E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

Invitiamo tutti ad abbonarsi comunque alla copia cartacea per aiutarci a mantenere questo tipo di diffusione, ad esempio presso le biblioteche.

n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

14-16

Dic

72° incontro redazionale
L'incontro si terrà presso la sede di Torino.
Temi da definire.

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

Lotte di liberazione, fase storica e anti-imperialismo

Fino a che data è possibile parlare di lotte di liberazione nazionale con funzione progressiva? Per quale motivo? È rivoluzionaria la formazione dello Stato nazionale, con relativa borghesia e soprattutto proletariato, mentre oggi vi è quasi ovunque lotta fra borghesie già affermate storicamente. Ma può l’elemento economico essere l’unica discriminante per il sostegno delle lotte nazionali da parte dei comunisti? Il proletariato viene comunque coinvolto all’interno della guerra e combatte per degli interessi che crede suoi ma non lo sono: combatte ad esempio in Iraq per la propria borghesia nonostante l’odio che prova per l’invasore americano, motivato da ragioni etiche, di dignità. Nello stesso tempo, però, combatte contro lo Stato imperialista più forte del mondo e qui mi domando se comunque, nonostante appunto combatta all’interno di una nazione già formata per la salvaguardia della stessa, non sia comunque positivo per il semplice fatto che la sconfitta militare degli USA è auspicabile, sempre e comunque, per lo squilibrio che questo causerebbe.

 

E chi non sarebbe per la sconfitta militare degli Stati Uniti! Tuttavia, come abbiamo ripetuto più volte, chiunque proponga una certa azione politica ha anche l'obbligo di spiegare come realizzarla. Ora, per sconfiggere gli Stati Uniti occorre una forza militare superiore oppure un movimento mondiale che li obblighi a disperdere le forze in modo che possano essere neutralizzate. La prima ipotesi è esclusa, per adesso; la seconda è appunto ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di evitare, attaccando un "problema" per volta, preventivamente, e nel frattempo costruendo e rafforzando basi militari intorno al pianeta.

Ma andiamo con ordine. Il ciclo della formazione degli Stati nazionali si chiude con la scomparsa delle ultime colonie, quelle del Portogallo (1975). Rimangono questioni irrisolte e irrisolvibili come quella irlandese, kurda, basca, palestinese, ecc., ognuna con le sue peculiarità storiche. Rimangono ovviamente Stati-nazione i cui confini sono stati tracciati dai colonialisti e non corrispondono ai reali popoli-nazione. La sistemazione delle immani "questioni" irrisolte è solo possibile con la guerra fra Stati o con un rivoluzionamento generale della società. Ovviamente siamo per quest'ultima soluzione, ma non saremmo indifferenti neppure di fronte a una guerra fra Stati che risolvesse con la forza alcune situazioni incancrenite. Per esempio, una guerra degli Stati arabi contro Israele che eliminasse lo stato confessionale ebraico e imponesse uno stato multietnico come ne esistettero negli antichi califfati, sarebbe una buona soluzione per il proletariato locale. Ma sarebbe una buona soluzione, dal punto di vista comunista, cioè a-nazionalista, anche il contrario: una guerra di Israele per l'unificazione dell'intera Palestina e il raggiungimento dello stesso risultato (comunque è meglio uno stato capitalistico moderno che non una monarchia o satrapia asiatica come quelle che ci sono in molti paesi islamici). Naturalmente tutto ciò non può avvenire a freddo, e oggi mancano le condizioni per soluzioni drastiche di questo tipo, non solo in Medio Oriente.

In Iraq, molto semplicemente, se esistessero dei comunisti, non dovrebbero assolutamente combattere a fianco della borghesia saddamita spodestata dagli americani, né contro questi ultimi e i loro lacchè kurdi e sciiti insediati al governo. In Palestina i comunisti dovrebbero in linea teorica combattere per la formazione dello Stato palestinese ma, trattandosi di un campo di concentramento entro i confini di Israele, dal punto di vista generale rivoluzionario, per loro sarebbe molto meglio una delle due soluzioni precedenti. In questo caso non potrebbero certo combattere a fianco né dei governi arabi né di quello israeliano. In ogni caso, nel ciclo storico attuale, terminato quello della formazione delle nazioni, è meglio che i comunisti si preparino alla loro rivoluzione.

Sulla rivista e sul nostro sito si può trovare abbondante materiale sulla questione nazionale nella nostra epoca.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 19 - aprile 2006.)

Articoli correlati (da tag)

  • Fascismo come realizzatore delle istanze riformiste

    La teleriunione di martedì scorso è cominciata con la segnalazione da parte di uno dei compagni collegati (12 in totale) della proliferazione su YouTube di filmati tesi a dimostrare che il crollo del ponte Morandi di Genova non è avvenuto accidentalmente ma sarebbe invece un fatto voluto. Questo genere di video, visualizzati in breve tempo da decine di migliaia di persone, rientra nel fenomeno, già visto in passato in occasione dell'attentato alle Torri Gemelle o, ancor prima, dello sbarco sulla Luna, della diffusione di teorie strampalate solitamente a sostegno di una visione più o meno complottista dell'ordine delle cose.

