53° incontro redazionale - Resoconto

All'incontro d'autunno (sabato 16 e domenica 17 settembre) hanno partecipato 35 compagni, più alcuni che hanno seguito via Skype. Le due giornate si sono svolte secondo il programma inviato alla nostra rete di lavoro, allargata come di consueto a chi ci frequenta abitualmente (l'invito allargato all'intera mailing list di n+1 è quello di primavera).

Con la prima relazione, intitolata "Una cosa che chiamiamo arte – Storia del rovesciamento della prassi" – è stata ripresa l'antica "questione" già posta sul tappeto con la "Proletkult" contro cui si scagliò Lenin in pieno svolgimento rivoluzionario e canonizzata in termini stalinisti con l'avvento del "Realismo socialista", cui fornì basi teoriche Gyorgy Lukacs. Abbiamo ricordato come risalga ad appena un paio di secoli fa l'attuale concezione secondo cui l'arte sarebbe un settore autonomo rispetto ad altre attività/discipline umane (produzione, scienza o filosofia). Da questa premessa siamo partiti per la demolizione della teoria meccanicistica staliniana (ma anche prettamente borghese) dell'arte come riflesso, rispecchiamento sovrastrutturale e, nello stesso tempo, contraddittoriamente, come campo autonomo di manifestazione della genialità di alcuni individui grandemente dotati.

Già l'Encyclopédie dei rivoluzionari borghesi che anticiparono la Rivoluzione Francese specificava alla voce "Arte" che tale termine è "astratto e metafisico", inquadrando poi il divenire delle discipline "artistiche" in una specifica teoria della conoscenza: "Si incomincia col fare osservazioni sulla natura, sull'utilità, sull'impiego, sulle qualità degli esseri e dei loro simboli; dopo di che si attribuisce il nome di scienza, di arte o di disciplina in generale al punto centrale in cui si sono messe in relazione le osservazioni eseguite, per formare un sistema di regole o di strumenti che tendono al medesimoscopo… Esempio: si è riflettuto sull'uso e l'impiego delle parole e s'è in seguito inventata la parola 'Grammatica'. Essa è il nome di un sistema di strumenti e di regole relativi a un determinato oggetto, cioè il suono articolato, il segno, l'espressione del pensiero e tutto ciò che vi si rapporta. Ciò vale per tutte la altre scienze o arti".

Oggi possiamo tranquillamente attingere dal lavoro della nostra corrente per affermare con tutta sicurezza che si può andare oltre alla pur lucida concezione dell'arte espressa dagli enciclopedisti rivoluzionari (la voce specifica fu scritta da Diderot in persona): arte non è soltanto qualsiasi attività umana che, sistematizzata, possa essere inserita in una teoria della conoscenza; arte è comunicazione, linguaggio, quindi mezzo di produzione. Certo che non si può isolare un fenomeno infimo come la produzione di un singolo "artista" che vende il suo misero prodotto sul mercato moderno: l'arte in senso lato è parte della strumentazione sociale per raggiungere un risultato produttivo, in modo da perpetuarlo, amplificarlo, metterlo a disposizione del Capitale. L'arte, come abbiamo detto, è il libretto di istruzioni allegato al certificato di garanzia del motore capitalistico (o con altri criteri di quello delle società precedenti).

Ha ragione Ernst Gombrich quando, paradossalmente e provocatoriamente dice che "Non esiste in realtà una cosa chiamata Arte, esistono solo gli artisti". Ma non esistevano gli "artisti" prima che esplodesse il capitalismo mercantile del primo Rinascimento. Giustamente erano chiamati decoratori (come sono stati chiamati anche in una collana di libri d'arte qualche anno fa) e mettevano la loro capacità al servizio di tutti, comunicando tramite le figure invece che con la scrittura. Da questo punto di vista la cosiddetta opera d'arte pre-capitalistica non era altro che scrittura pittografica, anzi, nella sintesi figurativa medioevale, addirittura ideografica.

Nel 1750 Diderot poteva dire "Arte o Scienza" assimilando il significato dei due termini in base a ciò che sottintendevano, abbozzando una teoria della conoscenza. Oggi, Gombrich registra semplicemente il fatto empirico in senso utilitaristico. In generale, come vi sono dipinti preistorici sulle pareti delle caverne, così vi sono cartelloni pubblicitari sulle pareti delle metropolitane e qualcuno li ha realizzati per uno scopo, non certo per sfizio trascendentale. E questo scopo era vitale sia per l'uomo cacciatore-raccoglitore del paleolitico che per l'industria moderna, affamata di profitto e malata di concorrenza.

