Il numero 44 di n+1 è in tipografia

Invitiamo tutti ad abbonarsi alla copia cartacea per aiutarci a mantenere questo tipo di diffusione, ad esempio presso le biblioteche. Gli abbonati riceveranno il nuovo numero tra i mesi di dicembre e gennaio.

n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Unico tipo di guerra possibile?

"Sono stato colpito da una vostra affermazione: in una vostra newsletter e nell'ultima riunione pubblica a Torino avete detto che l'attentato a Washington e New York rappresenta il solo tipo di guerra possibile oggi contro gli Stati Uniti. Sono d'accordo con voi sul fatto che non si tratta di un attentato alla Sante Caserio ma di un gesto che richiede preparazione, competenza, capacità esecutiva, vasta struttura operativa, organizzazione moderna ed efficiente. È certo giusto inquadrare queste "pulsioni dei rapporti materiali" nel complesso della crisi e dei rapporti intraborghesi anche per la destinazione della rendita petrolifera. Ma non riesco a capire in che modo questi attentati e la susseguente reazione "antiterroristica" rappresentino la forma unica della guerra attuale, sia pure contro un paese imperialistico ultrapotente. Chi ci impedisce di ipotizzare che, nell'acuirsi delle contraddizioni del modo di produzione dominante, non si aprano delle crepe nella coalizione superimperialistica apparentemente compatta, per ricostruire dei contrasti "classici" fra gruppi di stati in concorrenza fra loro per il dominio capitalistico?

Dobbiamo credere che il dominio imperialistico USA è dato per sempre e che l'unica alternativa sia o rivoluzione o dominio USA? Non sarebbe questa un'ipotesi da "fine della storia"? Non è pensabile che il dominio del gendarme globale possa essere contestato da altre forze o coalizioni di Stati pronti e disponibili a sfidarlo sul terreno della supremazia imperialistica? In fin dei conti assistiamo in questi giorni al tentativo di Francia e Germania di contrastare la strapotenza americana proprio sul piano della guerra che gli Stati Uniti preparano in Medio Oriente. Questo fenomeno potrebbe estendersi: anche Russia e Cina stanno frenando, anche se ovviamente per ora con effetti pari a zero".

 

Sul sito, nei volantini e nelle riunioni pubbliche sul tema, abbiamo insistito nel definire "guerra" l'attacco agli Stati Uniti, ma non esiste certo una nostra peculiare "teoria dell'unica possibilità". Il 12 settembre, cioè il giorno dopo i fatti, sapevamo ben poco sulla loro dinamica (e nulla sulle forze coinvolte), ma eravamo certi che qualunque essa fosse, si inseriva perfettamente nel processo di guerra continua che la nostra scuola voleva sistematizzare con un lavoro (mai fatto purtroppo) su una teoria della guerra imperialistica (riunione di Bologna, 1960).

Nell'epoca dell'imperialismo di segno americano, nessuno può fare guerra frontale agli Stati Uniti con metodi classici e le "pulsioni dei rapporti materiali" si debbono per forza esprimere attraverso manifestazioni "improprie" della guerra. A meno di non immaginare un mondo in cui la guerra la fanno solo gli americani contro gli altri, ma in questo caso cadrebbe la definizione stessa di "guerra" e ci troveremmo automaticamente a discutere di un altro tipo di fenomeno.

Dunque non ci sembrava corretto chiamare semplicemente "attentati" quelli di Washington e di New York, ed era facile prevedere che la cosa non finisse lì. D'altra parte non è vero che concepiamo questa guerra come l'unica forma di guerra possibile degli Stati Uniti e contro di essi; ci sono le guerriglie, le guerre commerciali sotterranee e soprattutto finanziarie, la guerra del petrolio che dal '74 sottrae plusvalore all'Europa e al Giappone. Sosteniamo che per ora non vi siano all'orizzonte possibilità reali di guerra "classica" agli Stati Uniti, neppure da parte di coalizioni di altri stati, per la semplice ragione che il colosso americano è importatore netto e a tutt'oggi il compratore delle merci di Europa e Giappone, che invece sono esportatori netti con gravi problemi per mantenersi tali.