    Il Web è lo specchio della società e quindi in esso non possiamo che trovare tutto quello che esiste nel mondo, compresa la vita senza senso alimentata dal capitalismo. Questa sorta di grande magazzino globale contrasta con l'idea, propria di molti intellettuali, della profondità della cultura accademica. Secondo tale schiera di pensatori, solo esperti o specialisti dovrebbero potersi esprimere su determinati argomenti, mentre il resto dell'umanità dovrebbe limitarsi ad esternare le proprie "opinioni" al bar. Tra questi spicca Umberto Eco che, contraddittoriamente, nel suo "Ur-fascismo" non riesce ad approfondire il tema preso in esame, ma si limita a fornire una lista di caratteristiche estetiche e morali del fascismo (la camicia nera, l'autoritarismo, il culto della tradizione, il culto dell'azione, ecc.), tralasciando l'analisi della società e dei rapporti di produzione che produsse quel tipo di governo. Evidentemente, all'esimio professore era sfuggito che negli anni '20 del '900 tutto il mondo volgeva lo sguardo, avvicinandosi, al fascismo, un movimento internazionale - così come lo definisce la nostra corrente - capace di dar vita a numerose correnti nazionali che discutevano e dibattevano tra loro. Solo per citare alcuni tra i nomi più conosciuti, ricordiamo il tedesco Werner Sombart e il belga Henri de Man, a cui si aggiungono i collegamenti con alcuni esponenti russi sviluppati durante l'importante congresso di Amsterdam del 1931 e i progetti di programmazione economica.

  • La Cina non salverà il mondo capitalistico

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando due articoli pubblicati sull'edizione del 28 luglio di The Economist dedicata alla nuova via della Seta cinese: la Belt and road initiative (BRI).

    Nel primo articolo, "China's belt-and-road plans are to be welcomed-and worried about", viene evidenziato il fatto che il progetto si configura come qualcosa di più rispetto ad una rete stradale e navale da e verso Pechino. Anche se per ora non sono chiare le strategie di investimento sia in termini di cifre sia per quanto riguarda le rotte commerciali e i relativi accordi bilaterali, la Cina descrive la BRI come un piano globale, programmando la costruzione di una "Pacific Silk Road" verso l'Oceano Pacifico, di una "Via della seta sul ghiaccio" attraverso l'Oceano Artico, e di una "Via della seta digitale" nel cyberspazio. "I paesi desiderosi dei finanziamenti cinesi", scrive The Economist, "accolgono il progetto come fonte di investimenti nelle infrastrutture tra Cina ed Europa, passando per Medio Oriente ed Africa. Quelli che temono la Cina lo vedono invece come un sinistro piano teso a creare un nuovo ordine mondiale in cui il Dragone è il potere preminente." "La BRI rappresenta", conclude l'articolo, "un motivo in più per l'America per rimanere in Asia". La Cina tenta di espandere maggiormente la sua sfera d'influenza e lo fa a partire proprio da quell'heartland (il cuore del mondo) che, secondo la teoria del geografo e diplomatico inglese H. Mackinder, è essenziale per chiunque voglia prendere il controllo del pianeta.

  • #OccupyICE

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dal commento di alcune notizie provenienti dagli Stati Uniti.

    Nei giorni scorsi un'ondata di indignazione internazionale si è sollevata in seguito alla diffusione di un audio con le voci dei bambini imprigionati nei campi di detenzione al confine tra Messico e Usa, dove vengono separati dai genitori migranti. Va detto che la politica contro gli immigrati non riguarda specificatamente l'amministrazione Trump, in quanto questi centri, gestiti dall'agenzia federale statunitense United States Immigration and Customs Enforcement (ICE), sono attivi almeno dal 2003. Nei primi mesi in cui è entrato in carica il nuovo esecutivo, però, si è registrato un boom di arresti dei migranti non in regola con i documenti:

    "A dirlo sono i dati ufficiali diffusi mercoledì dalla Immigration and Custom Enforcement (ICE), l'agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione negli Stati Uniti. Secondo quanto riporta Usa Today, citando i dati diffusi dall'agenzia, nel periodo compreso tra il 22 gennaio e il 29 aprile, sono finiti in manette 41.318 immigrati, per una media di 400 arresti al giorno. Un numero che è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente." ("La stretta di Trump sui clandestini: boom di immigrati irregolari arrestati", il Giornale.it del 18.5.17)

Materiale ricevuto

Lavori in corso

Doppia direzione

  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

Leggi la newsletter 230
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email