L'importanza dell'intervista a Bordiga

Conferenza a Roma, 12 marzo 1998

Trascrizione da nastro magnetico

Quella a Zavoli, registrata il 12 novembre 1969 e mandata in onda due anni dopo, nel corso del programma Nascita di una dittatura, è la sintesi televisiva dell’unica vera intervista di Amadeo Bordiga. Con Giuseppe Fiori, incontrato di lì a qualche mese, egli si limitò, di fatto, a qualche ricordo personale, condito da sapide invettive. Il resoconto apparve sulla Stampa del 16 maggio 1970, col titolo Il vecchio Bordiga oggi. Dopo la sua morte, lo stesso Fiori pubblicò un necrologio intitolato Bordiga, un combattente coraggioso e dogmatico. Per il resto, Amadeo ebbe sempre, e giustificatamente, in solenne disprezzo il Barnum inverecondo della cosiddetta ‘informazione’: al proposito, mette conto ricordare la santa pedata inferta, una volta, nel didietro d’un fotoreporter troppo insistente, e costretto a fuga precipitosa.

Ci si potrà chiedere allora perché, dopo tanti rifiuti, a poche settimane dalla morte (datata luglio 1970) il grande rivoluzionario acconsentisse a rispondere ai quesiti d’un giornalista.

Tre le possibili spiegazioni.

La prima, davvero indegna: minato nell’efficienza, anche cerebrale, l’ultraottantenne avrebbe, alla fine, ceduto alle lusinghe del ‘protagonismo’, reclamando per sé microfoni e telecamere; proprio lui, autore di saggi imprescindibili (e lasciati anonimi, senza firma) sul ruolo della personalità, espliciti fin nella titolazione: Superuomo ammosciati! e Ilbattilocchio nella storia (battilocchio è detto, a Napoli, l’individuo appariscente, lungo e dinoccolato, e però fesso integrale, abile a null’altro che a sbattere le palpebre, con aria perennemente stupefatta).

La seconda, scema anziché no: appassionato di ciclismo (come in effetti era), Bordiga non avrebbe saputo negare il favore all’ottimo conduttore (Sergio Zavoli, per l’appunto) di Processo alla tappa, trasmissione all’epoca molto popolare. Lecito supporre, quindi, che, a richiesta d’un Fausto Coppi, egli avrebbe prontamente scaracchiato sulManifesto 1848.

La terza, di certo più seria e plausibile: con quell’intervista (la cui versione integrale si distribuirà, stasera, ai compagni interessati: 25 risposte date, per iscritto, ad altrettante domande di Edek Osser, collaboratore di Zavoli), Bordiga volle, prima di lasciare il campo, ricapitolare gli esiti storici della lunga battaglia fin lì combattuta dalla Sinistra Comunista Italiana, e, a un tempo, passare il testimone, in ideale staffetta rivoluzionaria, alle giovani e future leve proletarie. Non, dunque, banale dichiarazione di ‘ultime volontà’, ma prova estrema di coerenza militante e piena fedeltà alla linea di classe.

Nel 1967, aveva detto:

"Come il geologo affonda la sua sonda nelle viscere della terra per trarne alla superficie campioni dei vari strati, onde studiarne la natura e la formazione, così il partito si serva di me e della mia memoria come di una sonda che s’immerge nella storia di oltre mezzo secolo del movimento operaio, per approfondire lo studio dei suoi errori e delle sue sconfitte, delle sue avanzate e delle sue vittorie".

Benché malandata, nel giugno 1970 la sonda dimostrò di poter funzionare ancora egregiamente.

25 domande, 25 risposte: mirabile compendio di un’epoca intera, indelebilmente segnata dalle vicende gloriose della Sinistra Italiana: dal duro astensionismo propugnato in seno al Partito Socialista, svilitosi a imbelle collettore di seggi parlamentari; alla fondazione del PC d’Italia, a Livorno, nel gennaio del 1921; alla denuncia implacabile di errori e tradimenti compiuti dal Comintern, vicino a mutarsi da organo politico del proletariato mondiale in formidabile strumento di politica estera ad usum Kremlini (l’antica e nota formula dovette, per obbligo, essere aggiornata).

Tali, precisamente, i fatti che qui si tratteranno, senza pretesa, sia subito chiaro, né di completezza né di imparzialità: come avverte Lëv Trockij, nel preambolo all’autobiografia, l’ostentata equidistanza da amici e nemici è, non di rado, espediente ipocrita per suggerire, indirettamente, quel che non sembra opportuno affermare in modo aperto.

