60° incontro redazionale - Resoconto

Il 23-24-25 ottobre scorso si è svolto a Torino il 60° incontro redazionale di n+1, a cui hanno partecipato circa quaranta compagni da varie località (+ altri connessi in teleconferenza).

L'incontro si è aperto con la presentazione del programma dei lavori a cui è seguito un approfondimento sulla situazione in Medio Oriente.

L'economia mondiale e la Grande Confessione di Impotenza da parte degli Stati. Caos geopolitico in Medio Oriente

Data la difficoltà di interpretare in maniera univoca gli avvenimenti nell'area, il tema è stato affrontato da un punto di vista generale utilizzando due riferimenti storici: i confini lasciati dal vecchio colonialismo e i tentativi di realizzare l'unità araba.

Al tempo della Repubblica Araba Unita, che tentò di unire Egitto, Siria e Yemen del Nord ma che si risolse in un nulla di fatto, la nostra corrente fece degli studi sul movimento panarabo e sulla possibilità che esso raggiungesse i propri obiettivi, ed elaborò un parallelo con la vecchia questione dei popoli senza storia che Marx ed Engels avevano affrontato in relazione agli Slavi del Sud. In quel contesto il fulcro era la Russia: mentre la situazione in Occidente era stabile, per quanto riguardava l'imperialismo russo occorreva considerare che esso aveva una funzione rivoluzionaria o reazionaria a seconda che si rivolgesse a oriente o a occidente. Questo fatto è importante perché dimostra che per inquadrare una data situazione geostorica è necessaria metterla in relazione con altro.

Esistono delle ragioni storiche che hanno impedito l'unità araba dopo il crollo del vecchio sistema imperialistico - quello europeo - a cui è subentrato dal 1956 (Crisi di Suez) quello delle portaerei. Mentre il primo comportava l'occupazione del territorio e l'instaurazione di governi locali fantoccio con massicci aiuti alla borghesia locale perché tradisse i propri interessi nazionali, il secondo, e cioè l'imperialismo a stelle e strisce, gestisce i propri interessi non più con la presenza diretta sul territorio ma attraverso una catena di interventi militari. Nell'epoca delle portaerei tutto si macchinizza e diventa veloce; il controllo si fa proiezione lontana di potenza: ogni azione è coordinata dal grande centro militare di Tampa attraverso una serie di unità telecomandate, sia che si tratti di truppe che di apparecchiature automatiche quali droni, missili, ecc.

Di fronte a questa modalità di intervento militare, il residuo di combattività nazionalistica (palestinesi, curdi, frange di popolazioni residenti in enclave) non ha la possibilità di controbattere. Ma diventa difficile anche per l'imperialismo intervenire. Ne è esempio eclatante l'Iraq: gli Stati Uniti, nella misura in cui hanno abbandonato pur continuando a rivendicarla la politica della nation building, nascondono dietro a questa esuberanza meccanizzata una situazione di debolezza che non gli permette di risolvere i loro problemi nel paese mediorientale. Nel frattempo sono stati smantellati gli eserciti di leva, quelli che Marx ed Engels chiamavano eserciti di popolo e ritenevano importantissimi perché costituiti da contadini e proletari che, con le armi in mano, potevano rivoltarsi contro i loro avversari di classe. Oggi questa situazione non esiste più, gli eserciti sono composti da tecnici e professionisti che sono parte integrante del sistema.

Un esempio pratico dell'impossibilità di tornare ad una guerra di tipo tradizionale è il conflitto tra Israele e Palestina, situazione che si è cronicizzata trovando perciò una sua simmetria (Von Clausewitz: quando la guerra continua è perché si è trovata una simmetria). Lo stesso si può dire riguardo l'Afghanistan. Queste simmetrie incrociate rendono i conflitti bellici del tutto insolubili.

