La Seconda Guerra mondiale e gli internazionalisti del Terzo Fronte

Relazione svolta da Padova, 24 aprile 2002

Gli argomenti di cui si parlerà in questo incontro – la Seconda Guerra mondiale, la Resistenza, l’attività e il profilo dei piccoli gruppi di sinistra che si opposero alla guerra in Italia e, più in generale, a livello europeo – sono stati uno degli oggetti centrali della ricerca storica di Arturo Peregalli. Ciò che vi dirò, fondamentalmente, si basa sugli studi e gli appunti di lavoro di questo amico e compagno, scomparso il 13 giugno 2001, a soli 53 anni.

Domani sarà il 25 aprile, l’anniversario della Liberazione, che, come sempre, verrà celebrato dall’intero arco politico-istituzionale, con il "popolo della sinistra", ancora una volta, a dire che la Resistenza è stata tradita o che non ne sono state adempiute le legittime aspettative. L’incontro di questa sera, anche simbolicamente, per la data in cui cade, vuole esprimere un diverso posizionamento.

Comincio dal punto centrale: la Seconda Guerra mondiale.

Sappiamo tutti che le scelte strategiche delle grandi potenze s’ammantano d’ideologia ogniqualvolta occorra coinvolgere le masse nel dramma della guerra. È quello il momento in cui le classi dirigenti agitano le bandiere della nazione, della democrazia, delle religioni o di qualsiasi altra ideologia che serva alla bisogna. Basti vedere quanto sta accadendo da almeno dieci anni a questa parte con il "nuovo ordine mondiale", le "guerre umanitarie", l’"unità di tutto il popolo contro il terrorismo", la "giustizia infinita" eccetera.

Durante la Prima Guerra mondiale la borghesia coinvolse il proletariato sulla base dell’ideologia patriottarda; nella Seconda Guerra mondiale la borghesia si aggiornò e il conflitto bellico divenne una "crociata della democrazia contro il nazifascismo". (Vedremo poi come il ruolo della Russia nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale fu molto diverso.)

Iniziamo con lo sfatare il mito che la Seconda Guerra mondiale sia stata uno scontro fra democrazia e totalitarismo (quest’ultimo rappresentato dal Terzo Reich e dall’Italia fascista): fra gli Alleati c’era l’Unione Sovietica, un Paese non certo democratico, bensì totalitario.

Non è nemmeno corretto qualificare come antifascista la Seconda Guerra mondiale, dal momento che essa fu combattuta essenzialmente contro la Germania e l’Italia, indubbiamente fasciste, ma non contro il fascismo in quanto tale: Paesi come Spagna e Portogallo, anch’essi fascisti, non vennero toccati, né durante né dopo la guerra (per esempio, la Spagna aveva inviato in Russia una sua legione a combattere a fianco dei nazisti, ma il regime di Franco non ne ebbe a patire alcuna conseguenza).

Secondo un’altra interpretazione la Seconda Guerra mondiale fu combattuta contro il razzismo: ciò è ancora più ridicolo, in quanto nell’esercito americano esisteva allora la segregazione razziale (i negri non potevano prestare servizio né in aviazione né in marina; e un ferito bianco non poteva essere trasfuso col sangue di un negro). Razzista non era il solo Hitler: Roosevelt era presidente di uno Stato in cui i bianchi erano giuridicamente superiori ai negri, per non parlare poi del Sudafrica, vera e propria perla d’antirazzismo nel campo alleato.

