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La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando il discorso di Papa Francesco all'incontro con i delegati della CISL il 28 giugno scorso.

Il capo della Chiesa cattolica, dopo la triste esaltazione del lavoro quale fattore di dignità della persona, ha parlato positivamente dell'ozio: "Certo, la persona non è solo lavoro... Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell'ozio, di saper riposare. Questo non è pigrizia, è un bisogno umano."

Ascoltando queste parole ci è subito venuto in mente Il diritto all'ozio (1887), l'insuperabile pamphlet anti-capitalista di Paul Lafargue. Ozio significa tempo di vita utile a rigenerare le proprie forze fisiche e intellettuali, e solo in una società meschinamente lavorista come quella attuale questa parola può assumere una connotazione negativa. Per quanto riguarda la corrente cui facciamo riferimento, già nel Programma rivoluzionario immediato nell'Occidente capitalistico del 1952 essa si richiamava alla "drastica riduzione della giornata di lavoro almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali". Nella società futura non esisterà più il lavoro salariato, tutto sarà tempo di vita senza distinzione tra un'attività particolare e l'altra.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2017

La teleconferenza di martedì sera, presenti 10 compagni, è iniziata con il commento ad un articolo di Repubblica sulla fuga di lavoratori dall'Italia.

Dal 2008 al 2015 circa 800 mila residenti in Italia hanno lasciato il paese per spostarsi verso la Germania, la Gran Bretagna, la Francia o altre mete extraeuropee. E' inoltre ripresa in grande stile la migrazione interna come succedeva ai tempi del boom economico, solo che oggi il tempo delle "magnifiche sorti e progressive" è irrimediabilmente finito: "L'Italia è un paese con opportunità molto diverse ed una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa". La miseria crescente nel contesto sociale non può che rispecchiarsi in ambito politico, e infatti ogni elezione registra l'aumento della disaffezione dei "cittadini" nei confronti dello Stato. Ai ballottaggi delle comunali italiane del 25 giugno scorso ha votato circa il 46% degli aventi diritto, il centrosinistra ne è uscito malconcio, il centrodestra ha conquistato 16 città, e il M5S, pur imponendosi nella "rossa" Carrara, ha mostrato una spinta propulsiva ormai smorzata. In generale, lo Stato-nazione, ridotto a pura espressione geografica e adibito al movimento di capitale anonimo internazionale, ha sempre meno il controllo della società:

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2017

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata dalla lettura di un passo dall'articolo "In senso lato e in senso stretto":

"Può esservi teoricamente una rete senza legami forti, ma una rete senza legami deboli è impensabile. Per usare la terminologia di Lenin, il partito in senso stretto è una rete a legami forti; con lo sviluppo dei legami deboli verso la classe abbiamo il partito in senso lato."

Attraverso i siti, la corrispondenza, i social network, riceviamo riscontri positivi al lavoro che da anni portiamo avanti e più in generale notiamo un certo interesse nei confronti della Sinistra Comunista "italiana". Tale "attenzione" è probabilmente dovuta all'aggravarsi della crisi da una parte, e dall'altra al farsi sempre più evidente delle anticipazioni di organizzazione comunistica futura. Grazie alla Rete, il patrimonio storico della corrente cui facciamo riferimento si apre al mondo e si universalizza.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2017

La teleconferenza di martedì, presenti 13 compagni, è iniziata commentando le relazioni svolte durante l'ultimo incontro redazionale a Torino.

La prima relazione ha affrontato il tema della salute nella società capitalista. Oggi la medicina vive una pesante dicotomia: da una parte esiste una conoscenza di tipo "occidentale" che prende origine da Galileo, dall'altra quella che abbiamo definito di stampo "leonardesco-orientale". In questa situazione, c'è chi attacca la prima utilizzando pedestremente la seconda, oppure, viceversa, chi si barrica dietro a concezioni e principi cartesiani e riduzionisti. In entrambi i casi domina l'omologazione e la scienza viene piegata all'ideologia, come accaduto con la tifoseria pro o contro vaccini. Il massimo a cui è giunta la nostra epoca è l'interdisciplinarità, ovvero la conferma dell'esistenza di discipline che in qualche modo devono dialogare fra loro. Tutt'altra cosa è invece l'identità monistica e materialistica della conoscenza umana propugnata dalla nostra corrente.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2017

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla guerra in corso partendo da quanto accaduto a Manchester.

Sul sito di Repubblica, Michele Serra descrive i recenti attentati in Europa come una "guerra mondiale dichiarata", facendo così eco a papa Francesco che da tempo lamenta una "terza guerra mondiale combattuta a pezzi". Anche Limes, analizzando i molteplici teatri di conflitto, attuali e potenziali, presenti sul pianeta, si domanda se "la terza guerra mondiale" non sia già scoppiata. Di sicuro si è stabilita una simmetria tra i bombardamenti delle popolazioni civili in Siria, Iraq e Yemen, e il terrorismo di chi si immola nelle metropoli europee: di fronte all'avanzata delle forze occidentali in Medio Oriente, Daesh rompe l'accerchiamento esportando la guerra in altri continenti.

Già nel 2003, con la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno dato il proverbiale calcio nel vespaio mediorientale. Oggi la situazione vede il consolidamento del terrorismo di matrice sunnita, che viene sostenuto e finanziato (anche) dall'Arabia Saudita, la quale è uno dei maggiori alleati degli Usa nel mondo arabo ed ha scatenato una guerra in Yemen per colpire l'Iran, che è a sua volta in lotta contro i fondamentalisti sunniti. In questo scenario intricatissimo si inserisce la recente visita di Donald Trump a Riyad finalizzata, almeno ufficialmente, a stipulare accordi commerciali per la vendita di armi e sistemi missilistici per un valore di circa 110 miliardi di dollari.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2017

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata commentando la diffusione del virus informatico Wannacry.

La vicenda ha inizio nell'agosto 2016, quando il gruppo hacker Shadow Brokers (dal gioco Mass Effect) mette in vendita online al miglior offerente potenti software di incursione sviluppati dall'agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma l'asta va male e allora il gruppo decide di rilasciare pubblicamente i file, svelando al mondo le tecniche informatiche utilizzate dagli spioni americani e dimostrando che chi si è infiltrato nei sistemi dell'NSA è riuscito a penetrarne il cuore. Le congetture sul "chi" sono diverse ma senza conferme; le due più diffuse ipotizzano l'una lo zampino di altre intelligence, in primis quella russa, l'altra l'esistenza di una talpa interna (sul tema interessante il film Snowden di Oliver Stone). Il resto della storia si è visto in questi giorni: la diffusione di un ransomware basato sui codici trafugati all'NSA ha raggiunto livelli mai visti prima.

Da un punto di vista tecnico, Wannacry e le sue varianti sfruttano due vulnerabilità presenti nei sistemi operativi Windows, conosciute e sfruttate dall'NSA e "riparate" da Microsoft con l'aggiornamento di marzo scorso. Il virus è stato rilasciato dagli Shadow Brokers dopo che la patch per la falla era già disponibile e pertanto le migliaia di computer coinvolti montavano sistemi sprovvisti dell'ultima versione del programma. Ciò che colpisce è l'elevata viralità dell'infezione, che grazie ad un bug nel protocollo di collegamento di Windows si propaga in tutti i computer collegati alla rete locale.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2017

La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata commentando gli esiti del referendum sul piano Alitalia.

Con il 67% di no, raggiunto con una partecipazione altissima alle urne (10.101 votanti pari al 90% degli aventi diritto al voto), l'accordo al ribasso sottoscritto da CGIL, CISL, UIL e UGL è stato bocciato dai lavoratori. Il risultato è significativo e non è il primo di tal genere: qualche mese fa, durante la vertenza Almaviva, un referendum analogo è stato accettato dai lavoratori di Napoli ma rifiutato dalla maggioranza di quelli di Roma, che sono stati licenziati. Queste rotture si verificano perché i tagli ai salari e il peggioramento delle condizioni di lavoro hanno raggiunto dei livelli tali per cui i lavoratori non seguono più le indicazioni della Triplice sindacale e mandano al diavolo burocrati e aziende.

Sul tema "lavoro" i 5Stelle hanno reclutato Giorgio Cremaschi, che in un video apparso sul blog del movimento critica apertamente i sindacati proponendo l'eliminazione dei privilegi e dei finanziamenti pubblici e una riforma della rappresentanza sindacale. Durante la presentazione dello studio "Lavoro 2025" in commissione alla Camera, oltre all'ex sindacalista della FIOM è intervenuto il sociologo Domenico De Masi, che, parlando di nuove tecnologie e del futuro del mondo del lavoro, ha affermato la necessità di redistribuire il lavoro esistente arrivando ad una media di 15 ore a settimana. I grillini propongono di destinare 17 miliardi di euro al reddito di cittadinanza e per politiche di reinserimento nel mondo del lavoro, copiando in parte la tedesca legge Hartz.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2017

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulle guerre in corso.

Per affrontare il tema è necessario considerare non solo i conflitti in essere fra le nazioni, ma anche tutte quelle situazioni di scontro armato interne agli stati, che coinvolgono i civili, prevedono operazioni di polizia con mezzi da guerra e spesso mostrano strutture di sicurezza fuori controllo. Aggiungendo tutti i pezzi, il quadro che si compone è quello di una guerra civile diffusa con un impiego intensivo delle partigianerie (vedi Ucraina, Siria, Libia, Yemen). Non a caso la Chiesa, che alle spalle ha una lunga tradizione, ha più volte definito questo momento storico come una guerra mondiale combattuta a pezzi.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2017

La teleconferenza di martedì, presenti 11 compagni, è iniziata commentando il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica e l'omelia di Papa Francesco in occasione del Te Deum. Entrambi gli interventi richiamano con forza l'attenzione sulla disoccupazione giovanile: "abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati" e "costretti a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono", afferma nella sua preghiera il Pontefice.

Sempre più settori della classe dominante ammettono che non c'è futuro in questo sistema ed è necessario un cambiamento. Fin quando sono i comunisti ad affermare che il capitalismo è un "cadavere che ancora cammina" non c'è da stupirsi (siamo sempre stati catastrofisti), ma quando a dirlo sono le forze della conservazione la cosa si fa interessante: le capitolazioni ideologiche borghesi di fronte al marxismo sono prodotte da condizioni materiali che lavorano per noi.

Sul tema della crisi della democrazia, è stato segnalato l'articolo I tempi della politica malata e lontana dai cittadini di Ezio Mauro. Il giornalista, svelando i mali che attanagliano il paese, descrive un sistema che nega sé stesso: "L'ultimo paradosso della democrazia è questa capacità di produrre col suo malessere - e garantire - le forze antisistema, nate tutte dentro il processo democratico, per una debolezza culturale e istituzionale della politica tradizionale, come i fiori del male." Per Mauro le forze antisistema sono quelle rappresentate da Grillo, Salvini, Le Pen o Trump. Partiti che una volta sarebbero stati fattore di stabilità, oggi – data la fragilità delle istituzioni - possono mettere in moto spinte non controllabili.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 5 compagni, è iniziata commentando gli effetti della guerra generalizzata.

Un compagno ha segnalato la marcia civile per la pace da Berlino ad Aleppo, partita lo scorso 26 dicembre con lo scopo dichiarato dagli attivisti di raggiungere la martoriata città siriana e porre fine alla guerra. A parte gli slogan senza alcun contenuto empirico, è fin troppo evidente che la guerra moderna tocca il mondo intero e schiera partigiani, mobilitando tutta la società. Il pacifismo borghese è un moto morale dell'individuo completamente slegato dalla realtà dei fatti, assolutamente incapace di influire sugli avvenimenti; e quindi non è neppure da prendere in considerazione se non come fenomeno sociale.

La corrente a cui facciamo riferimento ha prodotto diverso materiale sul pacifismo, durante la teleconferenza abbiamo letto alcuni passi dal filo del tempo Tartufo o del pacifismo:

"Il marxista non è pacifista, per ragioni identiche a quelle che non ne fanno, ad esempio un anticlericale: egli non vede la possibilità di una società di proprietà privata senza religione e senza chiese, ma vede finire chiese e credenze religiose per effetto della abolizione rivoluzionaria della proprietà. L'ordinamento della schiavitù salariata vivrà tanto più a lungo quanto più a lungo i suoi complici faranno credere che, senza sovvertirne le basi economiche, sia possibile renderlo immune da superstizioni religiose, o eliminarne la eventualità di guerre, e togliergli gli altri suoi caratteri retrivi, o brutali".

