63° incontro redazionale - Resoconto

Fra il 23 e il 25 settembre si è svolto il 63° incontro redazionale nella nuova sede di "n+1". L'incontro è stato aperto a tutti i lettori. Domenica mattina, in chiusura, c'è stato un momento conviviale per l'inaugurazione dei locali, proseguito fino al tardo pomeriggio. L'intera giornata di sabato è stata dedicata alle quattro relazioni previste dal programma (*), precedute da alcune considerazioni sullo stato di salute del sistema capitalistico, cioè da un lavoro di monitoraggio iniziato dalla nostra corrente negli anni '50 del secolo scorso e da noi continuato con la stessa metodologia. All'incontro hanno partecipato complessivamente 61 persone. Qui di seguito una piccola storia della struttura inaugurata e qualche considerazione.

(*) Capitalismo putrefatto; Il "Biennio rosso" o della controrivoluzione; C’è stato un unico New Deal; Il Capitale e la sua potenziale non-esistenza.

Breve storia di un "luogo fisico"

"I memi dovrebbero essere considerati come strutture viventi, e non soltanto in senso metaforico ma anche tecnico. Quando si pianta un meme fertile in una mente, il cervello ne viene letteralmente parassitato e si trasforma in un veicolo per la propagazione del meme stesso, proprio come un virus può parassitare il meccanismo genetico di una cellula ospite. E questo non è soltanto un modo di dire: il meme che predispone, diciamo, a credere 'nella vita dopo la morte' si realizza fisicamente, milioni di volte, come una struttura del sistema nervoso degli uomini di tutto il mondo" (R. Dawkins e N. Humphrey).

Ci rendiamo conto, prima ancora di accingerci a scrivere, che non è semplice rispondere alle domande che in questi ultimi anni ci sono state rivolte a proposito di quello che finora è stato chiamato "Luogo fisico". Un meme non si può "spiegare", esso esiste, si diffonde, si autonomizza rispetto alle determinazioni materiali da cui è scaturito, e infine da prodotto di un ambiente ne diventa a vari gradi fattore. Mentre sarebbe agevole affrontare di petto un piano di lavoro qualsiasi, qui ci troviamo di fronte a un qualcosa di non del tutto definito, difficile perciò da pianificare. È ancora un processo più che una realtà, nonostante le energie che ha già assorbito. Diciamo che l'avvenuta acquisizione di un edificio è solo una parte di tale processo.

Di nuovo c'è poco da dire, tranne naturalmente tutto ciò che ha finora riguardato il passaggio dal progetto alla realizzazione. Perciò raccoglieremo in un collage alcuni passi della corrispondenza scambiata in questi ultimi sette anni, un insieme che rappresenta un chiarimento di idee collettivo, una specie di "brainstorming" sull'argomento. Questa scelta, oltre a farci risparmiare il tempo che servirebbe a dire cose già dette, ci serve soprattutto per sottolineare il fatto che sette anni fa (e anche prima) s'era già formato un ambiente favorevole a un cambio di paradigma rispetto a quella che da secoli è "la sede" o "la sezione" di un gruppo, di un partito, di un'associazione. Infatti il riassunto di tutte le domande sorte negli anni è la Domanda-sintesi: in che cosa differisce – se differisce – il quasi utopistico Luogo Fisico dalla pragmatica sede di un gruppo politico o dalla sezione di un partito? Andiamo avanti un passo alla volta.

Un bisogno-progetto

Prima di tutto, come avevamo detto sette anni fa, benvenuti nel "Club del Luogo Fisico", che ha superato in tempi brevissimi, con un vero scatto da biforcazione, il pre-esistente "Club del Luogo Mentale". Il "Luogo Fisico" aveva scatenato una immedesimazione del tipo "lector in fabula", come quando il testo letterario sollecita l'intervento del lettore nella storia, gli muove ricordi, conoscenze ed emozioni senza che (come dice Umberto Eco) ci sia il bisogno di passarglieli preconfezionati. Per cui ognuno si era fatta un'idea un po' personale di cosa significasse questo strano posto. In fondo, stavamo cercando di dare una definizione a un "Luogo Ambiguo", dato che la consapevolezza della sua necessità non era ancora condivisa.