A partire dalla fine dell’Ottocento, dopo la Comune di Parigi del 1871, le guerre che si combattono in Europa non sono altro che scontri armati per la difesa degli interessi del capitale dei rispettivi gruppi concorrenti (questa è la posizione difesa dal marxismo rivoluzionario). La Germania degli anni Trenta, facilitata in ciò dall’iniezione di capitali americani, aveva conosciuto un massiccio incremento del proprio processo produttivo. La dinamica capitalista le imponeva la conquista di nuovi mercati e una politica espansionista, ma ciò andava a cozzare con gli interessi delle altre potenze, le quali non potevano permettere che la Germania acquisisse il predominio a livello europeo. Per questo motivo la Seconda Guerra mondiale si caratterizza come una guerra imperialista, che al suo termine vede il trionfo della potenza economicamente più forte, gli Stati Uniti d’America, trionfo che dura a tutt’oggi. (Nel 1944, quasi alla fine del conflitto, con gli accordi di Bretton Woods la supremazia degli USA emerge in piena evidenza nella ridefinizione del sistema monetario, da lì in poi basato sul dollaro.)

Esistono tuttavia alcune importanti differenze tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale.

Di fronte alla Prima Guerra mondiale il Partito Socialista Italiano riesce a restare neutrale (anche se bisognerebbe vedere più da vicino il significato di questa neutralità); abbiamo la posizione di Lenin e della sinistra di Zimmerwald (trasformare la guerra imperialista in guerra civile per l’abbattimento del capitale) e lo scoppio della Rivoluzione russa.

Un’altra differenza tra le due guerre mondiali sta nel crescente coinvolgimento delle popolazioni civili: durante la Prima esse patiscono fame e privazioni, ma non bombardamenti massivi, feroci distruzioni e stragi come durante la Seconda (in entrambi i campi).

La Russia che combatté nella Seconda Guerra mondiale era uno Stato che ormai aveva vissuto una degenerazione della rivoluzione e il ristabilimento, sotto il falso nome di comunismo, di una società capitalista (ciò che, per inciso, la Russia era sempre stata). Quindi il ruolo di Mosca fu quello di asservire il proletariato agli imperativi del capitale e dello Stato russi, nonché e soprattutto di distruggere sul piano teorico le posizioni rivoluzionarie.

Oggi pomeriggio, a casa di Arturo, prima di venire qui, mi è capitato di dare un’occhiata a Ex, un libro di Felice Chilanti, uno scrittore che aveva militato nel gruppo Bandiera Rossa. Ne ho tratto un brano in cui l’Autore descrive un suo colloquio con Tigrino Sabatini, operaio: "Tigrino s’incurva a parlarmi, il suo fiato in viso: Lenin cambiò in rivoluzione la guerra, Stalin Togliatti Alicata mandano rivoluzionari a fare la guerra".

Importante è il ruolo che il Partito Comunista Italiano svolse durante il conflitto, e anche prima. Il PCI fu uno strumento di Mosca che egemonizzò il movimento operaio, non solo organizzativamente, ma anche e soprattutto teoricamente. Va tenuto presente, peraltro, che la linea politica del PCI sulla Seconda Guerra mondiale non fu sempre la stessa: nel periodo in cui restò in vigore il patto Ribbentrop-Molotov, la guerra veniva qualificata come imperialista (sebbene questo giudizio non muovesse da presupposti internazionalisti bensì dal rispetto dei mutevoli dettami imposti dalle giravolte della politica estera sovietica); poi col giugno 1941, dopo l’attacco tedesco alla Russia, la posizione del partito cambiò improvvisamente e la guerra diventò uno scontro tra totalitarismo fascista e antifascismo.

Da questa impostazione derivava la necessità di unire le forze progressiste per resistere alla barbarie, rappresentata dalla Germania nazista e dal regime di Mussolini. Se però la guerra mondiale diventava uno scontro in difesa della democrazia, tutto doveva essere finalizzato alla sconfitta del nazismo, in una lotta da combattersi a fianco degli Alleati. E infine, con l’occupazione del territorio nazionale da parte del nemico nel settembre ’43, la guerra diventò anche guerra di liberazione nazionale, cioè guerra patriottica. Ovviamente, in quest’ottica, si perse completamente di vista la natura imperialista della guerra, che nello scontro militare vedeva contrapporsi le varie frazioni del capitale mondiale.

