E' online il numero 42, ottobre 2017

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n+1 rivista n°42

Editoriale: L'immane mistificazione

Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre

Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti

Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)

Spaccio al bestione trionfante: Coppi, Bartali e i vaccini

Recensione: Lavorare è bello

Doppia direzione: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Sull'attenzione verso i tipi di sciopero

[…] L’assorbimento del sindacato nell’orbita istituzionale corrisponde al tentativo di disciplinare il conflitto capitale-lavoro, vista la sua ineliminabilità, ed esprime un'esigenza precisa del capitalismo maturo. Ogni sindacato che nasca al di fuori di reali e spontanee pressioni dal basso non può che seguire lo stesso percorso o condannarsi, spacciando la manciata di iscritti raccolta o perduta come "indicazioni di fase".

Ma proprio l'integrazione massima fra industria, sindacato e Stato dimostra che la grande organizzazione sociale esistente deve necessariamente riflettersi anche sulle eventuali lotte generalizzate dei proletari. Finché tutto si svolge in settori isolati e la lotta viene articolata in mille rivoli il fenomeno non è visibile, ma non appena si dovesse rompere l'attuale equilibrio dobbiamo essere sicuri che sarà difficilissimo fermare la valanga.

Se guardiamo le lotte tradeunioniste che si sono svolte in questi ultimi decenni nel mondo, vediamo che sono state quasi sempre episodi isolati, frammentari, che non hanno quasi mai avuto le caratteristiche che pur vengono indicate in modo preciso da Lenin nel Che fare?

Parlando delle origini e dello sviluppo del movimento operaio in Russia, Lenin scrive per esempio che verso la fine del secolo gli scioperi si estesero assumendo un carattere contagioso. In questi tipi di sciopero si poteva vedere facilmente il carattere spontaneo, ma era una spontaneità ben diversa da quella degli inizi, quando vi erano state distruzioni di macchine e attacchi disorganizzati. Quindi, passato il periodo di formazione del proletariato, l'elemento spontaneo non può essere altro che la forma embrionale dell'organizzazione cosciente. Nessun processo di questo ultimo genere è mai stato in atto negli ultimi anni, almeno in Occidente: abbiamo assistito a lotte che rientravano perfettamente nel gioco delle parti all'interno di una società del tutto integrata. Le eccezioni hanno solo confermato la regola.

E’ ben delineato, nelle pagine di Lenin, il percorso che porta il proletariato a costituirsi come classe per sé e non per il capitalismo. Mentre in precedenza vi erano componenti vendicative e di disperazione, in seguito la sistematicità della lotta dimostra la crescita di un'esigenza organizzativa che va già oltre la riuscita dell'azione specifica. Da questo punto di vista ogni lotta generalizzata moderna, per quanto "spontanea", non può più rappresentare un fenomeno uguale a quelli degli inizi. I proletari sono già organizzati, nel senso che sono immersi nella rete ultraconsolidata del lavoro sociale.

Le lotte operaie del '69-'70 in Italia, ad esempio, furono del tutto generalizzate e la loro organizzazione era caratterizzata da un alto grado di efficienza, ma questi aspetti erano subordinati completamente alla politica sindacale, a sua volta subordinata a criteri di efficienza economica all'interno del capitalismo dell'epoca. La nota e per certi versi famigerata lotta della Fiat nel 1980 ebbe caratteristiche simili e fu condotta fino in fondo sul filo del rasoio da un sindacato in grado di controllare perfettamente la situazione; tant'è vero che fu utilizzata, in sincronia con l'azienda, per smantellare agli inizi una nascente capacità di pressione sulle strutture sindacali. Questo aspetto quindi la differenziava dalle lotte precedenti.

Ancora più chiara la situazione nei cantieri di Danzica in Polonia, nello stesso periodo: un vasto movimento sindacale, nato dalle rovine del sindacato come appendice ufficiale dello Stato, dimostrò formidabili capacità di organizzazione che solo qui da noi fu considerata spontanea mentre spontanea non era affatto. Essa crebbe per necessità in lunghi anni di lotta e soppiantò le vecchie strutture, senza tuttavia crearne di nuove dal nulla: milioni di operai si trovarono organizzati prendendo semplicemente dalla società ciò che a loro serviva, compresi i locali con mobili e telefoni.

Invece altre lotte, come quella dei portuali a Liverpool, dei minatori nel Galles, in Siberia e in Romania, furono lotte di retroguardia in difesa del "diritto" di scendere nei pozzi peggiori del mondo, rivendicando follemente un'alta probabilità di morte invece di un salario garantito nel caso di disoccupazione.

In Corea, un esempio positivo recente, la generalizzazione degli scioperi portò invece subito anche alla generalizzazione dell'organizzazione alternativa con richieste di tipo economico e normativo senza tanti fronzoli. Questo è il pericolo maggiore per i borghesi, ed essi lo sanno.

Questi episodi sono numericamente pochi, sporadici e non hanno caratteristiche comuni che facciano pensare a prossime stagioni di lotta classista come descritte da Lenin. Tuttavia, porre attenzione al modo in cui si esprimono le lotte è molto importante perché da esse possiamo cogliere importanti segnali.

 

Siamo d'accordo. Il nostro Quaderno Rivoluzione e sindacati, che è del 1985, era concepito proprio per rispondere, tra l'altro, a questioni dello stesso genere di quelle poste dal lettore (ora è in ristampa con ampie integrazioni).

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 0 - maggio 2000.)

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