E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  24 novembre 2015

Tattica e strategia in Medioriente

La teleconferenza di martedì, presenti 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sul tema della guerra.

Possiamo leggere l'abbattimento del bombardiere russo da parte dell'aviazione turca come un messaggio della NATO (di cui la Turchia fa parte) alla Russia e al suo attivismo militare in Medioriente. L'attacco al Sukhoi si configura come un tassello della guerra di tutti contro tutti nell'area mediorientale e più in generale nel mondo intero.

In seguito all'attacco, Mosca ha accusato Ankara di complicità con l'IS e ha promesso risposte adeguate a questa "pugnalata alla schiena". Da quanto si apprende da alcuni siti militari, i russi stanno compiendo attacchi mirati su milizie turcomanne al soldo di Ankara. Circolano inoltre notizie circa l'impiego di mezzi corazzati russi sul suolo siriano e di nuove unità navali che avrebbero attraversato lo stretto dei Dardanelli per portarsi vicino all'area del conflitto. Turchia e Russia sono nemici storici nella corsa alla conquista dell'Heartland (il cuore del mondo), zona in cui hanno entrambe interessi vitali da difendere. Dato che i russi stanno sfacciatamente approfittando del vuoto lasciato nell'area dagli americani per occupare spazio, potrebbe esser valida l'ipotesi che Ankara, dietro il pretesto dello sconfinamento, abbia voluto mettere in atto una strategia di contenimento dell'avanzata russa in Siria.

In un articolo del Corriere, il giornalista Guido Olimpio afferma: "L'episodio del jet è stato preceduto da incidenti minori, una spia della tensione. Inevitabile vista la concentrazione di velivoli, armati, disposti in un'area ristretta". Più paesi stanno intervenendo contemporaneamente in Siria, sono infatti circa una decina le forze aeree che operano nei cieli siriani. E mentre Raqqa viene rasa al suolo, a Tunisi salta in aria un autobus delle forze di sicurezza (azione rivendicata dall'IS), secondo quella dinamica per cui ad un bombardamento in una parte del mondo corrisponde un attentato in un'altra.

In questo scenario è significativo l'attendismo militare americano: lo sbirro mondiale si dimostra incapace a gestire gli interessi generali del Capitale. Ancora freschi degli interventi in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti devono mantenere il controllo di centinaia di basi sparse per il mondo e faticano a prendere in mano la situazione. Ma qualcosa comincia a muoversi: la Stampa nell'articolo Attacco in Siria su quattro fonti (ma divisi) annuncia un imminente dispiegamento di forze speciali americane sul territorio siriano.

Questo tipo di guerra, finora fatto passare dai media come una serie d'interventi parziali, si sta configurando come un vero e proprio conflitto mondiale. L'abbattimento del Sukhoi da parte turca sposta la discussione dalla tattica militare al ben più cruciale problema della strategia. Questa situazione non può evolvere in uno scontro frontale tra grossi paesi come avvenuto con la Seconda Guerra Mondiale, e tantomeno può essere letta come un periodo di interguerra in cui avviene la preparazione dello scontro. Ripetendo pappagallescamente quanto affermava Lenin, alcuni dimenticano che il concetto d'interguerra presuppone un periodo di relativa pace, che invece da alcuni decenni a questa parte non c'è più.

La guerra endemica e la crisi cronica del capitalismo durano ormai da anni e nessuna forza in campo riesce a contenere un mondo in rovina. Gli scontri armati si moltiplicano: dal Libano allo Yemen, dalla Francia al Belgio (dove la capitale è stata bloccata per giorni in uno stato d'assedio). L'espansione del jihadismo è assolutamente incontrollabile, le sue masse di militanti si muovono facilmente tra stati collassati e terre di nessuno. E sono milioni le persone disperate che ingrossano i flussi migratori e che nessuno può fermare, nemmeno con i cannoni.