La classe operaia era stata sconfitta già prima dello scoppio del conflitto bellico; la fraternizzazione dei lavoratori al di sopra delle frontiere contro il comune nemico di classe era al di là d’ogni reale possibilità in quegli anni. Ciononostante alcuni episodi concretarono brevemente, quali scintille nel buio, le prospettive di fraternizzazione fra i proletari. Per esempio, nella Francia del ’43, sorse, all’interno della Wehrmacht e in collegamento con alcuni operai locali, un raggruppamento che pubblicava un giornale, "Arbeiter und Soldat", in cui venivano ribadite le posizioni d’unità tra i proletari dei due campi in guerra, contro le rispettive borghesie e il massacro imperialista. Questi elementi rivoluzionari furono rapidamente scoperti ed eliminati dalla Gestapo.

Occorre comunque precisare che ogni tentativo di rottura della guerra da un punto di vista rivoluzionario e comunista non avrebbe avuto alcuna speranza di successo. La Comune di Varsavia lo testimonia: quando i proletari della capitale polacca si sollevano, l’Armata Rossa, che è alle porte della città e sta per conquistarla, si ferma e aspetta che i nazisti massacrino gl’insorti, lasciando insomma al nazismo il lavoro sporco, prima di fare il suo ingresso. E il martirio greco nella Seconda Guerra mondiale e nella guerra civile è un’ulteriore dimostrazione della saldezza del dominio imperialista in quegli anni.

Qualificata la natura della guerra, passiamo a descrivere brevemente alcuni dei movimenti politici dissidenti che agirono in Italia nella fase finale del conflitto. Li definiamo dissidenti perché non accettarono l’impostazione prevalente della Resistenza come lotta solo contro il fascismo e per il ripristino della democrazia.

Conosciamo la lettura che della Resistenza dà lo storico che più l’ha studiata a fondo, Claudio Pavone. A suo avviso, tre sono le possibili interpretazioni della Resistenza. La prima è quella di guerra nazionale e patriottica: lo straniero è stato combattuto, vinto e scacciato, insieme con i suoi manutengoli della Repubblica Sociale Italiana; e questa è l’interpretazione ufficiale. La seconda è quella della Resistenza come guerra di classe e come momento di riscatto delle masse popolari oppresse, che riacquistano un’azione indipendente: questa è la visione che, mantenutasi viva in una parte del PCI negli anni del dopoguerra, sarà riproposta dai movimenti di sinistra sorti dopo il ’68 e da chi parlerà di Resistenza tradita e si farà portavoce di una Nuova Resistenza. La terza interpretazione è quella sostenuta dai fascisti e dalla destra: la Resistenza come guerra civile. Per Pavone tutte e tre queste interpretazioni – diciamo così, queste tre anime – sono presenti all’interno della Resistenza.

Nessuna di queste interpretazioni, però, tiene conto di un dato fondamentale, e cioè che la Resistenza era inserita in una guerra mondiale, quella stessa guerra che abbiamo caratterizzato prima come imperialista.

Sul piano militare la Resistenza fu un’attività di guerriglia dietro le linee nemiche, svolta in appoggio alle armate angloamericane e con margini di autonomia sostanzialmente inesistenti. Le formazioni partigiane erano completamente integrate all’interno del quadro bellico, sia prima sia dopo il loro riconoscimento ufficiale, e nella propria azione non fuoruscirono mai dal controllo degli Alleati.

Ritornando ai gruppi dissidenti, vi fu senz’altro chi pensava di condurre una lotta per una società diversa, socialista, e chi mirava a riproporre in Italia l’esperienza russa. Ma va precisato che il referente di questa riproposizione non era la Russia dell’Ottobre: era la Russia staliniana. Il socialismo propugnato da queste formazioni dissidenti ricalcava il modello sovietico di quegli anni, in cui se i padroni erano stati eliminati tuttavia erano ben presenti e vigevano i rapporti di produzione capitalistici. La Russia durante la Seconda Guerra mondiale rappresentò un polo d’attrazione micidiale per la classe operaia, anche per quegli elementi radicali che pure esistevano nelle file della Resistenza. E ciò si riallaccia a quanto detto prima circa il ruolo dello stalinismo quale agente di distruzione della teoria del proletariato, delle posizioni per le quali la classe operaia si era battuta nella Rivoluzione russa e negli anni Venti.

