti quando siamo noi per primi a essere sotto sfratto, non ci pagano gli straordinari da due anni e mezzo, spesso siamo costretti ad andare a vivere in quartieri periferici e malfamati accanto ai pregiudicati, rischiando una sanzione disciplinare".

Di fronte al fibrillare delle mezze classi e al crescere della miseria, i sindacati si piegano sempre più al servizio dello Stato: "Lo sciopero generale non può più essere considerata l'unica modalità in cui si determina il conflitto sul tema del lavoro", afferma il segretario generale della CGIL. Per il leader del "sindacato rosso" è ora di "aprire una stagione di sperimentazione" per identificare nuove "forme altrettanto efficaci e non esclusive che abbiano la capacità di identificare l'elemento di unificazione del mondo del lavoro". Comunque, l'oggettiva obsolescenza dell'organizzazione sindacale come strumento di classe non pregiudica il risultato dello scontro: quando esistano le condizioni, sindacato o no, il suo sbocco non è mai questione di forma, bensì di forza.

I blocchi e i picchetti di questi giorni ricordano quelli di Occupy Wall Street mostrandone un'analogia di fondo. Anche gli occupiers, soprattutto nell'ultimo periodo di attività, avevano dato vita a manifestazioni di piccoli gruppi molto mobili, senza riuscire però ad evitare gli arresti. E' ovvio che quando gli sbirri lasciano fare, dividersi in gruppetti può risultare utile per bloccare più incroci, ma alla fine, arrestando un gruppo per volta, riescono comunque a far piazza pulita.

L'evoluzione possibile potrebbe essere il passaggio da manifestazioni con connotati piccolo borghesi a mobilitazioni con connotati fortemente proletari. Ma è più probabile che un movimento ibrido come quello del 9 dicembre venga utilizzato da alcuni settori della borghesia in lotta contro altri. Per esempio, Berlusconi e altre componenti di destra avrebbero forti interessi per fini elettorali nel cavalcare il malcontento. Dietro al Golpe Borghese del 1970 c'erano gli Usa e la contaminazione di gruppi massoni e fascisti. Il fatto che il coordinamento 9 dicembre abbia preso posizione contro i fascisti vuol dire che questi hanno tentato di agire a nome del movimento, il quale è tutt'altro che unitario: prova evidente ne è il fatto che la cosiddetta marcia su Roma sia stata rimandata.

La situazione è interessante e quanto accade rientra nelle nostre previsioni. Molti si accontentano di etichettare questi movimenti come espressione della piccola borghesia e li ritengono indegni di analisi. La nostra corrente è stata chiarissima al riguardo e lo ha scritto nei Fili del Tempo. Prendiamo, ad esempio, un passo da Fiorite primavere del Capitale il quale, ci sembra, inquadri al meglio la logica fuzzy di ogni rivoluzione:

"Chi dunque [nel 1789] brandì la picca classica e qualche vecchio archibugio? Tutti quelli che dall'avvento capitalistico non avevano nulla da aspettarsi di buono. Non pochi nobili, la sola gente abile all'uso delle armi e che poteva capitanare le azioni, la cui diserzione dalla propria classe è indicata nel Manifesto come vero sintomo dei tempi maturi. E la Rivoluzione prese dall'aristocrazia molti dei suoi grandi capi, uno anche di sangue reale. Vi era poi il "popolo" delle città, ossia garzoni di bottega, lavoratori delle prime manifatture, modesti artigiani, soldati senza ingaggio - poi gli intellettuali: studenti, giovani medici, avvocati, funzionari e così via che nobili non erano, ma capitalisti certo nemmeno; tutta gente senza proprietà o quasi e che sulla ricchezza dei nobili non avrebbe messo le mani. Nelle campagne poi, a parte i gruppi analoghi ma poco numerosi rispetto alle città maggiori, i contadini che dovevano essere liberati dalla servitù feudale raramente insorsero, sebbene non nuovi alle rivolte locali, e molte volte, soprattutto per l'influenza del clero, difesero la reazione, e furono irriducibili in regioni agrarie come la Bretagna e la Vandea. Tutto questo, di cui è inutile sciorinare esempi ed episodi famosi, sta a far intendere che una cosa è definire quali sono le classi sociali che hanno interesse alla rivoluzione e alle quali la stessa porterà il potere politico oltre che il privilegio economico, altro è individuare quali strati sociali hanno dato all'episodio rivoluzionario la milizia combattente e le onde di assalto. Contraddice ciò alla descrizione di una rivoluzione come lotta di classi e come azione delle classi dominate ed oppresse? No, se si è capito che il marxismo non mette tra la determinante economia e lo scoppio delle azioni collettive il fatto di coscienza e di volontà. Questo non è escluso o addirittura capovolto, ma solamente collocato al suo posto. I veri borghesi e capitalisti, giunti al potere e viste sviluppare fantasticamente le proprie imprese col potenziamento della produzione e del consumo, dopo gli anni di crisi e di alternative politiche, difenderanno la vittoria rivoluzionaria con consapevolezza ed iniziativa per non ricadere nella posizione di soggetti. Daranno anzi con volontà e coscienza parte del proprio denaro per quelli che continueranno a combattere a mano armata, e per l'organizzazione dei nuovi eserciti stanziali raccolti colla coscrizione obbligatoria. Ma tutti gli altri rivoluzionari avranno combattuto in gran parte con una volontà ed una coscienza sbagliate e fuori della realtà. Gli intellettuali credevano sul serio alle rivendicazioni ugualitarie e filantropiche e alla difesa della nuova civiltà; la massa del popolo, fino agli strati più ignoranti e perfino torbidi, reagiva fisicamente al malcontento e alle miserie senza aver nozione della loro causa e della via per eliminarli".

Se la rivoluzione borghese senza i combattenti borghesi è un dato storico, ciò significa che sarà possibile una rivoluzione proletaria senza i combattenti proletari? In Russia c'è stata prima una rivoluzione borghese con combattenti non-borghesi, cioè per la maggior parte operai e contadini; poi una rivoluzione proletaria combattuta dalle stesse due classi e guidata dall'intellighentsia piccolo-borghese passata al campo proletario; infine una controrivoluzione borghese fatta da proletari adoranti Baffone e guidata da quest'ultimo e dai suoi tirapiedi (in regime di capitalismo senza capitalisti).

Le rivoluzioni possono avere carattere misto, ma ancor più importante è che possono essere combattute anche dalle classi sociali che non ne hanno i fini. Nella rivoluzione borghese francese i Diderot, i d'Holbach e altri esponenti illuministi erano piccolo borghesi che hanno dato le fondamenta alla teoria rivoluzionaria, mentre chi ha fisicamente combattuto erano nobili decaduti, rappresentanti del vecchio sistema feudale e sanculotti. La scorsa rivoluzione non è stata quindi né combattuta né tantomeno pensata da borghesi, eppure è stata una rivoluzione borghese.

Qual è quindi il possibile scenario futuro? Primo tempo, come descritto nel Filo del Tempo citato sopra, rivoluzione contro la situazione esistente combattuta da un mix di classi; secondo tempo: continuazione sotto la guida del partito proletario, ovvero rivoluzione bis combattuta da un mix di classi con il proletariato che dirige l'orchestra. Del resto, come immaginare una rivoluzione proletaria pura in paesi come quelli occidentali maturi che hanno un indice di purezza capitalistica al 30 o 40%?

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