Da una proposizione assai pratica su futuri possibili strumenti di n+1 era nata una catena di proposizioni che non corrispondevano più a quelle inerenti all'originale. Nel senso che questo originale aveva incominciato a vivere di vita propria, per di più evolvendosi, diventando non più una "cosa" ma un "concetto". Un Mutante. Un Meme. O addirittura un Mantra in grado di favorire la concentrazione e potenziare una realtà che per adesso, nonostante le realizzazioni pratiche, è ancora un po' ambigua o perlomeno sfumata. Auguriamoci che, una volta toccata con mano la reale esistenza, funzioni come il "Demone comunista" di Marx, del quale ci si libera soltanto assoggettandosi ad esso. Perché il Club del Luogo Fisico pretende di essere collegato a tutto il resto in una continuità spazio-temporale che potrebbe durare più di quanto duri una generazione (a meno che le biforcazioni non tardino a moltiplicarsi e a generare forte cambiamento).

Dunque c'è sempre stato un bisogno trasformatosi in progetto, anche se senza scadenza. Come dicono anche le nostre Tesi, esso è realizzabile "nella misura in cui i reali rapporti di forza lo consentono". Bisogna però tener presente che le cose umane hanno anche un alto grado di autorealizzabilità, e per adesso il fenomeno che più ci fa piacere è che questa specie di autopoiesi si è resa ben visibile. Le lettere ricevute e vari episodi ce lo confermano. Infatti utilizziamo la prima persona plurale non solo perché siamo venuti a far parte del sopracitato Club, ma perché l'ambiente pretendeva già il plurale prima che si concretizzasse un edificio da acquistare, adattare, utilizzare. Vedremo che, con quello che abbiamo scritto e fatto, noi eravamo andati oltre al semplice affittare o acquistare una "sede" o una "sezione". D'altra parte, data la maturazione dei tempi: si riesce ad immaginare ad esempio un movimento come Occupy Wall Street con sezioni e tessere? L'immagine di una piazza occupata in cui si svolge una vita collettiva è molto più potente di qualsiasi stemma di partito o gruppo o associazione.

Alle origini

Esigenze materiali assai concrete si intrecciarono all'inizio con qualche sprazzo di futuro. Quando c'era il PCP (Partito Compatto e Potente) ed eravamo in tanti, senza particolari problemi economici, qualche matto aveva già fatto i conti rispetto a ciò che si sarebbe potuto fare (e non si faceva). Stampavamo una dozzina di periodici in diverse lingue, ma invece di impiantare una piccola tipografia, regalavamo i soldi ai tipografi. Avevamo un mucchio di sedi locali e ne arricchivamo i proprietari, ma non c'era un "luogo" come lo intendiamo noi adesso. Facevamo riunioni internazionali con un centinaio di inviati dalla periferia e avremmo potuto comprarci un albergo, ma regalavamo i soldi agli albergatori e ai ristoratori. Vabbè, acqua passata e comunque oggi siamo assai meno numerosi, anche se il lavoro è migliorato qualitativamente rispetto a quello degli ultimi anni di esistenza del vecchio partito.

Per il "Luogo fisico" c'è una data di nascita: Rimini 2008, riunione di settembre. Parlando del lavoro collettivo, venne nominato un "luogo fisico" dove svolgere parte del lavoro stesso, raccogliere materiale, riunirsi, ecc. Quell'eccetera si sostanziò successivamente in una lettera "circolare" del 21 settembre e, qualche giorno dopo, in due o tre missive e telefonate in risposta ad alcuni quesiti arrivati dalla nostra rete. Citiamo la circolare:

Passa qualche mese e la questione viene apparentemente accantonata, ma infine, in modo del tutto inaspettato, esplode. Non in maniera visibile, ma attraverso piccoli indizi, che poi, messi tutti insieme, piccoli non sono per niente. Proviamo ad elencarli sommariamente, tenendo presente gli eccetera:

- c'è chi s'immagina realisticamente struttura e organizzazione;

- c'è chi dice "se lo troviamo pianto tutto e vengo subito";

- c'è chi confronta i pro e i contro delle diverse soluzioni;

- c'è chi fa i conti con il vil denaro e scherza sul Superenalotto;

- c'è chi scuote la testa e dice: è ancora presto;

- c'è chi non vorrebbe alcun luogo fisico in quanto individuabile dal nemico;

- ecc. ecc. ecc. E adesso c'è chi fa ricerche mirate sul campo.

