E' online il numero 42, ottobre 2017

Invitiamo tutti ad abbonarsi alla copia cartacea per aiutarci a mantenere questo tipo di diffusione, ad esempio presso le biblioteche.

n+1 rivista n°42

Editoriale: L'immane mistificazione

Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre

Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti

Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)

Spaccio al bestione trionfante: Coppi, Bartali e i vaccini

Recensione: Lavorare è bello

Doppia direzione: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  2 dicembre 2014

Guerra del Petrolio

La teleconferenza di martedì, a cui si sono connessi 15 compagni, è iniziata dall'analisi di quanto sta accadendo in campo energetico nel mondo.

L'OPEC non abbasserà la produzione. Così è stato deciso dai paesi esportatori di petrolio riuniti a Vienna lo scorso 27 novembre. Nel frattempo il Brent del Mare del Nord, il grezzo di riferimento, è crollato a 77 dollari, e addirittura a 54 quello dei pozzi del Kuwait. Anche se il "petrolio buono", come l'arabian light o il libico, è ancora caro e rimane tra i 120 e i 150 dollari, non influisce sul prezzo di riferimento. Fin qui tutto normale: il calo dei consumi ha fatto scendere la spesa energetica, il boom dello shale oil e delle tecniche di fracking ha inciso sui prezzi, la concorrenza tra i paesi produttori ha fatto il resto. Ciò che non è normale è l'unanimità (quasi) dell'OPEC nel tenere alta l'estrazione nonostante i prezzi bassi.

E' noto che i paesi esportatori di petrolio tendono a mantenere la produzione sul filo del rasoio, e cioè ad un livello di prezzo sufficientemente alto ma che non faccia diminuire la domanda (caso in cui, comunque, i pozzi servono da salvadanaio per il futuro). Oggi sta accadendo esattamente il contrario: è come se i paesi OPEC scialacquassero il petrolio guadagnandoci poco per ottenere qualcosa. La tanto strombazzata autosufficienza energetica americana è una bufala, e i paesi dell'OPEC se ne sono accorti: ci rimettono sul momento a pompare petrolio in esubero, ma fanno un buon investimento perché stanno facendo chiudere la concorrenza.

Insomma, non cambiano le linee guida individuate nel numero speciale della rivista sull'energia; assistiamo però ad una evidente accelerazione soprattutto nell'erosione dei già fragili equilibri internazionali (ad esempio la chiusura, notizia di qualche giorno fa, del progetto South Stream). Se negli anni '70 – '80 il capitalismo riusciva a gestire la chiusura di alcuni pozzi, oggi diminuire la produzione significa colpire le economie di tutti gli altri paesi esportatori di petrolio (Russia, Venezuela, Nigeria, ecc). Federico Rampini sulle pagine di Repubblica spiega il terremoto energetico in corso ponendo l'accento sul calo della domanda globale:

"L'eurozona in piena depressione; il Giappone ripiombato nella sua stagnazione secolare; ora la Cina che rallenta vistosamente. E' la caduta dei consumi di tutte le materie prime, un effetto e un sintomo di questa glaciazione globale. L'America da sola teme di non riuscire a fare da locomotiva per il resto del mondo. Dalla Cina all'Europa tutti esportano deflazione: il petrolio è diventato vettore di questo contagio".

L'avanzata dell'IS in Medio oriente, fenomeno che rientra nel più generale movimento di dissoluzione degli Stati, potrebbe complicare ancor di più la situazione. Dopo aver conquistato una cinquantina di villaggi nel deserto e l'importante città di Mosul (2,8 milioni di abitanti e mezza banca centrale irachena), adesso lo Stato Islamico conta sulla crescita esponenziale delle adesioni soprattutto da parte di gruppi asiatici. Il califfato controlla una superficie grande quanto l'Inghilterra e ha una linea di forza che segue l'Eufrate dalla Turchia al Golfo Persico; sta diventando talmente potente che si permette di assediare Baghdad e, tra non molto, circondare Damasco. Se in Siria cadesse il regime di Assad e l'Iraq venisse a sua volta travolto, il petrolio iracheno potrebbe diventare decisivo: agli americani converrà di più re-invadere l'Iraq o comprare a basso prezzo, di contrabbando, il petrolio dai tagliagole dell'IS?

Anche sul fronte interno si moltiplicano i grattacapi per gli americani. Lo sciopero nella giornata del Black Friday dei lavoratori della Walmart (il movimento OUR Walmart è assolutamente inclusive e si coordina attraverso la Rete) si è intrecciato spontaneamente con le mobilitazioni Black Lives Matter indette per lo stesso giorno. La lotta contro la brutalità della polizia, che difende il regime dell'1%, e la richiesta di un salario "dignitoso" vanno di pari passo: dalle rivolte di Ferguson agli scioperi della Walmart passando per quelli dei Fast Food (il prossimo il 4 dicembre), ci troviamo di fronte ad un movimento unico. Sui cartelli dei manifestanti è spiccato uno slogan più incisivo di mille proclami: fighting to live, not just survive.

Anche in Italia, il prossimo 9 dicembre, sono previste diverse manifestazioni promosse dai Forconi, quel movimento che lo stesso giorno dell'anno scorso ha praticato blocchi del traffico ed eventi di piazza in tutto il paese. Accumulare rabbia e sfogarla improvvisamente è una caratteristica dei rappresentanti delle non-classi: non potendo legarsi ad una classe vera e propria sono costretti ad annaspare triturati tra le due grandi della società, borghesia e proletariato.