La teleconferenza di martedì sera, connessi 10 compagni, è iniziata con le notizie provenienti da Berlino. L'attentato al mercatino natalizio di Breitscheidplatz rientra nella strategia, ormai collaudata, dello Stato Islamico per cui se perde terreno in Medioriente, lo riprende facendosi sentire in Occidente. Sempre in questi giorni a Zurigo si sono registrati momenti di tensione a causa di una sparatoria in una moschea in cui sono rimasti feriti alcuni fedeli in preghiera; si tratta di uno dei vari episodi minori che, seppur non direttamente collegati, sono parte della guerra in corso su scala globale.

In seguito all'attacco al mercatino berlinese, le forze dell'ordine hanno perquisito un hangar adibito a centro di accoglienza per immigrati alla ricerca di indizi o persone coinvolte nell'attentato. Negli ultimi mesi Angela Merkel si è mostrata più dura rispetto alle politiche sull'immigrazione, anche perché i numeri si sono fatti significativi: solo nel 2016 nel Paese sono arrivati 2 milioni di stranieri. Qualche tempo fa fecero notizia le immagini della popolazione tedesca che accoglieva i profughi in fuga dalla Siria con cartelli con su scritto "Welcome refugees"; ora qualcosa potrebbe cambiare. Di sicuro ci sarà chi capitalizzerà politicamente l'insicurezza e i sentimenti di paura e rabbia generati dall'attentato di Berlino. Ne abbiamo già avuto qualche assaggio in Italia con le barricate di Goro (Ferrara).

La teleconferenza di martedì, connessi 12 compagni, è iniziata con alcune considerazioni su quanto accade in queste settimane ad Aleppo e nel resto della Siria.

Dall'inizio del conflitto i morti sono centinaia di migliaia, ormai si fatica a tenerne il conto. E migliaia sono i civili intrappolati nelle metropoli, sotto i bombardamenti delle diverse fazioni in campo. Nel numero monografico sulla politiguerra americana ci eravamo soffermati sul fatto che, dall'11 settembre 2001 in poi, la guerra diventava un evento senza soluzione di continuità. Gli attacchi americani a Iraq e Afghanistan sono stati a tutti gli effetti un'azione difensiva contro un nemico senza volto, diffuso e inafferrabile; e negli anni successivi la dura realtà ha dimostrato che gli Stati Uniti non solo non trainavano l'economia mondiale ma ne dipendevano. I piani di nation-building non funzionavano più e al loro posto rimanevano paesi distrutti e fuori controllo, vivai di "terrorismo". Palmira ne è l'esempio più eclatante: priva di difesa, la città è stata riconquistata, per mano di poche centinaia di miliziani, da Daesh.

Il contesto in cui oggi si svolgono i conflitti è completamente cambiato e comprendere la differenza tra la guerra moderna (civile e diffusa) e quella legata ai vecchi blocchi imperialisti (Guerra fredda) è fondamentale. La Sinistra Comunista "italiana" è stata molto precisa nell'analisi delle lotte di liberazione nazionale in Congo, Angola e Algeria, rifiutando qualsiasi forma di indifferentismo. Ribattere i chiodi "sul filo del tempo" significava soprattutto rompere con tutti coloro che ragionavano ancora con le categorie delle vecchie rivoluzioni (l'ultima delle quali, è bene ricordarlo, fu quella borghese, dato che l'Ottobre rosso fu sconfitto). Oggi non ha valore rivoluzionario la lotta di un popolo sponsorizzata da un altro: la fase delle rivoluzioni democratiche nazionali si è conclusa. Alla fine della II guerra mondiale, dovunque si sono costituiti Stati nazionali più o meno "indipendenti", più o meno "popolari", che promuovono in modo più o meno "radicale" l'accumulazione del Capitale.

La teleconferenza di martedì scorso, presenti 11 compagni, è iniziata commentando i ripetuti attacchi informatici contro gli Usa.

A luglio di quest'anno un gruppo di hacker, probabilmente cinesi, ha attaccato con un malware una portaerei americana che pattugliava, nel Mar Cinese meridionale, l'area contesa fra Cina e Filippine. Lo scorso 21 ottobre ad essere colpita è stata tutta la East Coast americana. La Dyn, una importante azienda che gestisce i DNS di numerosi siti web, associando il nome del dominio al relativo indirizzo IP, è stata oggetto di un attacco "DDoS" (Distributed Denial of Service) che consiste nel sovraccaricare di traffico i server inoltrando contemporaneamente moltissime richieste da diversi punti della rete. Risultato: decine di siti, tra cui Twitter, Amazon, Spotify, Cnn, New York Times, Financial Times, The Guardian, Visa e eBay, non sono stati accessibili per ore. La novità è che l'attacco è partito da una rete composta da centinaia di migliaia di apparecchiature domestiche connesse a Internet, in particolare telecamere di sorveglianza e stampanti, infettate da malware. Così come avviene nei campi di battaglia mediorientali e in Nordafrica, anche nella Rete è in atto una guerra di tutti contro tutti.

La teleconferenza di martedì scorso, presenti 15 compagni, è iniziata commentando le news dall'Iraq in guerra.

L'assedio di Mosul è la dimostrazione pratica che Daesh è in forte difficoltà, ma che anche le forze anti-Califfato non se la passano bene. All'operazione militare stanno partecipando i peshmerga curdi, quel che resta dell'esercito iracheno, diverse milizie sciite controllate dall'Iran, 1500 combattenti iracheni addestrati dalla Turchia, e le forze antiterrorismo irachene addestrate dagli americani. Ammesso che Mosul venga liberata, le conseguenze sarebbero disastrose dal punto di vista dei morti e degli sfollati (la metropoli ha una popolazione che varia dai 2 ai 3 milioni di abitanti) per non parlare di cosa potrebbe succedere dopo.

La teleconferenza di martedì, presenti 14 compagni, è iniziata commentando alcuni dati sullo spreco di cibo a livello mondiale e nazionale.

Secondo la Fao oltre un terzo del cibo prodotto ogni anno, cioè circa 1,3 miliardi di tonnellate, finisce al macero. Lo sciupìo capitalistico non è lo spreco immediato affrontato moralmente dalla borghesia, ma il modo di essere del sistema. Il cibo è una percentuale piccolissima rispetto a quanto il capitalismo dilapida in energie sociali, basti immaginare che nella produzione di cereali e nel relativo calcolo delle energie impiegate nel processo, bisogna far rientrare il trattore, la produzione dell'acciaio per costruirlo, il combustibile necessario ecc., se ne deduce che l'indice EROEI è completamente negativo. Lo spreco fisico nella catena alimentare è da confrontare non tanto con lo spreco consumistico immediato, ma con una società senza dissipazione, da "Scienza economica marxista come programma rivoluzionario":

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando alcune notizie provenienti dagli Usa, in particolare riguardo agli attentati a New York e in New Jersey.

Gli States, nonostante vedano traballare il loro dominio planetario, restano dei vampirizzatori del valore altrui obbligando il resto del mondo a mantenerli in vita. La cosiddetta globalizzazione (che noi preferiamo chiamare imperialismo) ha integrato il capitale mondiale rendendolo sempre più autonomo rispetto alle decisioni dei governi, ridotti a semplici esecutori di decisioni prese altrove.

In Siria, mentre gli Usa colpiscono le postazioni del governo e i russi bombardano i convogli "umanitari", assistiamo ad una "interazione continua, a fatti che accadono 'in funzione di' sullo scenario del mondo intero, dove nessuno Stato o gruppo d'interessi può immaginare di essere al di fuori della mischia". Le forze statali in campo non sono però paragonabili a quelle della Seconda guerra mondiale; in questo scenario complesso lo scontro simmetrico prevede il lancio di missili teleguidati da Tampa e come risposta un'esplosione nel bel mezzo della folla a Nizza. Che sia un attentato compiuto da un "pazzo" o da cellule dormienti ben addestrate, si tratta comunque di fenomeni assolutamente incontrollabili e che tendono a generalizzarsi al mondo intero.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata commentando la notizia dell'accordo tra Russia e Stati Uniti per un cessate il fuoco in Siria.

Nella guerra moderna l'armistizio serve ai diversi schieramenti a rafforzare le posizioni, ed è, a tutti gli effetti, un proseguimento del conflitto. I bombardamenti in territorio siriano hanno causato migliaia di morti e raso al suolo intere città, compresi ospedali e scuole; se a prima vista sembra che le potenze in campo vogliano distruggere Daesh, in realtà in Siria è in corso una guerra di tutti contro tutti.

In Libia, proprio mentre sembrava conquistata la roccaforte islamica di Sirte, la situazione si è ulteriormente aggrovigliata. Il generale Haftar, che guida le milizie che sostengono il governo di Tobruk, ha lanciato un'offensiva per conquistare i pozzi petroliferi di Ras Lanuf e Sidra, controllati da milizie armate fedeli al governo di Tripoli riconosciuto dall'Onu.

Se alla fine della seconda guerra mondiale i maggiori paesi capitalistici riuscivano a controllare la situazione sociale interna e a centralizzare il fatto economico, oggi questa possibilità viene meno.

La teleconferenza di martedì, presenti 9 compagni, è iniziata con un breve accenno alle condizioni precarie in cui versano le strade e le infrastrutture italiane.

Per una società di tipo capitalistico il grado di manutenzione è indicativo non solo della disponibilità delle risorse economiche o della cura estetica dei propri artefatti, ma anche del livello di vampirizzazione raggiunto dal sistema economico. La prevenzione quasi non genera profitto, la ricostruzione, al contrario, è una fonte di guadagno che può durare decenni. Ai fini capitalistici conviene la catastrofe con tanto di "emergenza", che significa grandi investimenti per grandi opere.

La teleconferenza è quindi proseguita con le notizie sui conflitti in corso.

La Stato Islamico è stato cacciato da Sirte ed è sotto attacco anche nella città di Aleppo, dove si contano a migliaia i morti, i feriti e gli sfollati. Da mesi l'aviazione russa bombarda la Siria (ormai ridotta in macerie) ma è di questi giorni la notizia dell'utilizzo di basi iraniane per gli attacchi. Le mire espansionistiche del Califfato si stanno ridimensionando ed è ormai chiaro che le potenze occidentali, se solo volessero, potrebbero distruggere facilmente la struttura militare di Daesh, composta da qualche migliaio di miliziani. Ma il timore di dare l'ennesimo calcio nel vespaio fa da freno alle azioni belliche della Coalizione. Non è difatti pensabile che la presa di Aleppo e Mosul non abbia delle conseguenze, magari lontano dal campo di battaglia, nelle metropoli occidentali.

Pubblicato in Teleriunioni agosto 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata analizzando la situazione sociale interna agli Stati Uniti, il paese capitalisticamente più maturo per nuovi esperimenti politici.

Da tempo riscontriamo segnali di interesse da parte di giovani americani che, stanchi dell'omologazione imperante, stanno scoprendo testi della Sinistra Comunista "italiana" e in particolare gli scritti di Amadeo Bordiga.

Occupy Wall Street si è rifatto vivo contestando Hillary Clinton durante la convention democratica di Philadelphia, dove ha piantato le tende (Franklin Delano Roosevelt Park). In questa vigilia di elezioni presidenziali si manifesta uno scontro latente: Wikileaks ha pubblicato 20 mila email scambiate durante la campagna elettorale dai funzionari del partito democratico. Dai messaggi emerge una chiara volontà di penalizzare Bernard Sanders, il quale si è comunque schierato con la Clinton beccando i fischi dei suoi elettori. Da tutto questo ribollire, Donald Trump potrebbe uscirne avvantaggiato.

Anche il Movimento Black Lives Matter (BLM), nato nel 2013, si fa sentire con continue manifestazioni. Ha mandato una delegazione in Brasile ed è inoltre sbarcato a Londra (#BLMLondon) e recentemente anche a Parigi (#BLMFrance e #BLMParis). BLM non rivendica qualcosa in particolare, più che altro si scaglia contro la violenza della polizia e contro il sistema carcerario, una vera e propria industria che foraggia il sistema dell'1%.

Per noi la "razza" non esiste, è un fattore ideologico. Esistono però delle differenze biologiche all'interno della nostra specie che l'attuale società utilizza per motivi politici e per seminare divisione tra i senza riserve. Ne I fattori di razza e nazione nella teoria marxista si affronta il tema in modo chiaro e da un punto di vista materialistico:

Pubblicato in Teleriunioni agosto 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata commentando le news della settimana.

Per comprendere la fase di transizione che stiamo vivendo è necessario utilizzare dati quantitativi, come ad esempio il consumo mondiale di grano. Rispetto ad un anno fa il prezzo del cereale è dimezzato e la motivazione è da ricercare nella drastica diminuzione del suo impiego. Se il calo dei consumi arriva ad intaccare l'acquisto di grano, bene di prima necessità per eccellenza, significa che la crisi del capitalismo ha raggiunto livelli avanzati e ovviamente questo ha riflessi anche in ambito militare.