A tutto ciò si aggiunge, per ogni stato, il problema del fronte interno. Qualche giorno fa a Minneapolis una manifestazione indetta da #BlackLivesMatter, il movimento nato in reazione alla violenza della polizia contro i proletari afroamericani, è stata attaccata con armi da fuoco da alcuni suprematisti bianchi. Ci sono stati diversi feriti e la polizia ha disperso il corteo sparando gas lacrimogeni sui manifestanti. Episodi di questo tipo negli Usa si ripetono sempre più spesso. Per quel che riguarda l'Italietta, l'Istat dichiara che la povertà minaccia oltre una persona su quattro e la situazione non fa che peggiorare.

In chiusura di teleconferenza un compagno ha segnalato un interessante articolo del Venerdì di Repubblica (13 novembre 2015) sulla logistica e il trasporto merce via mare: navi lunghe mezzo chilometro, che trasportano ventimila container a volta e vanno ad una velocità media di 30 km l'ora, viaggiano nei mari e negli oceani con un equipaggio composto da non più di una ventina di persone visto che il 95% del lavoro lo fa il computer. Le potenzialità dei moderni mezzi di comunicazione e trasporto sono rese nulle dalla crisi di valorizzazione del Capitale. Queste infrastrutture sono un prodotto del capitalismo, ma, al tempo stesso, marcati sintomi di società futura.

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    La teleriunione di martedì scorso è cominciata con la segnalazione da parte di uno dei compagni collegati (12 in totale) della proliferazione su YouTube di filmati tesi a dimostrare che il crollo del ponte Morandi di Genova non è avvenuto accidentalmente ma sarebbe invece un fatto voluto. Questo genere di video, visualizzati in breve tempo da decine di migliaia di persone, rientra nel fenomeno, già visto in passato in occasione dell'attentato alle Torri Gemelle o, ancor prima, dello sbarco sulla Luna, della diffusione di teorie strampalate solitamente a sostegno di una visione più o meno complottista dell'ordine delle cose.

    Il Web è lo specchio della società e quindi in esso non possiamo che trovare tutto quello che esiste nel mondo, compresa la vita senza senso alimentata dal capitalismo. Questa sorta di grande magazzino globale contrasta con l'idea, propria di molti intellettuali, della profondità della cultura accademica. Secondo tale schiera di pensatori, solo esperti o specialisti dovrebbero potersi esprimere su determinati argomenti, mentre il resto dell'umanità dovrebbe limitarsi ad esternare le proprie "opinioni" al bar. Tra questi spicca Umberto Eco che, contraddittoriamente, nel suo "Ur-fascismo" non riesce ad approfondire il tema preso in esame, ma si limita a fornire una lista di caratteristiche estetiche e morali del fascismo (la camicia nera, l'autoritarismo, il culto della tradizione, il culto dell'azione, ecc.), tralasciando l'analisi della società e dei rapporti di produzione che produsse quel tipo di governo. Evidentemente, all'esimio professore era sfuggito che negli anni '20 del '900 tutto il mondo volgeva lo sguardo, avvicinandosi, al fascismo, un movimento internazionale - così come lo definisce la nostra corrente - capace di dar vita a numerose correnti nazionali che discutevano e dibattevano tra loro. Solo per citare alcuni tra i nomi più conosciuti, ricordiamo il tedesco Werner Sombart e il belga Henri de Man, a cui si aggiungono i collegamenti con alcuni esponenti russi sviluppati durante l'importante congresso di Amsterdam del 1931 e i progetti di programmazione economica.

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  • #OccupyICE

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    "A dirlo sono i dati ufficiali diffusi mercoledì dalla Immigration and Custom Enforcement (ICE), l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione negli Stati Uniti. Secondo quanto riporta Usa Today, citando i dati diffusi dall'agenzia, nel periodo compreso tra il 22 gennaio e il 29 aprile, sono finiti in manette 41.318 immigrati, per una media di 400 arresti al giorno. Un numero che è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente." ("La stretta di Trump sui clandestini: boom di immigrati irregolari arrestati", il Giornale.it del 18.5.17)

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

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