E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

Invitiamo tutti ad abbonarsi comunque alla copia cartacea per aiutarci a mantenere questo tipo di diffusione, ad esempio presso le biblioteche.

n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

15-17

Giu

70° incontro redazionale, Torino
Temi: Il 200° anniversario di un Marx inesistente, Governo 2.0, Il rovesciamento della prassi. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Uno sguardo sul futuro del mondo

[…] Ho l'impressione che qualcosa non funzioni nello scenario che dipingete per il futuro del mondo. Dite che contro gli USA non vi è potenza equivalente. Essi sarebbero in grado di effettuare un controllo totale con strumenti militari tecnologici, di cui hanno il monopolio, di stravolgere la concezione e la pratica della guerra. Avete citato il Giappone come governo fantoccio diretto da Washington. Avete detto che Russia e Cina potrebbero essere oggetto di "compellenza" ed essere ridotte al livello dell'Africa. Mi pare che, se io ho capito bene le vostre affermazioni, voi commettiate peccato di eccessiva visione politica a scapito delle effettive determinazioni. Lo strapotere Usa è evidente. Ma parlare di Giappone, Russia e Cina – paesi che coprono due continenti con miliardi di abitanti – penso raccomandi più prudenza per quanto riguarda i loro futuri rapporti con l'America.

La volontà dei governi di questi paesi conta poco, e sono d'accordo, ma i paesi stessi, prima di farsi schiacciare, possono rappresentare una massa critica tale che di fatto potrebbe essere costretta ad opporsi sul piano del contrasto reale agli USA. Una cosa è la guerra preventiva difensiva in assenza (al momento) di contrasti effettivi e reali; tutt'altra cosa è parlare delle potenzialità di una massa territoriale, umana ed economica di miliardi di uomini estesi su due continenti. Per non parlare poi della vecchia Germania!

Certo le esigenze del capitale lo spingono a governare le forze sociali con strumenti che in nuce ne negano le stesse leggi economiche (la forma sociale nuova che cresce nel suo stesso seno). È una necessità già presente nei "sacri testi" di riferimento, vedi Antidühring di Engels e terzo libro del Capitale di Marx. Ma questo movimento potenziale si scontra con le contraddizioni dello stesso modo di produzione. È pensabile che le difficoltà di valorizzazione che si acuiscono possano dar coraggio ai paesi oggi succubi; possano far scoppiare dei contrasti interimperialistici che, nonostante lo strapotere americano non si potranno esorcizzare. A mio avviso una prospettiva di guerra fra coalizioni di vari paesi è del tutto corrispondente a una visione realistica dell'imperialismo moderno. Il nucleo di una potenziale forza rivoluzionaria di contrasto potrà scaturire da una violenta crisi sistemica – proprio come dite voi – che coinvolga il mondo sviluppato in una guerra generale e veda nello stesso tempo l'esplodere di violenti contrasti classisti all'interno di esso.

 

Il controllo "totale" americano è un fatto, bisogna solo stabilire se può risolvere i problemi dell'America e quindi del capitalismo. Diciamo subito di no, ma certo che tale controllo aiuta parecchio a mantenere in piedi il sistema. Nel 1944 era già pronta la teoria del "nation building" per i paesi vinti, Germania, Giappone e Italia. Infatti nell'Italietta occupata e invasa nascevano il futuro governo, la futura costituzione e il futuro assetto politico-sindacale, un anno prima della fine della guerra. Negli altri paesi era questione di tempo (poco), e si sarebbe messo in moto lo stesso meccanismo (in parallelo con l'occupazione militare che continua tutt'oggi). Questa politica è la stessa che adesso qualcuno chiama "World building". Dunque riprogettazione del mondo intero e sua occupazione militare. Tuttavia nemmeno gli Stati Uniti hanno la potenza degli dei, e quindi devono fare molta attenzione. Per ora sembra che non ci riescano e si stanno comportando in maniera assai rozza. Se perdono il controllo a causa dell'ottusità indotta da sovrapotenza sono fottuti.

Dici che bisogna "andare cauti" nell'affermare che gli Stati Uniti non hanno rivali in quanto a potenza economica, politica e militare. Ma questo primato è una realtà che non si può confutare con argomenti pratici: nessun paese potrebbe sostenere una guerra commerciale, finanziaria o guerreggiata con l'America. Tra l'altro la dottrina di guerra preventiva sta a dimostrare che l'imperialismo dominante farà qualsiasi cosa pur di non permettere la formazione di una forza paragonabile (né una coalizione, né lo sviluppo di una potenza). La guerra in Iraq non è che l'inizio, nelle intenzioni americane, di uno stato permanente di predominio (gli avversari dell'attuale governo sostituiscono solo "egemoni" a "predominio"). Germania, Giappone e Italia, lo ribadiamo, hanno sempre avuto governi fantoccio pilotati dagli Stati Uniti. La politica estera di questo trio, dal 1945 a oggi, è sempre stata politica interna degli Stati Uniti.