In Turchia sono arrivati a 50 mila gli arresti tra militari, professori, prefetti, giornalisti e attivisti, in una serie di provvedimenti molto drastici che sembrano dar ragione a coloro che ipotizzano si sia trattato di un golpe fasullo per permettere al governo e al suo presidente di fare piazza pulita degli oppositori. L'Economist ha pubblicato un significativo diagramma sul parallelo tra Pil e colpi di stato nel Paese: quando l'indicatore economico scende ecco porsi l'esigenza di un golpe per stabilizzare la società.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2016

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 13 compagni, abbiamo discusso dei numerosi avvenimenti della settimana - la strage di Nizza, il golpe in Turchia, i fatti di Armenia, gli omicidi di Baton Rouge, gli attacchi all'arma bianca in Germania, ecc.– che, per quanto diversi o peculiari di ogni paese, vanno riferiti ad un contesto mondiale che si sta configurando come guerra civile diffusa. Con le dovute differenze, in molte aree del pianeta si fa sempre più marcata la contrapposizione armata tra parti della stessa società.

Riguardo al tentato e fallito colpo di Stato in territorio turco, conviene riprendere alcuni degli aspetti messi in luce nell'articolo L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia: la Turchia come fulcro dinamico. Potenza proiettata sull'Eurasia (si appoggia su una fascia turcofona che arriva fino in Cina), aderente alla NATO (coinvolgimento di tutti gli schieramenti in loco), con una crescita del Pil di tutto rispetto e un forte proletariato, la Turchia ricopre un ruolo importantissimo nel contesto generale. Il processo di islamizzazione avviato da Recep Tayyip Erdogan non solo ha spiazzato molti ma sta scombinando gli equilibri e i sistemi di alleanze nell'area.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2016

La teleconferenza di martedì 12 luglio è cominciata facendo il punto sulla situazione dei lavori nella nuova sede.

Si è poi passati a parlare dei fatti di Dallas e delle loro conseguenze. Tra i vari commenti che si possono ascoltare in Rete, da segnalare la videointervista a Paolo Flores d'Arcais pubblicata su Repubblica.it e intitolata Da latente a vera: è guerra razziale. Il direttore della rivista MicroMega sostiene che negli Stati Uniti è in corso una guerra tra la popolazione afroamericana e le forze di polizia.

Più che un conflitto tra neri e bianchi, negli Stati Uniti si sta profilando uno scontro di classe in uno scenario che ricorda quello illustrato nel 2003 in Teoria e prassi della nuova politiguerra americana (n+1, n°11): la distinzione tra guerra interna e guerra esterna si fa sempre più sfumata e se da una parte i corpi di polizia interni si militarizzano, dall'altra l'esercito si specializza in compiti di polizia internazionale.

L'articolo del Manifesto Così cambia la strategia di Black Lives Matter riporta che i militanti del movimento (BLM) nelle ultime mobilitazioni hanno cambiato metodo di azione, evitando lo scontro diretto con la polizia e puntando invece all'occupazione e al blocco delle autostrade, "pratica comune anche per Occupy Wall Street, movimento affine a Black Lives Matter ma composto prevalentemente da bianchi." Le iniziative e le manifestazioni spontanee di BLM, a cui gli account Facebook e Twitter di OWS danno copertura, non rivendicano qualcosa in particolare ma si scagliano contro la violenza della polizia e più in generale contro lo stato di cose presente.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2016

La teleconferenza di martedì sera, collegati 17 compagni, è iniziata con alcuni considerazioni sulla tattica adottata dalle forze dell'ordine francesi nelle recenti manifestazioni contro la Loi Travail.

In un filmato diffuso da Taranis News, si possono osservare le tecniche di alleggerimento utilizzate dalla polizia per contenere i manifestanti. I poliziotti, quando rischiano di essere accerchiati, arretrano e si dividono in piccole schiere composte da una decina di elementi; nel momento in cui sembrano essere sopraffatti dalla folla, agenti in borghese intervengono, la formazione si ricompatta e contrattacca.

Le forze dell'ordine si adattano al comportamento dei casseur che si muovono in piccoli gruppi, colpiscono e si dileguano. Tutti sono costretti ad alzare il livello dello scontro e ciò significa escalation sociale.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 16 compagni, è iniziata commentando alcuni articoli di Limes.

La rivista, come il quotidiano la Repubblica, fa parte del Gruppo Editoriale l'Espresso ma si rivolge ad un pubblico diverso: significativi i fondi di Lucio Caracciolo, sempre molto netti, spesso crudi nel descrivere la gravità degli scenari sociali ed economici globali con cui dobbiamo fare i conti.

L'ultimo numero è dedicato alle periferie e in particolare alla differenza tra quelle di Parigi, Londra, Bruxelles, e le italiane che per ragioni geostoriche vedono una presenza minore di immigrati. Indicativa la condizione della capitale belga, un ginepraio di sedi istituzionali letteralmente assediato da senza riserve: "In particolare a Molenbeek-Saint-Jean, Schaerbeek e Forest, tre comuni che quasi minacciosamente circondano quello di Bruxelles. Non banlieues nel senso parigino del termine, ma quartieri collocati a un passo dal centro storico. Un tempo sede dell'industria pesante, oggi incapaci di convertirsi al terziario e alla nuova economia. Qui il tasso di disoccupazione fra i figli di immigrati raggiunge in media il 40% e spesso la disperazione si tramuta in nichilismo, con i giovani preda dell'ideologia salafita e fondamentalista."

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2016

La teleconferenza di martedì, presenti 13 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla situazione generale.

Con il susseguirsi di attentati in Europa e altrove, è inevitabile che qualcuno inizi ad accorgersi che la guerra generalizzata non può essere attribuita alla religione bensì a problemi di natura strutturale. A tal proposito un compagno ha letto alcuni passaggi da un articolo di Eastonline (Jihadisti? Una rivolta generazionale e nichilista):

"Non si tratta di una rivolta dell'Islam o dei musulmani ma di un grave problema sociale che concerne gli immigrati di seconda generazione e i nuovi europei convertiti".

Nel rapporto segreto da Iron Mountain, il famoso testo diffuso nel 1967 dal giornalista americano L.C. Lewin, si affermava che per mantenere prospera l'economia degli Stati Uniti era necessario uno stato di guerra permanente, un controllo totalitario della società e la reintroduzione della schiavitù. Falso o vero che fosse, oggi le indicazioni dei 15 esperti appaiono decisamente attuali.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2016

Durante la teleconferenza di martedì, a cui hanno partecipato 15 compagni, abbiamo ripreso alcuni temi affrontati nella relazione La rivoluzione militare: il contrattacco dell'Armata Rossa in Polonia tenuta durante il recente incontro redazionale di n+1.

L'incredibile avanzata dell'Esercito Rivoluzionario in direzione di Varsavia rappresentava l'estremo tentativo di coronare in senso del tutto positivo la rivoluzione doppia del 1917: contro l'arretratezza di società non ancora emancipate dal passato e contro la decrepitezza di società che avevano rinunciato al futuro. L'Armata Rossa era consapevole che superare l'ostacolo polacco significava raggiungere la classe operaia tedesca e che tutto il blocco europeo poteva crollare.

Si è poi passati a commentare i recenti attentati in Belgio mettendoli in relazione al fenomeno del collasso degli stati. Basta guardare anche solo all'Europa: la Grecia è un paese commissariato, la Spagna sta scivolando su una china greca, l'Italia le va dietro. E il piccolo Belgio, rimasto un anno e mezzo senza governo, ora precipita in una situazione di grande instabilità; Bruxelles si scopre crocevia di scontri e tensioni molteplici e le divisioni tra fiamminghi e valloni non aiutano a tenere in piedi una struttura statale in disfacimento. Secondo l'Huffington Post, "Il Belgio si è confermato oggi, come del resto molti ripetono sottovoce da mesi, uno stato fallito. Proprio così viene detto nei giri diplomatici e di intelligence: fallito esattamente come si dice per la Siria o l'Iraq. Spiacevole dirlo, ma vero".

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata con alcuni aggiornamenti sulla situazione militare in Medioriente e in Nordafrica.

Secondo alcuni analisti, Daesh sarebbe in difficoltà in Siria: diminuiscono i foreign fighters provenienti dall'estero e si riducono le entrate economiche a causa del calo del prezzo del greggio e dei continui bombardamenti della coalizione. D'altra parte lo Stato Islamico sta mettendo radici in Libia, dove gli Stati Uniti, insieme a Francia e Italia, paventano da qualche tempo un intervento militare assumendosi il rischio di operare in assenza di un'infrastruttura statale a cui far riferimento. Così come la Libia è caduta in mano a gruppi armati che per la maggior parte rappresentano gli interessi di tribù locali, anche Siria e Iraq sono sprofondate nel caos con decine di milizie che si combattono in una guerra di tutti contro tutti.

La maturazione del modo di produzione capitalistico porta con sé un cambiamento nel modo di condurre la guerra e nei mezzi che vengono adoperati. Con la Seconda Guerra mondiale si è raggiunto il punto massimo in quanto a numero di stati coinvolti, mezzi e uomini. Oggi la guerra è permanente, non cessa mai, se non altro sotto forma di concorrenza tra aziende e nazioni. Nel marasma sociale attuale a cui si accompagna la dissoluzione degli stati, si formano grosse coalizioni, in cui tutti gli aderenti sono legati da interessi comuni e trovano pretesti per organizzare interventi di polizia internazionale.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con la lettura di alcuni passi da Miseria della filosofia di Marx:

"Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore".

L'utero in affitto non è che un aspetto parziale della mercificazione totale della vita umana. La nostra specie è vissuta per migliaia di anni lasciando accudire i propri cuccioli all'intera comunità; nella moderna società del Capitale i bambini sono proprietà privata dei genitori. Al di là della marea di dichiarazioni di principio in difesa di qualcosa (famiglia tradizionale, diritto all'adozione per le coppie gay, maternità surrogata o assistita), il nostro orizzonte politico non può che essere completamente differente. Noi siamo contro la famiglia, tradizionale o alternativa che sia.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2016

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con il commento di un articolo del Corriere della Sera sulla grande fuga di capitali dalla Cina.

Nonostante tutti i tentativi di controllo del fatto economico approntati dal governo cinese, il Dragone sta sperimentando una delle più grandi migrazioni finanziarie della storia. Il denaro volato oltre confine ammonta a circa 700 miliardi di dollari e il flusso non sembra destinato a fermarsi.

I capitali si spostano là dove la redditività è maggiore, passando non solo per gli istituti bancari ma in buona parte attraverso fiduciari non controllati. Se a ciò si aggiunge che software automatici di trading muovono nei mercati internazionali cifre enormi che nessuno riesce più a controllare, ci si rende conto che è l'intera economia mondiale ad essere fuori dai conteggi ufficiali.

La Cina ha raggiunto nel giro di pochissimi anni la potenza produttiva degli Stati Uniti diventando uno dei cardini dell'economia mondiale (seguita a ruota dall'India). Senza passare per la fase dell'accumulazione originaria, si è subito trovata ad essere un capitalismo aggressivo, esportatore e finanziarizzato la cui esuberanza produttiva si sposava con la richiesta di capitali da parte degli USA. I cinesi hanno difatti cominciato ad acquistare Buoni del Tesoro americani, utilizzando una parte del proprio plusvalore per sostenere il dollaro. Si è creata così una situazione di doppio vincolo tra le due economie, anche in virtù del fatto che le merci a basso costo made in China contribuivano a calmierare i prezzi di quelle americane. In epoca di deflazione sono però in molti a chiedere al Dragone l'adozione di una politica monetaria adeguata. Fino ad ora il governo di Pechino si è ben guardato dall'attuare provvedimenti in tal senso dato che il rapporto di cambio col dollaro favorisce le esportazioni; colpisce perciò la notizia di questi giorni dell'avvio di una rivalutazione dello Yuan.

La teleconferenza di martedì, connessi 15 compagni, è iniziata con alcuni commenti riguardo le recenti manifestazioni in difesa della famiglia tradizionale.

Gli schieramenti scaturiti dallo scontro - unioni civili sì, unioni civili no - sono parimenti reazionari e conservatori. Entrambi reclamano infatti la conservazione della società così com'è, chiedendone, per alcuni, una maggiore integrazione. Che si tratti di #FamilyDay o di #SvegliaItalia, ciò a cui puntano i due movimenti sono il riconoscimento e la conservazione del diritto alla famiglia, quella stessa categoria che oggi è in testa alla classifica dell'alienazione (la prima causa di morte per le donne al di sotto dei 40 anni è il marito!).

Ne L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Engels dimostra la transitorietà di tali categorie. L'unico modo per parlare sensatamente di famiglia e società futura è quello che ci pone in un'ottica di negazione: "Quello che noi possiamo oggi presumere circa l'ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica è principalmente di carattere negativo e si limita per lo più a quello che viene soppresso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà dopo che una nuova generazione si maturi".