Ritornando al dissidentismo resistenziale, si può dire che in buona misura questi gruppi non facevano che estremizzare la politica del PCI. Non potendo fornire qui un quadro esaustivo delle varie formazioni, mi limiterò a ricordarne alcune.

A Torino esisteva il Partito Comunista Integrale, meglio noto come Stella Rossa, dal nome del suo organo di stampa. Si trattava di un movimento accesamente stalinista, i cui aderenti pensavano che Stalin avrebbe appoggiato la classe operaia italiana sulla via della rivoluzione. Alla fine della guerra, Stella Rossa, dopo l’uccisione del suo capo, Temistocle Vaccarella, confluì nel PCI. Quest’omicidio – avvenuto al parco Sempione di Milano per mano di elementi picisti – può essere legato al fatto che Vaccarella in quel periodo stava cercando di allacciare rapporti con gl’internazionalisti di "Prometeo". Il partito di Togliatti paventava una possibile unificazione tra le forze della dissidenza, e quindi, a scanso di pericoli, era meglio eliminare chi si faceva portatore di una simile istanza. L’omicidio politico era una prassi abbastanza consueta in quegli anni (vedremo poi che anche militanti del Partito Comunista Internazionalista furono uccisi dagli stalinisti).

Nel Lazio e a Roma agiva il Movimento Comunista d’Italia (organo: "Bandiera Rossa"), un gruppo molto forte e formato anch’esso in buona parte da elementi d’orientamento staliniano. (Sarebbe interessante capire come e perché Bandiera Rossa incappò pesantemente nelle retate tedesche dopo l’attentato di via Rasella. Benché le interpretazioni al riguardo debbano essere valutate con cautela, provenendo da gente di destra, sembra che ci sia stata un’azione del PCI affinché venissero catturati molti militanti e quadri di Bandiera Rossa. Comunque sia, questa organizzazione fu decapitata alle Fosse Ardeatine.)

Nel Sud Italia erano attive altre formazioni, tra cui la Frazione di Sinistra dei Socialisti e Comunisti Italiani, che si basava sull’azione condotta dalla CGL di Napoli, su posizioni classiste. Questo movimento, sul finire della guerra, si fuse con il Partito Comunista Internazionalista.

Passiamo ora a quest’ultimo. Differenziandosi in ciò nettamente dalle altre organizzazioni del dissidentismo, il Partito Comunista Internazionalista si richiamava al Partito Comunista d’Italia del ’21 e alla Frazione Italiana della Sinistra Comunista, attiva nell’emigrazione all’estero sotto il fascismo. Il suo organo clandestino era "Prometeo" (1943-45). In alto a sinistra, sopra la testata del giornale era scritto: "Anno XXI, serie III", per segnare la continuità con il "Prometeo" che la Sinistra Italiana aveva pubblicato a Napoli nel ’24 e con quello che la Frazione aveva fatto comparire in Francia dal ’28 al ’38. Inoltre, sotto la testata del primo numero del giornale, ben in grosso e sottolineato, si leggeva: "Sulla via della sinistra". È con il numero due, dicembre 1943, che appare la dicitura "Organo del Partito Comunista Internazionalista".

L’articolo di fondo che apre il primo numero di "Prometeo" ne esplicita fin dal titolo le posizioni: Alla guerra imperialista il proletariato oppone la ferma volontà di raggiungere i suoi obbiettivi storici. Il Partito Comunista Internazionalista nasce nel ’43 – ma già alla fine del ’42 alcuni militanti si erano organizzati – con l’idea che si sarebbe potuto ripetere quant’era avvenuto nel primo dopoguerra. Era ritenuta prossima una nuova ondata rivoluzionaria, simile a quella che aveva investito la Russia nel ’17 e l’Europa alla fine della Grande Guerra. Agli occhi dei comunisti internazionalisti la lotta per la liberazione nazionale non aveva alcun senso da un punto di vista rivoluzionario: partecipare alla difesa della propria patria significava infatti inserirsi in uno dei fronti militari del capitalismo.

