E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale, Torino
Temi: Il 200° anniversario di un Marx inesistente, Governo 2.0, Il rovesciamento della prassi. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  9 dicembre 2014

Dissoluzioni

"La guerra del petrolio" è stato nuovamente l'argomento principale di cui si è discusso durante la teleconferenza di martedì sera (20 i compagni presenti). Effettivamente il tema resta caldo, e le dinamiche peculiari sottostanti a questa guerra quasi sottaciuta ancora non sono emerse chiaramente.

Nell'accordo sancito all'incontro viennese dell'OPEC giornalisti ed analisti economici ascrivono all'Arabia Saudita un ruolo determinante senza riuscire però a svelarne l'asso nella manica. Nell'immediato mantenere alti i ritmi estrattivi non è certamente vantaggioso per i sauditi, ma per quei paesi dell'OPEC (e non) la cui economia dipende dall'esportazione del petrolio è addirittura dannoso. A dirla tutta a dare il via ad una super produzione di petrolio sono stati per primi gli Stati Uniti, che per far pressione alla Russia hanno finito per intaccare anche gli interessi della concorrenza saudita causando l'abbassamento dei prezzi. Si sono poi aggiunti altri fattori, come il calo della domanda mondiale in seguito alla crisi o l'immissione sul mercato a prezzi ridotti di petrolio pregiato da parte dei clan che si contendono la Libia. Come scrivevamo nel precedente resoconto, l'Arabia Saudita si può permettere una guerra a lungo termine, può attendere cioè che i pozzi americani chiudano e poi far impennare il prezzo del greggio, con una riproposizione dei meccanismi visti durante le crisi energetiche del passato. Ma innescare nel contesto attuale dinamiche di questo tipo avrebbe ben altri effetti rispetto agli anni '80, periodo in cui il capitalismo aveva i numeri per sostenere contraccolpi del genere.

Allora il mondo poteva ancora assorbire palate di petroldollari, mentre oggi il Sistema, con tutte le schifezze finanziarie che girano sui mercati, è già saturo di capitale fittizio alla disperata ricerca di valorizzazione.

Insomma, il quadro che emerge non è lineare. Non è ben chiaro cosa nasconda l'atteggiamento belligerante degli Stati Uniti verso il più grande produttore del mondo di petrolio. Forse l'intenzione di andarsi a riprendere i pozzi dell'Iraq prima che lo facciano i miliziani dell'IS? E se in passato i paesi dell'OPEC hanno sempre avuto una politica concertata per cui le difficoltà erano risolte abbassando la produzione e conservando il petrolio per il futuro, quale carta ha giocato questa volta l'Arabia Saudita sul tavolo viennese per convincere tutti gli altri a seguirla nella super produzione? Lo scenario che si profila è di tipo catastrofico perché in tutta la vicenda il vero dato importante, qualunque strategia tramino gli stati concorrenti, è che non c'è più abbastanza sovrapprofitto da devolvere alla rendita.

A proposito di Medio Oriente, è notizia di questi giorni che anche l'Iran è intervenuto nel ginepraio iracheno bombardando le postazioni delle milizie islamiche. Nonostante le azione congiunte, ufficiali o meno, dei vari paesi nemici, l'avanzata dello Stato Islamico non si ferma; se va avanti così prima o poi dovranno scendere in campo i fantaccini terrestri (gli Usa contano già 3000 militari dislocati sul territorio). Oggi le guerre non riescono più a rivitalizzare l'economia come al tempo di Eisenhower, quando le condizioni erano ottimali; si confermano invece come epifenomeni caratteristici della struttura della società, nel cui profondo è in moto una feroce ripartizione del plusvalore prodotto. Nell'epoca della centralizzazione del Capitale questo avviene a scapito di altri capitali perché non c'è valore disponibile per tutti. Google ad esempio, il monopolio ritenuto pericoloso dagli Stati, è un fenomeno nettamente diverso rispetto alla Krupp o alla Fiat di una volta: quelle erano società di monopoli che si facevano concorrenza, adesso il monopolio uccide spietatamente tutto quello che gli sta intorno. Anche in economia alcuni processi sono irreversibili, una volta che il capitalismo è drogato non guarisce più, indietro non si torna. Nonostante l'aumento storico del pluslavoro e quindi del plusvalore che ogni operaio cede al Capitale, non si può estrarre da pochi operai tanto plusvalore quanto se ne estrae da molti (Marx, Terzo Libro del Capitale, i Redditi e le loro fonti).

Gli stessi scenari di guerra che sono stati sempre "esportati" all'estero, ora gli Stati Uniti li vedono prendere piede al proprio interno. Le manifestazioni iniziate con la sentenza di Ferguson si susseguono e mostrano una popolazione sempre più arrabbiata, e quando uno stato deve ricorrere all'uso della polizia-esercito per contenere il malessere sociale, vuol dire che la situazione rischia di andare del tutto fuori controllo.

A scendere in strada sono le comunità afro e latino-americane, disoccupati, precari, pezzi di sindacato, studenti (#berkeleyprotests). Protestano contro la violenza della polizia ma anche per il salario minimo, perché quelli che vengono sfruttati nei fast food o alla Walmart sono gli stessi che vengono pestati e uccisi dalla polizia. La lotta per il salario minimo (#fightfor15) è ormai molto estesa e, oltre a essersi intrecciata ad altre lotte sincronizzandosi con le proteste contro l'1% (Walmart e Black Lives Matter), ha anche superato i confini nazionali (a Tokyo ci sono state manifestazioni di solidarietà). Il movimento generalizzato che attraversa gli Stati Uniti si organizza a e in rete, e pratica lo sciopero sociale con blocchi alle stazioni della metropolitana, ai negozi, ai ponti (New York) e alle grandi arterie di traffico (Los Angeles). Sì, Occupy Wall Street è forse morto, ma è da quella dissoluzione che ora emerge qualcos'altro: Occupy the World?

In chiusura di teleriunione si è accennato agli ultimi dati del Censis sulla miseria crescente. Secondo il Centro Studi Investimenti Sociali l'Italia "ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine" ma le criticità di alcune aree urbane "non possono essere ridotte ad una semplice eccezione"; i giovani sarebbero la "fascia sociale" che subisce maggiormente la crisi, costretti a "stringere la cinghia" e a "una dipendenza strutturale dalle famiglie". Belle scoperte!

Banlieue e giovani, vengono in mente le periferie del mondo intero. Per quanto potente, la cappa capitalistica non può nulla di fronte al bisogno di una comunità altra, di fronte all'emergere di nuovi rapporti sociali che non rivendicano nulla e trovano nell'involucro statale un limite da far saltare.

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Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

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f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
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