Passato il periodo dei grandi scontri con truppe schierate su fronti ben definiti, superato lo stadio delle guerre per procura combattute da alleati dei vari schieramenti inter-imperialistici, la guerra di oggi è di tipo endemico. Ciò rappresenta un punto di svolta perché si mettono in sintonia due situazioni collegate ma classicamente poste in sequenza: la guerra come ultima ratio regis, e la cristallizzazione di conflitti potenziali con esplosione della guerra senza dichiarazione, quasi di tipo automatico.

Possiamo quindi fare un parallelo tra l'economia e la situazione militare, non è difatti possibile che esse non procedano di pari passo. Alcuni analisti, soprattutto negli Stati Uniti, cominciano a produrre del materiale che riguarda un altro tipo di guerra ancora e cioè quella che abbiamo chiamato guerra civile strisciante, che s'innesca anche indipendentemente dalle volontà dei protagonisti in campo (Siria, Iraq, ecc.). Caduta ogni possibilità di realizzare un disegno nazionale e pure quella di combattere, vincere e risolvere delle situazioni locali, la guerra diventa cronica così come la crisi del capitalismo. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno del collasso degli stati (Niger, Mali, Ciad, Somalia, Nigeria, Libia, Yemen, ecc.).

Se tutto quello che succede nel capitalismo, guerre comprese, deriva dal fatto che esiste o meno la possibilità di valorizzare capitale, i rapporti economici, il loro risvolto dal punto di vista militare e la natura stessa degli stati subiscono le conseguenze del fatto originario: non c'è più la possibilità di garantire come un tempo la produzione e la distribuzione del plusvalore.

Tempo fa abbiamo analizzato l'impatto della rendita sull'economia mondiale. Il capitale esce dal ciclo diretto di produzione e distribuzione e non trovando sfogo nell'industria si lega alla rendita che viene immessa nel sistema bancario; si crea così un'area di capitale fittizio che finisce per finanziarizzare tutta l'economia. Nell'epoca in cui solo di derivati ci sono un milione e mezzo di miliardi di dollari congelati nella banche, non è più possibile una soluzione nazionale a problemi finanziari e bancari.

L'elenco degli stati collassati si allungherà. L'Asia, ad esempio, sembra avere una stabilità produttiva, ma i recenti crolli borsistici cinesi dimostrano che l'area, che ha un miliardo e mezzo di abitanti ed è confinante con l'India che ne conta un miliardo e 100 milioni, incomincia ad avvertire il peso della finanziarizzazione. La via di fuga apparente del Capitale a questa situazione è sempre quella di aumentare la produttività. Foxconn ha annunciato l'introduzione di un milione di robot nei suoi stabilimenti. L'esercito industriale di riserva diventa sovrappopolazione assoluta, e un paese che invece di sfruttare i propri schiavi è costretto a mantenerli passa guai seri.

Non si tratta perciò solo di marasma sociale e guerra in Medio Oriente, ma in una fascia molto più ampia, potremmo dire nel mondo intero.

Ulteriori appunti per una teoria rivoluzionaria della conoscenza

Non ci dilungheremo molto sul resoconto di questa relazione poiché sarà possibile leggere a breve l'intero articolo sul prossimo numero della rivista, la cui uscita è prevista per metà dicembre.

Il lavoro sulla teoria della conoscenza, iniziato già da tempo, è un lascito della nostra corrente che aveva impostato l'argomento con vari riferimenti e aveva lanciato una sorta di parola d'ordine sul metodo. Nella ricerca sul tema la scienza ha abbandonato solo recentemente il legame con il pensiero filosofico, individuando gli stessi criteri che la nostra corrente aveva indicato nella riunione di Bologna del 1960 (Per una teoria rivoluzionaria della conoscenza, n+1 n. 15-16).

Nelle epoche precedenti a quella capitalistica tutto quello che riguardava la conoscenza veniva ricondotto alla filosofia che però al tempo aveva ancora attinenza con la realtà ed esisteva perciò una unificazione della conoscenza. Dagli enciclopedisti in poi si verifica una biforcazione che colloca da una parte la prassi umana e dall'altra tutto ciò che riguarda il pensiero, e la filosofia diventa un supporto alle discipline che studiano l'uomo. Ancora oggi, nonostante i grandi passi compiuti dalla scienza, persiste la tendenza a separare i due aspetti; le contraddizioni cui arrivano nel capitalismo la fisica, la chimica, ecc. hanno origine proprio in questa separazione.