Si ritenga, perciò, respinta in anticipo l’accusa solita, rivolta alla Sinistra, di maneggiar l’accetta nel separare marxismo e antimarxismo, rivoluzione e controrivoluzione.

Per meglio spiegare le origini della corrente che poi fu detta bordighiana (ma che alla figura di Amadeo Bordiga non può ridursi, con ogni buon senso) varrebbe rimbastire tutto il corso antecedente, e non poco travagliato, del socialismo in Italia: l’occasione ne permette soltanto un sunto veloce.

Nel 1864, anno in cui si forma a Londra la prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, il proletariato italiano è ancora largamente influenzato dal pietismo, o provvidenzialismo cristiano sociale, di Giuseppe Mazzini – cui fa buon fronte, tuttavia, per numero di seguaci, l’idea anarchica di Michail Bakunin. Marxisti quasi non se ne contano, e comunque, su poche dita, entro la stretta cerchia intellettuale.

Anche dopo l’espulsione degli anarchici dall’Internazionale, nel 1872, la stragrande maggioranza del movimento operaio in Italia rimane bakuninista, libertaria e federalista: avversa tanto all’autorità del Consiglio Generale, quanto al principio stesso del potere rivoluzionario, centralista e dittatoriale, da Marx stabilito nei celebri Indirizzi alla Comune di Parigi.

Con la sconfitta rovinosa dei moti insurrezionali scatenati, di seguito, in varie località – soprattutto in Romagna (1874) e nel Beneventano (1877) – la stella di Bakunin prende, fatalmente, a declinare. Nel decennio 1880-1890 si assiste, così, al sofferto delinearsi di sempre più veraci istanze proletarie.

Nasce il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna (dal 1884, congresso di Forlì, PSR italiano), alla guida del quale è Andrea Costa, fattosi, da anarchico, eccellente teorico e organizzatore marxista.

Dalla fusione fra le correnti romagnole del PSR e quelle lombarde del Partito Operaio (fondato a Milano nel 1882 e in origine ‘operaista’, ricusatore di ogni ideologia politica) prende vita a Genova, nel 1892, il Partito Socialista Italiano, sezione della II Internazionale.

I primi congressi (Reggio Emilia 1893, Parma 1895, Firenze 1896 e Bologna 1897) vedono lo svolgersi, in particolare, di un’aspra polemica – su temi però di miserabile tattica elettorale – fra l’avvocato Filippo Turati (già militante di spicco del Partito Operaio, insieme con il buon Costantino Lazzari) e il giurista Enrico Ferri, sedicente marxista di sinistra e invece democratico della più bell’acqua.

Il congresso di Roma, apertosi l’8 settembre 1900, viene di poi a ratificare la nascita e il prevalere, all’interno del partito, di un’ala schiettamente riformista, proclamante, per bocca dei Treves, Modigliani, Prampolini, tesi rimaste cardini di ogni revisionismo: autonomia delle sezioni locali nel contrarre alleanze con altre formazioni di sinistra (addio al centralismo e via al metodo esecrabile dei ‘blocchi’ social-elettorali); lotta per l’edificazione di uno Stato realmente democratico, espressione della piena eguaglianza, politica e giuridica, fra salariato e capitalista (e al robivecchi la dittatura proletaria).

Unica, efficace reazione al destrismo parlamentare è, per sciagura, quella dei non meno eterodossi sindacalisti rivoluzionari (con in testa Arturo Labriola), propugnatori, à la Sorel, della autorganizzazione operaia (nello slogan d’oltralpe: action directe), tesa al disarmo della classe borghese e al trapasso ad altra forma di società. In tale distorta impostazione, strumento principe della lotta proletaria si conferma l’organo sindacale (dal partito, all’occorrenza, soltanto coadiuvato).

Battuti dai riformisti, a Roma nel 1906, i soreliani decidono, comunque, di lasciare il PSI, senza attenderne ulteriore congresso: l’annuncio ufficiale ne è dato a Ferrara, nel luglio del 1907.

[Su George Sorel e il mai sopito sorelismo, si dirà ancora, eventualmente, nel corso della discussione].

Negli anni seguenti, scomparsi i sindacalisti, argine ben più solido al riformismo è posto dalla Sinistra, pure, in verità, non compiutamente definita in senso marxista, se a capo ne è ancora un Benito Mussolini.

