E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Che cosa sta succedendo negli Stati Uniti?

Un compagno mi chiedeva se certe forze interne della borghesia americana, come il PNAC (Project for a New American Century), potessero essere la base per un cambiamento di rotta della politica americana. Se cioè si stesse per caso passando dalla dottrina delle alleanze con chiunque convenga, a quella delle alleanze con "chi la pensa come noi", alla Huntington. Ho risposto con un no secco: un Bush è talmente utile che sarebbe saltato fuori comunque, magari dopo la vittoria di Al Gore, che qui si dice sia stata quella autentica.

Un cambiamento di rotta e l'avvio di una politica meno ottusa potrà esservi in futuro, ma adesso l'America deve passare attraverso questa fase. Sulla scena politica americana del terzo millennio l'intreccio di forze favorevoli al capitale privato più che al Capitale in generale era talmente forte che con la crisi delle elezioni in Florida hanno visto un opportunità da cogliere al volo. Quando dico "capitale privato" non voglio ripetere le sciocchezze sui fatti personali dei petrolieri, ma mi riferisco all'intera corporate elite, una classe capitalista avida, strafottente e sicura del proprio potere di controllo, una burocrazia militaristica gonfia di dollari e forte di vasto appoggio sociale, non solo elettorale. Una vera e propria ideologia dominate parallela, irrazionale, basata sul peggior fondamentalismo religioso ed economico. Tutto questo di fronte a un political establishment – il Congresso americano e la Casa Bianca – in completo collasso. È il Sistema che ha problemi di autocontrollo, ma è ovvio che, trattandosi dell'America, questo ha effetti sul mondo intero.

Se avesse vinto Al Gore vi sarebbero state solo due possibilità: o i democratici andavano nella direzione che hanno preso i repubblicani, o questi avrebbero vinto comunque le elezioni nel 2004. L'unica forza che è sfuggita – in parte – al controllo, è il movimento pacifista. Se si arrivasse di fronte ad una vera crisi, sia interna che soprattutto militare in Medio Oriente, non è da escludere un colpo di stato, sia da parte di un civile (per me Bush nel 2000 ha ordito un mezzo golpe) sia da parte dei militari. Del resto: chi li può fermare? La costituzione?

 

La situazione che sta maturando negli Stati Uniti comporta problemi gravissimi per l'imperialismo americano, perché il mondo, di riflesso, ne sarà sconvolto. Gli Stati Uniti non possono passare da una dottrina militare di "proiezione sul territorio" da basi sicure al "controllo diretto del territorio" con truppe proprie. Sarebbe un modo anti-storico di condurre la guerra, un comportamento da vecchio imperialismo colonialista classico, mentre Gli Stati Uniti sono stati il nemico numero uno di quel tipo di passato (almeno dalla guerra del 1898 contro la Spagna in poi). E inoltre c'è un problema pratico: occorrerebbero decine di milioni di soldati in tutto il mondo, bisognerebbe pagarli direttamente ecc.

Chi ferma la banda "bushita", come ormai la chiamano molti americani? Nessuno, d'accordo. Ma sarà essa stessa ad accorgersi (sta già succedendo in Iraq), che la guerra facile e tecnologica, senza morti, non esiste se diventa un sistema permanente. Ricordiamo che ogni guerra scoppiata nelle epoche di transizione comporta la morte di un pezzo di passato e sconfigge chi non impara la lezione del futuro. Questo è Marx che lo dice a proposito della guerra di Crimea (1853-56) e lo possiamo estendere per esempio alle due guerre mondiali.

Se i bushiti hanno in mente di continuare su questa strada che abbiamo definito "ottusa", allora per loro è finita: dal "colpo di stato" virtuale alla Bush devono passare al colpo di stato paramilitare per controllare l'ordine mondiale e soprattutto interno, con le conseguenze sul mondo che lasciamo immaginare. Da questo punto di vista ci sembra di intravedere negli Stati Uniti una analogia "turca": l'esercito nel suo insieme è meno ottuso della società civile. Lo dimostrerebbe quel poco che siamo riusciti a sapere sulle divergenze fra governo e militari proprio mentre era in corso l'avanzata su Baghdad, e che oggi continuano.

È indubbio che l'invasione e l'occupazione di un paese, se si pensa al futuro, non debbono essere condotte come sono state condotte. I militari, durante l'avanzata, sembra si siano comportati in modo più professionale e meno banditesco del solito. A parte i killer di prammatica dal grilletto facile, lo Stato Maggiore dell'esercito aveva capito la natura delle sacche di resistenza e nell'immediato le aveva lasciate esaurire senza troppe uccisioni e distruzioni. È stata evidente anche la tendenza dei militari a defilarsi e a mettere in piedi il più presto possibile delle amministrazioni civili locali, chiedendo più truppe (100.000 uomini in più) per assicurarne la copertura in maniera non troppo visibile. Invece i bushiti avevano usato l'apparato tecnologico, in primo luogo l'aviazione, per massicce incursioni terroristiche, tanto che il 90% delle uccisioni di iracheni era stato provocato dai bombardamenti aerei. Sullo stesso piano erano da porre gli attacchi contro i diplomatici russi e i giornalisti, per non parlare della "teoria della carta moschicida" per attirare i "terroristi" in trappole mortali e sterminarli (tattica dimostratasi poi non troppo efficace).

La guerra d'invasione era stata perciò mantenuta dai militari nei limiti della politica, molto più di quanto i bushiti avevano voluto, con i loro wargame da tavolino. I bushiti avevano un piano di sterminio dall'alto e l'esercito si era dovuto arrangiare per occupare un paese di 450.000 Kmq e città molto vaste ed abitate – teatri spaventosi dal punto di vista militare – con una forza insignificante. La guerra d'occupazione, che i militari non avevano voluto, si sta dimostrando un vicolo cieco. Non è da escludere, all'interno degli Stati Uniti, una resa dei conti potere politico e potere militare a causa della "nuova epoca" che si voleva inaugurare.

Il nuovo "governatore" dell'Iraq sta accelerando i tempi per levare le tende e la borghesia irachena sta già facendo affari con gli invasori, mentre le tribù stanno già dando vita a una specie di governo ombra nelle tre parti principali del paese. Non sembra che i piani stiano andando come previsto. La situazione interna ed estera è per gli Stati Uniti così fluida che, se non un colpo di stato, almeno una robusta prova di forza con protagonisti i militari potrebbe verificarsi davvero. Non è detto che vinca la banda di Bush: essa, terminato il "lavoro sporco", potrebbe essere allontanata senza tanti complimenti proprio dall'esercito.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 13 - dicembre 2003.)

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