Insomma, per ora i concorrenti degli USA sono anche i primi a guadagnare dalla salute dell'America. C'è poi una questione "tecnica" che per la sua imponenza diventa "politica" o, se vuoi, continua la politica con altri mezzi, annichilendo ogni velleità bellicosa contro gli USA: la superiorità dell'armamento americano in ogni senso. Essa non si manifesta solo con aerei migliori o bombe intelligenti, aggeggi che anche gli europei e i giapponesi saprebbero produrre; la superiorità americana si manifesta con il riflesso del lavoro sociale nella guerra come sistema militare planetario. Nessuno è in grado di opporre a questo stato di cose un qualcosa di diverso, perché ogni sistema locale europeo e giapponese non è che un tassello del sistema globale americano, che ovviamente non è fatto per condurre una guerra contro sé stesso. Un riassetto di questi sistemi locali verso un sistema generale "federato" contro gli USA richiederebbe decenni e non avrebbe nessuna possibilità di realizzarsi per la semplice ragione che non potrebbe essere realizzato in segreto al di fuori dei rapporti esistenti.

Da molto tempo prima che fosse pubblicata la dottrina americana della "guerra preventiva" diciamo che gli Stati Uniti, di fronte all'emergere di un'altra potenza pari alla loro (Cina, India, fra qualche decennio), si vedrebbero costretti ad agire in prevenzione, e un eventuale paese ribelle sarebbe subito messo sotto tiro con armi "non convenzionali", di tipo finanziario, terroristico, separatista, ecc., fino all'intervento diretto di tipo iugoslavo (cfr. L'imperialismo delle portaerei, "Progr. Com." n. 2 del 1957). Il Giappone avrebbe bisogno di espansione economica attraverso mercati controllati, specie nel continente asiatico, ma la sua condizione insulare lo mette in una situazione di vulnerabilità estrema; lo sfogo sulla terraferma e la libertà di traffico nel Pacifico gli sono entrambi negati, per questo motivo sta soffocando per troppo capitale.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 10 - dicembre 2002.)

Articoli correlati (da tag)

  • Fascismo come realizzatore delle istanze riformiste

    La teleriunione di martedì scorso è cominciata con la segnalazione da parte di uno dei compagni collegati (12 in totale) della proliferazione su YouTube di filmati tesi a dimostrare che il crollo del ponte Morandi di Genova non è avvenuto accidentalmente ma sarebbe invece un fatto voluto. Questo genere di video, visualizzati in breve tempo da decine di migliaia di persone, rientra nel fenomeno, già visto in passato in occasione dell'attentato alle Torri Gemelle o, ancor prima, dello sbarco sulla Luna, della diffusione di teorie strampalate solitamente a sostegno di una visione più o meno complottista dell'ordine delle cose.

    Il Web è lo specchio della società e quindi in esso non possiamo che trovare tutto quello che esiste nel mondo, compresa la vita senza senso alimentata dal capitalismo. Questa sorta di grande magazzino globale contrasta con l'idea, propria di molti intellettuali, della profondità della cultura accademica. Secondo tale schiera di pensatori, solo esperti o specialisti dovrebbero potersi esprimere su determinati argomenti, mentre il resto dell'umanità dovrebbe limitarsi ad esternare le proprie "opinioni" al bar. Tra questi spicca Umberto Eco che, contraddittoriamente, nel suo "Ur-fascismo" non riesce ad approfondire il tema preso in esame, ma si limita a fornire una lista di caratteristiche estetiche e morali del fascismo (la camicia nera, l'autoritarismo, il culto della tradizione, il culto dell'azione, ecc.), tralasciando l'analisi della società e dei rapporti di produzione che produsse quel tipo di governo. Evidentemente, all'esimio professore era sfuggito che negli anni '20 del '900 tutto il mondo volgeva lo sguardo, avvicinandosi, al fascismo, un movimento internazionale - così come lo definisce la nostra corrente - capace di dar vita a numerose correnti nazionali che discutevano e dibattevano tra loro. Solo per citare alcuni tra i nomi più conosciuti, ricordiamo il tedesco Werner Sombart e il belga Henri de Man, a cui si aggiungono i collegamenti con alcuni esponenti russi sviluppati durante l'importante congresso di Amsterdam del 1931 e i progetti di programmazione economica.

