E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale, Torino
Temi: Il 200° anniversario di un Marx inesistente, Governo 2.0, Il rovesciamento della prassi. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  3 maggio 2016

Potenzialità sprecate

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando alcuni articoli riguardanti lo sviluppo della robotica.

A Zurigo, in occasione del Primo Maggio, centinaia di persone vestite da robot hanno marciato chiedendo l'introduzione di un reddito di base incondizionato: l'erogazione di un beneficio economico senza obbligo di accettare un lavoro. La trovata situazionista fa parte della campagna referendaria in vista del voto del prossimo 5 giugno sul reddito garantito. A parte la Svizzera, è buona parte dell'umanità a risultare eccedente rispetto alle esigenze del processo di produzione capitalistico in cui trionfano la robotica, i computer e le reti:

"Nel 2010 Istagram contava su un nucleo di 15 lavoratori che ha prodotto una app usata da 130 milioni di persone per condividere 16 miliardi di fotografie. La Kodak, fallita nel 2012, pilastro dell’industria fotografica, impiegava fino a 145 mila persone. In pratica, oggi 15 persone possono fare il lavoro di 145 mila". (Il manifesto dei robot per il reddito di base di Roberto Ciccarelli)

 

Guai a una società, dice Marx, che invece di sfruttare i suoi schiavi deve mantenerli, come successe a Roma antica prima di collassare. Fino a qualche anno fa proporre un salario sganciato dal lavoro era prerogativa di alcuni ambienti di nicchia, oggi ne parlano un po' tutti, dai grillini a certa sinistra di movimento. Il surplus sociale è così alto e male distribuito che la società stessa si incarica di sfornare teorie intorno al modo di utilizzarlo.

Insomma, il capitalismo per tentare di salvarsi è costretto a negare sé stesso. Sindacalisti e politici si riempiono la bocca con frasi fatte sul "diritto al lavoro", ma di fronte ai licenziamenti di massa contano i fatti e non le parole. Persino l'Economist afferma che il compito dello Stato è difendere i lavoratori e non il lavoro: se lo dicono i pasdaran del capitalismo, significa che il problema c'è e preoccupa i piani alti.

In Marxismo e miseria e nelle glosse successive viene specificato che il proletariato non sono solo le cosiddette tute blu, ma anche i precari e i disoccupati. Con la generalizzazione del sistema del lavoro salariato si è generalizzata la condizione estrema che vede scontrarsi due classi antagoniste: "Chi lavora non accumula, e accumula chi non lavora. Dice il Manifesto riguardo la crisi: il salario diviene sempre più incerto, più precaria la condizione di vita dell'operaio. Compenso incerto, non più basso, condizione precaria, non più modesta." Miseria per noi non significa "bassa remunerazione del tempo di lavoro" ma "nessuna disposizione di riserve economiche destinabili al consumo in caso di emergenza". Questa è la condizione che vive il simbolico 99% della società di cui parla Occupy Wall Street.

Si è passati poi a commentare le news provenienti dal "movimento" francese #NuitDebout. In vista della chiamata globale all'azione per il 15 maggio, si è sviluppato il tam-tam in Rete e sono spuntate come funghi pagine Facebook dedicate all'evento: in Italia notti in piedi sono state annunciate a Roma, Napoli, Genova, Torino e Milano. Nei comunicati di #GlobalDebout che circolano sul Web permane un atteggiamento demo-pacifista, ma questo non ci rende indifferenti.

Il capitalismo giunto a questa fase è pieno di mine pronte ad esplodere. Ci sono centinaia di milioni di uomini, forse miliardi, che non sono più contadini ma non sono neppure entrati nel ciclo produttivo capitalistico. Il Cairo ha venti milioni di abitanti, Città del Messico venticinque, Bombay forse trenta, nessuno lo sa di preciso. I nuovi distretti industriali e commerciali cinesi hanno urbanizzato immense aree in cui si stanno insediando centinaia di milioni di uomini. Nelle più importanti città cinesi, Pechino, Shanghai e Shenzhen, le case costano il doppio o il triplo rispetto a città come Milano; i capitali alimentano inesorabilmente una bolla immobiliare di dimensioni mai viste, mentre le città costruite ex novo restano disabitate.

In chiusura di teleconferenza si è parlato di Bitcoin, commentando gli articoli di giornale sull'uscita allo scoperto del presunto ideatore della moneta virtuale. Curioso che la rivelazione arrivi proprio in questo momento, dato che "il numero totale di Bitcoin tende asintoticamente al limite di 21 milioni. La disponibilità di nuove monete cresce come una serie geometrica ogni 4 anni; nel 2013 è stata generata metà delle possibili monete e per il 2017 saranno i tre quarti. All'avvicinarsi di quella data e ipotizzando che la richiesta di Bitcoin crescerà più che proporzionalmente rispetto alla disponibilità degli stessi, i bitcoin probabilmente subiranno una deflazione nel valore (cioè un aumento del valore reale) dovuta alla scarsità di nuova moneta".

Non sono solo i bitcoin ad essere ingestibili da parte degli stati, ma anche le transazioni con le altre monete. Gli stati non possono permettersi di avere una parte del Pil fuori dal loro controllo, affidata ad un sistema peer to peer e senza referenti a cui rivolgersi. Da qualsiasi punto lo si osservi, il Sistema risulta sempre più in bilico: le amministrazioni capitalistiche hanno sempre meno conoscenza di sé stesse e devono fare i conti con un esercito mondiale di senza riserve pronto a ribellarsi: mai una società è stata così poco progettuale pur avendo così tante potenzialità tecnico-scientifiche.

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    Se l'intero mercato azionario è controllato per il 66% da programmi che lavorano autonomamente (ma l'automazione non riguarda solo il mondo delle finanza, tutto ormai è in mano agli algoritmi, dall'industria alla complessa gestione di aeroporti e treni, dalla logistica civile e militare alla grande distribuzione organizzata), allora possiamo affermare che non è più l'uomo a subordinare l'economia ma il contrario. Ciò è la dimostrazione pratica dell'incapacità della classe borghese che, sprovvista di una teoria economica, non riesce ad anticipare i processi sociali ma è costretta a subirli. Dacché esiste il capitalismo, non una crisi è stata prevista, mentre le spiegazioni sono sempre arrivate dopo.

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  • Ancora superimperialismo
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copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
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f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
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