Rovesciare la piramide conoscitiva significa prima di tutto rifiutare il metodo filosofico e quindi rifiutarne il dualismo.

Ma attenzione: il dualismo esiste sempre. Quando una rivoluzione è in marcia una parte della società va verso il futuro mentre l'altra punta alla conservazione, quindi l'aspetto dualistico è presente in tutte le società divise in classi. Noi stessi siamo costretti ad introdurre un dualismo quando parliamo di uomo e natura, è l'argomento stesso che ci obbliga ad utilizzarlo. Siccome non possiamo farne a meno, allora andiamo a vedere cos'è il dualismo in natura.

L'uomo si sente essere pensante che osserva la natura, prende ciò che essa mette a disposizione e lo trasforma. Con l'avvento dell'industria, questo processo raggiunge il culmine fino ad arrivare alla costruzione di protesi extra-corporali: le macchine. Successivamente, con lo sviluppo di sistemi di macchine, lo strumento/protesi si autonomizza e l'uomo viene relegato a mera funzione di sorvegliante del processo produttivo.

Tutta la storia dell'umanità è fatta di autonomizzazioni. Le società antiche per conservare i risultati raggiunti si davano organizzazione, crescendo in complessità. Nella misura in cui esisteva un controllo dei flussi di energia che servivano alla produzione/riproduzione sociale, sorgeva la possibilità che chi si occupava dell'amministrazione si autonomizzasse. Le classi nascono in base a questo meccanismo e non perché, come sostengono alcuni teorici della decrescita o ecologisti, arriva ad accumularsi un surplus.

La società capitalistica non sa come utilizzare la tecnologia per darsi una migliore organizzazione sociale perché non conosce se stessa. Di fronte al massimo rendimento nella costruzione di sistemi di macchine e cioè ad un'altissima capacità di rovesciamento della prassi e quindi di progettazione, non c'è corrispondenza con la capacità di controllare l'aspetto sociale. A differenza delle società comunistiche che sapevano gestire i flussi della produzione/riproduzione, la società borghese è completamente dualistica (alienazione) e altamente dissipativa (basso rendimento energetico).

Se l'uomo vuole conoscere se stesso deve sapere come fa ad apprendere e cioè avere una teoria della conoscenza. Per fare questo non si possono che utilizzare come grimaldelli per aprire le porte della società futura gli elementi di essa già presenti in questa società.

Quando l'uomo impara a scheggiare la pietra mette in atto un rovesciamento della prassi che gli permette di procurarsi uno strumento volontariamente. Questo processo può essere applicato a tutto quello che facciamo per avere un oggetto voluto ed è di tipo intenzionale e proprio solo della nostra specie. Non ci interessa tanto capire il perché di questa singolarità, ma piuttosto capire se si tratta di una capacità innata o acquisita. Quello che sappiamo è che il progetto presuppone conoscenza e che la conoscenza co-evolve con l'uomo.

Poco per volta la scienza ha scoperto che il nostro cervello funziona in modo contraddittorio: a fronte di un flusso continuo si realizza un'elaborazione di tipo discontinuo data da neuroni e sinapsi in una rete che ancora non è ben conosciuta. Questa capacità di elaborazione è immensamente più grande di quella di un computer. Ma cos'è un computer? Cervello e computer funzionano secondo lo stesso principio: entrambi adoperano un meccanismo digitale (si/no, 1/0, pieno/vuoto) inserito in un flusso continuo d'informazione. I mondi del continuo e del discreto sono irriducibili e non possiamo che arrivare a questo dualismo indagando una teoria della conoscenza. Con il computer l'uomo ha portato al di fuori del proprio corpo la propria capacità computazionale. Quando tutto comunica, dove finisce il corpo e dove incomincia la macchina?

