E' online il numero 44 di n+1

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n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  15 dicembre 2015

Lezioni di futuro

La teleconferenza di martedì sera, presenti 16 compagni, è iniziata dalle notizie del nuovo crollo del prezzo del petrolio.

Mentre in passato l'Opec riusciva a mantenere alta la quotazione del greggio tramite il coordinamento dei paesi produttori, oggi non solo non riesce più a farlo, ma si trova nella condizione per cui tale operazione è materialmente impossibile: evidentemente la guerra e il marasma sociale in corso sono più profondi di quanto si percepisca.

La Russia ha annunciato di poter resistere per anni ad un petrolio venduto a 40 dollari al barile, ma è una stupidaggine dato che Mosca dalla vendita di combustibili ricava la maggior parte delle sue entrate. Le dichiarazioni dei governi lasciano il tempo che trovano e, al massimo, rivelano il livello di conflittualità tra le principali potenze mediorientali e mondiali. Nessun produttore di "oro nero" è in grado di resistere a lungo a prezzi così bassi. Per il petrolio vale la legge della rendita: quello che viene intascato dai paesi nel cui sottosuolo giacciono delle riserve è sovraproffitto, mancando il profitto nel settore industriale, il meccanismo di ripartizione del valore si inceppa. Senza contare gli enormi investimenti fatti dagli Stati Uniti nello shale oil dove sono sempre di più le aziende in fallimento.

Si è quindi accennato al possibile rialzo dei tassi d'interesse negli Usa e alla vicenda delle quattro banche italiane (Carife, Carichieti, Marche ed Etruria).

Molti si chiedono cosa potrebbe succedere se la Fed desse l'ok all'aumento dei tassi. Di sicuro, qualunque intervento monetario verrà attuato, esso non porterà effetti significativi. Le banche da oltre otto anni vengono foraggiate con fiumi di denaro-bit: Fed, BCE e Banca del Giappone hanno inondato i mercati di liquidità che è finita ad ingigantire le bolle finanziarie, che prima o poi scoppieranno.

Il piccolo esempio nostrano, in cui il governo interviene e salva quattro banche sull'orlo del fallimento, è il paradigma di una condizione globale dell'economia. I 30 maggiori istituti bancari del mondo hanno denunciato perdite per 1.200 miliardi di dollari solo nella gestione di equity assets, cioè di mezzi propri; gli stati hanno speso cifre enormi per mettere in salvo le banche, lasciando affondare solo quelle insalvabili come Lehman Brothers. In questa situazione le banche diventano esse stesse subprime: pur essendo in difficoltà, rastrellano capitale offrendosi come investimento a rischio dietro obbligazioni.

Nella fase senile del capitalismo si tende a passare da D a D' bypassando la produzione, ma sappiamo che non si può creare valore nella sfera della circolazione: il denaro aggiuntivo lo si "crea" prendendolo da qualcun altro. E' il casinò della finanza. Il piano Draghi, che proroga il Quantitative Easing fino al marzo 2017, ha come scopo quello di far riprendere la crescita e portare l'inflazione ad un tasso del 2%. Ma tutta questa liquidità immessa nella circolazione monetaria in realtà non produce nessuna crescita, permette solo al malato di continuare a rantolare in sala di rianimazione. Se non c'è accumulazione, allora c'è riproduzione semplice, non capitalismo.

Nemmeno il governo USA ha il potere di controllare i movimenti del Capitale autonomizzato. Venerdì, alla fine di una settimana in cui le borse europee hanno ceduto il 10%, "scadranno qualcosa come 1100 miliardi di dollari di opzioni sull'indice S&P 500, il principale di Wall Street. E' una cifra record, che sfiora la metà del debito pubblico italiano. Più della metà (670 miliardi di dollari) sono opzioni "put", ossia strumenti finanziari che permettono di guadagnare se il mercato scende" (Il nodo dei 670 miliardi di opzioni che venerdì potrebbero far male alle Borse, Il Sole 24 Ore). Le attenzioni degli economisti sono quindi puntate al fine settimana, vedremo cosa succede.

Le voci che si alzano contro questa obsoleta società si fanno sempre più numerose. Interessante l'intervista del sito Vice all'informatico Peter Sunde, uno dei fondatori di The Pirate Bay, la piattaforma che ha consentito, tra mille battaglie legali, di condividere e scambiare negli anni milioni di file tramite Torrent. L'informatico spera "che la tecnologia ci dia robot che faranno sparire tutti i posti di lavoro, che causeranno una massiccia disoccupazione in tutto il mondo: qualcosa come il 60 per cento. La gente sarà molto infelice. Sarebbe fantastico, perché allora si potrà finalmente vedere il capitalismo distruggersi in modo rapido. Ci sarà tanta paura, tanto sangue versato, tante vite perse per arrivare fino a quel punto, ma credo che sia l'unica cosa positiva che vedo, intendo il fatto che stiamo per avere un crollo totale del sistema. Speriamo il più velocemente possibile [...] Sono un socialista. So che Marx e il comunismo non hanno funzionato prima, ma credo che in futuro si abbia la possibilità di avere comunismo totale e la possibilità di accesso a tutto per tutti. La maggior parte delle persone che incontro, non importa se comuniste o capitaliste, sono d'accordo con me su questo, perché capiscono il potenziale."

