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Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 15 compagni, abbiamo discusso della crisi istituzionale in corso in Italia.

Rispetto a quanto accaduto nel 2011, quando una serie di concause portò alla fine del governo Berlusconi e all'avvento di quello tecnico a guida Monti ("Il piccolo golpe d'autunno", n+1 n. 30), oggi la situazione appare molto più confusa, dato che il quasi-governo Conte è caduto ancora prima di insediarsi: Lega e M5S hanno presentato la lista dei ministri al presidente Mattarella che, ufficialmente, ha rifiutato di accettare la nomina di Paolo Savona al delicato dicastero dell'Economia.

Sembra proprio che la borghesia italiana, dal punto di vista economico e pure politico, abbia perso qualsiasi capacità di intervento. D'altronde, le maggiori aziende italiane sono passate in mano al capitale anonimo internazionale, mentre i grandi gruppi industriali sono spariti, sostituiti quasi ovunque da tagliatori di cedole (vedi Marchionne in Fca). Al netto dei proclami anti-tedeschi, i partiti populisti devono fare i conti con il fatto che Lombardia e Veneto hanno un'importante attività di import/export con Germania e Austria; la Lega, che nasce principalmente come partito teso alla tutela degli interessi del nord Italia, non può scordare che quest'ultimi sono legati a doppio filo con i paesi al di là del Brennero. A ricordaglielo ci ha pensato Confindustria Veneto, che ha espresso la propria preoccupazione per quanto sta accadendo a livello istituzionale.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2018

La teleconferenza di martedì, presenti 11 compagni, è iniziata commentando il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica e l'omelia di Papa Francesco in occasione del Te Deum. Entrambi gli interventi richiamano con forza l'attenzione sulla disoccupazione giovanile: "abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati" e "costretti a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono", afferma nella sua preghiera il Pontefice.

Sempre più settori della classe dominante ammettono che non c'è futuro in questo sistema ed è necessario un cambiamento. Fin quando sono i comunisti ad affermare che il capitalismo è un "cadavere che ancora cammina" non c'è da stupirsi (siamo sempre stati catastrofisti), ma quando a dirlo sono le forze della conservazione la cosa si fa interessante: le capitolazioni ideologiche borghesi di fronte al marxismo sono prodotte da condizioni materiali che lavorano per noi.

Sul tema della crisi della democrazia, è stato segnalato l'articolo I tempi della politica malata e lontana dai cittadini di Ezio Mauro. Il giornalista, svelando i mali che attanagliano il paese, descrive un sistema che nega sé stesso: "L'ultimo paradosso della democrazia è questa capacità di produrre col suo malessere - e garantire - le forze antisistema, nate tutte dentro il processo democratico, per una debolezza culturale e istituzionale della politica tradizionale, come i fiori del male." Per Mauro le forze antisistema sono quelle rappresentate da Grillo, Salvini, Le Pen o Trump. Partiti che una volta sarebbero stati fattore di stabilità, oggi – data la fragilità delle istituzioni - possono mettere in moto spinte non controllabili.

Vi è un aspetto nell'impostazione generale della rivista che mi spinge a richiedere dei chiarimenti. Voi svolgete una critica del movimento nell'epoca imperialistica usando spesso degli esempi e delle metafore scientifiche. Mi pare (e qui spero che riusciate a darmi qualche elemento per capire) che voi siate un po' troppo affascinati dalla potenza tecnica del capitale, tanto che la vostra insistenza sulla scientificità del nostro metodo sembra andare a scapito del patrimonio storico politico della tradizione comunista. A tratti a me pare addirittura che crediate imparziale la scienza, nonostante tutto ciò che la nostra corrente ha detto in proposito. Certo sono consapevole del livello raggiunto dalla socializzazione del lavoro e perciò dal dominio del capitale; del grado di maturazione entro questa società di forze emergenti verso una forma superiore; so che poche centinaia di milioni di proletari mantengono miliardi di umani; è tutto vero. Ma nessuna forma sociale muore da sola senza l'azione dei suoi storici becchini rivoluzionari.

Pubblicato in Doppia direzione

Cari compagni, una serie di affermazioni nel n. 12 di "n+1" ("Abolizione dei mestieri e della divisione sociale del lavoro") ha richiamato in modo particolare la mia attenzione. Eccole riproposte in forma interrogativa: [segue l'elenco che utilizziamo integralmente nella risposta, n.d.r.].

[…] Sarebbe opportuno da parte vostra precisare dettagliatamente i punti da me evidenziati, onde sgombrare il campo da possibili "letture" revisionistiche. Per esempio, a pagina 7, trovo che "il valore si materializza solo quando il prodotto esce dalla fabbrica e si presenta sul mercato". Questa tesi induce a pensare che il valore del prodotto sorga dal suo valore di scambio mentre è vero l'inverso in quanto la "materializzazione" avviene prima del mercato. Infatti il valore è, come spiega Marx, lavoro vivo che si oggettiva nel prodotto come attività sociale astratta e quello che avviene nella sfera della circolazione è solo un cambiamento di forma fenomenica. Se il valore non si fissasse nel valore d'uso non potrebbe espandersi assorbendo continuamente la viva forza del lavoro. Cose note ma che è bene sempre ribadire.

Pubblicato in Doppia direzione

Esprimo il mio compiacimento per l’uscita di "n+1" e prendo l’occasione per alcune osservazioni. A pag. 15 leggo: "se tutto funzionasse come all’interno di una fabbrica non ci sarebbe più capitalismo". A pag. 41 leggo: "l’intero sistema della produzione capitalistica sarebbe già utilizzabile così com’è con … la mancanza al suo interno delle categorie di valore (il prodotto diventa merce solo quando lascia il ciclo produttivo ed arriva sul mercato)".

Questo discorso mi sembra scorretto. In Marx si legge chiaramente che il processo di valorizzazione ha luogo nella sfera della produzione, cioè in fabbrica, ed è là che dev’essere erogato il tempo di lavoro socialmente necessario.

Pubblicato in Doppia direzione

La citazione riportata nella locandina della riunione pubblica di marzo, in merito alla relazione "Marx, la Germania e l'ideologia tedesca", ben individua il tema che sarà affrontato, e cioè il rapporto tra Germania e filosofia. Partendo dall'analisi della "Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel" e passando per alcuni fatti storici significativi, verranno messe in evidenza le caratteristiche peculiari del paese teutonico in relazione al dispiegarsi della dinamica rivoluzionaria nel contesto europeo e mondiale.

All'epoca dell'ondata rivoluzionaria di inizio '900, la Germania diventò il punto di riferimento per tutti i comunisti poichè era il paese europeo maggiormente industrializzato e con un proletariato combattivo, ma questo insieme di elementi non produsse il "rovesciamento della prassi" tanto sperato.

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

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Newsletter 229, 6 agosto 2018

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