L'elemento base del sistema è ormai il complesso corpo-macchina ed è assolutamente arbitrario tracciare un confine ri-discretizzandolo, ritornando alla separazione rappresentata da una parte con il termine "pelle" e dall'altra con il termine "acciaio e plastica". La definizione di "cyborg" che sarebbe "organismo cibernetico" è una tautologia come "pagnotta di pane": non esiste un organismo che non sia cibernetico. Ma oggi l'uomo è un cyborg nell'accezione comune del termine, un uomo-macchina, perché si fa sempre più problematica la "separazione fra il nato e il prodotto" (Kevin Kelly).

Ad un certo punto della sua storia l'uomo ha avuto la necessità di elaborare teorie per spiegare la natura, spinto dalle proprie stesse invenzioni (macchina a vapore -> termodinamica). Con la rivoluzione industriale una serie di discipline convergono verso una nuova teoria della conoscenza: informatica (Turing), cibernetica (Wiener), logica (Von Neumann), informazione (Shannon). Se la telecamera è una protesi dell'occhio, se la lampadina riproduce la capacità dei gatti di vedere di notte, il computer è la protesi del nostro cervello. Tutte e quattro le discipline sopracitate contribuiscono ad espandere il cervello sociale dell'umanità e ciò che hanno in comune è un unico principio elementare: 1/0. Esattamente lo stesso meccanismo che ha guidato l'organismo unicellulare che nel brodo primordiale si muoveva verso il cibo, nel suo caso un gradiente zuccherino. L'informazione di cui dispone, l'unica che riesce ad elaborare a quel livello di evoluzione, è di tipo binario: zucchero sì, zucchero no. Il nostro primitivo organismo è quindi "pilotato" da questo tipo di informazione, il quale è straordinariamente flessibile e si applica anche a fenomeni di complessità elevatissima come quelli cui ha dato vita l'uomo moderno.

Genesi e sviluppo della politica borghese (I parte)

La relazione ha affrontato le tappe storiche del processo di formazione dello stato nazionale e delle aggregazioni politiche.

Con la crisi e la dissoluzione dell'Impero Carolingio i vari funzionari imperiali del nord e del centro Italia abbandonano le città. Rimangono a esercitare il potere (tasse) e ad amministrare la giustizia i vescovi, dal cui dominio le prime organizzazioni di cittadini (mercanti) tenteranno di sottrarsi a partire dal X secolo. La conflittualità crescente, che vedrà anche lotte intense, porta alla formazione intorno all'XI secolo di una nuova istituzione eletta dai cittadini: il Consolato. Inizialmente saltuaria, la nuova forma istituzionale si diffonde sempre più rapidamente venendo successivamente affiancata da quella dell'arbitrato, strumento regolatore di tutti i conflitti. Si formano inoltre gruppi d'interesse strutturati e organizzati che richiedono con sempre maggior forza riferimenti giuridici stabilizzati e canonizzati.

Con la fine del XII secolo il consolidamento dei comuni e dei consolati è completato. L'affermarsi di un'economia mercantile e la differenziazione, sempre più marcata, degli interessi determina lo scontro tra le fazioni cittadine, rappresentate solo in parte dal console. Per questo motivo viene introdotta la figura del podestà straniero che, in quanto non originario della città e quindi tutore sopra le parti, può rappresentare l'interesse collettivo. Da questo momento in avanti abbiamo quindi una separazione tra gli interessi specifici delle formazioni sociali cittadine e l'interesse collettivo generale: la macchina comunale comincia ad avere le sembianze di uno stato nascente.