Povero di dottrina, ma oratore sanguigno, questi chiede e ottiene, al congresso di Reggio Emilia (7-10 luglio 1912), l’espulsione dei destri Bonomi, Bissolati e Cabrini, fautori dell’impresa giolittiana in Libia, e legalitari fin nel midollo, tanto da porgere scuse contrite al re Vittorio Emanuele, l’indomani del suo ferimento (14 maggio) a opera di Antonio d’Alba, operaio edile. "Rischi del mestiere", dice Benito. "Un re può crepare per mano d’un terrorista, così come un muratore per un volo giù dai ponteggi".

La misura di espulsione colpisce anche il deputato Podrecca, guerrafondaio e ultranazionalista.

A commento dei fatti italiani, sulla Pravda del 28 luglio Lenin scrive:

"Una scissione è cosa grave e dolorosa, ma talvolta necessaria. In questi casi, ogni debolezza, ogni sentimentalismo va considerato un delitto. Se, per la difesa dell’errore, si forma un gruppo che calpesta le risoluzioni del partito, tutta la disciplina dell’esercito proletario, la scissione diviene allora indispensabile. Allontanando da sé i sindacalisti e i riformisti di destra, il Partito Socialista Italiano ha imboccato la strada giusta".

Ultimo congresso socialista prima del conflitto mondiale è quello di Ancona (26-29 aprile 1914). Vi si decidono, su mozione della Sinistra, la condanna e l’allontanamento definitivo di tutti gli equivoci elementi filomassoni, e la più rigorosa intransigenza, alfine, per la tattica elettorale: nessuna alleanza con altre forze politiche, nessun cedimento alla borghesissima campagna moralizzatrice.

Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, capitale della Bosnia, il giovane serbo Prinzip ferisce a morte, a colpi di pistola, l’arciduca e principe ereditario Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria.

Il 23 luglio, il governo di Vienna notifica alla Serbia un duro ultimatum, cui rispondere entro 48 ore. Belgrado ne respinge, decisa, talune imposizioni, contestando l’illegittima ingerenza nei propri affari interni. Il 28 luglio, l’Austria mobilita contro la Serbia. Ha inizio la Grande Guerra, non per retorica definita mondiale: su di un fronte, gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) e i paesi loro alleati (Turchia e Bulgaria); sull’altro, a sostegno della Serbia, le potenze dell’Intesa, Russia, Francia e Gran Bretagna, alle quali si uniscono, nel corso del conflitto, Giappone, Italia (nel maggio del 1915, dopo l’iniziale neutralità), Portogallo, Romania, Stati Uniti, Grecia e Cina.

Vergognosamente, la II Internazionale capitola all’ondata di sfrenato patriottismo: a Vienna, Berlino, Parigi, Londra i deputati socialisti votano i crediti di guerra richiesti dai rispettivi governi. A difesa del programma rivoluzionario s’attestano poche meritorie organizzazioni proletarie: in Russia il Partito Bolscevico; in Inghilterra il Partito Socialista Britannico e il Partito Indipendente del Lavoro; il Partito Socialista Serbo; il Partito Socialista Bulgaro.

Malgrado l’opposizione, ferma e coraggiosa, dell’estrema ala marxista, invocante lo sciopero generale nazionale, nel partito italiano prevale, alla fine, la formula intermedista e, in fondo, sciagurata: ‘né aderire né sabotare’.

Il 18 ottobre 1914, Mussolini pubblica sull’Avanti l’articolo famoso ‘Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante’, che gli vale l’immediata espulsione. Non un compagno si leva a sua difesa; parecchi invece i militanti, uomini e donne, disposti ad abbatterlo a revolverate.

A dispetto dell’attitudine gravemente compromissoria mostrata, in varie circostanze, dagli organi direttivi e dal gruppo parlamentare (mai del tutto sordi al richiamo nazionalista), il partito conserva, nel complesso, il giusto indirizzo di classe. Anche quando, dopo la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917, l’ala di destra pare decisa a offrire piena collaborazione alla compagine di governo nella difesa del ‘suolo patrio’, la corrente marxista radicale insorge ed evita il fattaccio.

Nel marzo del 1919, la Direzione del PSI, riunitasi a Milano, decide l’adesione alla III Internazionale, che i bolscevichi vittoriosi vanno costituendo a Mosca: 10 i voti a favore, 3 quelli contrari.

