E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Determinismo, comunismo e previsione

Pongo prima di tutto una domanda su come si possa dimostrare la sostanziale uniformità tra natura e società: esistono, come in fisica, delle vere e proprie leggi che permettono l’analisi e, soprattutto, la previsione dei fenomeni sociali? È chiaro che la risposta è sì, ma in che modo questo avviene? Come metafora? Come analogia? Come vera e propria identità? Come interviene il fenomeno "mente" in questo schema deterministico? Non crea alcun problema alla "ferrea legge"?

Dal punto di vista materialista, è chiaro che la mente è un prodotto del corpo, o meglio dell’interazione che la specie ha avuto tra i suoi elementi agenti in un ambiente dato, ma mi domando, anche in relazione alla questione del "rovesciamento della prassi", se essa non permetta appunto una sorta di fuga dalle leggi di natura. Altra suggestione che mi è venuta è che queste leggi valgano fin tanto che il rovesciamento non è avvenuto, e fin tanto che non è avvenuto, il sentimento che il determinismo naturalista risulti insufficiente per le faccende umane potrebbe essere riflesso della mancanza, per ora, di questo rovesciamento. Per così dire, gli avversari del determinismo avrebbero ragione se parlassero delle potenzialità umane latenti, ma hanno assolutamente torto nel momento in cui, ed è questo quel che fanno, parlano della società presente, determinatissima dalle leggi del capitale, sproloquiando su libertà individuali assolutamente immaginarie.

In questo senso mi pongo anche la questione del passaggio "necessario" (nel senso di determinazione materiale) al comunismo. Ecco, il punto è proprio questo e forse sfioro una questione di lana caprina: a me è chiaro che se la specie umana vivrà in un tipo di società dove non saranno più presenti le categorie e i pilastri materiali del capitalismo, essa non potrà essere altro che una comunità umana, cioè comunista, che nega la presente comunità disumana. Non potrà essere, tanto per capirci, né primitivista, né federalista anarchica, ecc. Ma meno saldo mi trovo sulla certezza della sua venuta. Se vedo un bruco, sono certo che sarà farfalla, ma se vedo il capitalismo, il meccanismo mentale della certezza non è lo stesso. Potrebbe per esempio estinguersi la specie umana a causa del capitalismo; potrebbe andar per le lunghe, all'infinito, questo strazio di società. Oppure no? Se la scienza della società umana fosse davvero paragonabile alle scienze della natura come la fisica, la biologia, la chimica, non dovrebbe essere difficile fare previsioni. Perché nessuno ci pensa? Perché nessuno ci presenta (ad esempio) un bel modello matematico sul percorso della società umana nei prossimi cinquant'anni?

 

In diverse occasioni ci è capitato di ascoltare o leggere l'enunciato che ti spinge a fare questo tipo di domanda: una cosa sarebbero le scienze "esatte", come la matematica, la fisica, la chimica, ecc., tutt'altra cosa sarebbe la scienza sociale; con le prime si possono fare previsioni esatte, con la seconda le previsioni sono impossibili, si può solo parlare di tendenze. Questo enunciato è, diciamolo chiaro e tondo, una cretinata degna di un Croce che si "vergognava" di Darwin e dell'evoluzionismo (il pregiudizio filosofico non ha bisogno di dimostrazioni scientifiche). A dimostrare l'assurdità dell'enunciato "antropico" bastano due soli esempi opposti: 1) la fisica e la matematica intervengono massicciamente nel tentativo di ottenere delle banali previsioni meteorologiche, ma tali previsioni sono "impossibili", si possono al massimo descrivere delle "tendenze" a due o tre giorni (figuriamoci a un anno); 2) la matematica permette di agire su un campione sociale minimo, ad esempio formato di 1.000 elettori e, senza troppe complicazioni, prevedere con estrema precisione (spesso una frazione di punto percentuale) il risultato di una tornata elettorale che coinvolge decine di milioni di persone.

La difficoltà di previsione in campo sociale non è dunque dovuta a un qualche principio filosofico in grado di dividere la natura fra animata e inanimata (apposta diciamo così: con anima e senza anima, come da mistica millenaria) ma a una semplice caratteristica della materia trattata: la sua complessità o meno. Chiunque è in grado di capire che un temporale e una partita di calcio con le tifoserie dispiegate sono fenomeni più complessi che non una caffettiera, eppure le leggi che governano le molecole di materia e di società (i singoli individui) sono le stesse. In una nostra riunione, che speriamo di pubblicare presto, abbiamo visto che si possono analizzare i sistemi sociali con le tecniche utilizzate in termodinamica. Quindi né analogia né metafora ma stesso metodo d'indagine su di una natura unitaria che comprende atomi, rocce e oceani allo stesso titolo di uomini e aggregazioni sociali. Dire che tutto ciò è separato e ubbidisce a leggi diverse è come affermare che sulla Terra vigono le leggi degli uomini e in Paradiso quelle di Dio.

