E' uscito il numero 44 di n+1

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n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

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Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  4 ottobre 2016

Deutsche Bank, il Capitale autonomizzato

La teleconferenza di martedì, presenti 11 compagni, è iniziata commentando le ultime news riguardo la Deutsche Bank.

L'istituto tedesco è passato agli onori della cronaca nei giorni scorsi, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense ha chiesto quattordici miliardi di dollari (poi passati a 5) per chiudere il contenzioso sulla vendita di titoli garantiti da mutui nella fase precedente la crisi del 2008. In parallelo sono venuti a galla i risultati degli stress test di giugno del FMI secondo cui la banca tedesca sarebbe altamente a rischio vista l'esposizione di 55 mila miliardi di dollari in derivati: una cifra che vale 15 volte il Pil della Germania e oltre duemila volte la sua capitalizzazione.

Il crollo in Borsa è stato immediato nonostante le autorità tedesche si siano affrettate a dichiarare che il settore bancario è "ben messo". La crisi della Deutsche Bank non comincia però in questi giorni, qualche anno dopo il crack del 2008 la Bundesbank era intervenuta sborsando circa un quarto del Pil nazionale per salvare i maggiori istituti bancari. Alcune stime calcolano che le operazioni di immissione di capitali messe in campo per salvare le banche sono costate, tra Usa, Europa e Giappone, molto più dell'intero Pil mondiale. Questa è una crisi di sovrapproduzione di capitali come il mondo non ha mai visto: se anche solo la millesima parte del capitale fittizio si convertisse per miracolo in capitale reale (produttivo di valore), il mondo esploderebbe ricoperto di merci invendute.

Il dato fondamentale è la completa autonomizzazione delle banche rispetto agli apparati di controllo. La Deutsche Bank è stata accusata di aver trafficato con i subprime, operazione che tutti gli istituti bancari e i fondi di investimento compiono. Addirittura le amministrazioni locali si sono lanciate nell'acquisto di paccottiglia finanziaria. La Germania, grazie ad una particolare condizione storica, è riuscita a mantenere una bassa composizione organica del capitale, al contrario di quanto avviene ad esempio in Italia. Il fatto che si scopra ora che le principali banche si muovono in assoluta libertà dimostra che persino il paese dall'economia solida, basata sull'esportazione di merci, deve fare i conti con il modo di essere del Capitale.

Il mondo capitalistico sta perdendo la testa. A tal proposito si è citato l'articolo del Financial Times, tradotto da Il Sole 24 Ore, "Il tramonto dell'Occidente è alle porte". Persino gli ottimisti americani si accorgono che qualcosa sta scricchiolando:

"Forse siamo sull'orlo di un evento rivoluzionario di portata equivalente a molti di quelli citati: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. È un evento che segnerebbe la fine dell'Occidente (sotto la guida americana) come forza centrale degli affari mondiali. Il risultato non sarebbe un nuovo ordine, ma un pericoloso disordine".

Nessuno tra gli economisti parla più dei "fondamentali", al contrario si fanno previsioni affidandosi unicamente a elaborati strumenti matematici, come per i sistemi caotici, ammettendo implicitamente la perdita di controllo del Sistema. Curiose l'uscita del governo sulla crescita e l'immediata presa di posizione degli istituti di controllo: al ministro dell'economia Padoan che annuncia una crescita del Pil italiano dell'1% per il 2017 ha risposto la Banca d'Italia considerando l'obiettivo piuttosto "ambizioso".

Questa forma economica funziona ancora ma possiamo agevolmente dimostrare che il capitalismo è morto, ucciso nella sostanza dall'emergere della società nuova e sopravvivente come fantasma di sé stesso unicamente grazie alla potenza ideologica e militare della classe che lo rappresenta. Tutti parlano di postcapitalismo, di un sistema finito, asfittico, ma nessuno dice che dopo il capitalismo ci sarà una società ben precisa.