La teleconferenza di martedì, presenti 17 compagni è iniziata con un aggiornamento sui fatti di Colonia.

In merito alla vicenda il governo tedesco ha fatto annunci contrastanti: se in un primo momento ha affermato che quanto accaduto nella notte di Capodanno non è stato il prodotto di un'azione coordinata, ha poi dichiarato che le violenze sarebbero invece il frutto di un'organizzazione spontanea avvenuta tramite Twitter e Whatsapp. Intanto, la caccia all'immigrato ha avuto inizio. Mentre i giornali borghesi si occupano di fomentare l'odio razziale tirando in ballo lo "scontro tra civiltà", la Slovacchia vieta ufficialmente l'ingresso a profughi di religione islamica, la Danimarca sequestra i beni dei rifugiati per contribuire alla copertura delle spese, e a Colonia compaiono le prime ronde degli estremisti di destra.

Sono in molti oramai a parlare apertamente di guerra mondiale. Non passa giorno senza che il cuore del mondo capitalistico subisca attentati. L'ultimo in Turchia, dove, dopo Ankara, questa volta viene colpito il centro turistico di Istanbul.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è partita dai fatti accaduti a Colonia la notte di Capodanno.

I toni dei commenti giornalistici sulla vicenda sono oramai da guerra civile. La caccia allo straniero, allo stupratore dalla pelle scura, è iniziata; alcuni ventilano l'ipotesi di una misteriosa rete islamica dietro alle aggressioni. Come previsto, la vaga solidarietà verso i profughi si sta velocemente trasformando nel suo opposto. Svezia e Danimarca hanno già chiuso le frontiere e altri paesi sono destinati a seguirle. Il proletariato occidentale viene spinto a schierarsi contro i disperati che arrivano dai paesi collassati.

Negli Usa fa discutere il tentativo di Obama di porre dei filtri alla vendita di armi da fuoco. Nel paese sono 30 mila i morti l'anno a causa di sparatorie, per non parlare di Messico, dove la guerra per la droga è una carneficina, Brasile o altri stati minori del Sud America. Un bollettino di guerra.

Durante la teleconferenza di martedì, presenti 18 compagni, si è discusso di guerra e marasma sociale in corso.

Secondo alcune stime, l'ultimo trimestre economico avrebbe registrato una forte contrazione della crescita a livello europeo. Nonostante la guerra, che storicamente serviva anche a rilanciare l'industria, l'apparato produttivo non trova sfogo. D'altro canto, non si può spremere di più un proletariato... che non lavora. Se è vero che sale il numero dei proletari in Cina e India, è altrettanto vero che in Europa aumenta quello dei senza lavoro. E siccome non si può estrarre da un solo operaio lo stesso plusvalore che si può cavare da 10, i consumi ristagnano e le conseguenze si ripercuotono sulle economie dei "paesi emergenti". Disoccupazione, marasma sociale e guerra: questo è il presente capitalistico.

Dal punto di vista delle dottrine e dei metodi ogni nuova guerra incomincia là dove è finita quella precedente. Dov'è finita la guerra mondiale precedente? Con le partigianerie (Achtung! Banditen, cioè "terroristi"), con la teoria della "guerra limitata", o blitzkrieg, o guerra di movimento (Tukhacevskij, Fuller, Guderian, Liddel Hart) e con le operazioni di commando, cioè terrorismo istituzionalizzato (il bombardamento a tappeto sulle città e l'arma atomica rappresentano l'estremo limite del terrorismo). Nasce il "soldato politico" (teorizzato dalle SS, ma incarnato in tutti gli eserciti della II GM, oggi esportatore di democrazia nella "Guerra infinita").

La teleconferenza di martedì, presenti 18 compagni, è iniziata dal commento di alcune notizie di carattere economico reperite sul Web.

Secondo la stampa nazionale, in Italia sarebbe in calo il numero dei disoccupati e al tempo stesso quello degli occupati. Alla confusione totale sullo stato dell'economia si aggiungono le allarmanti dichiarazioni del presidente dell'Inps Tito Boeri riguardo le pensioni della generazione nata negli anni 80': "se l'economia italiana non cresce almeno dell'1% all'anno e non c'è un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro iniziando con prospettive di carriera più lunghe, senza tutte le interruzioni che contraddistinguono spesso i contratti temporanei o precari, ci potrebbero essere problemi molto seri in futuro". La sequela di preoccupati annunci degli stessi tecnici del Capitale testimonia un sistema pensionistico assolutamente fuori controllo; il Welfare State costruito dopo il secondo dopoguerra è oramai saltato, perchè a saltare è l'insieme dei rapporti sociali capitalistici.

La teleconferenza di martedì, presenti 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sul tema della guerra.

Possiamo leggere l'abbattimento del bombardiere russo da parte dell'aviazione turca come un messaggio della NATO (di cui la Turchia fa parte) alla Russia e al suo attivismo militare in Medioriente. L'attacco al Sukhoi si configura come un tassello della guerra di tutti contro tutti nell'area mediorientale e più in generale nel mondo intero.

In seguito all'attacco, Mosca ha accusato Ankara di complicità con l'IS e ha promesso risposte adeguate a questa "pugnalata alla schiena". Da quanto si apprende da alcuni siti militari, i russi stanno compiendo attacchi mirati su milizie turcomanne al soldo di Ankara. Circolano inoltre notizie circa l'impiego di mezzi corazzati russi sul suolo siriano e di nuove unità navali che avrebbero attraversato lo stretto dei Dardanelli per portarsi vicino all'area del conflitto. Turchia e Russia sono nemici storici nella corsa alla conquista dell'Heartland (il cuore del mondo), zona in cui hanno entrambe interessi vitali da difendere. Dato che i russi stanno sfacciatamente approfittando del vuoto lasciato nell'area dagli americani per occupare spazio, potrebbe esser valida l'ipotesi che Ankara, dietro il pretesto dello sconfinamento, abbia voluto mettere in atto una strategia di contenimento dell'avanzata russa in Siria.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 19 compagni, è iniziata con le ultime notizie sugli attentati di Parigi.

Come dice Papa Francesco, si tratta di una guerra mondiale combattuta a pezzi. Jihadisti, servizi segreti, polizie e dosi massicce di propaganda confondono lo scenario e gettano ombra sulle reali cause della guerra e del marasma sociale in corso. Comunque, non si tratta di semplice terrorismo, questo è il nuovo modo di fare la guerra. Il vuoto di strategia da parte borghese è dovuto al fatto che gli stati non sanno più che pesci pigliare. La lotta al terrorismo di cui si parla dall'11 settembre in poi non ferma gli attentati, li moltiplica. I recenti attacchi a Parigi (messi in atto da cellule jihadiste auto-organizzate) sono una risposta ai bombardamenti dei francesi alle postazioni siriane dello Stato Islamico. A cui la Francia ha a sua volta replicato intensificando le incursioni aeree in Siria, in una spirale senza soluzione di continuità.

Oggi la guerra permea la società, è il suo modo di essere. Non c'è più confine fra le sue varie componenti. La continuità della guerra si esprime non solo nel fatto che essa c'è sempre, ma che tutta la società vi si attrezza, rendendo labilissimo il confine fra "civile" e "militare" (Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio, n+1 n. 21). Una cosa è certa, non è possibile la guerra asimmetrica: nella logica della guerra (da quella antica a quella moderna) se c'è scontro è perché si è raggiunta una simmetria di qualche tipo.

La teleconferenza di martedì, presenti 17 compagni, è iniziata dalle news provenienti dalla Siria dilaniata dalla guerra.

I bombardamenti dell'aviazione russa cominciano a dare i primi risultati, sono migliaia i combattenti dello Stato Islamico fuggiti verso la Giordania nel timore dei raid aerei e dell'avanzata dell'esercito siriano. A quanto pare anche il governo italiano vorrebbe partecipare alla missione, inviando in Iraq una squadriglia di obsoleti Tornado. Intanto Assad ha dichiarato che se necessario si ritirerà: un'affermazione atipica per il governo alawita, forse il prodotto delle trattative in corso tra Damasco, Washington, Mosca e Teheran. La Turchia, in veste di attore principale nell'area, denuncia quanto accade nei suoi cieli, con la continua violazione dello spazio aereo da parte dei caccia russi, e fa sentire la sua voce attraverso la Nato; la Russia d'altro canto è obbligata a intervenire nel vespaio siriano, quantomeno per difendere le sue basi storiche nel Mediterraneo e mantenere in sicurezza quelle controllate dal regime. Washington per adesso lascia fare, evitando così di impantanarsi in Siria con i fantaccini terrestri. Nell'area anche il Libano è in fermento a causa di un movimento interconfessionale che da mesi protesta contro il governo.

Il contesto generale è quello dello sfacelo degli stati: tutti cercano di contenere il caos, ma nel farlo molte volte lo amplificano.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 18 compagni, è iniziata con un breve report sulle lotte nel comparto della logistica.

All'interporto di Bologna, dove lo sciopero prosegue da giorni, hanno portato solidarietà ai lavoratori in lotta anche facchini di altre città. Le mediazioni con l'azienda sono saltate e lo sciopero si è trasformato velocemente in una battaglia a tutto campo con l'intervento di forze di polizia, crumiri e confederali. Quest'ultimi hanno denunciato apertamente i picchetti schierandosi di fatto dalla parte del padronato. La lotta alla Yoox di Bologna è da seguire perché potrebbe segnare il passo mettendo a dura prova il sindacatino che gestisce la vertenza.

Si è poi passati a commentare le news sulla guerra in Siria. La Russia ha disposto l'invio di alcune centinaia di uomini e di aerei da guerra nelle basi di Latakia e Tartus. I francesi hanno iniziato a bombardare le postazioni dell'IS, mentre gli italiani, al solito, sono più cauti. Nel teatro siriano gli interessi regionali in ballo sono molteplici: a quelli di Iran, Arabia Saudita, Qatar e Turchia si sommano quelli di Russia, Cina e Usa. Lo stesso groviglio di interessi si può osservare nel conflitto in corso in Yemen, dove l'Arabia Saudita, supportata da altri Paesi arabi, è in guerra contro gli Houthi sciiti sostenuti dall'Iran. Paese schierato con Cina e Russia nel supportare il governo di Assad e a cui gli Usa fanno grosse concessioni (altro che nemico!).

La teleconferenza di martedì sera, connessi 18 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sul tema immigrazione e sulle relative campagne populiste e interclassiste della borghesia.

Di fronte al numero sempre più elevato di migranti ai confini europei, sono state organizzate in molte città manifestazioni in sostegno (#RefugeesWelcome) alle migliaia di uomini in fuga da fame e guerra. Fa riflettere che tali espressioni di solidarietà avvengano solo quando il "problema" comincia a toccare da vicino l'Europa, mentre solitamente nessuno scende in piazza per i milioni che muoiono in Africa e altrove nel silenzio dei media. A muovere i "solidali", in Austria come in Italia, non è stata la bontà d'animo del bravo cittadino ma il disagio crescente: nella società lo scontro avviene prima tra popolazioni che tra classi, e ha origine dalla concorrenza capitalistica. Si tratta insomma dei primi segnali di ciò che comunemente viene chiamata guerra tra poveri.

Alla teleconferenza di martedì sera hanno partecipato cinque compagni. Attualmente la nostra rete di lavoro è alle prese con la progettazione della nuova sede di n+1 che comprenderà anche la strutturazione di un archivio cartaceo e digitale. Si è pertanto discusso delle possibili modalità di organizzazione dell'archivio a partire dalle tecniche finora messe a disposizione dalla biblioteconomia.

Si è proceduto con il discutere dell'inesorabile legge della caduta tendenziale del saggio di profitto direttamente collegata alla sovrapproduzione di merci. Proprio a causa della sovrapproduzione, infatti, il valore delle singole merci tende a diminuire. Ad oggi il mercato si trova dinanzi ad una scelta obbligata: puntare alla formazione di una massa crescente di profitto nelle mani di pochi centri di accumulazione per poter contrastare la tendenza al ribasso del saggio di profitto. Ma questa "scelta" conduce all'inevitabile chiusura e al fallimento di molte piccole e medie aziende e al relativo impoverimento della popolazione.

Pubblicato in Teleriunioni agosto 2015

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati una decina di compagni, abbiamo fatto il punto della situazione sulla crisi mondiale e sulle sue ripercussioni a livello sociale.

Dopo la destabilizzazione dovuta alla crisi americana del 2007 con oscillazioni intorno a tassi minimi di crescita, il rapporto tra debito e Pil a livello globale è salito di 17 punti percentuali. Il mondo ha cioè cumulato un debito complessivo pari a tre volte il valore del Pil mondiale.