Di lì a qualche mese, in tempo di nuova tornata elettorale, il partito non manca, tuttavia, di presentare propri candidati. Il 29 giugno 1919, il Soviet, organo della frazione marxista estrema, pubblica l’articolo O elezioni o rivoluzione, in cui, fra l’altro, si legge:

"Chiamare ancora il proletariato alle urne equivale a dichiarare che non v’è nessuna speranza di realizzare gli obiettivi rivoluzionari, e che la lotta dovrà svolgersi necessariamente entro l’ordine borghese".

"Il programma della dittatura proletaria e l’adesione alla III Internazionale, la Direzione se li è dunque rimangiati col suo deliberato di partecipare alle elezioni. Come non vedere questa funesta contraddizione? Come non capire che dire oggi al proletariato ‘alle urne!’ vuol dire invitarlo a disarmare da ogni sforzo rivoluzionario per la conquista del potere?".

"Noi gridiamo a gran voce:’Il Congresso! Il Congresso!’".

Il XVI congresso del Partito Socialista Italiano si svolge, a Bologna, dal 5 all’8 ottobre 1919. La mozione presentatavi dalla Sinistra, recisa e inequivocabile, batte due chiodi fondamentali: rifiuto dell’orgia parlamentaresca e conseguente cacciata di quanti nel partito non smettano di accreditare la menzogna democratica borghese: l’emancipazione del proletariato non traverso la lotta armata e il violento esercizio del potere anticapitalista, ma a botta di comizi e schede elettorali.

La piattaforma astensionista guadagna 3.417 consensi: non bastano. La replica di Serrati, capo della corrente maggioritaria, cosiddetta ‘massimalista’ (rivoluzionaria a parole, socialdemocratica nei fatti) è altrettanto perentoria: "La responsabilità della scissura – dice – noi non ce l’assumiamo!".

Tutto, in realtà, è già stabilito – complice, serve ricordarlo, il gruppo dell’Ordine Nuovo, formatosi a Torino intorno alla figura di Antonio Gramsci, ex interventista di guerra e teorico assai lontano dalla genuina linea marxista (di Gramsci e dell’ordinovismo parleremo fra poco): in novembre, Montecitorio accoglie 156 deputati socialisti; le successive elezioni municipali regalano al PSI ben 2.500 comuni.

Il Soviet del 4 gennaio 1920 commenta:

"Noi non vediamo un vantaggio ... nel successo elettorale e nel numeroso gruppo parlamentare socialista: ve lo possono vedere solo i socialisti più fatui e i borghesi più superficialmente pusillanimi. La condizione sostanziale per il successo del movimento rivoluzionario è l’esistenza d’un vero e grande partito comunista, che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia. Tale partito si forma attraverso la disgregazione dei partiti operai tradizionali e la liquidazione del socialismo borghesuccio e transigente dell’anteguerra".

"Ora, quando il Partito Socialista Italiano, pur composto in maggioranza e diretto da ‘massimalisti’, rifiuta di selezionarsi dai riformisti anticomunisti, solo per stravincere sul terreno delle elezioni, vuol dire che dalla formazione del partito comunista siamo ancora lontani".

Breve precisazione: se qui si procede per congressi, è solo per convenienza di chi parla. Resta pacifico che, nell’intero periodo trattato, la classe operaia non ha parte comprimaria; si rimarcano, a compensazione, i grandi moti del dopoguerra, esplosi ovunque in Italia: le estese lotte bracciantili, per esempio, o gli scioperi dei metallurgici, a Napoli, Pozzuoli, Torre Annunziata, dal gennaio al luglio del 1919, o, celebre, l’occupazione delle fabbriche, nell’agosto-settembre del 1920, alla quale partecipano, dal Piemonte alla Sicilia, quasi seicentomila lavoratori, inquadrati nel movimento dei Consigli. L’ormai corrotto PSI non è che un freno all’impeto insurrezionale; a Torino, assume allora la guida il gruppo di Gramsci.

Contro il consiliarismo, nella variante ordinovista, muove subito la Sinistra intransigente, con argomenti validi a tutt’oggi; servendoci di qualche citazione, proviamo a ricordarli.

Nell’articolo Battute di preludio, apparso sul primo numero dell’Ordine Nuovo, sta scritto:

"Perché l’azione socialista riprenda, come certo riprenderà, tutta la sua efficacia, bisogna che non sia più lecito ad alcuno, per ignoranza o per speculazione, spezzare l’unità del fine e dei mezzi, in cui consiste la vitalità dell’idea".