L'arte come attività per uno scopo è registrata dal rivoluzionario borghese come dal critico d'arte che deve guadagnarsi la pagnotta vendendo opinioni, ma il significato è completamente diverso. Di fatto, la cosiddetta Arte ha un inizio: quando l'uomo realizza intenzionalmente una modifica della natura e perciò anche di sé stesso. Quando, per usare un'espressione nostra, applica un "rovesciamento della prassi". L'arte è dunque la realizzazione di tutto ciò che non esiste in natura.

A dimostrazione di questo, abbiamo ripercorso all'indietro l'evoluzione del cosiddetto fenomeno artistico partendo dalla situazione attuale, che è una sintesi (n+1) di tutto ciò che è stato nel campo della comunicazione umana, perciò del linguaggio (arte oggi non è solo pittura, scultura, musica, architettura, teatro, ecc. ma è fotografia, cinema, televisione, pubblicità, social network, codice di software, interconnessioni fra processi ludici e produttivi, stimoli completamente artificiali da "stati di coscienza alterati" non necessariamente legati alla droga in senso fisico). Sviluppato questo discorso fino agli albori della rivoluzione borghese/rivoluzione industriale, si è poi ripreso il cammino seguendo la cronologia orientata verso il futuro a partire dalle prime manifestazioni di "rovesciamento della prassi" (cioè la realizzazione di un qualcosa che in natura non c'è), due milioni di anni fa, per chiudere il cerchio alla vigilia della rivoluzione borghese/industriale. Attraversando con sicurezza il periodo medioevale, la cui estetica "rozza" o "regressiva" tanto scombussola e fa discutere i teorici dell'esteticabattilocchiesca, rimasti senza genii artistici per mille anni.

La relazione, che ha preso buona parte della prima giornata, è stata supportata con la proiezione di circa 500 immagini (un file di presentazione pps sarà disponibile fra poco). Nella mattinata della domenica è stata presentata un'integrazione importante: non potendo per ovvie ragioni di tempo spaziare su tutte le forme delle manifestazioni "artistiche", ci siamo limitati quasi esclusivamente su quelle figurative; perciò si è ritenuto indispensabile operare un collegamento sia con la letteratura (nella fattispecie futurismo letterario e pittorico) che con le altre forme (ad esempio la musica dodecafonica).

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Con la seconda relazione, intitolata "L'emergere palese della nuova forma sociale", abbiamo affrontato il tema, caro alla nostra corrente storica, delle persistenze/anticipazioni di comunismo che si possonoantivedere già nel modo di produzione capitalistico. Prendendo lo spunto da un importante passo di "Proprietà e Capitale", abbiamo ricordato come sia un'osservazione non di oggi quella secondo la quale lo sviluppo delle forze produttive, all’interno della forma capitalistica, getta le basi per la società futura. Perciò non troviamo per nulla strano che gli stessi borghesi, per il momento in agitazione esistenziale soprattutto entro il mondo scientifico, ci forniscano argomenti contro la società borghese al suo tramonto.

Fenomeni come la produzione/distribuzione just-in-time che prevedono l'unificazione fra il monitoraggio del mercato, la produzione diffusa e la distribuzione capillare, quasi a prefigurare un sistema integrato intelligente, sono già al confine fra il capitalismo e la società futura. Il fallimento totale dei tentativi di pianificazione in Russia nonostante il grande sforzo matematico e sistemico di scienziati di grosso calibro, fu dovuto alla forma sociale arretrata più che alle metodologie, tant'è vero che le tecniche di "programmazione lineare" furono adottate con spettacolare successo dagli americani nella Seconda Guerra Mondiale. Oggi, con l'avvento di tecniche sofisticate per la raccolta dei datistatistici, si possono realizzare modelli accuratamente vicini alla realtà, per cui giganti capitalistici come la Walmart riescono a pianificare facilmente la loro attività e quella del milione e mezzo di dipendenti super sfruttati, molto più di quanto si potesse fare in un paese come la Russia, la cui struttura economica e sovrastruttura politica erano più elementari del mercato globalizzato d'oggi.

