E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Una pianificazione mondiale capitalistica?

"In che misura è utilizzabile il libro di Hilferding sul capitale finanziario? Sono attuali le critiche di Lenin? Lo studio sulla moneta che avete pubblicato è utile per conoscere l'entità del peso determinante che essa ha sul mantenimento artificiale del modo di produzione capitalistico: vorrei cogliere, con qualche esempio concreto, la 'deregolamentazione' che la moneta opera in un sistema pianificato dalle multinazionali e monopoli vari. Perché il mio schema è questo: modo di produzione capitalistico; modo di produzione socialistico che nasce al suo interno attraverso l'economia monopolistica e ago della bilancia costituito dagli organi che detengono il potere monetario: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale per il Commercio. Questo schema copia pedissequamente quello riferito alla situazione antecedente la rivoluzione francese: l'ago della bilancia essendo costituito dal potere assoluto della monarchia. Ecco, vorrei capire dal punto di vista economico che cosa fa precipitare simultaneamente nel caos e nella paralisi la marcia progressiva alla pianificazione. Volevo provarci addentrandomi nella polemica Luxemburg-Bucharin, ma le questioni andrebbero trattate in modo del tutto matematico e non con ragionamenti e opinioni".

 

Il rapporto fra la moneta e il valore è ambiguo, ma alla fin fine chi ha il sopravvento è il valore e non la moneta. Perciò, se esistesse la possibilità di regolare il flusso monetario mondiale da parte di un'unica autorità centrale, verificheremmo semplicemente questo fatto: la quantità di moneta mondiale e la sua velocità di circolazione si adeguerebbero alla quantità di produzione mondiale (è quello che tentano di fare i singoli stati per controllare l'inflazione).

All'interno di uno stato è difficile un controllo serio, dato che troppi parametri dipendono dall'esterno, ma per esempio agli Stati Uniti, che hanno essi stessi un controllo sull'esterno, l'operazione "monetaria" riesce abbastanza bene: il dollaro è moneta mondiale, oscilla sui mercati internazionali, ma è straordinariamente stabile in confronto alla produzione americana, non a quella del mondo. In altre parole, in un sistema unico, quindi chiuso come potrebbe essere il sistema-mondo a finanza controllata, il controllo monetario non sarebbe altro che il controllo produttivo, cioè ad ogni ramo produttivo succederebbe ciò che succede all'agricoltura, tanto per fare un esempio già da noi trattato.

Vorrebbe dire esattamente ciò che dici tu: il mantenimento artificiale del sistema capitalistico. Ma sarebbe assai arduo a questo punto chiamarlo capitalismo. Se era una fesseria la teoria del socialismo in un paese solo parlando della Russia, lo è in un certo senso meno parlando degli Stati Uniti. E comunque non sarebbe una fesseria la proposizione: "socialismo in un pianeta solo (cfr. Marx, VI Capitolo Inedito: l'insieme della produzione è rapportata all'operaio globale, un'astrazione che comprende tutti coloro che rendono possibile la produzione, dai manovali agli ingegneri. Estendendo per assurdo il concetto al mondo intero, dovrebbe essere chiaro che si tratterebbe di un insieme integrato che produce, come dice Marx, una massa di merci rapportabile a una sola merce, vale a dire una non-merce).

Quella della "deregolamentazione" è una vecchia storia. Per fare in fretta citiamo a memoria Lenin (L'Imperialismo): non è vero che il capitalismo monopolistico "frena" i traffici che potrebbero essere invece consentiti dal liberismo; il monopolismo è già frutto del liberismo, quindi è irreversibile, quindi ciò che abbiamo non è un "freno" ma un dato di fatto, quindi è il sistema imperialistico ad essere materialisticamente in una situazione di asfissia. Dire che c'è qualcuno che "frena", come fa Kautsky, significa dare personalità, volontà, psicologia e capacità politica ad ogni capitalismo nazionale. Ma l'imperialismo non è una politica, bensì un modo di produzione giunto alla sua fase suprema, è la condizione del capitalismo pronto alla transizione. Se non fosse così, basterebbe che i governi varassero una politica antimonopolistica e il capitalismo tornerebbe a funzionare, cosa che non è. Però noi ci troviamo davvero di fronte a una politica di deregolamentazione, dal periodo Tatcher-Reagan in poi. Vero: non serve a niente. O meglio, il capitalismo tende al monopolio, ciò combina dei guai e i governi cercano di evitarli senza poter far nulla contro la natura stessa del sistema. E' un circolo vizioso. Da vent'anni giusti si varano politiche di "deregulation" e il risultato è una sempre più massiccia "regulation" (a caso: fu contro la regulation nazionale che saltò il palazzo di Oklahoma City; fu contro la regulation internazionale che saltarono le Twin Towers e il Pentagono).

Al tempo di Luigi XIV, il grande Colbert era riuscito (relativamente) a stabilizzare e irrobustire il sistema tramite un controllo monetario, ma allora la moneta era aurea, vigeva il mercantilismo puro, la Francia funzionava come un sistema prevalentemente chiuso e il sistema delle manifatture di stato non era assimilabile al moderno statalismo industriale e finanziario (keynesismo). Per questo era bastata un'incrinatura, la guerra con l'Olanda, a far saltare tutto il sistema (Colbert passa giustamente alla storia come l'architetto dello stato moderno: infatti era un instancabile "regulator").

Per concludere: come può il sistema capitalistico saltare e dove salterà se ha capacità di autoregolazione e di vita artificiale in camera di rianimazione? Se abbiamo ben capito la domanda, si tratta dello stesso quesito che ci poniamo da tempo e a cui tentiamo di rispondere uscendo dai soliti luoghi comuni in cui l'opportunismo ha ridotto la teoria di Marx. Per far questo abbiamo dovuto rapportare il sistema a un modello dinamico sempre più chiuso (il pianeta) nel quale vige più che mai il "secondo principio della termodinamica" ovvero la legge d'entropia, della dissipazione crescente. Il sistema reagisce sempre più debolmente agli stimoli keynesiani, monetari, militari ecc. e quindi abbisogna di dosi sempre più massicce di farmaci. Se vuoi usare un'altra immagine: è drogato perso e sta andando velocemente verso la distruzione per overdose.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 10 - dicembre 2002.)

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