Ebbene: a tale principio, l’ordinovismo non sa, nel prosieguo, tener fede; vuoi per l’eccessiva rilevanza attribuita al controllo operaio, il quale dovrebbe, organizzato per fabbrica, condurre da solo alla forma sociale comunistica (laddove tesi marxista cardinale è che mai il proletariato potrà esercitare effettivo dominio sulla produzione senza aver, preventivamente e sotto la guida del partito rivoluzionario, abbattuto lo stato borghese e instaurato la propria dittatura: conferma ne viene dai primi anni della rivoluzione russa); vuoi per l’invito, tragicamente inconsapevole, alla collaborazione di classe – espresso, a tutte lettere, nell’articolo gramsciano Lo stato del lavoro:

"Gli organi dei lavoratori devono tendere ad assumere [all’interno della fabbrica] sempre maggiore importanza: dalla sorveglianza nei reparti, dal diritto di controllare o infliggere le punizioni, fino alla distribuzione dei pezzi di lavoro, all’apprezzamento del capolavoro, alla fissazione dei cottimi e dei salari [...] In pari tempo, la massa, per mezzo dei suoi rappresentanti diretti, potrà pretendere di partecipare al controllo dell’azienda, all’impiego dei capitali, all’indirizzo dato alla produzione, alla ripartizione dei dividendi. Non è da escludere, a questo scopo, la partecipazione di delegati operai ai Consigli di Amministrazione ".

Non si fa fatica a dimostrare, invece, l’assoluta incompatibilità del socialismo con azienda, mercato e moneta. È noto, dal tempo in cui Marx mise penna su foglio, che, per vincere, la rivoluzione deve far piazza pulita non soltanto del diritto borghese e della proprietà privata, ma anche, e soprattutto, d’ogni forma mercantile e attività volta al profitto.

Il capitale muore non quando si sia semplicemente espulso dalla fabbrica l’imprenditore, onde assumerne il ruolo direttivo, ma quando si sia abolita, e con la forza, qualsivoglia categoria propria dell’economia borghese: merce, per l’appunto, denaro, plusvalore e via tacendo.

Stridente, al riguardo, il contrasto fra il Gramsci teorico aziendista e il Lenin de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo: per l’uno, l’assenza di proprietà titolare è già socialismo; per l’altro, chiusasi l’epoca della libera concorrenza (che ‘libera’, in realtà, non fu mai), la figura del singolo capitalista cede il posto all’anonima società per azioni – come dire: proprietà diffusa, ma in ambito ancora totalmente borghese.

Ripetere dove sta la ragione, ai sensi della teoria marxista, non sembra davvero necessario.

Fallito il movimento dei Consigli, si torna, in breve, alla mera difesa sindacale; i grandi complessi metallurgico-meccanici prendono a licenziare larga parte della manodopera.

Gramsci, compagno comunque rispettabile, prende atto della sconfitta e in un articolo pubblicato in due puntate, nel settembre e nell’ottobre 1920, scrive:

"I tratti caratteristici della rivoluzione proletaria possono essere ricercati solo nel partito ... L’operaio nella fabbrica ha mansioni meramente esecutive. Egli non segue il processo generale del lavoro e della produzione; non è un punto che si muove per creare una linea, è uno spillo conficcato in un luogo determinato e la linea risulta dal susseguirsi degli spilli che una volontà estranea ha disposto per i suoi fini ... l’operaio è pigro intellettualmente, non sa e non vuole prevedere oltre l’immediato, perciò manca di ogni criterio nella scelta dei suoi capi e si lascia illudere facilmente dalle promesse ... Il partito comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione, per cui l’operaio da esecutore diviene iniziatore, da massa diviene capo e guida, da braccio diviene cervello e volontà ".

Nel luglio 1920, al II congresso dell’Internazionale, Amadeo Bordiga (ora il nome va fatto), invitato in rappresentanza della Frazione astensionista italiana, così ha intanto difeso le ragioni dell’antiparlamentarismo:

1. le condizioni storiche nelle quali si è sviluppata la rivoluzione russa non assomigliano affatto a quelle in cui la rivoluzione proletaria si svilupperà in Europa occidentale e negli Stati Uniti;

2. la situazione russa è paragonabile, piuttosto, al 1849 tedesco: doppia rivoluzione, insieme proletaria e democratico-borghese;

3. l’esperienza tattica bolscevica non può, dunque, essere trasferita, sic et simpliciter, in paesi di antica democrazia e ben sperimentato regime parlamentare: qui, crisi rivoluzionaria dovrà significare, all’inverso, diretto passaggio dal sistema borghese di potere alla dittatura proletaria.