Ognuno elabora per conto proprio, ma intanto in poco più di un anno il meme-tarlo lavora fino a far emergere un bisogno che ci vuol poco a definire comune. Ora, il bisogno è comune, ma fino a qualche giorno fa pensavamo che ci fosse una preminenza del concetto rispetto all'oggetto. E il concetto era evidentemente ancora di tipo personale. Molti avevano (e hanno) in testa il luogo fisico, ma ognuno aveva (ed ha) creato un "suo" luogo fisico.

Per questo parliamo di concetto mutante, di meme, di mantra o di altro prodotto del Confine.

Sei anni dopo

Adesso però, come si prevedeva, del luogo fisico (via le maiuscole, piedi per terra) è arrivato non solo il progetto con la documentazione di una ricerca sul campo con relativa serie di collegamenti ma lo sviluppo pratico. Il meme-tarlo che nel frattempo s'era potenziato, ha visto la luce vera, quella fatta di fotoni (dicono) che rendono percepibili muri, stanze, finestre, computer e movimenti di omini intenti a fare qualcosa.

Non ci troviamo più di fronte al derivato di un luogo mentale ma a una ricerca che, sostanziandosi di collegamenti con la realtà, diventa progetto. Progetto che ha dunque tutti i crismi per essere discusso con attinenza a cose concrete, come del resto lo sono quelle elencate nella e-mail originaria. Allora è utile che l'intera nostra rete di lavoro, compresa la sua periferia di contatti più o meno labili ma legati alla nostra attività, sia non solo al corrente di episodi legati alla nostra vita interna, ma anche portata a parteciparvi, in modo da utilizzare tutte le proficue differenze/conoscenze e farle diventare lavoro comune (vedere ad esempio l'articolo "In senso lato e in senso stretto" sull'ultimo numero della rivista). Sempre tenendo presente che stiamo parlando non di fantasie ma di un progetto la cui avvenuta realizzazione era prevista, unica incognita il tempo. Vediamo allora per sintetici punti cos'era già successo prima che il meme prendesse piede e si mostrasse una forte spinta collettiva alla realizzazione pratica.

L'approccio "realistico" al nostro luogo fisico risale a qualche mese dopo la riunione di Rimini e la circolare sopra ricordate. L'obiettivo non era tanto la realizzazione, lontana anche in prospettiva, ma l'esplorazione delle possibilità materiali. Ci serviva prima di tutto un modello. I monasteri, ad esempio, sono già predisposti allo scopo da secoli e quindi sono ottimali, come dimostra la scelta del gruppo degli scienziati che a Santa Fe si occupano di fenomeni complessi. Ottimali sono anche gli alberghi, i vecchi opifici, manifatture, ecc., studiati per l'attività collettiva.

Un primo passo, scartati i grandi centri urbani e alcune regioni a causa dei costi, l'avevamo compiuto applicando il principio – già collaudato per l'acquisto di una casa privata – di fissare l'attenzione su edifici degradati ma con strutture in buono stato, collocati in prossimità di qualche stazione ferroviaria in modo da realizzare all'evenienza una navetta non troppo impegnativa. Il mercato immobiliare offriva decine di possibilità. Analizzammo fra le tanteun ex agriturismo realizzato in un intero villaggio con case in pietra parzialmente ristrutturate; una grande ex residenza vescovile del XVII secolo, con chiesa e 45 camere; un edificio industriale indipendente in posizione collinare e in ottimo stato; un ex tabacchificio in pietra e mattone che aveva il vago aspetto di una villa rinascimentale, circondato da un vasto terreno; un monastero dell'XI secolo, dal forte impatto emotivo, di circa 1.000 mq, tutto in pietra, chiesa, campanile e vasto terreno annessi; un albergo con 30 posti letto in due edifici, cucina professionale, terreno, ecc. L'elenco potrebbe continuare.

