E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Note sull'imperialismo

Relazione a Roma 21 novembre 2000

Trascrizione (sintetica) da nastro magnetico

"L’imperialismo americano è strutturato, politicamente e militarmente, non tanto per rispondere, come ai tempi di Marx, a una concorrenza o per rafforzare la propria egemonia, ma per mantenere in piedi l’intero mondo capitalistico che lo alimenta, come alcuni paesi concorrenti alimentavano l’Inghilterra, facendosi finanziare ed esportando verso di essa. Ma c’è di più: l’ultima guerra mondiale e i suoi risultati hanno comportato un investimento massiccio di capitali americani in strutture produttive europee e queste hanno infine prodotto plusvalore che si è indirizzato anche verso gli Stati Uniti. Perciò, la situazione attuale è più complessa di quella analizzata da Marx: non solo vi è un flusso di merci contro capitali, nel quale tener conto di materie prime rilavorate; vi è un flusso incrociato mondiale di merci e capitali in ogni direzione, flusso di cui gli Stati Uniti sono l’unico arbitro. Ma essi sono anche l’unico paese che, diventato il centro nevralgico del mondo, può, con un suo collasso, farlo saltare, con effetti a paragone dei quali qualunque crisi passata è poco o nulla " (Il prezzo della supremazia, in n + 1, numero I, settembre 2000, p. 57).

Statistiche dettagliate mostrano oggi che nuovo e poderoso investimento si ebbe, in Europa e in Giappone, durante il secondo conflitto mondiale, e che il boom post-bellico derivò, per larga parte, proprio dalla ricca semina di capitali sotto la pioggia di bombe e proiettili. Nel 1945, a esempio, in Germania, Austria, Boemia, Danimarca, Norvegia il numero di macchine utensili o beni strumentali superava abbondantemente quello del 1939.

Seppure non annientate dal fuoco nemico, industrie e infrastrutture dei paesi belligeranti dovettero subire, però, nei sei anni di scontro, gravi rimaneggiamenti, anch’essi oramai quantificati: Russia –25% del capitale fisso d’anteguerra, Giappone e Germania –13%, Francia –8%, Italia –7% e via dicendo.

Sola eccezione a tanta falcidia (così come nell’inferno precedente 1914-1918) gli Stati Uniti d’America: lontanissimi dal teatro di guerra e perciò inattaccabili, liberi di ingigantire, in tutta tranquillità, la propria macchina produttiva e militare, per farne, di lì a poco, formidabile strumento di dominio planetario.

Vero è che al tavolo dei vincitori, a Yalta nel 1945, sedette anche Josip Stalin, ma la spartizione dei territori occupati chiarì inequivocabilmente i reali rapporti di forza: ai Russi, le arretrate regioni a Nord dell’Elba (fabbriche fatiscenti e poco mercato); agli Americani, l'Europa occidentale e il Giappone, aree di forte e consolidato industrialismo, colture ideali per il giovane e impetuoso capitale d’oltreatlantico.

Nel 1946 il valore delle esportazioni statunitensi salì a 10 miliardi di dollari, +120% rispetto al 1940: made in USA erano, alla scala mondiale, l’82% degli autoveicoli, il 62% del petrolio, il 54% dell’acciaio.

L’anno dopo (nel 1947), inaugurato il Piano Marshall, l’attivo della bilancia commerciale americana sfiorò i 7 miliardi di dollari.

Costrette all’angolo dall’intraprendenza yankee, le stesse potenze alleate, Francia e Inghilterra, dovettero velocemente rinunciare, fra il 1947 e il 1960, a tutti i possedimenti coloniali in Africa, Asia e Vicino Oriente, e lasciarvi libero il campo al dilagante miliardollaro.

L’egemonia del biglietto verde aveva, d’altro canto, già trovato ratifica, nel luglio del 1944, a Bretton Woods, New Hampshire: di fatto, il nuovo dollar standard imponeva la valuta statunitense come mezzo di pagamento e riserva internazionale, la cui parità aurea si stabiliva convenzionalmente in 34 dollari l’oncia. Il controllo di Washington su banche centrali e ministeri degli esteri di Europa e Giappone era, così, completo.

Per almeno un quarto di secolo (dalla fine della guerra al 1970) merci e capitali americani invasero il mondo, determinando un surplus di bilancio senza precedenti: quasi 200 miliardi di dollari.

Nel 1971, oramai esauritasi la lunga fase di prosperità postbellica e già manifestatasi la crisi generale da sovraccumulazione (a tutt’oggi irrisolta), il trend si rovesciò: da massimo paese esportatore, gli USA divennero principale mercato di sbocco per la pletora di merci europee e asiatiche.

A partire da quell’anno, la serie dei consuntivi import/export americani fu all’insegna del disavanzo.

Grazie all’enorme capitale di prestito affluito dal Nuovo Mondo, le industrie tedesche e giapponesi avevano abbondantemente recuperato, insomma, dinamismo, produttività e market shares.