"Prometeo" interpretò la caduta del fascismo, nel luglio ’43, come l’abbandono dei fascisti al loro destino da parte della classe dominante. Un volantino dell’agosto successivo affermava: "La borghesia, la monarchia, la Chiesa – creatori e sostenitori del fascismo – che buttano oggi Mussolini in pasto al popolo per evitare di essere travolti con lui, e che assumono vesti democratiche e popolaresche per poter continuare lo sfruttamento e l’oppressione delle classi lavoratrici non hanno nessun diritto di dire una parola nella crisi attuale: questo diritto spetta esclusivamente alla classe operaia, ai contadini e ai soldati, eterne vittime della piovra imperialistica".

Durante il periodo badogliano, cioè tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, il Partito Comunista Internazionalista si batté soprattutto per la fine immediata della guerra. Con questa parola d’ordine s’inserì negli scioperi dell’estate ’43 e poi in quelli del dicembre successivo. (Non è qui possibile prendere in esame una serie di altri avvenimenti importanti, come per esempio gli scioperi del marzo-aprile ’43, che furono lotte economiche del proletariato, contro la mancanza di generi alimentari, i licenziamenti, le riduzioni di paga. È questo il terreno su cui, a Milano e a Torino, i proletari si compattarono e si mossero, non contro il fascismo, come poi è stato raccontato dalla storiografia resistenziale, bensì contro il potere del governo – fascista o democratico che fosse – che rendeva insopportabili le loro condizioni di vita.)

Il Partito Comunista Internazionalista, nel dicembre ’43, lanciò un appello per la creazione di un fronte unico proletario. Vi leggo un volantino che venne diffuso in questa occasione:

"OPERAI MILANESI!
Voi avete incrociato le braccia. Soddisfatte o no le vostre richieste di oggi, voi vi muovete fatalmente in un vicolo cieco e sarete, in breve, costretti ad incrociare ancora le braccia.
Perché?
Perché i capitalisti e il governo nazi-fascista, responsabili della guerra, sono incapaci non solo di risolvere la tremenda crisi che ha polverizzato l’economia nazionale, ma persino di sfamare voi e le vostre famiglie, costringendovi ancora a fabbricare cannoni per la guerra.
OPERAI!
Un solo mezzo avete per uscire dalla crisi: fare della vostra forza di classe una cosciente forza rivoluzionaria. Solo unendovi compatti contro la guerra, contro il capitalismo, contro gli sfruttatori di ogni colore che si servono delle vostre braccia e della vostra vita per la loro lotta criminale di dominio, solo spostando la vostra azione dal terreno economico a quello politico, riuscirete a spezzare le catene che ancora vi imprigionano.
OPERAI!
Al capitalismo, colpito a morte dalla sua stessa guerra, contrapponete ora la vostra capacità e la vostra forza di nuova classe dirigente.
Contro il fascismo, che vuole la continuazione della guerra tedesca, e contro il Fronte Nazionale dei sei partiti, che vuole la continuazione della guerra democratica, voi organizzatevi sul posto di lavoro, cementate in un FRONTE UNICO PROLETARIO i vostri comuni interessi, il vostro stesso destino di classe che vi indica come già iniziata la lotta decisiva per la conquista del potere.
Il Partito Comunista Internazionalista è al vostro fianco.
Abbasso la guerra fascista!
Abbasso la guerra democratica!
Viva la rivoluzione proletaria!
[Firmato:] Il Partito Comunista Internazionalista".

Ovviamente, le posizioni del partito Comunista Internazionalista gli attirarono una condanna durissima da parte del PCI. Questa condanna non fu soltanto verbale – "agenti del fascismo e della Gestapo", così venivano definiti gl’internazionalisti sulla stampa picista – ma arrivò fino all’eliminazione fisica di suoi militanti, come Mario Acquaviva e Fausto Atti.