Fino a poco tempo fa gli Stati Uniti parevano avere l'asso nella manica per avviare la ripresa: grazie al fracking avrebbero aumentato, sostenevano, la produzione energetica e fatto ripartire la locomotiva dell'economia. Un'illusione. Gli investitori globali considerano ormai la tecnica estrattiva della fratturazione idraulica un business rischioso. Con il petrolio texano a 47 dollari al barile e quello del Mare del Nord a 52,8, il fracking è sempre meno conveniente e le aziende del settore comiciano a chiudere.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2015

La teleconferenza di martedì, a cui si sono collegati 14 compagni, si è aperta con alcune considerazioni sulle vicende romane legate a "Mafia Capitale", ed in particolare alla manifestazione davanti al Campidoglio.

Più che di manifestazione si è trattato di un assedio: lavoratori della cooperativa Multiservizi, militanti di varie formazioni di destra e soprattutto aderenti al Movimento 5 Stelle hanno cercato di entrare nella sala dove era in corso il consiglio comunale, ma sono stati respinti dalle forze dell'ordine. Mentre a Roma andava in scena l'assedio, sul Web l'hashtag #OccupyCampidoglio, lanciato da Grillo, diventava virale. Al di là delle dichiarazioni dei vari protagonisti e degli obiettivi specifici dei gruppi coinvolti nella vicenda, rimane che tutta una serie di lotte ha trovato spontaneamente convergenza nell'assedio di un palazzo istituzionale, mentre in rete il fatto è stato sostenuto con un chiaro richiamo alla galassia Occupy. Qualunque siano le strumentalizzazioni messe in atto dal M5S o da altri, il messaggio è forte e chiaro: occupate il Campidoglio. E perché no, la prossima volta, il Parlamento?

Pur di contenere il fermento sociale, diverse forze politiche riformiste sono costrette ad accelerare il passo, aprendo a rivendicazioni che fino a qualche tempo fa godevano di scarsa risonanza. E' il caso della Coalizione Sociale che, insieme ai 5 Stelle, si è schierata a favore del reddito di cittadinanza.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2015

La teleconferenza di martedì, a cui hanno partecipato 12 compagni, è iniziata commentando gli sviluppi della situazione economico-politica in Grecia. Da mesi il governo ellenico è impegnato in un braccio di ferro con la Troika ma, paradossalmente, chi ha davvero il coltello dalla parte del manico è Tsipras, che ha presentato una bozza d'intesa con i creditori e ribadito che ora la "decisione spetta alla leadership politica dell'Europa". Secondo notizie di stampa, la proposta greca non contiene concessioni rilevanti su pensioni e politiche del lavoro.

In Spagna, più che i buoni risultati elettorali di Podemos, è opportuno seguire lo sciopero a oltranza dei dipendenti della Movistar, il marchio commerciale con cui Telefónica opera nel paese. Lo sciopero è stato indetto il 28 marzo dal sindacato Ast a Madrid e si è esteso nelle settimane successive anche a Barcellona, Bilbao, Siviglia, Granada e in altre città minori. Motivazioni: fare saltare un accordo che riduce i salari, firmato tra le principali sigle sindacali e l'azienda. I tecnici delle ditte in appalto che lavorano per Telefónica rifiutano di essere considerati lavoratori autonomi e chiedono una serie di misure contrattuali tra cui il pagamento dei contributi, delle malattie, e un salario pari a quello dei dipendenti assunti dalla multinazionale delle telecomunicazioni. Una lotta importante, che dimostra come anche i precari possono organizzarsi e polarizzare la società. Se durante le rivolte della Primavera araba, gli stati sono intervenuti spegnendo Internet per impedire il collegamento tra i manifestanti, ora sono i precari a mettere in crisi il governo bloccando – con il loro sciopero - il traffico on line.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2015

La teleconferenza di martedì, presenti 13 compagni, è iniziata  con le notizie provenienti da Iraq e Siria, dove lo Stato Islamico ha conquistato, rispettivamente, le città di Ramadi e Palmira.

Le milizie sciite filo-iraniane si sono subito dichiarate pronte ad intervenire e hanno annunciato una riconquista imminente della città irachena, anche con l'utilizzo di armi – dicono - mai viste prima. La conquista di Ramadi, distante 110 km da Baghdad, segna un'importante vittoria per l'IS che ora controlla la quasi totalità della provincia di al Anbar, una vasta area pari a poco meno di un terzo dell'intero territorio iracheno ai confini con Siria, Arabia, Saudita e Giordania. Quest'ultima potrebbe diventare facile preda delle milizie jihadiste, mentre la presa di Baghdad rimane un obiettivo difficile visti i 5 milioni di abitanti e la strenua difesa opposta dalle forze armate sciite. L'estrema mobilità è sicuramente un elemento di forza delle truppe del Califfato, ma in una dimensione di guerriglia urbana a contare sono anche altri fattori. Di fronte all'avanzata jihadista, l'impotenza espressa dai paesi della coalizione, ai limiti della connivenza, non potrà durare a lungo: se per ora Stati Uniti e alleati possono permettersi di "scansare" l'appoggio di Assad, in futuro potrebbero avere bisogno delle truppe a disposizione del leader siriano addestrate a combattere in situazioni di guerra di tipo classico.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2015

La teleconferenza di martedì, presenti 16 compagni, è iniziata commentando l'articolo di The Guardian Troops referred to Ferguson protesters as 'enemy forces', emails show, circolato nella nostra rete di lavoro e relativo alle manifestazioni e agli scontri con la polizia verificatesi a Ferguson, sobborgo alle porte di St Louis, dopo l'omicidio di Michael Brown il 9 agosto 2014. Il 16 agosto il governatore del Missouri, Jay Nixon, dichiara lo stato d'emergenza e stabilisce il coprifuoco notturno dalla mezzanotte alle 5.00. La misura viene nuovamente imposta il 17 novembre, alla vigilia della sentenza del Grand Juri sull'incriminazione del poliziotto autore dell'omicidio, in seguito prosciolto dall'accusa.

Sulla base di alcune documenti interni alle forze militari e di polizia statunitensi reperiti dal giornale inglese, l'articolo mette in luce come lo stato americano tenda sempre più a considerare i "manifestanti" alla stregua di "terroristi". Per gli Usa tutto sembra filare liscio quando si tratta di colpire un nemico "esterno", ma il meccanismo si inceppa se a surriscaldarsi è il fronte interno. "È inquietante quando hai dei soldati americani che vedono i cittadini americani in un qualche modo come il nemico" ha dichiarato un consigliere locale alla CNN.

La guerra moderna è combattuta in buona parte con/sui mezzi di informazione di massa e con la ricerca sistematica di informazioni dettagliate sul nemico (chiunque esso sia). Questo vale per i governi e le polizie, ma vale anche per i manifestanti: i servizi segreti temono che dalle manifestazioni spontanee di rabbia si passi ad attacchi organizzati, attraverso l'utilizzo della potenza della rete e dei social network per coordinare la rivolta.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2015

Alla teleconferenza di martedì 7 aprile si sono collegati 16 compagni, da Milano, Roma e Torino. Abbiamo cominciato la riunione parlando della situazione a Yarmouk, il campo profughi palestinesi nella periferia meridionale di Damasco: i rifugiati si trovano sotto il fuoco incrociato delle milizie dello Stato Islamico, dell'esercito siriano e dei gruppi armati palestinesi di Hamas e FPLP-CG. Secondo l'Ansa, elicotteri delle forze governative stanno bombardando pesantemente l'area.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2015

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 13 compagni, si è discusso principalmente di Medio Oriente e guerra.

L'ondata mondiale di manifestazioni e rivolte del 2011 ha coinvolto anche lo stato dello Yemen. I moti di piazza e l'acuirsi delle contestazioni costringono alle dimissioni, l'anno successivo, l'allora presidente Ali Abdullah Saleh al potere dal 1978. Nuove elezioni pongono a capo del governo il sunnita Abd Rabbih Mansour Hadi, sostenuto dall'Arabia Saudita. Il paese è in piena crisi economica e flagellato da una forte siccità. Il neo-presidente fatica a tenere insieme le varie componenti religiose, politiche e sociali e i contrasti tra le diverse fazioni si fanno sempre più pesanti. Lo scorso gennaio la minoranza sciita degli Houthi, sostenuta da parte dell'esercito e dall'Iran, conquista con un colpo di stato la capitale Sana'a e si impadronisce di tv, aeroporto e centri nevralgici. Dopodiché i ribelli lanciano l'assalto ad Aden, importantissimo hub sul golfo omonimo.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2015

Durante la teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, si è discusso di #FightFor15 e ambienti di lotta, dell'annunciato declino dello Stato Islamico, di ripresa economica e bond spazzatura.

Il movimento "Fight For 15" sta andando oltre l'aspetto puramente rivendicativo e comincia a configurarsi come una vera e propria comunità collegata in Rete. La giornata di sciopero indetta per il prossimo 15 aprile dai lavoratori dei Fast Food è incentrata su richieste di tipo salariale e sulla rivendicazione del diritto di organizzazione nei luoghi di lavoro. Allo sciopero si è accodata anche la nostrana Filcams-Cgil con una mobilitazione nel settore del turismo.

La lotta per una paga oraria di 15 dollari è stata lanciata nel 2012 da alcuni gruppi di attivisti legati al Partito Democratico e al sindacato SEIU. Poi il movimento è cresciuto (sono nati comitati di lotta come RaiseUpfor15, ShowMe15, ecc.), si è radicalizzato ed è diventato indipendente dalle forze che lo hanno promosso. Sui social network, usati massicciamente per coordinarsi e diffondere informazioni, oggi si vedono foto di mobilitazioni ed iniziative dove lavoratori dei Fast Food, di Walmart e di #BlackLivesMatter manifestano insieme.

In America accade facilmente che una struttura di lotta assuma una dimensione comunitaria; il motivo probabilmente è legato alla tradizione derivata dai primi immigrati europei che, costretti a vivere assieme, sviluppavano comunità di supporto. Anche il Venus Project, di cui abbiamo parlato spesso, si presenta come una comunità umana proiettata nel futuro. In Europa lo sviluppo di un ambiente di questo tipo trova sicuramente maggiori difficoltà, ostacolato dal leaderismo e dalla politique politicienne.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2015

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 14 compagni, è iniziata dal commento di due articoli di giornale su temi economici.

Il primo, comparso sul Venerdì di Repubblica, è una recensione di Riccardo Staglianò al libro Ego. Gli inganni del capitalismo di Frank Schirrmacher. Nel testo si stima che il valore dei derivati presenti sul mercato mondiale, nel 1970 pari a zero, abbia raggiunto i 1200 trilioni di dollari nel 2010. La cifra è da capogiro. Se davvero gli investimenti stanno per ripartire, questa enorme massa di capitale fittizio, la prima a riattivarsi e a muoversi nei mercati in caso di ripresa economica, minaccia di avere un impatto tremendo sui circuiti della finanza globale.

Nel secondo articolo commentato, Ma i Nobel riaccendono l'allarme ora il rischio è la stagnazione secolare, il giornalista Federico Rampini richiama l'attenzione sulla necessità di un aumento della produttività per salvare il capitalismo da una stagnazione secolare. Ne hanno discusso a New York i guru dell'economia mondiale, tra cui il Nobel Edmund Phelps che ha dichiarato: "L'innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un'epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c'è un altro freno alla ripresa delle buste paga."

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2015

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, si è aperta con le notizie provenienti dal fronte iracheno.

L'offensiva su Tikrit serve probabilmente a saggiare il grado di tenuta dell'esercito di Baghdad coadiuvato da 15 mila volontari sciiti. L'operazione dovrebbe risultare abbastanza semplice viste le ingenti perdite avvenute tra le fila dello Stato Islamico in seguito ai bombardamenti. I miliziani dell'IS usano una strategia militare basata su azioni veloci: non avendo a disposizione truppe sufficienti non riescono a presidiare e controllare tutto il territorio conquistato e, se Tikrit andasse persa, potrebbero spostare la linea di difesa in una zona poco a sud di Mosul per preservare l'importante nodo strategico.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2015

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata prendendo spunto da una recente corrispondenza sul "crollo del capitalismo", ovvero sulla natura transitoria del capitalismo e sulla sua inesorabile fine. È noto che Marx per "comunismo" intendeva una dinamica in corso e non uno schema sociale da raggiungere; dovrebbe essere altrettanto noto che egli intendeva per "dinamica in corso" la liberazione degli elementi di comunismo anticipati in questa società così com'è, altrimenti ogni tentativo di farla saltare sarebbe donchisciottesco. La profonda crisi sistemica che stiamo vivendo ha smosso la terra sulla bara dello zombie ed ecco che questi è di nuovo apparso fra i viventi e blatera seminando confusione: "attenzione, è vero che il capitalismo è transitorio, ma se non si dice che verrà abbattuto dal proletariato con la conquista del potere politico sarebbe come dire che, data la fine inevitabile, è inutile agitarsi, basta aspettare che cada da sé come una mela marcia".