Fenomeni ancora più eclatanti, come la grande diffusione delle communities che operano su Internet producendo programmi gratuiti, o l'espansione inarrestabile, nonostante la repressione, delle attività "peer to peer", testimoniano il bisogno di una produzione non alienata, in grado di fornire beni senza la mediazione del denaro. I progressi straordinari nel campo dell'informatica, delle telecomunicazioni, della cibernetica rendono evidente la possibilità di un ricambio organico tra l’uomo e la natura non più regolato dalle leggi del Capitale. Oggi la terra di confine è disseminata di strutture che simulano in grande il cervello biologico, simulazione che rende operante ormai a grande scala il cervello sociale che Marx poteva soltanto intravedere nel "sistema di macchine". Anzi, il confine fra il "nato" e il "prodotto", per usare la terminologia di Kevin Kelly, si fa sempre più sfumato, e nel cervello sociale così configurato è inevitabile che gruppi umani incomincino ad agire secondo i criteri, appunto, organici, propri del partito storico della rivoluzione.

Dal ventre della balena capitalistica si levano dunque, sempre più frequentemente, voci che, pur partendo da orizzonti diversi, parlano di un futuro senza denaro, senza lavoro salariato, senza la folle dissipazione di risorse dovuta all'anarchia della produzione borghese, insomma un futuro n+1 . Per questo, nel corso dell'esposizione, s'è fatto accenno anche all'apparentemente utopistico Progetto Venus, nato negli Stati Uniti e in via di espansione anche all'estero. Per sua stessa ammissione, il gruppo che anima il progetto si propone un qualcosa di completamente diverso dalle utopie che illustrano modelli futuri del mondo. Il Progetto consiste, al contrario, nella dimostrazione pratica, in base a una realtà già operante, che si può fare a meno della proprietà, del denaro e della gestione attuale del potere. In pratica non si tratterebbe di fondare un partito politico fra gli altri per rivendicare una fetta più o meno grande della torta da parte di uno strato sociale piuttosto che di un altro, ma di eliminare il concetto stesso di ripartizione di una torta. La tecnologia è liberatrice perché ci dimostra che il livello raggiunto ci può liberare dal denaro ecc.; in effetti l'apparato politico-sociale "non ha tenuto il passo con le potenziali capacità già utilizzabili". Come dire che "l'involucro non corrisponde più al suo contenuto". È certo che gli aderenti al progetto Venus non vogliono citare Lenin, ma oggettivamente lo fanno. Qualche integrazione è venuta dai partecipanti la mattina successiva.

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Nella mattinata della domenica c'è stata una relazione dettagliata sulla situazione in Siria, specie per quanto riguarda le forze in campo, con la quale si è reso chiaro il vicolo cieco in cui si sono gettate tutte le fazioni che si combattono. Ciò vale anche per gli Stati Uniti, posti di fronte alla classica "alternativa del diavolo": se intervengono direttamente contro il governo siriano finiscono per aiutare i ribelli anti-Assad, cioè il fondamentalismo islamico di matrice qaedista che ha preso il sopravvento sulla rivolta armata dei ribelli "laici"; se intervengono per aiutare i ribelli laici lo possono fare soltanto con un intervento diretto, in quanto senza di esso i flussi di denaro, armi ed equipaggiamento finirebbero per essere intercettati dai meglio organizzati fondamentalisti. Ma in questo caso sarebbero nella scomoda posizione di essere attaccati su due fronti, quello governativo e quello ribelle-qaedista. Perciò sarebbero costretti non alla semplice dissuasione (bombardamenti sulle basi governative senza scendere a terra), e nemmeno a un parziale coinvolgimento a fianco di eventuali partigiani filo-occidentali (se esistono), bensì a un coinvolgimento totale, cioè un'invasione in forze. Ovviamente lo scenario è questo, ma le azioni sul terreno possono non aderirvi: la Siria non è l'Iraq o la Libia, e la situazione odierna non è quella delle due guerre del Golfo. La guerra in Iraq è costata, secondo Stiglitz, 3.000 miliardi di dollari e non è certo servita a rilanciare l'economia come le guerre passate. Un altro disastro sarebbe micidiale non solo per l'economia americana ma anche per l'assetto sociale interno.

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 229, 6 agosto 2018

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