Visto che domani è il 25 aprile, vorrei leggervi un altro volantino del Partito Comunista Internazionalista, diffuso nelle settimane successive alla Liberazione col titolo:Proletari! Disertate i C.[omitati] di Liberazione Nazionale. Eccone il testo:

"I dirigenti cosiddetti comunisti (che noi chiamiamo giustamente voltagabbana, per il semplice fatto che hanno tradito l’idea base del partito sorto a Livorno nel 1921) si atteggiano a difensori dei partiti componenti il C.[omitato] di L.[iberazione] N.[azionale] (vedi Unità di domenica 17 giugno) i quali, essendo rappresentanti della classe borghese, sono di conseguenza i creatori del metodo fascista, il quale fu creato dalla borghesia per impedire la marcia trionfale del proletariato verso la presa del potere politico. Dire come è stato detto da un massimo esponente del centrismo [NdC: i comunisti internazionalisti in questi anni definivano centrismo lo stalinismo]: che il fascismo è stato un errore commesso dalla borghesia, è una menzogna a duplice portata, poiché da una parte si vorrebbe ridurre ad un semplice sbaglio (e perciò riparabile in sede giuridica) le grandi sofferenze ed il sangue versato dal proletariato in un quarto di secolo, e dall’altra negare la realtà di un periodo di dominazione capitalista sulla base dei propri interessi classisti di accumulazione di ricchezze e di mantenimento dell’autorità borghese nei confronti di un proletariato combattivo, ed infine negare il ruolo di avanguardia nella provocazione alla guerra, di quella guerra voluta del capitalismo poiché tutta la società capitalista mondiale era contaminata alle sue stesse basi. Il fascismo non è uno sbaglio ma bensì l’arma controrivoluzionaria che la borghesia sa servirsi in date situazioni, in dati settori del mondo capitalista.
PROLETARI!
Oggi sul settore italiano il metodo fascista ha finito il suo ruolo di conservatore degli interessi di classe del vostro nemico, al suo posto subentra un altro metodo che ha come base la demagogia, l’imbroglio e la deformazione delle idee proletarie, anche questa volta la borghesia non commette uno sbaglio, anzi per essa è una vera cuccagna di poter servirsi di organismi ad etichetta proletaria per convogliare il proletariato al carro della ricostruzione, vale a dire al carro dello sfruttamento, di poter avere dei ministri di governo "comunisti". Quello che conta per il capitalismo è una sola cosa: impedire al proletariato di trovare il filo di congiunzione con le vecchie battaglie e continuare così il grande cammino della lotta di classe verso la sua totale emancipazione economica e politica.
LAVORATORI!
Ieri con il fascismo, oggi con il C. di L.N., la borghesia continua a dominare e ad illudervi. Il centrismo dirigente ci chiama traditori? Noi rispondiamo che se si tratta di traditori della patria possono risparmiare il loro fiato, noi come tutti i proletari non abbiamo patria, abbiamo una classe che si chiama proletariato, se per traditori si vuole alludere alla nostra posizione contro la guerra e alla nostra parola d’ordine: proletari disertate e sabotate la guerra, ebbene per noi è un onore immenso di avere denunciato il massacro tra i proletari dei diversi paesi. Se infine noi siamo dei traditori perché non apparteniamo al C. di L.N. dichiariamo subito che questi insulti non ci toccano poiché si deve provare che il Partito Internazionalista ha tradito la causa della classe proletaria e la sua rivoluzione, anzi denunciando al proletariato il C. di L.N. noi non facciamo altro che continuare a smascherare il mostro capitalista disposto a trasformarsi esteriormente in ogni situazione pur di mantenere intatto il suo metodo di prelevamento del sangue e dei sudori sul lavoro degli operai e lavoratori tutti. Noi non crediamo sia un insulto quello di dire che nel C. di L.N. si rintana il capitalismo nelle sue diverse spoglie, fascismo compreso, noi non crediamo sia un insulto dichiarare che il centrismo collabora con i peggiori nemici del proletariato, che ha rinunciato ad ogni principio classista accentuando i principi antiquati della borghesia patriottarda. Il vero insulto verso il proletariato è proprio quello di chiamarsi Comunista da parte di un partito il cui contenuto politico rappresenta tutto, salvo l’idea rivoluzionaria classista.
Abbasso i disfattisti della rivoluzione proletaria!
Abbasso i collaboratori e conservatori del dominio borghese!
W la rivoluzione proletaria italiana e mondiale!
[Firmato:] Il Comitato federale di Torino e provincia del Partito Comunista Internazionalista".