Detto questo, è evidente che se analizziamo il movimento delle palle di un biliardo, ci "basta" la meccanica classica, mentre se i giocatori litigano e si rompono la testa coinvolgendo gli avventori del bar, ci occorre qualche altra formalizzazione (teoria delle catastrofi, statistica, termodinamica, ecc.), e di certo la previsione si complica di molto. Anche perché qui interviene il fenomeno che chiami "mente". Ora, la borghesia stessa è giunta a un buon grado di formalizzazione del sistema ultra-complesso di relazioni fra cose, fra cose e uomini e fra uomini. È giunta abbastanza agevolmente a capire che questo insieme di relazioni (feedback incrociati) è come un grande cervello sociale, e ne studia le caratteristiche, il funzionamento. È giunta anche a capire, per mezzo di alcuni scienziati di frontiera, che parlare di cervello sociale è ancora riduttivo e che vi sono fenomeni generali, ancora senza nome, che per adesso sono stati chiamati "mente" della natura. E nell'ambito di questa ricerca, per ora limitata a causa del contesto sociale dedito più al profitto che non alla conoscenza, sono fioriti molti rami di ricerca che sono già in grado di formalizzazioni spinte dei fenomeni complessi.

La stessa evoluzione dell'uomo, che è allo stesso tempo biologica e sociale, si è incaricata di smentire clamorosamente i poveri idealisti crociani, relegandoli a un medioevo in ritardo. Se oggi si fanno previsioni sociali esatte in campo elettorale, assicurativo, medico, ecc., mentre nessuno pensa al futuro della società, è perché nessuno pensa che vi possa essere qualcosa di diverso oltre al capitalismo. I primi, rozzi modelli dinamici di trenta e più anni fa erano già in grado di stabilire che il capitalismo era finito, ma chi doveva ricavarne risposte non chiedeva una società nuova, chiedeva come rattoppare quella esistente. Oggi vi sono mezzi di ricerca molto più sofisticati, ma nessuno li adopera per fare la domanda giusta, anzi, essi sono concepiti come una camera di rianimazione per lo zombie capitalista.

Immaginiamo già la fatidica domanda di riserva: allora, se fossimo in grado di usare noi questi mezzi, saremmo capaci di prevedere entro quanto tempo il capitalismo morirà? La risposta è: no, non saremmo capaci di stabilire un tempo, potremmo solo dimostrare ulteriormente ciò che già sappiamo con i mezzi utilizzati finora, cioè che il capitalismo è una società morta in potenza. Come nelle previsioni meteorologiche a più di due o tre giorni, l'incognita tempo dipende da troppe variabili per essere ricavata. Ma potremmo certamente fare delle previsioni di massima più precise e mirate di quelle dei borghesi.

Tuttavia, occorre sottolineare che un temporale previsto può non verificarsi, mentre il cambiamento di società si verificherà "di certo", e sappiamo anche "quando", se non misuriamo il tempo con le pulsioni entro la vita di un individuo. Noi sappiamo che vi sono tutti gli ingredienti per una catastrofe sociale; sappiamo che l'intero sistema si comporta secondo le leggi della termodinamica e che quindi perde energia pur essendo fatto per assorbirne in maniera crescente; sappiamo che segue una dinamica di crescita in un mondo finito e che quindi ha un limite assoluto; sappiamo infine che, in quanto organismo sociale, si comporta come un organismo vivente per cui deve morire per lasciare il posto a un nuovo organismo. Allora, quando? Anche questo lo potremmo scrivere senza problemi. La smentita non inficerebbe il metodo, il capitalismo morirà lo stesso.

Il modello che applicammo negli anni '50, imperniato sulla formula del saggio di profitto (diminuzione degli incrementi relativi della produzione industriale, specie l'acciaio), ci disse che il punto di catastrofe sarebbe stato nel 1975; il modello MIT dei Meadows, del 1970, imperniato sul rapporto fra produzione, risorse e inquinamento, individuò la stessa data come punto di non ritorno per salvare il capitalismo; il modello ONU di Leontief, del 1977, imperniato sul valore in ingresso nel sistema e su quello in uscita (rendimento), fu più cauto, ma raccomandò di prendere provvedimenti urgenti entro il 2000. Nessuno di questi modelli offrì una previsione esatta, ma non per questo era "sbagliato". Anzi, ognuno descriveva perfettamente lo stato del sistema e la sua dinamica, quindi portava a escludere la salvezza del capitalismo se non si fosse giunti a un piano mondiale per… farlo diventare un'altra società. Nel primo caso, il nostro, si parlava esplicitamente di rottura rivoluzionaria, negli altri casi si ricorreva a equivoci linguistici.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 19 - aprile 2006.)

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