E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  18 giugno 2013

#ChangeBrazil

Alla teleconferenza di martedì sera hanno partecipato 13 compagni.

La discussione è cominciata dall'analisi dei fatti di Turchia. Inoltre è stato segnalato un interessante articolo pubblicato sul sito di OWS in cui l'orizzonte delle lotte viene allargato ai movimenti in corso non solo in Brasile, ma anche in Bulgaria e Bosnia. Nei paesi dell'est Europa le manifestazioni e le proteste sembrano svilupparsi sulla linea di Occupy Ljubljana, il forte movimento nato in Slovenia qualche mese fa. Appare sempre più evidente un'unica matrice in grado di accomunare lotte anche molto distanti geograficamente.

L'ondata di rivolta sembra seguire, come accennato nell'incontro redazionale svoltosi recentemente a Torino, un senso anti-orario per cui questo movimento sociale, partito dalla Tunisia e attraversato il Maghreb e il Mashrek, è arrivato a lambire la polveriera del mondo, il Medio Oriente e i Balcani. Da lì l'ondata di rivolta potrebbe passare per la penisola italiana per ricongiungersi con gli indignados spagnoli. Anche se sembra non esserci una legge soggiacente, certamente la radicalizzazione appare inarrestabile.

In Turchia si saldano le due tipologie di lotta viste finora: quella della cosiddetta Primavera araba e quella euroamericana "indignados-occupy". Se le mobilitazioni dovessero continuare, l'esercito turco non potrà fare a meno di pronunciarsi o addirittura intervenire preventivamente contro l'ulteriore radicalizzazione delle parti. E potrà farlo con un colpo di stato, com'è suo solito, oppure mettendo in campo forze d'interdizione per separare gli opposti schieramenti (e sarebbe comunque un atto anti-governativo).

Cercando di approfondire la natura del movimento turco, emerge qualcosa di molto più profondo di quanto non descritto sui giornali. E' sicuro che al milione di persone radunate in difesa del Partito di Erdogan, domenica 16 giugno, se ne contrapponeva un altro milione sparso nelle diverse città. Ci sono state due fasi distinte del tentativo di "liberare" Piazza Taksim e il parco annesso: prima lo sgombero violento dei ragazzi di Occupy Gezi con centinaia di feriti, tra cui molti gravemente ustionati dagli agenti urticanti presenti nei getti d'acqua; in seguito l'arrivo in città di decine di migliaia di manifestanti anti-governativi che cercavano di raggiungere il centro con tutti i mezzi possibili. Quello turco è un movimento grandioso con alcuni aspetti inediti: sotto la direzione di Solidarity Taksim, il coordinamento che riunisce 116 organizzazioni politiche e sindacali, il movimento si è dato una struttura centralizzata. Ci sono quindi delle differenze sia rispetto agli indignados che ad Occupy. Importante, inoltre, anche l'aspetto militare: l'esercito turco potrebbe trovarsi a svolgere un ruolo antigovernativo vista la sua storica funzione (quattro colpi di stato) di difesa della tradizione laica dello Stato e la capacità di rimanere autonomo rispetto alle spinte islamiste. Le forze armate turche sono attrezzate e armate con mezzi moderni, contano un milione di effettivi (esercito di "popolo") ed all'interno della Nato sono tra i componenti più importanti dell'alleanza. Basti pensare che l'Italia annovera poco più di 100mila effettivi.

Quando scoppia la rivolta, con gli attuali mezzi di comunicazione la velocità con cui si propagano le informazioni rompe i limiti spazio-temporali. Il governo turco non può permettersi di chiudere Internet perché tutto il commercio avviene in rete e non è di certo conveniente sabotare il business con l'estero. Se le classi dominanti arrivano a chiudere il Web, come è avvenuto in Egitto, vuol dire che sono terrorizzate. Le forze dell'ordine turche stanno facendo piazza pulita dei dissidenti, hanno tratto in arresto decine di militanti della sinistra turca ma anche avvocati, medici, giornalisti e fotografi.

In Occupy the World together troviamo scritto:

"Twitter è un social network nato per comunicare. Si è evoluto filtrando, aggiungendo ed eliminando informazione a seconda delle esigenze di chi lo adopera. Noi possiamo polarizzare il network con tre semplici comandi: preleva informazione dalla rete, immettine, oppure cancellane. Si può affermare che a grandi linee tutta la nostra società, come il mondo biologico, funziona secondo questi elementi semplici di informazione. Ci sarà certo qualcuno che tirerà in ballo le meraviglie insondabili della mente, l'irriducibilità dell'Uomo a una serie di leggi bio-fisiche, ma in natura gran parte della reale complessità delle relazioni non è che un'estensione, una elaborazione di quelle poche informazioni o comandi. Evidentemente nel mondo si è superata una certa soglia, per cui il sensore sociale (se, preleva) di una parte dell'umanità registra che bisogna fare qualcosa (allora, immetti). L'informazione primaria che ha dato luogo alle manifestazioni è ovviamente quella dell'insopportabilità del sistema di vita prima ancora di quello economico. Molti elementi della società (il 99%) hanno elaborato questa informazione primaria aggiungendo un "colpevole" (l'1%). Non appena l'informazione minimamente elaborata si è diffusa risultando condivisa, ci si è resi conto che questo sistema aveva bisogno di un reset, una ripolarizzazione su nuovi parametri e che il risultato doveva essere ottenuto con la drastica negazione dei parametri esistenti (altrimenti, cancella). D'accordo, la società non è un computer, non è un social network ed è più complessa di un programmino per Twitter, ma intanto qualcuno provi a spiegare con la psicologia, con la sociologia, con la politica o con la religione l'affermarsi di un movimento che in due mesi ha portato in piazza milioni di persone stufe di condurre una vita grama, senza senso".