Per la tipologia dell'ambiente in cui a volte stavamo cercando ci occorreva un approccio con l'amministrazione pubblica. Per fare un sondaggio cercammo di contattare una struttura che si occupava a livello regionale del collocamento sul mercato di edifici storici. Ovviamente gli edifici migliori, alcuni realmente mozzafiato, erano accessibili solo a chi avesse una montagna di soldi. Comunque, puntammo l'attenzione su di un monastero del XIII secolo di proprietà di un comune, che lo cedeva parzialmente a privati e se ne riservava una parte per attività sociali. C'era un progetto di utilizzo e ristrutturazione. Per noi era interessante per la possibilità di comodato d'uso in cambio di lavori e manutenzione, ma non ottenemmo risposta dalla burocrazia locale. Un altro confronto con l'amministrazione pubblica ci fu durante la trattativa per un'abbazia del XII secolo, alla portata del nostro borsellino ma da mettere in sicurezza per via del cattivo stato di manutenzione. Sarebbe interessante soffermarsi su questo ennesimo esempio di distruzione della memoria storica, basti ricordare che non sarebbe stato possibile utilizzare le conoscenze e le forze interne nostre perché le sovrintendenze ai "beni culturali" pretendono imprese certificate e scelte da loro stesse.

Pensare in modo realistico?

Gli ultimi tre edifici da noi presi in considerazione, tutti a Torino, sono stati: un edificio in periferia; un capannone industriale in centro; un ex albergo in periferia. Man mano che si procedeva nella valutazione e nella revisione del progetto iniziale, le cose si precisavano e diventavano più realistiche. Un aiuto potente veniva anche dalla crisi del mercato immobiliare. Alla fine abbiamo acquistato l'ex albergo.

Come si vede, c'è una certa differenza fra la ricognizione virtuale, per farsi un'idea, e la ricognizione sul campo in base a un'idea già definita. Come pensavamo che si potesse fare? Ci chiedevano. Rispondevamo che non bisognava ragionare con il metro del mercato. Nella società capitalistica le difficoltà sorgono quando si vuole del profitto o peggio ancora un sovrapprofitto. Se l'obiettivo non è quello, l'unico ostacolo è politico. Prima di tutto per raggiungere il traguardo bisogna volerlo raggiungere collettivamente. In secondo luogo occorre sfruttare le differenze fra i progetti finalizzati al lucro e quelli realizzati nell'indifferenza verso il lucro.

Stabilito che eravamo a corto di soldi in un mondo che scoppia di soldi (almeno virtuali), e stabilito che era bene rimanere con i piedi per terra, ci eravamo chiesti che cosa potesse significare avere dei progetti del genere se non potevamo realizzarli, a meno di non aspettare tempi migliori, magari fra vent'anni. Ci siamo anche chiesti cosa avremmo fatto quando, sfrattati dalla sede di Torino, avremmo dovuto affittarne una a prezzi di mercato, cioè almeno tre volte quello che pagavamo in quel momento. C'erano anche i costi dell'hotel per gli incontri redazionali. La risposta era un po' strana: è più facile realizzare un grande e soddisfacente "luogo fisico" che trovare una sede in una grande città e pagarla ogni mese al prezzo di mercato.

L'idea della ricerca del luogo fisico andava riparametrizzata rispetto alle credenze sulla potenza dei mercati. Noi eravamo costretti a pensare in grande. Paradossalmente i nostri mezzi non erano all'altezza delle piccole cose. Al momento noi non avremmo potuto avere un paio di sedi locali decenti. E anche una sola sede, pur grande, non sarebbe bastata a sostituire l'hotel. Saremmo ritornati alle condizioni precedenti, quando i compagni venivano ospitati dai compagni. Sede e hotel si sarebbero sovrapposti.

Ci siamo resi conto che, in qualunque modo facessimo i calcoli, risultava che c'era di mezzo solo una questione di volontà collettiva, un piccolo problema di "rovesciamento della prassi". Il risultato oggi raggiunto ha dimostrato che il progetto della struttura non era poi tanto campato in aria. Il suo utilizzo stessodimostrerà che anche la parte progettuale riguardante il lavoro comune funzionerà. Ne abbiamo avuto la prova quando, alla fine del nostro 63° incontro redazionale, mentre si procedeva all'inaugurazione, molti compagni già manifestavano l'intento di partecipare sia al lavoro che al suo potenziamento.

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
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