La teleconferenza di martedì sera, presenti 16 compagni, è iniziata commentando la vittoria di Syriza in Grecia e il radicamento di Podemos in Spagna. Nei prossimi giorni sono previste iniziative di solidarietà alla Grecia in tutta Europa; il governo di Atene chiama, i sinistri rispondono. E' impressionante il livello di omologazione dei movimentisti, sempre pronti a combattere per... un altro: "Partigiano è chi, per fede, per dovere o per soldo, combatte per un altro. Militante del partito rivoluzionario è chi combatte per sé e per la sua classe. La ripresa rivoluzionaria dipende dal poter elevare una barriera tra il metodo demoborghese della lotta partigiana e quello dell'azione classista di partito." Sono passati molti anni, ma quelle parole scritte dalla nostra corrente nel 1949 restano ancora valide. E' vero che la Troika ha fatto pagare un prezzo salato ai greci in cambio dei finanziamenti, ma la situazione non può cambiare se non si mette in discussione il sistema economico tout court, cosa che i Tsipras di turno si guardano bene dal fare.

Riprendendo il tema del mutuo soccorso, si è letto un passo di un articolo di George Monbiot apparso su L'Internazionale:

La teleconferenza di martedì, presenti 17 compagni, ha ripreso il tema legato alle ultime elezioni greche. Insediatosi al governo, Tsipras ha cominciato a fare la voce grossa e non pochi, nelle cancellerie europee, si sono agitati sulle poltrone: se davvero la Grecia uscisse dall'Euro, un pericoloso effetto domino potrebbe prendere il via con conseguenze nefaste per l'intera Unione.

Intanto il successo di Syriza esce dai confini nazionali e arriva in Spagna dove contribuisce alla crescita di Podemos. Il nuovo partito spagnolo, sorpresa delle scorse elezioni europee quando riuscì a far eleggere 5 eurodeputati, continua nella sua ascesa. Recentemente ha organizzato la "marcha del cambio", formula mutuata dalla "marcha de la dignidad" degli indignados, portando in piazza 300.000 persone. Nel comizio finale il leader Pablo Iglesias da una parte ha ribattuto le ragioni del movimento 15-M, dall'altra si è richiamato alla patria:

"Hanno voluto umiliare il nostro paese con questa truffa che chiamano austerità. Mai più la Spagna senza la sua gente, mai più la Spagna come marca per gli affari dei ricchi. Non siamo una marca, siamo un paese di cittadini, sogniamo come Don Chisciotte, però prendiamo molto sul serio i nostri sogni. E oggi diciamo patria con orgoglio, e diciamo che la patria non è una spilletta sulla giacca, non è un braccialetto, la patria è quella comunità che assicura che si proteggano tutti i cittadini, che rispetta le diversità nazionali, che assicura che tutti i bambini, qualunque sia il colore della loro pelle, vadano puliti e ben vestiti a una scuola pubblica, la patria è quella comunità che assicura che i malati vengano assistiti nei migliori ospedali con le migliori medicine, la patria è quella comunità che ci permette di sognare un paese migliore, però credendo fermamente nel nostro sogno."

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 19 compagni, ha preso le mosse dal commento di un articolo de La Stampa, La globalità del nuovo islamismo. Domenico Quirico, l'autore del pezzo, descrive con queste parole l'elemento che accomuna, secondo la sua esperienza diretta (viene rapito in Siria nel 2013 e tenuto in ostaggio per mesi), i militanti dell'IS:

"[...] ciascuno di loro si sentiva la piccola parte di un tutto, e il tutto era visibilmente una parte di loro. E se fosse questa globalità, psicologica ma anche pratica, operativa, militare, il segreto della loro pestifera potenza, e quello che ci impedisce di capire? Il totalitarismo islamico è, nella sua essenza, senza confini. Li vuole distruggere i confini, le frontiere, le nazioni: un'unica ecumene, quella di Dio. Mentre noi occidentali, laudatori della globalizzazione, in realtà, penosamente, continuiamo a ragionare nei limiti dei vecchi confini nazionali: soprattutto quando sono i nostri."

"La guerra del petrolio" è stato nuovamente l'argomento principale di cui si è discusso durante la teleconferenza di martedì sera (20 i compagni presenti). Effettivamente il tema resta caldo, e le dinamiche peculiari sottostanti a questa guerra quasi sottaciuta ancora non sono emerse chiaramente.

Nell'accordo sancito all'incontro viennese dell'OPEC giornalisti ed analisti economici ascrivono all'Arabia Saudita un ruolo determinante senza riuscire però a svelarne l'asso nella manica. Nell'immediato mantenere alti i ritmi estrattivi non è certamente vantaggioso per i sauditi, ma per quei paesi dell'OPEC (e non) la cui economia dipende dall'esportazione del petrolio è addirittura dannoso. A dirla tutta a dare il via ad una super produzione di petrolio sono stati per primi gli Stati Uniti, che per far pressione alla Russia hanno finito per intaccare anche gli interessi della concorrenza saudita causando l'abbassamento dei prezzi. Si sono poi aggiunti altri fattori, come il calo della domanda mondiale in seguito alla crisi o l'immissione sul mercato a prezzi ridotti di petrolio pregiato da parte dei clan che si contendono la Libia. Come scrivevamo nel precedente resoconto, l'Arabia Saudita si può permettere una guerra a lungo termine, può attendere cioè che i pozzi americani chiudano e poi far impennare il prezzo del greggio, con una riproposizione dei meccanismi visti durante le crisi energetiche del passato. Ma innescare nel contesto attuale dinamiche di questo tipo avrebbe ben altri effetti rispetto agli anni '80, periodo in cui il capitalismo aveva i numeri per sostenere contraccolpi del genere.

Nella teleconferenza di martedì sera, connessi 14 compagni, sono stati affrontati i seguenti punti:

- In Siria, l'assedio di Kobane continua. Le unità militari curde presenti sul territorio, coadiuvate dai raid aerei della coalizione internazionale, sono riuscite a bloccare l'avanzata delle truppe jihadiste nel centro della cittadina. Migliaia i profughi che hanno lasciato la zona di guerra e si sono diretti in cerca di rifugio verso la vicina frontiera turca. La Turchia ha però bloccato l'accesso al paese, schiacciando i profughi tra il fuoco dell'Is e i militari turchi a presidio del confine; ha inoltre bombardato alcune postazioni del PKK nel sud-est del paese, in risposta, secondo le fonti di sicurezza interna, all'assedio di una caserma turca da parte dei ribelli.

- In Libia è alto il livello di infiltrazione dell'Is: sono attestate formazioni jihadiste, provenienti dal Mali, al Sud del paese e nelle città di Tripoli e Bengasi.

- In Iraq si susseguono i tentativi di assalto alla Capitale, operazioni con cui il Califfato vuole probabilmente saggiare la capacità di resistenza delle forze militari irachene a difesa della città. I media occidentali non danno grande risalto ai tentati assedi di Baghdad e continuano a minimizzare il configurarsi del Califfato come un vero e proprio stato moderno, con tanto di scuole, polizia, esercito, amministrazione, ecc. Lo Stato Islamico e le forze ad esso affiliate mostrano compattezza e lucidità strategica e militare, mentre i maggiori attori statali coinvolti, come Arabia Saudita e Emirati Arabi, non riescono a trovare una linea d'intervento comune, dato che ognuno continua a giocare per i propri interessi immediati.

La teleconferenza di martedì sera, connessi 17 compagni, si è aperta con il commento delle principali notizie della settimana appena trascorsa.

In Messico è stata scoperta una fossa comune in cui sembra siano stati ritrovati i corpi di 28 dei circa 50 studenti scomparsi dopo le imponenti manifestazioni contro la riforma dell'istruzione. Per quanto il livello della violenza nel paese sia normalmente elevato, è significativo che la notizia sia stata sottaciuta o relegata alle colonne minori dalle maggiori testate giornalistiche.

Sempre in primo piano invece il Medio Oriente, dove l'avanzata dell'Is, dotato di carri armati e cannoni a lunga gittata (probabilmente presi all'esercito siriano), non si arresta ed è ormai vicina alla conquista della città di Kobane. Se l'espansione dello Stato Islamico procede a questo ritmo, a breve assisteremo all'annessione ufficiale al Califfato di mezza Siria e di un terzo dell'Iraq. Vale la pena ribadire la sua attuale estensione: 200.000 Kmq di territori controllati, 10 milioni di abitanti, 60 centri abitati, 10.000 miliziani armati e specialisti del terrore, un budget da un milione di dollari al giorno, una rete internazionale mobilissima con presenze "federate" dal Mali all'Indonesia, dall'Europa all'Africa. Di fronte a tutto ciò la guerra dall'aria (sono centinaia i bombardamenti), condotta dalla coalizione capeggiata dagli Usa, sembra non sortire effetti.

Durante la teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, abbiamo ripreso e sviluppato alcuni dei temi affrontati nelle recenti riunioni pubbliche di Roma e Torino sulla guerra.

La notizia del bombardamento in terra siriana da parte degli Stati Uniti si aggiunge a quelle che, ormai quotidianamente, arrivano dal Medio Oriente, soprattutto dalle fila jihadiste. Mentre i militanti dello Stato Islamico perseguono determinati la realizzazione del loro grande progetto, il Califfato, gli americani riescono finalmente a mettere in piedi una (sgangherata) coalizione anti-IS. Al di là delle dichiarazioni di allenza dei vari paesi, sembra però che l'unico intento condiviso nella coalizione sia quello di lasciare ai curdi la patata bollente dello scontro a terra, pur senza garantire loro la creazione dello Stato curdo. D'altronde, l'imperialismo ha bisogno di partigiani: che si arruolino e combattano in prima linea (visto che non ha soldati a sufficienza da schierare sul campo) o che "da casa" facciano propaganda a favore di un fronte borghese contro l'altro. Che dire quindi del fascino esercitato dalla resistenza curda e dagli altri movimenti guerriglieri sui sinistri nostrani?

La discussione di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, si è aperta con il commento di un articolo tratto dalla rivista La Civiltà Cattolica, Fermare la tragedia umanitaria in Iraq, sulla guerra in Medio Oriente e oltre. I fatti di Iraq e Siria, dove le pulizie etniche non sono legate solamente ad aspetti locali ma rappresentano piuttosto un fenomeno in crescita, sono il risultato di un salto di qualità delle dinamiche in atto a livello mondiale. I gesuiti, in questo momento, sembrano tra i pochi ad avere una visione chiara di quanto sta accadendo e parlano con cognizione di causa di Terza Guerra Mondiale. Se la Chiesa in passato aveva condannato i bombardamenti in Iraq e Afghanistan, e più recentemente quelli in Siria, ora si pone diversamente rispetto alla necessità di bloccare l'avanzata del Califfato islamico, rigettando "un pacifismo imbelle e ingenuo al fine di condannare un militarismo che assolutizza l'efficacia della violenza".

A lanciare l'allarme, su un altro versante (ma non troppo), ci prova anche Ezio Mauro con l'editoriale L'Occidente da difendere. Di fronte allo scenario drammatico per cui "una parte sempre più larga di popolazione ha la sensazione davanti alle crisi che il mondo sia fuori controllo", il direttore di Repubblica si mette l'elmetto in testa e afferma con decisione che "l'Occidente oggi va difeso, con ogni mezzo, da chi lo condanna a morte."

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi nove compagni, è iniziata con l'elenco di vari articoli reperiti sul Web. Alcuni sono stati commentati collettivamente, altri sono stati semplicemente segnalati:

- The Future of Robot Labor Is the Future of Capitalism pubblicato sul sito Vice. Continuano a diffondersi in ambienti lontani dal "marxismo" tentativi di descrizione di un futuro slegato dal capitalismo, siamo di fronte ad una vera e propria emergenza epistemologica.

- Limits to Growth was right. New research shows we're nearing collapse, The Guardian.

- Bad news: Wages are down for pretty much everyone, Washington Post, sulla diminuzione dei salari negli Stati Uniti.

- The Ultimate Financial Security: 18 steps You Can Take to Prepare Yourself for the Next Economic Meltdown, Wealth Daily: come prepararsi alla catastrofe economica prossima ventura.

- Usa con l'Iran e Turchia con i curdi quelle strane alleanze contro il Califfo, Federico Rampini sulle "innaturali" alleanze per limitare il marasma sociale in Medio Oriente.

- "Il concetto di ordine mondiale che ha governato sinora i rapporti internazionali è entrato in una crisi irreversibile": Henry Kissinger parla al Corriere della Sera della crisi che attraversa il modello Occidentale e non.

