E' uscito il numero 43, aprile 2018

Gli abbonati riceveranno il nuovo numero della rivista nel mese di maggio.

n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  1 settembre 2015

Non profughi ma eccedenza

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con alcune considerazioni riguardo le notizie di stampa sulla cosiddetta emergenza immigrazione.

La stazione ferroviaria di Budapest è nel caos, in migliaia si accalcano sui binari in attesa di salire sui treni diretti in Germania. Dopo lo sgombero operato qualche giorno fa dalle forze dell'ordine, i migranti hanno occupato nuovamente la stazione, mentre manifestazioni di solidarietà e sostegno sono state organizzate da alcuni gruppi anti-razzisti nella capitale ungherese e a Vienna.

In queste situazioni bisogna fare attenzione a non confondere la vaga solidarietà interclassista di cui parlano tutti i giornali, con ciò che fa da molla e spinge a scendere in piazza, e cioè la paura di un futuro sempre più incerto. Se l'emigrazione storica era dovuta all'attrazione dei mezzi di produzione esercitata su masse di uomini che vivevano in aree poco sviluppate, adesso questa forza lavoro è diventata sovrappopolazione assoluta e viene espulsa dai paesi di origine, specie dove gli stati sono collassati. L'aumento della produttività rende una parte sempre più consistente della popolazione mondiale assolutamente inutile. Il futuro vedrà quindi - in mancanza di una rete internazionale di lotta che faccia proprio il motto Proletari di tutti i paesi, unitevi! - uno scenario di guerra generalizzata tra le masse impoverite occidentali che stanno perdendo qualcosa, e le masse mobili che hanno già perso tutto.

L'ultimo numero dell'Economist è incentrato sul problema immigrazione, sul rallentamento economico della Cina e sulla preoccupazione dei mercati rispetto alla tenuta delle borse. Non male per i paladini del capitalismo. D'altronde, come si fa a essere ottimisti quando si ha a che fare con paesi a crescita zero virgola qualcosa?

Le popolazioni di Cina e India non possono permettersi di raggiungere livelli di consumo pari a quelli occidentali. Non ci sono legno, acciaio, acqua e terra a sufficienza per tutti. Lo sviluppo economico è stato dirompente per questi paesi: masse enormi di contadini sono passate dalla condizione di lavoratori della terra a quella di manodopera in eccedenza stipata nelle megalopoli in brevissimo tempo. Difficile credere al radioso futuro capitalistico vaneggiato da alcuni, perché l'attuale sistema non sta crescendo, sta arrancando.

L'economia mondiale è allo sfascio. La Cina è con l'acqua alla gola, i Brics, che dovevano risollevare l'economia, la stanno invece affossando, e il Giappone, la seconda potenza mondiale fino a qualche anno fa, è in crisi cronica. Anzi, tutto il mondo si è ammalato della sindrome giapponese (droga monetaria, senescenza della popolazione, disoccupazione di massa). E l'Unione Europea non esiste, ogni paese procede per conto suo. Non è perciò difficile intuire che le migrazioni non possono essere fermate né con i muri né con i soldati. A collassare sono i rapporti capitalistici, mentre i campi profughi sono destinati ad aumentare ovunque. Da Calais a Dadaab, il mondo sta diventando un grande centro d'identificazione ed espulsione. Viene da dire: volete il capitalismo? E' questo, altro non c'è.

Grande attenzione mediatica è stata data al ritrovamento di un giacimento di gas a largo delle coste egiziane. Si deve ancora capire l'entità di queste riserve, e già partono accorate manifestazioni di entusiasmo. L'annuncio sembra più che altro una strategia per far crescere il valore delle azioni dell'Eni; il trend invece è conosciuto: c'è un divario incolmabile tra consumo e ritrovamento di idrocarburi. Per il momento la convinzione che l'età del petrolio sia lontana dal terminare pare ancora molto radicata, ma, come diceva lo sceicco Yamani, l'età della pietra non ebbe certo fine perché fosse esaurita la pietra.

La teleconferenza si è conclusa con la segnalazione dell'iniziativa lanciata dall'hub newyorkese di Occupy Wall Street per il prossimo 17 settembre, in occasione del quarto anniversario della nascita del movimento (#S17, gli attivisti sono chiamati a raccolta a Zuccotti Park e nelle altre piazze americane); e con alcuni commenti sui complessi automatizzati giapponesi per la coltivazione di ortaggi, un'evoluzione rispetto alle colture su terra. L'applicazione della scienza e della tecnica all'agricoltura non sono di per sé un fatto negativo. La generalizzazione dello sfruttamento basato sull'innalzamento della produttività mette già a disposizione dell'uomo i mezzi per il potenziale superamento di tutte le società del bisogno; dimostra che è già iniziata nei fatti la liberazione dal "regno della necessità" ed è aperta la via all'avvento del "regno della libertà".

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    La situazione che emerge dai dati raccolti nel rapporto, come illustra un rappresentante della sede italiana dell'organizzazione non governativa in una recente intervista, è decisamente preoccupante. Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazioni no profit operanti in 90 diversi nazioni e dispone di una rete ampiamente estesa i cui sensori sono dislocati praticamente in tutto il mondo (10.000 operatori e 50.000 volontari). Lo studio del 2018 tratta principalmente il tema della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza, e il risultato a cui giunge – ma non si tratta di una novità dato che sono sempre di più le ricerche di questo tipo a rilevare tale assetto generale – è quello di una società in cui il denaro, o la prosperità in generale, confluisce in misura sempre maggiore nelle solite "poche" mani. Nel documento vengono inoltre presentate proposte e suggerimenti per arginare tale situazione di disparità. Ovviamente si tratta di soluzioni di carattere riformista, come la tassazione progressiva, l'introduzione di un tetto agli stipendi dei manager, e via dicendo.

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    "Dai grandi mari internazionali sino alle infrastrutture via terra, la circolazione delle merci, il loro stoccaggio e la distribuzione delle stesse si articola sull'organizzazione di una catena logistica mondiale. In questa centralità si riconoscono i temi di fondo che interrogano la forma e i processi di globalizzazione, dalla disarticolazione e ricomposizione dei luoghi della sovranità politico-statuale sino alla natura dei flussi migratori nella divisione internazionale del lavoro".

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

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f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
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