È una citazione lunga, ma non ho voluto rinunciarvi perché mi pare che questo volantino sintetizzi efficacemente il contenuto di questa parte della mia relazione.

Arturo Peregalli aveva svolto un approfondito studio sulla Resistenza e sui gruppi che si erano allora posti alla sinistra del PCI (i frutti di questo lavoro sono raccolti nel volume L’altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945, Graphos, Genova, 1991). Sua intenzione era di estendere la ricerca a livello europeo. Purtroppo la malattia e poi la morte gli hanno impedito di portare a termine l’impresa. L’unica parte finora apparsa è quella contenuta nel libro Contro venti e maree. La Seconda Guerra mondiale e gli internazionalisti del "Terzo Fronte". Capitolo quinto. Grecia: Aghis Stinas e l’Unione Comunista Internazionalista (Colibri, Paderno Dugnano, MI, 2002).

Nel progetto originario del libro, Arturo e io volevamo prendere in considerazione, per quanto riguarda la Francia, la Frazione Italiana della Sinistra Comunista (la cui azione di quegli anni non è ancora stata studiata), i Revolutionäre Kommunisten Deutschlands (RKD), l’Organisation Communiste Révolutionnaire (fuoruscita dal trotskismo) e, infine, l’Union des Communistes Internationalistes (una formazione, nata nel ’42-43, alla quale partecipò anche Maximilien Rubel). Sono, tutti questi, gruppi estremamente minoritari, i cui aderenti si contano nell’ordine delle decine. Gli altri capitoli avrebbero dovuto trattare di Grandizio Munis (che a quel tempo viveva in Messico), dei comunisti dei consigli olandesi (che s’opposero anch’essi alla guerra) e del gruppo animato da Henk Snevlieet (il Marx-Lenin-Luxemburg Front). Il libro avrebbe cercato, insomma, di fornire un quadro a livello europeo di quelle che erano state le posizioni internazionaliste e di riportare alla luce l’attività degli uomini che vi si erano ispirati.

È questo, a mio avviso, un compito importante, non solo da un punto di vista storico ma anche per l’oggi, vista la situazione nella quale ci troviamo a vivere: una situazione che se non è ancora di guerra ne è la preparazione, una situazione in cui si cerca di compattare proletariato e popolo tutto a sostegno delle esigenze del capitale, nella lotta comune a un nemico fantomatico, il quale trova una definizione assai generica qual è quella di terrorismo. La settimana scorsa un piccolo aereo è andato a sbattere contro il grattacielo Pirelli a Milano. Immediatamente, il presidente del senato ha dichiarato trattarsi di atto terroristico, salvo poi dover ammettere, a malincuore, ch’era stato un incidente. Non essendo crollata alcuna Torre Gemella, non è stato stavolta possibile unire l’Italia, lavoratrice e non, contro l’immane pericolo, il nuovo demone terrorista.

Oggi, quando sotto la copertura di interventi "umanitari" e di operazioni di "giustizia infinita" le diverse frazioni del capitale mondiale cercano di assicurarsi la conquista di posizioni strategiche in vista d’un futuro conflitto, è tanto più utile ribadire qual è la posizione del comunismo rivoluzionario di fronte alla guerra e alle Sacre Unioni cui sempre i proletari vengono richiamati.

Rivista n°42, ottobre 2017

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