- Né con l'Ucraina né con la Russia! Ampliamo il nostro fronte, quella della rivoluzione sociale. L'articolo è preso e tradotto in italiano dal blog del gruppo Tridni Valka.

La teleconferenza di martedì sera (presenti 8 compagni) è iniziata con alcuni aggiornamenti sulla situazione in Medioriente. I miliziani dell'IS dopo aver conquistato l'importante snodo di Mosul e i pozzi petroliferi dell'area, marciano ora su Kirkuk. Caos politico-militare anche in Libia, dove proseguono da settimane i combattimenti per il controllo dell'aeroporto di Tripoli e le milizie islamiche di Ansar al Sharia hanno preso il controllo completo di Bengasi, dichiarando in città l'istituzione di un "emirato islamico".

Per inquadrare storicamente la materia abbiamo ripreso Le cause storiche del separatismo arabo. In quel testo si affermava che gli arabi, magnifici conquistatori, non sono riusciti a sviluppare e soprattutto consolidare uno Stato nazionale:

"Volendo uscire dal campo delle congetture e restare sul terreno storico, emerge, dallo studio del ciclo storico degli arabi, una conclusione che può sembrare quasi ovvia. Per l'incapacità a fondare uno Stato nazionale, gli arabi divennero da conquistatori conquistati, e furono tagliati fuori dal progresso storico, cioè condannati a restare nel fondo del feudalesimo mentre gli Stati d'Europa si preparavano ad uscirne per sempre e acquistare in tal modo la supremazia mondiale".

Pubblicato in Teleriunioni agosto 2014

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, è cominciata prendendo spunto da un articolo sul Medio Oriente (The Engineered Destruction and Political Fragmentation of Iraq. Towards the Creation of a US Sponsored Islamist Caliphate) del complottista Michel Choussoudousky, per il quale tutto avviene "per colpa di qualcuno" intento a tramare contro la felicità dei popoli. Ora, è ovvio che gli Stati imperialisti hanno una loro volontà e la applicano nei modi che sono ben noti, ma di qui a governare il mondo per mezzo di un disordine voluto, pianificato e controllato, ne corre. Altrimenti bisognerebbe spiegare come mai, per decenni, fino al Crollo del Muro di Berlino, è stato utile un "ordine mondiale" con schieramenti polarizzati che nessuno aveva nemmeno sognato, figuriamoci progettato. In realtà i complottatori possono soltanto assecondare ciò che esiste, la capacità di un rovesciamento della prassi è attribuibile soltanto a movimenti rivoluzionari in periodi rivoluzionari.

Choussoudousky solitamente usa maggior cautela nel trattare presunti complotti e dietrologie. Questa volta invece scivola pesantemente quando sostiene che l'Isis è stato progettato a tavolino dalla Cia.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2014

Durante l'ultima teleconferenza, a cui hanno partecipato 15 compagni, abbiamo discusso della situazione in Medio Oriente e delle inevitabili ripercussioni a livello internazionale. Di seguito elenchiamo, con l'aiuto di una mappa, alcune precisazioni a proposito di quanto detto:

mappaIS

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2014

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata commentando l'articolo di Lucio Caracciolo La spirale infinita nel caos mediorientale. Attraverso l'analisi di quanto sta accadendo in Palestina, il giornalista mette in luce come "lo scontro odierno tra Israele e Hamas è diverso da quelli precedenti, anche perché è cambiato il quadro regionale: il Medio Oriente si sta disintegrando."

Dopo le primavere arabe, con il marasma in Libia, l'Egitto in bilico, e una guerra endemica che dalla Siria si estende verso l'area mediorientale, la situazione a Gaza potrebbe sfuggire di mano. I capi laici palestinesi, spodestati dagli jihadisti, non controllano più nulla, mentre Hamas svolge oramai una funzione puramente di facciata. In questo contesto tribolato, una forza politica in grado di assumere decisioni e di assistere la popolazione nelle necessità minime (cibo, sanità, ecc.), potrebbe prendere il sopravvento. Per adesso gli unici che sembrano in grado di intervenire sono gli jihadisti.

Alcune fonti di intelligence ipotizzano un attacco dei fondamentalisti al vero fulcro dinamico dell'area: la Giordania, un paese debole retto da una monarchia che si fonda sulla forza bruta, potrebbe essere il primo tassello del califfato in espansione. A conferma di ciò, l'agenzia israeliana Debkafile riferisce che, a fine giugno, l'aviazione giordana ha attaccato truppe jihadiste provenienti dall'Iraq e l'Arabia Saudita ha mobilitato l'esercito. In Iraq, milizie nazionaliste sciite e sunnite continuano a combattere contro l'Isis. In un arco geografico che va dalla Mauritania all'Afghanistan, gli stati sono quasi del tutto scomparsi, e anche in paesi relativamente stabili, come il Marocco e l'Algeria, la "pace sociale" non sembra poter reggere a lungo. Israele deve fare i conti con questa situazione, ma pare non abbia le idee molte chiare sul da farsi. Dal canto loro, francesi e americani intervengono tutelando interessi immediati, col solo effetto, molto spesso, di aumentare il caos sociale. Di sicuro i maggiori paesi imperialistici dovranno far ricorso a tutta la loro forza per distruggere la minaccia fondamentalista.

Anche a occidente le cose non vanno meglio: la crescente automazione nell'industria elimina lavoro umano, la produzione leggera soppianta quella pesante, i rapporti capitalistici vengono messi in discussione da più parti.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2014

Durante la teleconferenza di martedì sera abbiamo ripreso la discussione su quanto sta accadendo in Ucraina. La vicenda va inquadrata come un aspetto particolare della politiguerra americana, e la rilettura di alcuni passi dell'articolo Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio (n+1, n° 21) aiuta ad approfondirne alcune caratteristiche.

La diplomazia internazionale, riunitasi a Ginevra nel tentativo di stabilizzare la situazione ucraina, sembra non essere riuscita a porre un freno alle dinamiche venute a galla con gli scontri di piazza Maidan. Qualche giorno fa Putin ha promulgato una legge che facilita il percorso per ottenere la cittadinanza russa per le popolazioni russofone residenti nelle ex repubbliche sovietiche. Milioni di persone potrebbero perciò richiedere il diritto alla protezione da parte di Mosca, e quanto avvenuto in Crimea potrebbe ripetersi nelle aree di influenza russa come Estonia, Moldavia, Georgia, Kazakhstan, ecc. Gli americani, secondo alcune indiscrezioni del New York Times, starebbero elaborando una strategia di contenimento, simile a quella utilizzata nel corso della guerra fredda, per un isolamento politico progressivo della Russia.

La situazione sta mutando rapidamente e assomiglia a quanto successo in Georgia (2008) e soprattutto in Cecenia, dove potentati locali hanno esautorato i russi. I quali hanno reagito radendo al suolo tutto quello che trovavano sul loro cammino e poi, visto che l'occupazione in pianta stabile del territorio non funzionava, hanno affidato l'amministrazione del paese a signori della guerra locali.

Sembra che in Ucraina si prospetti una situazione di questo tipo, con la differenza che il territorio in questione è un importante snodo geo-strategico tra Europa e Russia; e con l'aggravante che sia gli americani che i russi si stanno lasciando trascinare in una pericolosa escalation piuttosto che governare dall'esterno il conflitto. Inoltre, forze interne ucraine potrebbero autonomizzarsi da entrambi gli schieramenti aumentando ancor più il caos nella regione.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2014

La teleriunione di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, è iniziata dall'analisi di quanto accaduto con l'assalto allo shopping center di Nairobi dove, in supporto alle forze dell'ordine keniote, sono state aviotrasportate truppe speciali britanniche, americane e israeliane. Da questo fatto si può comprendere il livello di internazionalizzazione dei conflitti: allo scoppio di una situazione di emergenza in una parte del mondo segue immediata l'allerta in altri paesi.

Il Kenia, piccola potenza locale che pensava di aver superato i problemi post-coloniali senza troppi intoppi, si ritrova coinvolto nel marasma sociale. Nel paese africano, a seguito di una rapida urbanizzazione, si sono formate sterminate periferie abitate da milioni di senza riserve e, secondo alcuni media, negli slum di Nairobi, specie nella parte occupata da rifugiati somali, ci sarebbero basi logistiche di al-Shabaab. Abbiamo riletto alcuni passi de Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio, articolo della rivista che è stato tratto da una serie di quattro articoli ricavati da altrettante riunioni tenute a Torino nel 1980.

La teleriunione di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con una serie di riflessioni sulle concezioni di probabilità, probabilismo e determinismo. Secondo Wikipedia "si definisce determinismo quella concezione per cui in natura nulla avviene a caso, ma tutto accade secondo ragione e necessità. Il determinismo dal punto di vista ontologico indica quindi il dominio incontrastato della necessità causale in senso assoluto giudicando quindi nel contempo inammissibile l'esistenza del caso. Il determinismo è associato alla teoria della causalità, sulla quale si appoggia." I luogocomunisti pensano che la citazione del Manifesto (1848) sulla possibilità della rovina di tutte le classi, metta in discussione il ferreo determinismo in Marx e apra la porta all'indeterminismo, ovvero all'impossibilità di fare previsione:

"Liberi e schiavi, patrizi o plebei, baroni e servi, capi di maestranze e garzoni, in una parola oppressori od oppressi, furono sempre in contrasto, e continuarono, in modo nascosto o palese, una lotta che finì sempre con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta."

La teleriunione di martedì sera, a cui hanno partecipato dodici compagni, è iniziata dall'analisi dei fatti siriani e dai loro recenti sviluppi. Il sistema capitalistico predispone le condizioni affinché sorga ad un certo punto un problema da risolvere, problema che non è risolvibile in altro modo che con la guerra. Per ora l'intervento armato americano sembra smorzato, ma resta un fatto l'assenza di una strategia politica complessiva all'altezza delle sfide poste dalla crisi dell'economia mondiale. Siamo dinanzi al disperato tentativo di conservare questo modo di produzione da parte degli Stati Uniti, gendarme mondiale e intercettatore ultimo dei flussi di valore globali.

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 10 compagni, è iniziata dall'analisi del movimento Occupy in relazione ad esperimenti analoghi che stanno prendendo piede sul territorio americano. Se il movimento non riesce a criticare se stesso per andare oltre, è destinato a spegnersi. L'incapacità di formare un partito in sintonia con il futuro è una tragedia sia per gli anticapitalisti americani che per quelli degli altri paesi. Allo stesso tempo però, da altri luoghi della società arrivano segnali degni d'interesse. I sostenitori del Venus Project hanno aggiornato il loro sito, conservando la stessa documentazione e cominciando un dialogo con OWS. Questi esploratori nel domani vanno avanti per la loro strada, credono che un altro mondo sia possibile e hanno messo in piedi due società parallele, una no profit per la diffusione del progetto e una profit dalla quale ricavano dei salari di sussistenza per poter vivere e finanziare la propaganda.

La teleriunione di martedì sera, a cui hanno partecipato 10 compagni, è iniziata con il commento di Quello che vuole la tecnologia, il nuovo libro di Kevin Kelly, ed in particolare del capitolo sul mutualismo. Nel testo l'autore afferma che buona parte delle specie dipende da altre specie per poter vivere; sulla Terra si verificano estesi fenomeni di parassitismo e più in generale di vita condivisa, tra cui, per citarne uno, la simbiosi: ne è esempio famoso quello del connubio tra alga e fungo da cui nasce il lichene.

La co-evoluzione si può spiegare così: 1) ogni forma di vita dipende da altre forme di vita; 2) via via che la natura evolve diventiamo sempre più dipendenti da altre specie; 3) via via che la vita evolve aumenta il grado di complessità degli aggregati sociali.

L'evoluzione biologica risponde a leggi fisiche e quindi è determinata, proprio come lo sviluppo della tecnologia intesa come estensione del corpo sociale. La specie umana ha sviluppato un'enorme capacità di socializzazione con relativa capacità di rovesciare la prassi e di progettare il futuro. La nostra vita è interessata da tutti e tre i livelli sopra elencati, la simbiosi che ne deriva ha dato vita ad un vero e proprio cervello sociale, il "technium", che rappresenta l'integrazione tra il regno del "nato" e quello del "prodotto".