Anche reti sociali e sindacali hanno lanciato un loro appuntamento: il 3 dicembre tenteranno di assediare il Senato in occasione del voto di fiducia al Job Acts. Invece di anticipare la situazione futura, nel "movimento" prevale l'indignazione e la difesa di un passato concertativo che non c'è più; paradossalmente, è più anti-forma la borghesia che elimina quegli istituti legislativi e contrattuali che la nostra corrente storica denunciava come impedimento al libero manifestarsi della lotta rivendicativa. E mentre Cgil e Uil si preparano allo sciopero generale del 12 dicembre, il governo fa proprie (a parole) le rivendicazioni storiche del movimento operaio quali il contratto unico di lavoro e il salario ai disoccupati. Contro questo programma scioperano i sindacati, come la Fiom, firmatari dei peggiori accordi capestro: sono talmente spiazzati da non essere in grado di capire quel che Renzi va dicendo. Nemmeno i seriosissimi riformisti che dirigevano la CGL degli anni '20 avevano nei loro programmi il salario ai disoccupati e il contratto unico per tutti i lavoratori al di là delle categorie di appartenenza (Verso il collasso epocale, n+1 n. 36): un sindacato che facesse il suo mestiere incalzerebbe il governo sulle promesse fatte e non perderebbe tempo nella difesa impotente dell'articolo 18. Si dissolve quindi anche la capacità mistificatoria delle centrali sindacali e con essa il controllo esercitato sui lavoratori (Necessarie dissoluzioni, n+1 n. 36).

Articoli correlati (da tag)

  • Riduzione dell'orario di lavoro

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata commentando le news in arrivo dal Venezuela, dove in seguito agli assalti a supermercati e negozi da parte della popolazione, ormai ridotta alla fame, il governo Maduro ha costretto gli esercenti ad abbassare i costi dei beni di prima necessità. Nel paese i prezzi delle merci sono arrivati alle stelle a causa di un'inflazione a livelli da record, mentre il Bolivar, la moneta locale, non viene più accettata nelle transazioni.

    La situazione economica in cui versa il paese è molto simile a quella di altre aree del mondo dove storicamente vengono attuate misure per calmierare i beni di prima necessità. Quando le condizioni economiche peggiorano e tali misure non possono più essere mantenute, quando i governi non riescono più a sfamare le popolazioni, scattano le rivolte, i saccheggi e le manifestazioni.

  • Corporativismo a tutti i livelli

    La teleconferenza di martedì, presenti 15 compagni, è iniziata commentando quanto accade in Argentina.

    Nei giorni scorsi ci sono state grosse manifestazioni e scontri con la polizia a Buenos Aires, in seguito all'annunciata riforma delle pensioni. Secondo l'Osservatorio sul debito sociale dell'Università Cattolica di Buenos Aires i poveri sono il 31,4% della popolazione e il 48,4% dei minori di 14 anni vive in famiglie povere. Praticamente un terzo della popolazione argentina si trova in condizione di povertà strutturale e l'ennesima misura di austerity non farà altro che peggiorarne la situazione. In questo clima la riforma delle pensioni rappresenta la classica goccia che fa traboccare il vaso, diventa l'innesco di situazioni esplosive pre-esistenti.

    A proposito di miseria crescente è stato citato un articolo pubblicato su il manifesto, "La lotta di classe vinta dall'1%" dove si riportano i risultati di uno studio realizzato da un centinaio di economisti di tutto il mondo, coordinati nel World Wealth and Income Database (WID, world). La giornalista Anna Maria Merlo ne ricava un quadro indicativo:

  • Denaro, moneta, salario... categorie transitorie

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata con un accenno alla lettera di Papa Francesco ai partecipanti alla conferenza internazionale "Dalla Populorum progressio alla Laudato si", rivolta in particolare alle forze sindacali.

    Nel messaggio il Pontefice, dopo la glorificazione del lavoro (che "non può essere considerato come una merce né un mero strumento nella catena produttiva di beni e servizi, ma, essendo basilare per lo sviluppo, ha la priorità rispetto a qualunque altro fattore di produzione, compreso il capitale"), ricorda che la persona "non è solo lavoro; ci sono altre necessità umane che dobbiamo coltivare e considerare, come la famiglia, gli amici e il riposo". Le forze sociali sono quindi sollecitate a non ignorare "il resto dei poveri, emarginati ed esclusi dal sistema", sindacati e movimenti dei lavoratori devono "essere esperti in solidarietà".

    Non saranno gli appelli del Santo Padre o quelli dei sindacalisti a fermare l'aumento delle diseguaglianze sociali. La legge della miseria crescente è la legge assoluta dell'accumulazione capitalistica e sarà la polarizzazione economica a spingere i proletari a spezzare gli attuali schemi corporativi - mandando a quel paese preti e sindacalisti - e a ritrovare la forza nell'organizzazione immediata territoriale.

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°41, aprile 2017

copertina n°41f6Editoriale: Non possiamo ingannare la natura
f6Articoli: Assalto al pianeta rosso - Il secondo principio - Il grande collasso - Capitale e teoria dello sciupio
f6Rassegna: Ancora Trump - Fuga nel sub mondo
f6Terra di confine: Buoni di non lavoro
f6Recensione: Che cosa c'è dopo il capitalismo?
f6Doppia direzione: Neoluddismo
f6Spaccio al bestione trionfante: Dieci punti per demolire Trump

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 227, 31 gennaio 2018

f6La scintilla
f6Accendere neuroni
f6Animal spirits
f6Reddito di base
f6Giganti scomodi
f6Mi chiamo Sophia
f6Bisogno di guerra
f6Ramoscello d'ulivo

Leggi la newsletter 227
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email