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    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata prendendo spunto dall'articolo "Le rivolte anti elité nate dalla rabbia più che dai conti", pubblicato sul Corriere della Sera (4.12.18) a firma di Pierluigi Battista. Secondo il giornalista in vari paesi, tra i quali Francia, Usa, Italia, Germania e Inghilterra, il ceto medio sta facendo i conti con il peggioramento dei livelli di vita:

    "Sono i condannati all'esclusione culturale, alla marginalità, all'irrilevanza sociale che si sentono più poveri anche se possono mantenere un Suv. Ed è la paura dell'impoverimento più dell'impoverimento in quanto tale che agita e scuote un ceto medio declassato, assediato dai nuovi dannati della terra che marciano rumorosi a distruggere un'identità sempre più incapace di difendersi: il ceto medio, non solo i diseredati orfani delle protezioni fornite da un robusto Welfare State in declino."

    Sulla stessa linea Stefano Folli che sulle pagine di Repubblica, nell'articolo "Roma, Parigi e l'Europa delle debolezze", osserva che "se l'incendio francese continuasse a divampare, Macron avrebbe bisogno della solidarietà europea per placare il malessere dei ceti impoveriti. In quel caso non sarebbe possibile negare all'Italia ciò che viene concesso alla Francia." Il fenomeno francese dei gilet jaune è dunque un prodotto e al tempo stesso un fattore di instabilità politica e sociale. A seguito delle rivolte, il capo dell'Eliseo ha fatto un passo indietro sulla tassa del carburante, anche perché, secondo Le Monde, si rischiava di arrivare ad una situazione pre-insurrezionale. Ma la sua mossa potrebbe convincere le piazze a non fermarsi e ad alzare la posta in gioco, mettendo sul tavolo una nuova serie di richieste.

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    La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, è iniziata dal libro Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, di Nick Srnicek e Alex Williams (autori nel 2013 del Manifesto per una politica accelerazionista), di cui un compagno ha presentato una sintesi.

    Innanzitutto notiamo che ormai i testi sul reddito di base, l'automazione e la "fine del lavoro" sono disponibili in bella vista nelle maggiori librerie: temi che qualche anno fa erano lontani dal mainstream, oggi fanno vendere decine di migliaia di copie. In Inventare il futuro gli argomenti trattati sono gli stessi che troviamo in libri come Postcapitalismo di Paul Mason, Il futuro senza lavoro. Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti di Martin Ford, e La nuova rivoluzione delle macchine di Andrew McAfee ed Erik Brynjolfsson. Ma nessuno di questi autori, pur raccogliendo una marea di dati che dimostra la fine dell'attuale modo di produzione, riesce a scorgere un futuro oltre il capitalismo; tutti immaginano invece un capitalismo riformato.

  • Dieci anni fa

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dalla segnalazione di alcuni articoli di stampa sulla situazione economico-finanziaria mondiale: quest'anno corre l'anniversario del crack sistemico del 2008 e dopo 10 anni lo scenario è peggiorato... per il Capitale. Cerchiamo di capirne il perché.

    In un articolo pubblicato sul sito ComeDonChisciotte.org, a firma Nafeez Ahmed, si afferma che il rallentamento della Cina potrebbe essere l'innesco di un nuovo crack globale:

    "Finché le istituzioni economiche tradizionali rimarranno cieche rispetto alle fondamentali basi biofisiche dell'economia, come magistralmente articolate da Charles Hall e Kent Klitgaard nel loro libro influente, Energy and the Wealth of Nations: An Introduction to BioPhysicalEconomics, rimarranno nell'oscurità circa le ragioni strutturali principali per cui l'attuale configurazione del capitalismo globale è, a periodi, propensa alla crisi e al collasso."

    Per gli economisti, l'economia è fatta di prezzi e di psicologia del consumatore, ovvero di calcolo di quello che gli agenti economici "pensano" di fare nel loro specifico interesse. Oggi invece c'è chi si richiama alle sue basi biofisiche. La cecità degli esperti del settore, additata dall'autore dell'articolo come causa dell'incapacità di far fronte alle crisi del sistema, è dovuta non tanto alla mancanza di doti morali o accademiche quanto agli strumenti utilizzati: se gli economisti riuscissero davvero a comprendere le basi biofisiche dell'economia, dovrebbero abbandonare la "scienza" economica e passare a studiare altro.

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