E' uscito il numero 43, aprile 2018

Gli abbonati riceveranno il nuovo numero della rivista nel mese di maggio.

n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  21 febbraio 2017

Effetti dell'entropia

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con alcune considerazioni riguardo le manifestazioni dei tassisti contro le misure contenute nel decreto legge Milleproroghe. La corporazione dei conducenti di taxi, la cui protesta si è sviluppata su scala nazionale, si è mobilitata per difendere i propri interessi, minacciati dal giganteggiare di Uber, la multinazionale americana che col suo servizio di trasporto su auto a portata di click sta guadagnando terreno nel settore. Da Marx in poi sappiamo che le mezze classi rovinate sono le prime a muoversi: avendo ancora qualcosa da perdere, si illudono di salvare il salvabile.

In questo caso la "colpa" è della tecnologia: le macchine, rimpicciolite (ognuno di noi ha uno smartphone in tasca) e capaci di costruire sé stesse, stanno eliminando gli uomini dal processo produttivo, diretto o indiretto che sia. Si tratta di un cambiamento qualitativo importantissimo. Uber, AirB&B e tante altre piattaforme basate su applicazioni online, sfruttando la capacità di comunicazione tra oggetti e sistemi, riescono a ridurre al minimo il numero di lavoratori necessari alla gestione del sistema, mentre i vecchi rapporti giuridici, atti a normare il confronto tra dipendenti e datori di lavoro, ne escono stravolti. Basti pensare a Foodora, Deliveroo e alle altre startup della gig economy impegnate nella consegna dei pasti a domicilio di cui abbiamo parlato recentemente: "Il nuovo precario lavora secondo lo schema on-demand cioè quando serve, con un rapporto diretto consentito da applicazioni e piattaforme digitali sviluppate appositamente. Domanda e offerta si incontrano on-line, ma ovviamente con una assoluta asimmetria, dato che il lavoratore non ha nessun mezzo per intervenire nel sistema." (Gig economy, n+1 n. 40)

Si è poi passati a commentare la paventata scissione in casa Pd inquadrandola nel più ampio processo di dissoluzione delle vecchie strutture politiche, ricordando che ciò non è prerogativa solo italiana. In America la politica del neo-presidente desta preoccupazioni ed in particolare l'Economist da tempo manifesta una certa apprensione per le conseguenze di un governo Trump, poichè il suo neo-isolazionismo potrebbe avere delle ripercussioni a livello globale. Negli ultimi decenni il sistema capitalistico si è dato una sorta di coordinamento globale tramite organismi come il Wto, il Fmi, la Nato e l'Oms, ma se dovesse venire meno il ruolo guida degli Stati Uniti, verrebbe meno anche il reticolo di alleanze e accordi da essi costruito con effetti deleteri per l'intero mondo capitalistico.

Lo sgretolamento degli stati nazionali provoca degli effetti anche nel rapporto tra borghesia e proletariato. Dal fascismo in poi i sindacati sono irreversibilmente integrati nello Stato e quindi in una situazione di esplosione sociale nasceranno organismi di natura completamente diversa. Subito dopo l'uragano Sandy, InterOccupy e Occupy Sandy sono riusciti ad attivare efficaci reti di mutuo soccorso auto-organizzate in grado di colmare il vuoto lasciato dallo stato. Emblematico l'esempio degli scioperi nei porti della West Coast lanciati da Occupy Oakland nel 2011 e a cui i sindacati si sono dovuti accodare. Quando i proletari prendono il sopravvento e si danno un obiettivo di lotta, i primi ad entrare in crisi sono proprio i sindacati, abituati a contare sulla consuetudine generale (trattative, contratti, ecc.). Se si generalizza una situazione di ribellione e saltano gli ultimi controlli sociali, dopo un primo periodo di caos seguirà necessariamente una riorganizzazione su presupposti completamente diversi. Qualsiasi società in transizione produce degli organismi adatti alla rivoluzione: quando c'è polarizzazione sociale la testa del movimento la prende chi più è organizzato e sintonizzato col futuro. Oggi i manifestanti hanno una potenza di coordinamento quasi maggiore rispetto a quella degli stati i quali - quando le masse si rivoltano - non possono fare altro che chiudere Internet, come in Egitto e Turchia. Peccato che la quasi totalità delle transizioni industriali e finanziarie passino per la Rete: bloccandola si ferma l'economia nazionale.

In chiusura di teleconferenza abbiamo accennato alle notizie sull'offensiva militare per la liberazione di Mosul ovest. La metropoli, controllata attualmente dai sunniti, è vicina al territorio curdo e tra non molto potrebbe cadere in mano agli sciiti, provocando rappresaglie e massacri. Il sito Analisi Difesa, analizzando la debolezza delle truppe d'attacco irakene, prevede che anche qualora vengano scacciati gli jihadisti dalla città la situazione resterà molto instabile:

"Secondo l'Institute for the Study of War, la mancanza di un presidio militare affidabile a Mosul est potrebbe spianare la strada al ritorno dei jihadisti. Oltre all'impatto immediato sulle vite dei civili, il think-tank mette in guardia che tali 'nuove infiltrazioni potrebbero anche mettere a rischio gli sforzi per riprendere il lato ovest, costringendo le truppe irachene a combattere su due fronti'".