Contro la tesi antiparlamentare si è tuttavia pronunciata la maggioranza dei delegati, Lenin compreso. Bordiga ha quindi accettato, disciplinatamente, a nome della Sinistra, tutte le risoluzioni congressuali (fra queste, i famosi 21 punti per l’ammissione all’Internazionale: i punti 20 e 21, che più profondamente tracciano il solco tra forze comuniste e socialdemocrazia, si debbono proprio alla Sinistra Italiana).

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, dove si tiene il XVII congresso del PSI, la frazione comunista (formalmente costituitasi nel novembre 1920, a Imola) abbandona la sala del teatro Goldoni, intonando l’Internazionale e, raggiunto il vicino teatro San Marco, vi fonda il PC d’Italia.

Ma l’ora è passata: lo squadrismo fascista imperversa, spudoratamente favorito dai poteri dello stato regio. Per la difesa e la riscossa proletarie, la Sinistra persegue, contro l’indicazione moscovita di ricongiungimento ai socialisti appena liquidati, il fronte unicosindacale che, concretizzatosi nella famosa Alleanza del Lavoro, dà vita, nell’agosto del 1922, a un grande sciopero generale nazionale.

Nell’intervista del 1970, Bordiga rammenta:

"In tutte le parti d’Italia, lo sciopero assunse forme molto energiche, fronteggiando debitamente le misure delle forze avversarie, che furono drastiche. Contro la città di Ancona furono inviati, in formazione, alcuni reggimenti di carabinieri; al largo della città di Bari calò le sue ancore un’intera divisione di cacciatorpediniere della Marina Militare. I lavoratori che occupavano l’interno di quelle città risposero vigorosamente, con tutti i mezzi offensivi a loro disposizione e con la totale astensione dal lavoro, che comportò anche l’arresto di tutti i treni, mezzo essenziale per i movimenti militari ... Questo e altri episodi dimostrano che il grande movimento di sciopero fu allora non solo possibile, ma notevolmente efficace. I fascisti, benché sostenuti dallo stato e dalle sue forze armate, non poterono debellarlo, e quando, nel successivo ottobre, si mobilitarono per la marcia su Roma, non passarono con una vittoria delle loro armi, ma grazie a un compromesso, con il quale il futuro duce poté, in abito nero e cilindro, raggiungere pacificamente l’anelata sala del trono, al Quirinale, superando il temuto ordine di proclamazione dello stato d’assedio, che il re si rimangiò, malgrado il parere dei suoi generali. Per questa via ingloriosa, la rivoluzione proletaria, come la pretesa rivoluzione delle camice nere, furono soffocate da mefitiche manovre di carattere squisitamente parlamentare".

L’Internazionale, dunque, già vacilla nei principi e nell’azione, e presto s’ammalerà, come temuto, di quel ‘volontarismo organizzativo’ che inevitabilmente ne farà ingranaggio del nascente capitalismo statale russo, sub specie stalinista.

Trattarne accuratamente l’involuzione e i riflessi che essa avrà sul Partito Comunista d’Italia (alla cui guida Mosca piazzerà, nel 1926, la fedele corrente di Gramsci e Togliatti) richiederebbe molto più tempo di quello stasera concesso.

Basti conoscere allora, in chiusura, le tesi espresse dalla Sinistra nel marzo del 1922, a Roma, al II congresso del Partito, e ribadite nel 1923, al III congresso del Comintern, quando la catastrofe ancora s’annuncia.

Assolutamente necessaria è la costituzione di un organismo collettivo unitario, in grado di integrare tutte le spinte immediate della classe operaia in un ‘piano tattico’, non improvvisato, ma strettamente conforme al programma rivoluzionario; vale il principio: ‘una buona tattica per un buon partito’, onde realizzare quel legame fra tattica, principi e finalità che rimane tratto caratteristico del socialismo scientifico.

Come la rivoluzione, così il partito non è problema di forma, ma di forza; non sterile depositario di statuti, norme o precetti, ma organismo, formatosi in innumerevoli battaglie e nella coscienza teorica e critica del movimento reale.

Questo il centralismo organico, per natura antiburocratico, derivante dalla obiettiva certezza che nessun meccanismo formale, ovvero biecamente organizzativo, può preparare e selezionare dirigenti rivoluzionari, a ciò provvedendo, esclusivamente, la lotta di classe.

Futtitevenn!.

Rivista n°42, ottobre 2017

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