Com’è ovvio, Zio Sam non stette a guardare e nel 1971, rotti gli accordi di Bretton Woods e dunque annullata la convertibilità in oro della propria valuta, scatenò una tale inflazione che presto la massa di xenodollari o dollari off-shore (depositati, cioè, presso banche estere) subì un pesante deprezzamento.

Il resto lo fece, di lì a poco, complici le borghesie vassalle di Iran e Arabia Saudita, il rincaro vertiginoso del petrolio, per il quale Europa e Giappone (dipendenti dai pozzi mediorientali) persero competitività, mentre un fiume inarrestabile di arabodollari affluiva alle banche americane.

L’enorme concentrazione di capitale così determinatasi permise agli Stati Uniti di finanziare il debito della periferia ‘in via di sviluppo’, per ricavarne, in seguito, una rendita crescente.

Nei piani di Washington, però, qualcosa andò storto: la crisi petrolifera sconvolse le industrie europee e giapponesi, obbligandole a profonde ristrutturazioni, con espulsione di forza-lavoro e abbattimento dei salari; il servizio del debito (il carico degli interessi passivi), in breve stritolò i paesi del cosiddetto Terzo Mondo, la cui domanda di merci estere (e, si sperava, soprattutto americane) decadde inesorabilmente.

Conseguenza generale ne fu la storica sovrapproduzione, manifestatasi con drammaticità negli anni 1974-75 e poi cronicizzatasi, tanto da indurre finalmente la Casa Bianca ad aggiustare il tiro.

La nuova ‘strategia per la vittoria’ (a dirla con Luttwak) avrebbe ancor più fatto leva sulla indiscutibile supremazia statunitense, finanziaria e militare (‘imperialismo delle portaerei’ l’aveva definita, nel 1952, la Sinistra).

Dai primi anni '80 (avvio della reaganomics) la Federal Reserve prese ad aumentare i propri tassi di interesse, col duplice scopo di 1) accrescere la rendita derivante dai crediti all’estero e 2) attrarre copioso capitale finanziario, per lo più tedesco e giapponese, a sostegno del debito interno (che perciò venne gonfiandosi a dismisura: dai 1.000 miliardi di dollari del 1980 ai 4.000 miliardi di dollari del 1992).

L’ulteriore apprezzamento del dollaro confermò la netta convenienza dell’import, a scapito dell’export: nel 1989, il passivo commerciale americano aveva già raggiunto i 120 miliardi di dollari.

I compiti erano, oramai, definitivamente assegnati: agli Stati Uniti, quello di controllare e pilotare il capitale finanziario mondiale, e col ricavo rentier acquistare merci; al resto del mondo quello di produrre e offrire al mercato.

Laddove, poi, la finanza non fosse bastata, avrebbero contato le armi.

Per fronteggiare le spese della riunificazione, caduto il muro di Berlino, nel 1989 anche la banca centrale tedesca ritoccò al rialzo i tassi di interesse, entrando così in aperta competizione con la Federal Reserve nel drenaggio di capitali.

Al riguardo, nel 1990 scrivevamo: "Gli Stati Uniti non possono lasciar maturare un simile pericolo: devono assolutamente evitare che anche solo si profili all’orizzonte. Ma quali espedienti possono escogitare per frenare l’esuberanza dei loro avversari economici? Manovre monetarie? No, perché le cifre in ballo sono al di sopra di qualunque possibilità di intervento efficace o addirittura realistico [con il rischio di disastrose bancarotte, come quella, da 1.400 miliardi di dollari, che coinvolse le piccole casse di risparmio americane, evidentemente inabili a sostenere troppo elevati interessi passivi]. Politiche di ristrutturazione per una ripresa produttiva? No, perché la situazione è già il risultato di un fallimento clamoroso di ristrutturazione industriale del sistema. Accordi con gli avversari? No, perché il mondo si trascina già in un labirinto di accordi che non riescono a essere applicati. Gli Stati Uniti possono seguire una sola via: rendere i loro concorrenti, appunto, meno concorrenti. La cosiddetta questione petrolifera ha questa semplice radice"

La soluzione fu, precisamente, la Guerra del Golfo, il cui pendant, in epoca più recente, si rileva nella Guerra dei Balcani, combattuta indirettamente dall’armata yankee contro le velleità dell’Unione Europea.

Oggi più che mai, vista l’onnipresenza di marines: "Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della Terra; è il punto di arrivo di un metodo cominciato con Esopo, quando il lupo disse all’agnello che gli intorbidava l’acqua, pur bevendo a valle. Bianco, nero o giallo, nessuno di noi può ingollare un sorso d’acqua senza intorbidire i cocktails serviti ai re della camorra plutocratica nei nightclub degli Stati" (da Aggressione all’Europa, articolo apparso sul n. 13 di Prometeo, nel 1949).

Delineato il quadro storico, veniamo, adesso, alla sintesi teorica.