Di più: il Giappone è in coma da dieci anni, la Germania sta per raggiungerlo e l'Italia è stata industrialmente smantellata, diventando un paese fornitore di componenti in outsourcing, cioè estremamente dipendente dall'industria degli altri. Non c'è nulla di esagerato nel parlare in questi termini del sistema mondiale così come si è venuto configurando. Ovviamente le determinazioni reali non sono a favore di una stabilizzazione mondiale, e questo lo abbiamo sempre detto a grandi lettere. Ma Giappone, Russia, Cina e India con i loro tre miliardi di uomini per adesso non sono in grado di fare un bel niente. L'Europa idem e la Germania meno di tutti, dato che ha un apparato produttivo e sociale per nulla flessibile e potrebbe collassare peggio del Giappone (per l'America Latina vale lo stesso discorso e l'Africa è solo terra di saccheggio). Quindi per molto tempo nessuna azione verrà da altri paesi imperialistici contro gli Stati Uniti, per la semplice ragione che tutti, ma proprio tutti, dipendono ancora dal buon andamento dell'economia americana. A tutti conviene dunque che il mondo capitalistico non vada a catafascio.

Il risultato di tutto questo è proprio la necessità di ricorrere a strumenti di controllo mondiale, in pratica ad uno Stato planetario, che in nuce nega gli stessi fondamenti del capitalismo esattamente come dici citando l'Antidühring. Seguiamo il tuo discorso, ma in tale contesto non ci pare appropriato parlare di "schieramenti" o "contrasti interimperialistici", anche se in effetti utilizziamo qualche volta questa espressione. Qui non siamo più in una situazione di imperialismi al plurale, cioè più paesi di potenza comparabile come al tempo di Lenin: solo il Giappone ha una potenza finanziaria definibile imperialistica, ma è immensamente inferiore a quella degli Stati Uniti, e poi è quasi tutta dedita a valorizzarsi… negli Stati Uniti. Per il resto, forza politica e militare, è a zero. La Germania sta molto peggio, se possibile, e l'Europa semplicemente non esiste (abbiamo dimostrato come l'unione monetaria sia stata un'operazione del tutto virtuale).

Rimane la Cina, sulla quale occorrerà riflettere. Ma attenzione: nel momento in cui chiede – e lo chiede a gran voce – di far parte degli organismi internazionali, essa perde il suo isolamento e diventa come un paese capitalistico qualsiasi, integrato come gli altri nell'attuale sistema mondiale e forse più vulnerabile al cambiamento economico, sociale e tecnologico interno. La Cina è la prima potenza industriale del pianeta (gli Usa la seconda e il Giappone la terza) e sarebbe in grado fra poco, da sola, di produrre merci per tutta l'umanità. O lo farà secondo le regole, o entrerà nei piani di volo dei bombardieri americani. Non a caso la Cina è il paese più nominato nel documento sulla nuova dottrina militare della guerra preventiva americana. Come vedi, in ogni caso, la possibilità di "contare qualcosa" per i paesi imperialistici "congelati" passa attraverso un collasso americano.

Infatti veniamo alla conclusione della tua lettera: il riferimento alla crisi sistemica, alla guerra generale e alla sollevazione rivoluzionaria. Di ciò diamo da tempo una lettura ricavata dalla storia delle rivoluzioni passate. Trotsky rinfacciò a Stalin & Co. il metodo per la valutazione delle forze in campo nella battaglia fra le opposte classi: nessun assalto al potere è possibile se l'apparato sociale, economico e militare del nemico è intatto; ma non bisogna avere nessun timore di prendere il potere quando si dimostri che l'apparato avversario è in piedi soltanto per inerzia ed è già minato dalla rivoluzione che incalza. La condizione migliore per il passaggio alla società futura è il collasso interno e la sconfitta dell'imperialismo più forte (e questo lo diceva anche la Sinistra Comunista "italiana"). Ma chi sconfigge l'imperialismo più forte se esso è tale? Giusto una crisi sistemica generale che faccia saltare il potenziale ultra-esplosivo che si nasconde al suo interno. Per questo diamo la massima importanza agli scioperi dei lavoratori atipici, al movimento americano contro la guerra e in generale alla enorme pressione sociale all'interno degli Stati Uniti, un paese dove ci sono ben 250 milioni di armi "private" che producono 11.000 morti all'anno solo da proiettile e dove la popolazione carceraria rappresenta una massa superiore a qualsiasi esempio si possa trovare nella storia. Questa pressione, non a caso, produce una repressione ideologica e materiale spaventosa. Tutti questi fattori hanno caratteristiche nuove, da studiare a fondo.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 14 - marzo/giugno 2004.)