Leggendo con attenzione questo passo della rivista si capisce che il movimento globale nato qualche anno fa ha immesso informazione nella Rete, ne ha ricavata molta e ha cancellato quella non essenziale. Il movimento, procedendo per tentativi ed errori, passa ad un livello sempre più alto. Gli occupiers americani producono delle acute analisi sul capitalismo, sulla vita senza senso e sulle anticipazioni di futuro, e adesso saranno influenzati dalla centralizzazione dei turchi che a loro invece è mancata.

Oltre al governo turco anche i governi occidentali sono spiazzati e hanno paura che la ribellione possa dilagare. Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon lancia un appello ad esercitare la "massima moderazione" in Turchia, cercando di "risolvere le divergenze attraverso un dialogo costruttivo ed evitare altri confronti violenti". Anche i gruppetti luogocomunisti nostrani sono rimasti basiti di fronte alla rivolta globale in corso: il movimento reale sta facendo piazza pulita di tutti i luoghi comuni terzinternazionalisti. Se i "marxisti" avevano perso la testa quando era nato Occupy Wall Street accusandolo di essere un movimento riformista e piccolo-borghese, adesso vengono zittiti dal marasma sociale in corso e dal diffondersi della pratica Occupy. La rivoluzione marcia e travolge tutto quello che gli si pone davanti: chi si ferma al paradigma della rivoluzione passata non riesce più a comunicare col mondo ed entra in confusione. E lo stesso vale per tutti quegli ambiti contemporanei che in qualche modo tentano di agganciarsi alla società futura, ad esempio il "Venus Project" di cui abbiamo parlato nelle scorse teleriunioni. Il lavoro di studio sul filo del tempo ci permette di comprendere gli scienziati anticomunisti del "Venus Project" che, con il loro linguaggio incerto, parlano in realtà del programma rivoluzionario immediato di Forlì. I punti delle FAQ presenti nel loro sito, riordinati, sono istruttivi e sicuramente più interessanti degli slogan luogocomunisti.

Come dice Jacque Fresco, tutto quello che viene delineato nel progetto Venus è realizzabile con i mezzi tecnologici oggi a disposizione. Se, per esempio, colleghiamo a questi progetti la pratica degli alberghi diffusi, e cioè paesi o borghi disabitati acquisiti da agenzie immobiliari che li utilizzano come luoghi di villeggiatura per ricavarne profitto, scorgiamo delle potenti anticipazioni, un mondo artificiale capitalistico che può essere rovesciato nel suo contrario. L'uomo ha vissuto in comunità e in villaggi in coabitazione con servizi centralizzati per milioni di anni, oggi questo bisogno comincia a farsi sentire e muove masse di uomini verso il cohousing, le intentional communities o gli ecovillaggi.

Tornando ai fatti turchi, notiamo che lo sciopero generale indetto dai sindacati mostra la pressione proveniente dalla base. I proletari, dalla Grecia all'Egitto alla Turchia, sono presenti nelle manifestazioni di massa e in alcuni casi abbiamo potuto misurarlo con dei dati quantitativi. Anche in Iran potrebbe scattare qualcosa di simile a quanto accade in Turchia e Brasile, poiché siamo ben oltre la soglia critica e la vittoria del riformista di turno serve a smorzare una pressione sociale che prima o poi esploderà.

Riguardo ai fatti brasiliani, la rapidissima polarizzazione sociale dapprima si è scatenata con l'aumento del 7% del costo del biglietto degli autobus, ma è poi cresciuta esponenzialmente fino all'assalto dell'Assemblea legislativa dello Stato di Rio De Janeiro, con tanto di sparatorie da parte della polizia che cercava invano di contenere la folla. Attraverso i canali Twitter #OccupyBrasil e #ChangeBrazil circolano altri hashtag i quali rimandano ad altrettanti canali da cui si possono reperire informazioni da decine e decine di località brasiliane in lotta.

L'aumento del prezzo dei biglietti in Brasile e il taglio degli alberi a Gezi Park sono le scintille che hanno fatto esplodere la polveriera sociale. In prossimità del punto critico gli atomi sociali vanno considerati non più come oggetti separati, bensì come dei pacchetti, delle comunità, dove tutti si comportano come un insieme indivisibile. Da L'atomo sociale di Mark Buchanan:

"Negli ultimi decenni scienziati e ingegneri hanno scoperto processi di "autorganizzazione" simili in migliaia di ambiti... L'essenza dell'autorganizzazione sta nel fatto che una struttura, un anello di sassi o la precisa distribuzione degli atomi in un cristallo, emerge da sé e in un modo che ha poco o nulla a che vedere con le specifiche proprietà delle parti che la compongono... Per giungere a una spiegazione occorre pensare in termini di struttura, organizzazione e forma, non di atomi o particelle microscopiche di qualsivoglia genere."

Dai filmati dalla Turchia e dal Brasile si vede chiaramente il livello di violenza messo in atto dalle istituzioni, al quale i dimostranti hanno risposto con coraggio. In entrambi i paesi, pur con una crescita considerevole del PIL, monta la rabbia e il disagio sociale. Nella storia del Brasile non s'era mai visto un movimento di queste dimensioni, così generalizzato ed esteso: su Internet circolano immagini di strade stracolme di manifestanti - a San Paolo, Rio de Janeiro, Brasilia, Porto Alegre - e di poliziotti in assetto da guerra che cercano di tenere a bada la marea umana.

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    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
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