Pubblicato in Teleriunioni agosto 2013

Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po' perplesso. Se ho capito bene, questa guerra universale "deve" essere condotta dagli Stati Uniti contro chiunque non si assoggetti alla loro visione del mondo, che cioè tenda a diventare un concorrente anche sul piano militare. Alla maggior parte degli altri paesi imperialistici converrebbe sottostare a questo predominio pur di salvaguardare la continuità del capitalismo, che avrebbe negli USA l'unica forza planetaria in grado di mantenere l'ordine. Vedo che qualcuno vi ha già accusati di teorizzare una sorta di superimperialismo. Da parte mia lo so bene che la forza economica, finanziaria e militare degli USA è davvero "super" per un semplice fatto materiale e non alla Kautsky, ma chiedo ugualmente: non è esagerato credere che gli USA abbiano davvero la facoltà di imporre il proprio dominio mondiale attraverso una guerra continua generalizzata, per cui ogni pretesto sarebbe buono allo scopo di aprire nuovi capitoli, utili a perpetuare l'imperialismo? Per scatenare la guerra irachena si sono imbastiti pretesti ridicoli senza riguardo alle remore di altri paesi, e bisogna riconoscere che l'avevate detto già al tempo della guerra afghana.

Pubblicato in Doppia direzione

La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve cercar di capire non solo le manifestazioni guerresche ma soprattutto il travaglio economico sociale e politico del capitalismo per cercare di scorgerne in anticipo le tendenze generali. Solo in esse si possono individuare le future strade della ripresa dei fermenti sociali e dei moti classisti. È un compito arduo, che ha impegnato la nostra corrente, la quale però all'incirca verso la meta' degli anni sessanta si era fermata. Purtroppo non si possono trovare delle risposte pre-confezionate semplicemente rileggendo quanto in proposito ha scritto fino a quella data. E mi sembra effettivamente fuori dalla realtà il ripetere, come fa qualcuno, formulette tipo "guerra alla guerra", o "trasformazione della guerra imperialista in guerra civile", o "Fuori l'Italia dalla NATO" (o "Fuori la Nato dall'Italia"), che di per sé non significano nulla. Lo sforzo che va fatto è quello per giungere a una sintesi teoria-prassi, cogliendo le particolarità delle trasformazioni del mondo capitalistico almeno in questi ultimi trent'anni. Quello pubblicato sulla rivista n. 11, dedicata alla "politiguerra americana", mi sembra un buon passo, anche se ho difficoltà a immaginare un'azione conseguente.

Pubblicato in Doppia direzione

Dall'11 settembre ho gran soddisfazione nel vedere che ora gli americani hanno paura e sono convinto che la guerra all'Iraq abbia, tra le altre, anche la motivazione di trattenere lontano da casa le forze che loro stessi hanno generato e che potrebbero colpirli di nuovo sul loro territorio. E non è che le cose gli vadano tanto bene in campo militare, dove il soldato "tecnologico" non vede neppure il nemico che massacra, mentre il guerrigliero si espone di persona (perciò non è vigliacco come il primo, come scrisse Susan Sontag). È vero, la situazione sembra senza sbocco, ma da due anni a questa parte il marines muore, come in Vietnam. Ritengo quindi, al di là di chi sia il "terrorista" di turno, che ci sia solo da compiacersi del fatto che gli americani incomincino a provare sulla propria carne le frustrazioni ed i dolori che hanno inflitto per generazioni al mondo intiero senza, dopo la guerra civile, averne a subire le conseguenze. Era ora che qualcuno provasse a colpirli in casa e stanarli, questi imperialisti arroganti e spacconi.

Pubblicato in Doppia direzione

È vero che Marx ed Engels dissero di Bismarck che sarebbe stato costretto a lavorare per il comunismo ed è vero che auspicavano la vittoria turco-inglese contro la Russia reazionaria. Ma oggi affermare [come fate voi] la stessa cosa a proposito degli Stati Uniti contro i residui di società antiche mi sembra un po' esagerato, persino fuori luogo.

L'Afganistan, murato nel suo isolamento, rappresenta di sicuro una forma sociale sopravvissuta al passato, ma non è l'antagonista "naturale" degli Usa che sono sicuramente più vicini al socialismo economico di qualsiasi altro paese. È un paese-pretesto per un'aggressione a livello mondiale. Anche l'Arabia Saudita è un baluardo della conservazione, ma è un paese alleato degli USA, mentre l'Iraq, paese laico e moderno è stato invaso e riportato ad uno stadio precedente all'epoca di Saddam Hussein. Anche l'Iran è un paese politicamente soffocato da un regime reazionario e antico, ma oggettivamente la sua struttura industriale moderna non corrisponde alla sovrastruttura oscurantista medioevaleggiante. In tutti questi casi mi sembra non si possa sostenere che gli americani "lavorano per noi" loro malgrado.

Pubblicato in Doppia direzione

Mi sembra che nei vostri scritti vi sia una specie di equidistanza fra israeliani e palestinesi, come se non fossero stati gli invasori ebraici ad opprimere il popolo palestinese, distruggere le loro case, prendere le loro terre, deviare l'acqua dai loro campi, ecc. Capisco che si tratta di guerra fra due nazioni borghesi e che le popolazioni si dovrebbero coalizzare contro i propri governi per una nazione unica, laica e multietnica, ma intanto c'è una differenza oggettiva fra la condizione di un israeliano ebreo e uno arabo e fra entrambi e un palestinese di Gaza o della West Bank. Capisco anche che ogni borghesia abbia bisogno di inventarsi un suo risorgimento con martiri ecc., pratica molto lontana da una razionale e materialista visione della storia, ma lo sfruttamento del massacro da parte dei nazisti è andato oltre il limite nel momento in cui i massacrati hanno incominciato a massacrare.

Pubblicato in Doppia direzione

[…] Ho l'impressione che qualcosa non funzioni nello scenario che dipingete per il futuro del mondo. Dite che contro gli USA non vi è potenza equivalente. Essi sarebbero in grado di effettuare un controllo totale con strumenti militari tecnologici, di cui hanno il monopolio, di stravolgere la concezione e la pratica della guerra. Avete citato il Giappone come governo fantoccio diretto da Washington. Avete detto che Russia e Cina potrebbero essere oggetto di "compellenza" ed essere ridotte al livello dell'Africa. Mi pare che, se io ho capito bene le vostre affermazioni, voi commettiate peccato di eccessiva visione politica a scapito delle effettive determinazioni. Lo strapotere Usa è evidente. Ma parlare di Giappone, Russia e Cina – paesi che coprono due continenti con miliardi di abitanti – penso raccomandi più prudenza per quanto riguarda i loro futuri rapporti con l'America.

Pubblicato in Doppia direzione

Un compagno mi chiedeva se certe forze interne della borghesia americana, come il PNAC (Project for a New American Century), potessero essere la base per un cambiamento di rotta della politica americana. Se cioè si stesse per caso passando dalla dottrina delle alleanze con chiunque convenga, a quella delle alleanze con "chi la pensa come noi", alla Huntington. Ho risposto con un no secco: un Bush è talmente utile che sarebbe saltato fuori comunque, magari dopo la vittoria di Al Gore, che qui si dice sia stata quella autentica.

Un cambiamento di rotta e l'avvio di una politica meno ottusa potrà esservi in futuro, ma adesso l'America deve passare attraverso questa fase. Sulla scena politica americana del terzo millennio l'intreccio di forze favorevoli al capitale privato più che al Capitale in generale era talmente forte che con la crisi delle elezioni in Florida hanno visto un opportunità da cogliere al volo. Quando dico "capitale privato" non voglio ripetere le sciocchezze sui fatti personali dei petrolieri, ma mi riferisco all'intera corporate elite, una classe capitalista avida, strafottente e sicura del proprio potere di controllo, una burocrazia militaristica gonfia di dollari e forte di vasto appoggio sociale, non solo elettorale. Una vera e propria ideologia dominate parallela, irrazionale, basata sul peggior fondamentalismo religioso ed economico. Tutto questo di fronte a un political establishment – il Congresso americano e la Casa Bianca – in completo collasso. È il Sistema che ha problemi di autocontrollo, ma è ovvio che, trattandosi dell'America, questo ha effetti sul mondo intero.

Pubblicato in Doppia direzione

[…] Voi che avete conosciuto Bordiga, o che comunque conoscete bene i suoi scritti e le sue potenti elaborazioni sui fatti, cosa direbbe del grande movimento di massa mondiale che qui [negli Stati Uniti, N.d.R.] e nel mondo si è opposto alla guerra con più di cento milioni di persone in piazza? Per di più organizzandosi a rete, via Internet, in contrasto con i miti dell'anti-globalizzazione? Perché il peace movement negli USA, anche al tempo del Vietnam, è un corpo senza testa, mentre in Italia e in Europa la Sinistra Comunista è una testa senza corpo? Nessuno, né i vecchi compagni, né i gruppi bordighisti, né "n+1", mi ha dato una convincente spiegazione di questo fatto, quindi vi ripeto la domanda […].

Pubblicato in Doppia direzione

"Sono stato colpito da una vostra affermazione: in una vostra newsletter e nell'ultima riunione pubblica a Torino avete detto che l'attentato a Washington e New York rappresenta il solo tipo di guerra possibile oggi contro gli Stati Uniti. Sono d'accordo con voi sul fatto che non si tratta di un attentato alla Sante Caserio ma di un gesto che richiede preparazione, competenza, capacità esecutiva, vasta struttura operativa, organizzazione moderna ed efficiente. È certo giusto inquadrare queste "pulsioni dei rapporti materiali" nel complesso della crisi e dei rapporti intraborghesi anche per la destinazione della rendita petrolifera. Ma non riesco a capire in che modo questi attentati e la susseguente reazione "antiterroristica" rappresentino la forma unica della guerra attuale, sia pure contro un paese imperialistico ultrapotente. Chi ci impedisce di ipotizzare che, nell'acuirsi delle contraddizioni del modo di produzione dominante, non si aprano delle crepe nella coalizione superimperialistica apparentemente compatta, per ricostruire dei contrasti "classici" fra gruppi di stati in concorrenza fra loro per il dominio capitalistico?

Pubblicato in Doppia direzione

Alla riunione via Skype si è naturalmente commentata quella del 51° Incontro redazionale di "n+1" , aperto ai lettori, (Sharing Hotel, Torino, 15-16-17 marzo 2013). In base alle prenotazioni, si è ricordato che erano presenti 52 compagni, mentre altri 5 erano collegati via Internet. Tutto si è svolto in un ambiente sereno e conviviale. Le relazioni, al solito per argomenti concatenati, hanno suscitato interesse, mostrando intorno al nostro lavoro persiste immutata e anzi rafforzata quell'attenzione che dura da più di trent'anni, anche se in un ambiente quantitativamente limitato. I semilavorati che presentiamo di volta in volta sono in elaborazione continua e integrati anche dopo la stampa sul nostro periodico o sul sito internet. Tra l'altro la nostra corrente ha sempre utilizzato il lavoro collettivo con il metodo che oggi è ampiamente alla base di Wikipedia e che ebbe un precedente storico illustre in Alessandro Dumas. Il laboratorio da cui uscivano i "suoi" romanzi era composto da una decina di autori che coordinavano e fondevano le loro conoscenze per il risultato finale. Essi si chiamavano fra di loro, scherzosamente, "negri", appellativo ripreso fin dall'immediato dopoguerra dai nostri vecchi compagni.

Pubblicato in Teleriunioni marzo 2013

La riunione è cominciata con un rapido commento circa gli scontri avvenuti martedì 30 ottobre tra studenti e polizia in quel di Torino. Dal sito Macerie: "In mattinata i reparti della celere fanno irruzione nella residenza universitaria occupata di Via Verdi 15 e eseguono lo sgombero. Il presidio che si forma lì davanti si trasforma presto in corteo e si dirige verso Piazza Castello. La polizia schierata in difesa del palazzo della Regione carica ripetutamente gli studenti, ferisce alcuni tra i manifestanti, ma riceve in cambio un lancio di oggetti vari. Dopo avere sfilato sino al Comune, gli studenti vanno da un altro dei mandanti dello sgombero: l'ente proprietario della residenza. La mensa dell'EDISU viene saccheggiata. In serata da Palazzo Nuovo un bel gruppo di ragazzi si sposta a Porta Nuova dove rallenta il traffico ferroviario e ripiega poi verso la sede delle facoltà umanistiche, occupata in seguito allo sgombero."

Di fronte alle lotte degli studenti e dei giovani in generale possono tornare utili volantini e documenti presenti sul nostro sito e pronti per essere fatti circolare in Rete.

Pubblicato in Teleriunioni 2012

Rivista n°41, aprile 2017

copertina n°41f6Editoriale: Non possiamo ingannare la natura
f6Articoli: Assalto al pianeta rosso - Il secondo principio - Il grande collasso - Capitale e teoria dello sciupio
f6Rassegna: Ancora Trump - Fuga nel sub mondo
f6Terra di confine: Buoni di non lavoro
f6Recensione: Che cosa c'è dopo il capitalismo?
f6Doppia direzione: Neoluddismo
f6Spaccio al bestione trionfante: Dieci punti per demolire Trump

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Newsletter 224, 18 luglio 2017

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