Articoli correlati (da tag)

  • #OccupyICE

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dal commento di alcune notizie provenienti dagli Stati Uniti.

    Nei giorni scorsi un'ondata di indignazione internazionale si è sollevata in seguito alla diffusione di un audio con le voci dei bambini imprigionati nei campi di detenzione al confine tra Messico e Usa, dove vengono separati dai genitori migranti. Va detto che la politica contro gli immigrati non riguarda specificatamente l'amministrazione Trump, in quanto questi centri, gestiti dall'agenzia federale statunitense United States Immigration and Customs Enforcement (ICE), sono attivi almeno dal 2003. Nei primi mesi in cui è entrato in carica il nuovo esecutivo, però, si è registrato un boom di arresti dei migranti non in regola con i documenti:

    "A dirlo sono i dati ufficiali diffusi mercoledì dalla Immigration and Custom Enforcement (ICE), l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione negli Stati Uniti. Secondo quanto riporta Usa Today, citando i dati diffusi dall'agenzia, nel periodo compreso tra il 22 gennaio e il 29 aprile, sono finiti in manette 41.318 immigrati, per una media di 400 arresti al giorno. Un numero che è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente." ("La stretta di Trump sui clandestini: boom di immigrati irregolari arrestati", il Giornale.it del 18.5.17)

  • Sul rifiuto delle categorie capitalistiche basiamo il nostro lavoro

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie di stampa sul ruolo non proprio umanitario svolto dalle Organizzazioni Non Governative.

    Nell'epoca dell'imperialismo qualsiasi attività è sussunta al capitale e trasformata in valore. Questo vale anche per le ONG che sono presenti negli scenari di guerra e in tutte quelle situazioni al limite, dove gli Stati non ci sono o non riescono ad affermarsi.

    La sigla ONG è stata stabilita a livello internazionale per definire tutte quelle organizzazioni private e "no profit" il cui statuto le identifica come enti di sussistenza e beneficenza. Tali enti dovrebbero intervenire quando le popolazioni soffrono la fame o la guerra, ma nella maggior parte dei casi raccolgono fondi per la sopravvivenza delle loro stesse strutture. Nelle situazioni in cui gli stati sono collassati, come in Siria, Yemen e Iraq, i finanziamenti internazionali passano direttamente dal Fondo Monetario alle ONG, bypassando le autorità statali. Con il diffondersi dell'attuale guerra civile globale, questo tipo di organizzazioni, che gestiscono anche gli immensi campi profughi sparsi per il pianeta, non potrà che aumentare.

  • L'unico muro che serve ai proletari è quello di classe

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con un breve commento dell'articolo "Il messaggio dimenticato di Karl Marx", pubblicato su Internazionale a firma di Paul Mason.

    Il giornalista britannico, noto per il libro Postcapitalism, sostiene che il vero scopo di Marx fu non tanto di produrre una teoria della rivoluzione, quanto di affermare la riappropriazione e la liberazione dell'individuo; sono stati piuttosto i suoi seguaci ad averne travisato l'idea, preferendo una dottrina collettivistica basata sulla lotta di classe. L'errore viene fatto risalire alla tarda pubblicazione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, andati in stampa solo nel 1932, che "contengono un'idea che nel marxismo è andata perduta: il concetto di comunismo come 'umanesimo radicale' [...] Il vero obiettivo della storia umana è la libertà, la realizzazione personale di ogni individuo."; e che, secondo Mason, non contemplano la necessità che il proletariato si costituisca in partito, in quanto "il vero soggetto rivoluzionario è l'io!"

    Invece di limitarsi a divulgare quanto scritto dal rivoluzionario di Treviri, questi marxologi dell'ultima ora fanno opera di falsificazione, inventandosi un Marx che non esiste, ora filosofo e pensatore, ora socialdemocratico o libertario. Studiosi e accademici che magari giungono ad interessanti analisi della materia (vere e proprie capitolazioni ideologiche come nel caso dell'articolo "Happy Birthday, Karl Marx. You Were Right!", pubblicato sul New York Times), ma che rimangono preda dell'ideologia imperante dell'individualismo, e finiscono per affermare che le rivoluzioni avvengono come somma dei pensieri individuali e non come prodotto di forze storiche che prendono la forma di lotta tra le classi.

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 228, 29 aprile 2018

f6Socialismo, dove?
f6Le mezze classi inglesi e l'austerity
f6Il gorilla
f6Metamorfosi
f6Viva Bio
f6Integrando
f6Guardie e ladri
f6Terre amare

Leggi la newsletter 228
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email