Col procedere di questa situazione i comuni crescono economicamente e demograficamente; gli scontri tra le fazioni nei vari comuni sono numerosissimi, soprattutto all'interno di quelli più grandi e importanti. In quel periodo momenti di equilibrio temporaneamente raggiunti sono subito messi in discussione da nuovi avvenimenti a causa dello sviluppo di una dinamica sociale estremamente rapida che continua a modificare gli assenti presenti. E' importante individuare in questi meccanismi la formazione della relazione tra i diversi soggetti sociali attraverso uno strumento che definiamo politica (che ovviamente non è l'unico). In sintesi possiamo affermare che solo quando il Comune si presenta come potere superiore rispetto agli interessi dei gruppi, quest'ultimi cominciano ad emergere con struttura e finalità politica proprie, dando forma agli elementi che saranno tipici dello stato nazionale.

Macchiavelli sintetizzerà in maniera magistrale i tre secoli di lotta sociale e politica fra le differenti entità statali dell'età comunale, descrivendo l'ideologia e la concezione del potere e della politica della neonata borghesia italiana.

Con la crisi delle città italiane e a seguito delle grandi scoperte geografiche, assume centralità il Nord Europa dove prende piede la riforma protestante. Uno dei cardini fondamentali del pensiero di Lutero e poi di tutte le chiese riformate è una feroce critica del concetto di libero arbitrio. Dopo la guerra nelle Fiandre che libererà quei territori dal dominio spagnolo, scoppia lo scontro tra due importanti fazioni, gli Arminiani e i Gomaristi, sul concetto di predestinazione: i primi sono i rappresentanti della nascente borghesia (olandese) e rivendicano la piena libertà dell'individuo, i secondi riuniscono tutta una serie di figure sociali che antepongono all'interesse parziale la formazione di uno stato nazionale attraverso la riunificazione di tutti i territori.

Lo scontro esprime in maniera molto più compiuta e avanzata quanto avvenuto con le autonomie comunali in Italia nella istituzione del podestà straniero, e cioè la contrapposizione dell'interesse parziale a quello generale, con l'aggiunta dell'importante ruolo svolto dall'aspetto ideologico (libero arbitrio) e religioso (calvinismo). Gli elementi che emergeranno dalla lotta tra Arminiani e Gomaristi diverranno strutturali per tutte le borghesie capitalistiche: stato nazionale centralizzatore, politica come strumento per esprimere la differenza degli interessi, e religione come regolatore ideologico (Hobbes descriverà questo importante processo definendo lo stato il grande leviatano).

Ulteriori passaggi nel processo di centralizzazione nello stato nazionale li abbiamo con la rivoluzione francese, e più tardi nella Prussia di Bismarck dove attraverso la formazione di un corpo di funzionari la struttura statale diventa lo strumento con cui si promuove un interesse generale per lo sviluppo del capitalismo al di fuori dell'interesse privato del singolo borghese.

Nel quadro finora descritto s'inserisce infine un'anomalia: gli Stati Uniti d'America, che tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo vedono uno sviluppo economico vertiginoso, dato che l'assenza di resistenze di società pregresse di tipo feudale o aristocratico permette una dinamica capitalistica molto rapida con concentrazione di capitali e nascita di grandi trust. Al fine di rideterminare un rapporto di equilibrio tra i grandi monopoli e lo stato, l'allora presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt decide di intervenire per slegare la proprietà privata dei mezzi di produzione dalla dimensione individuale, con il risultato finale di aumentare il numero di trust e quindi il potere dello stato.

In questo caso la politica esercitata non vuole costruire una società diversa e idealizzata, ma si dimostra estremamente pragmatica. Questo tipo di pragmatismo si ritrova anche nel movimento operaio americano, che a differenza di quello europeo non segue, anche nel momento di sua maggior espansione, lo schema lotta-sindacato-partito.

La nuova sede di "n+1"

La mattinata di domenica è stata utilizzata per un aggiornamento sui lavori in corso nella nuova sede, e per le domande e gli approfondimenti sulle relazioni svolte durante l'incontro.

Rivista n°43, aprile 2018

copertina n°43f6Editoriale: Si fa presto a dire moneta
f6Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica
f6Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop
f6Terra di confine: Elementare, Watson
f6Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo
f6Recensione: Verso un nuovo paradigma
f6Doppia direzione: Lavorare è bello

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
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