Non possiamo che essere d'accordo con quanto dice Peter: il capitalismo produce le condizioni per il suo superamento. E' un tema che abbiamo sviscerato a fondo nell'ultimo numero della rivista, in particolare negli articoli Fare, dire, pensare, sapere e Dalla necessità alla libertà. Proprio in questi giorni il Sole 24 Ore esce con una raccolta di opuscoli (Lezioni di futuro) sugli stessi argomenti: robot, automazione, big data, sharing economy, internet delle cose, intelligenza collettiva e segreti del cervello. Tutti temi che fanno già parte di un'altra società.

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    La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata con la segnalazione dell'articolo "Le navi si svuotano. Giù il Baltic Index, primo allarme di crisi economica", pubblicato il 12 febbraio nella sezione economia di Repubblica.

    Nato nel 1985, il Baltic Dry Index raccoglie i prezzi dei trasporti e dei noli marittimi, misurando la frequenza annuale delle principali rotte. Esso non tiene conto del trasporto del petrolio ma solo delle merci secche come derrate agricole, carbone e ferro, misurando lo stato di salute del commercio mondiale. Gli analisti hanno notato una netta flessione dell'indice: "nel giro delle ultime cinque settimane ha perso il 50 per cento del suo valore, allontanandosi ancora di più dai massimi raggiunti circa una anno fa: dal marzo del 2018, la discesa supera addirittura il 70 per cento". Tra le cause di questo tonfo, vi sarebbero la guerra dei dazi tra Usa e Cina, il rallentamento dell'economia nella zona Euro, il caos Brexit e la contrazione della crescita cinese. Il Nobel per l'economia Paul Krugman intervistato da Bloomberg ha dichiarato che "la Cina entrerà in crisi a causa dei consumi inadeguati".

    Si è poi passati a commentare le proteste dei pastori in Sardegna. La sovracapacità produttiva industriale e agricola è dovuta al fatto che il mercato non riesce ad assorbire quanto viene prodotto ("Vulcano della produzione o palude del mercato?", 1954). Da anni una parte considerevole delle spese dello Stato va a sostenere il settore agricolo che ormai, a rigor di logica, non si può più definire capitalista, essendo uscito completamente dalle leggi di mercato. È come se esistesse un Ministero dell'Alimentazione che permette all'agricoltura di fornire alla popolazione cibo a prezzo politico ("L'uomo e il lavoro del Sole", 2001). Eppure, a quanto pare, nemmeno questo basta a mantenere in equilibrio la domanda e l'offerta. Rivendicare maggiori sovvenzioni, meno tasse, oppure la difesa di un posto di lavoro che non c'è più, è il portato di decenni di controrivoluzione, mentre sarebbe il caso di pretendere il salario ai disoccupati e la riduzione dell'orario di lavoro, senza perder tempo ad invocare l'impossibile inversione delle leggi del capitalismo ("Chiudete agli uomini quelle dannate miniere!", 2002).

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    "Sono i condannati all'esclusione culturale, alla marginalità, all'irrilevanza sociale che si sentono più poveri anche se possono mantenere un Suv. Ed è la paura dell'impoverimento più dell'impoverimento in quanto tale che agita e scuote un ceto medio declassato, assediato dai nuovi dannati della terra che marciano rumorosi a distruggere un'identità sempre più incapace di difendersi: il ceto medio, non solo i diseredati orfani delle protezioni fornite da un robusto Welfare State in declino."

    Sulla stessa linea Stefano Folli che sulle pagine di Repubblica, nell'articolo "Roma, Parigi e l'Europa delle debolezze", osserva che "se l'incendio francese continuasse a divampare, Macron avrebbe bisogno della solidarietà europea per placare il malessere dei ceti impoveriti. In quel caso non sarebbe possibile negare all'Italia ciò che viene concesso alla Francia." Il fenomeno francese dei gilet jaune è dunque un prodotto e al tempo stesso un fattore di instabilità politica e sociale. A seguito delle rivolte, il capo dell'Eliseo ha fatto un passo indietro sulla tassa del carburante, anche perché, secondo Le Monde, si rischiava di arrivare ad una situazione pre-insurrezionale. Ma la sua mossa potrebbe convincere le piazze a non fermarsi e ad alzare la posta in gioco, mettendo sul tavolo una nuova serie di richieste.

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    La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, è iniziata dal libro Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, di Nick Srnicek e Alex Williams (autori nel 2013 del Manifesto per una politica accelerazionista), di cui un compagno ha presentato una sintesi.

    Innanzitutto notiamo che ormai i testi sul reddito di base, l'automazione e la "fine del lavoro" sono disponibili in bella vista nelle maggiori librerie: temi che qualche anno fa erano lontani dal mainstream, oggi fanno vendere decine di migliaia di copie. In Inventare il futuro gli argomenti trattati sono gli stessi che troviamo in libri come Postcapitalismo di Paul Mason, Il futuro senza lavoro. Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti di Martin Ford, e La nuova rivoluzione delle macchine di Andrew McAfee ed Erik Brynjolfsson. Ma nessuno di questi autori, pur raccogliendo una marea di dati che dimostra la fine dell'attuale modo di produzione, riesce a scorgere un futuro oltre il capitalismo; tutti immaginano invece un capitalismo riformato.

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Doppia direzione

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