Dalla "nuova" politica americana alla disgregazione dei partiti e dei sindacati, fino alle punte estreme di dissoluzione degli stati come in Iraq, Siria, Yemen, Ucraina, Sud Sudan, ma anche Grecia, ormai ridotta alla fame, il denominatore comune è da ricercarsi nella perdita di energia del sistema. Nel saggio Entropia Jeremy Rifkin sostiene che, quando la ricchezza si polarizza in una parte sempre più piccola della società a scapito del restante, l'impalcatura statale scricchiola e tende a cedere, per cui si rende necessaria una redistribuzione del valore. Insomma, ci vorrebbe un ragionevole piano keynesiano planetario. Ma se l'attuale modo di produzione perde energia, chi ha la forza per impiantare un fascismo su scala globale?

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  • Indici inquietanti (per i capitalisti)

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata commentando le difficoltà che si trova a dover affrontare la borghesia italiana nella formazione del nuovo governo.

    Negli ultimi giorni il Movimento 5 Stelle ha inviato segnali distensivi sia alla Lega che al PD. Ma a differenza di quanto vorrebbero i suoi rappresentanti, difficilmente sarà il partito pentastellato l'ago della bilancia di questa tornata elettorale. Subito dopo le elezioni del 4 marzo, Il Sole 24 Ore aveva prospettato la possibilità di un cambio di casacca di circa 70 deputati per consentire al centro destra di ottenere la maggioranza. Non sarebbe nulla di nuovo: la passata legislatura è stata la più instabile della storia della Repubblica: in 57 mesi 207 deputati e 140 senatori hanno cambiato partito almeno una volta, alcuni anche più volte, per una cifra record di 566 passaggi. Lo shopping politico potrebbe essere una soluzione, alla faccia della democrazia e della consultazione dei liberi elettori. D'altra parte, il trasformismo è stato inventato in Italia e nei prossimi mesi vedremo all'opera pesanti determinazioni a favore di un esecutivo forte, senza che però esista la materia prima per fabbricarlo. Dovrebbe in tal caso maturare al di fuori dell'ambiente parlamentare la forma tecnica cui porteranno queste determinazioni.

  • AI e collasso del sistema-mondo

    La teleconferenza di martedì, presenti 7 compagni, si è aperta con la segnalazione dell'inizio del lavoro di ristampa del nostro catalogo libri che conta circa 80 titoli. I testi verranno pubblicati utilizzando piattaforme on line che consentono la produzione anche di poche copie per libro. La riunione è poi proseguita con il commento delle ultime notizie sull'intelligenza artificiale.

    Tutte le maggiori riviste e quotidiani, dall'Espresso a Repubblica, dal Sole 24 Ore all'Economist, non possono fare a meno di scrivere, con cadenza sempre più frequente, articoli sull'AI, ovviamente in chiave sensazionalistica e/o allarmistica. Il primo a mettere in guardia dai pericoli dell'automazione era stato il fisico Stephen Hawking: le macchine intelligenti, affermava, si sviluppano troppo velocemente in confronto all'evoluzione umana e prenderanno il potere mettendo a rischio la sopravvivenza della nostra specie; perciò i governi dovrebbero applicare qualche forma di controllo o di limitazione allo sviluppo tecnologico. Quindi è stata la volta di Elon Musk, che nei suoi tweet ha definito l'AI "più pericolosa delle armi nucleari, una vera minaccia per tutta la razza umana", arrivando a sostenere che "un nuovo conflitto internazionale potrebbe essere avviato non dai leader dei vari Paesi ma da uno dei loro sistemi di intelligenza artificiale, se questo dovesse decidere che un attacco preventivo costituisce il percorso ideale per la vittoria."

  • La corda è tesa

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata commentando l'articolo "The Era of Urban Warfare is Already Here" pubblicato su Foreign Policy Research Institute, il sito di un istituto di ricerca americano che tratta di questioni geopolitiche e di strategie militari.

    Nel testo si afferma che Aleppo, Mosul, San'à, Mogadiscio e Gaza, tutte città devastate dalla guerra, non sono che alcuni esempi della tendenza al conflitto globale metropolitano. Secondo il think tank americano, l'urbanizzazione della popolazione mondiale e la crescita dell'instabilità politica nei paesi in via di sviluppo sono le cause scatenanti delle guerre in corso: "Nel 1990, la popolazione mondiale era per il 43% (2,3 miliardi) urbana. Entro il 2015, era cresciuta fino al 54% (4 miliardi). Entro il 2050, quasi i due terzi della popolazione globale vivranno nelle città." Questo processo, insieme a tutto ciò che esso comporta (flussi migratori, collasso delle infrastrutture, malattie e carestie diffuse), rende sempre più difficile la governance, sia globale che locale. Anche l'Economist, nel report speciale sulla guerra uscito qualche settimana fa, ha dedicato un articolo al tema ("Preparing for more urban warfare - House to house.").

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

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