Cosa caratterizza primieramente, fra commercio e finanza, la fase ultima del capitalismo? Da Lenin in poi si risponde: "la secònda c’hai dètto!".

Nel saggio ‘popolare’ del 1916, capitale finanziario e capitale industriale sono chiaramente delimitati: da una parte, il denaro portatore di interesse (istituti bancari, fondi d’investimento, compagnie d’assicurazioni); dall’altra, i mezzi di produzione (l’insieme delle aziende produttrici di merci o servizi). Il caso delle corporation autofinanziate non vi è contemplato, ma, anche oggi, esso non muta i rapporti di forza fra banca e industria (tutti a favore della prima, per la vitale disponibilità di ‘liquidi’).

Nei rapporti fra Stati, il capitale finanziario opera per investimenti di portafoglio (cioè speculativi), crediti, creazione di filiali e consociate (con rimpatrio dei profitti) ecc. e, di norma, spadroneggia; il capitale industriale si limita, invece, alla esportazione di merci, e pertanto, quasi sempre, arranca.

Analizzare la struttura dell’imperialismo in base ai flussi commerciali è, quindi, errore marchiano, da cui ogni sedicente marxista dovrebbe potersi dire parato. E invece…

Da almeno un quindicennio, Lotta Comunista (per dare un esempio) batte il chiodo del disavanzo americano, per dimostrare la ineluttabilità del ricambio al vertice imperiale: non più gli Stati Uniti, potenza declinante, ma il Giappone, la Germania e, a lunga scadenza, gli outsider India e Cina.

Per LC, insomma, ‘concorrenza commerciale’ vale ‘rivalità interimperialistica’. Come dire: al dominio sul mondo si arriva non catastroficamente, traverso l’urto delle armi (in cui si auspicherebbe, peraltro, la vittoria proletaria contro il capitalismo stesso), ma progressivamente, per accumulo di quote di mercato.

LC è ferma, in buona sostanza, all’epoca remota di Adam Smith, nella quale la floridezza economica d’una nazione dipendeva, in effetti, dall’attività delle sue dogane. La bilancia commerciale (come differenziale fra polizze di carico) rappresentava allora, senz’altro, un buon indice di valutazione.

A partire dal 1880, Lenin insegna, non è più stato così: le comparazioni import/export, oggi, non spiegano assolutamente nulla dei rapporti fra imperialismi, e il modo di calcolare il flusso dei pagamenti fa ridere: il bilancio ‘ufficiale’ statunitense non comprende (e come potrebbe?!) il capitale posseduto all’estero.

Al netto dei servizi (95 miliardi di dollari), il deficit commerciale americano supererà quest’anno i 250 miliardi di dollari: eppure gli USA dettano ancora legge, a tutti, metropoli e periferie.

Contro Lenin e a conferma del ‘superimperialismo’ kautskyano? Macché! Leggere con attenzione, ancora ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo: "Il capitale finanziario è una potenza tanto ragguardevole, anzi si può dire tanto decisiva, in tutte le relazioni economiche e internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica […] L’epoca dell’imperialismo capitalista è caratterizzata non soltanto da due gruppi fondamentali di paesi, cioè paesi possessori di colonie e colonie, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti, indipendenti dal punto di vista politico, ma in realtà avviluppati in una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica. La semicolonia rappresenta solo una di queste forme […] Schilder, basandosi sul rapporto del console austro-ungarico a Buenos Aires per il 1909, calcola a 8 miliardi e 750 milioni di franchi i capitali inglesi impiegati in Argentina. Si può facilmente immaginare, per conseguenza, quale influenza abbia il capitale finanziario inglese (e la sua cara "amica", la diplomazia) sulla borghesia dell’Argentina e sui circoli dirigenti della sua vita economica e politica.

Una forma un po’ diversa di dipendenza finanziaria e diplomatica, pur con la indipendenza politica, ci è offerta dal Portogallo. Questo è uno Stato indipendente e sovrano, ma di fatto da oltre duecento anni, cioè dal tempo della guerra di successione spagnola (1700-1714), si trova sotto il protettorato dell'Inghilterra. L'Inghilterra assunse le difese del Portogallo e delle sue colonie per rafforzare la propria posizione nella lotta contro le sue rivali, Spagna e Francia, ottenendo in compenso privilegi commerciali, migliori condizioni per l'esportazione delle merci e specialmente del capitale nel Portogallo e nelle sue colonie e, infine, la possibilità di usarne le isole, i porti, i cavi telegrafici ecc. Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell'epoca dell'imperialismo capitalistico essi diventano sistema generale, elemento essenziale della politica della "ripartizione del mondo", e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale"

Commento dei Torinesi: "La condizione dell'Argentina e del Portogallo è la condizione in cui oggi si trovano Europa, America Latina e Asia, in definitiva il mondo (l'Africa è terreno di prelievo semplice)". Sottoscriviamo.

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