  • La Cina non salverà il mondo capitalistico

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando due articoli pubblicati sull'edizione del 28 luglio di The Economist dedicata alla nuova via della Seta cinese: la Belt and road initiative (BRI).

    Nel primo articolo, "China's belt-and-road plans are to be welcomed-and worried about", viene evidenziato il fatto che il progetto si configura come qualcosa di più rispetto ad una rete stradale e navale da e verso Pechino. Anche se per ora non sono chiare le strategie di investimento sia in termini di cifre sia per quanto riguarda le rotte commerciali e i relativi accordi bilaterali, la Cina descrive la BRI come un piano globale, programmando la costruzione di una "Pacific Silk Road" verso l'Oceano Pacifico, di una "Via della seta sul ghiaccio" attraverso l'Oceano Artico, e di una "Via della seta digitale" nel cyberspazio. "I paesi desiderosi dei finanziamenti cinesi", scrive The Economist, "accolgono il progetto come fonte di investimenti nelle infrastrutture tra Cina ed Europa, passando per Medio Oriente ed Africa. Quelli che temono la Cina lo vedono invece come un sinistro piano teso a creare un nuovo ordine mondiale in cui il Dragone è il potere preminente." "La BRI rappresenta", conclude l'articolo, "un motivo in più per l'America per rimanere in Asia". La Cina tenta di espandere maggiormente la sua sfera d'influenza e lo fa a partire proprio da quell'heartland (il cuore del mondo) che, secondo la teoria del geografo e diplomatico inglese H. Mackinder, è essenziale per chiunque voglia prendere il controllo del pianeta.

  • #OccupyICE

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dal commento di alcune notizie provenienti dagli Stati Uniti.

    Nei giorni scorsi un'ondata di indignazione internazionale si è sollevata in seguito alla diffusione di un audio con le voci dei bambini imprigionati nei campi di detenzione al confine tra Messico e Usa, dove vengono separati dai genitori migranti. Va detto che la politica contro gli immigrati non riguarda specificatamente l'amministrazione Trump, in quanto questi centri, gestiti dall'agenzia federale statunitense United States Immigration and Customs Enforcement (ICE), sono attivi almeno dal 2003. Nei primi mesi in cui è entrato in carica il nuovo esecutivo, però, si è registrato un boom di arresti dei migranti non in regola con i documenti:

    "A dirlo sono i dati ufficiali diffusi mercoledì dalla Immigration and Custom Enforcement (ICE), l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione negli Stati Uniti. Secondo quanto riporta Usa Today, citando i dati diffusi dall'agenzia, nel periodo compreso tra il 22 gennaio e il 29 aprile, sono finiti in manette 41.318 immigrati, per una media di 400 arresti al giorno. Un numero che è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente." ("La stretta di Trump sui clandestini: boom di immigrati irregolari arrestati", il Giornale.it del 18.5.17)

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°43, aprile 2018

copertina n°43f6Editoriale: Si fa presto a dire moneta
f6Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica
f6Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop
f6Terra di confine: Elementare, Watson
f6Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo
f6Recensione: Verso un nuovo paradigma
f6Doppia direzione: Lavorare è bello

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

Leggi la newsletter 230
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email