Appunti sulla storia della Sinistra Comunista 'italiana' e la formazione del Partito Comunista Internazionalista 1945-1952 (2)

III – La guerra e la nascita del Partito Comunista Internazionalista

a – Verso lo scioglimento della frazione all'estero

Cercheremo qui di indicare brevemente le difficoltà dell'esistenza politica della Frazione, anticipando che, dal nostro punto di vista, il fondamentale giudizio storico su di essa non si basa sul fatto di aver considerato se stessa il 'solo canale' sulle cui basi programmatiche potesse piantarsi la ripresa del movimento di un domani, quanto nell'aver saputo indicare che gli insegnamenti fondamentali di ogni futuro lavoro programmatico andavano cercati nell'inflessibilità adottata dal Partito bolscevico nel 1917, nel saper riconoscere i nemici anche quando questi si presentavano nelle vesti più amichevoli e, una volta tagliati i ponti con essi, nel non essere colti dal 'cacadubbismo'.

Nel settembre 1939 scoppia la guerra e la Frazione viene colta impreparata perché non aveva creduto a questa possibilità: con la teoria sulle "guerre localizzate" e la conseguente "economia di guerra" si credeva che il capitalismo avrebbe potuto assorbire le proprie contraddizioni.

Il Belgio e la Francia sono invase ben presto dall'esercito tedesco e i componenti della frazione devono entrare in clandestinità. Perrone dichiara la fine organizzata della Frazione a causa "della inesistenza sociale del proletariato". Un piccolo gruppo si oppone a questa indicazione e riannoda i fili fra Francia e Belgio costituendo nel 1942 la Corrente Comunista Internazionalista (CCI) sulla base della a) condanna del trotskysmo e della sua politica di "difesa dell'URSS"; b) rifiuto della bipolarità fascismo-democrazia; c) rifiuto dell'ormai superato concetto di "partiti centristi".

Nell'ottobre 1942 vi è un grande sciopero generale alla FIAT; a questo segue nel marzo 1943 un'ondata di scioperi in tutta Italia. I vertici dello Stato italiano vengono scossi, il 25 luglio dello stesso anno, dalla sostituzione di Mussolini con Badoglio. Oltre che in Italia pure in Germania si sviluppa un movimento di scioperi.

A partire da ciò, nei pochi gruppi di sinistra comunista rimasti si fa largo l'idea che una 'nuova era rivoluzionaria' si stia aprendo negli anelli deboli della catena imperialistica, dati da Germania e Italia. Se a suo tempo si era detto che il 'solo canale' poteva passare per il lavoro della Frazione, ora si riconosceva giunto il tempo di lavorare alla formazione di un tale partito. Vercesi ed altri con lui di oppongono con l'affermazione che questo avrebbe significato solamente una caduta in un attivismo e volontarismo velleitario. Tutte queste discussioni – che in ogni caso poggiano sempre più sull'onda dell'emotività più che su salde basi teoriche – vengono sintetizzate lungo la pubblicazione di otto numeri del Bullettin international de discussion, con i seguenti temi fondamentali: a) inesistenza sociale del proletariato, b) natura dello Stato russo, c) causa della sconfitta della rivoluzione russa, d) natura dello Stato della "dittatura del proletariato: istituzione estranea al socialismo", e) teoria dell'economia di guerra.

La fine della guerra nel 1945, con la vittoria delle potenze antifasciste (e la "conferma che l'Italia alla fine è sempre dalla parte del vincitore" ), vede la crisi generale delle opposizioni di sinistra comunista che, nonostante gli sforzi di affrontare quei nodi teorici e programmatici indispensabili alla ripresa del movimento rivoluzionario, a questo punto si lasciano andare ad una specie di 'frenesia di organizzazione' conseguente al giudizio sull''era rivoluzionaria' che si sarebbe aperta con gli scioperi del '43 e che avrebbe indicato Germania e Italia come gli anelli deboli della catena imperialistica .

Nel frattempo giunge dall'Italia la notizia che si era formato nel Nord un Partito Comunista Internazionalista e la frazione 'italiana' della Sinistra comunista, in una Conferenza del maggio '45, decide il proprio auto-scioglimento e, con il ritorno in Italia, l'adesione individuale al partito appena formato: adesione che avverrà più sull'onda di un contingente entusiasmo che su una chiara consapevolezza programmatica.

Gli 'anelli deboli' Germania e Italia si mostrano, e non solo per la presenza delle forze di occupazione 'democratiche', tutt'altro che ossa da rosicchiare facilmente. La nuova 'era rivoluzionaria' si mostra tale solamente come prodotto di desideri soggettivi.

Le illusioni sulla nuova 'era' e la successiva constatazione della mancata ripresa rivoluzionaria, produrranno un effetto centrifugo delle varie forze di sinistra comunista che, al di fuori e contro ogni concezione trotskysta, avevano cercato di riorganizzarsi negli anni sulla base di una ripresa del marxismo che non fosse formale e pappagallesca ripetizione del testo sacro o, al suo contrario, formale rifiuto e sacro orrore per i misfatti della forma-partito .

b – Il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista)

Nel corso del 1943, si costituisce nel Nord Italia il Partito Comunista Internazionalista attorno ad un piccolo nucleo i cui principali animatori sono Onorato Damen, Bruno Maffi, Mario Acquaviva (che verrà ucciso dagli stalinisti nel 1945 ad Asti), ecc.. Nel novembre dello stesso anno esce il primo numero di Prometeo, pubblicato clandestinamente. L'Italia è divisa in due e non vi sono contatti con i gruppi del Sud. A differenza di altre formazioni tipo Bandiera Rossa e Stella rossa che vedono nella vittoria del campo democratico "il trionfo delle forze della civiltà", Prometeo denuncia senza esitazioni la falsa contrapposizione fascismo-democrazia con conseguente condanna di ogni 'partigianesimo'. Non vi è alcun indifferentismo nelle parole di Prometeo. Esso non dice che non bisogna combattere contro il nazismo e contro il fascismo: esso afferma semplicemente che 'combattere il nazismo' è una cosa e 'combattere il tedesco' è un'altra . Bisogna uscire dunque da ogni logica nazionalista e comprendere che il proletariato inglese, tedesco e italiano fanno parte di un'unica classe che deve muoversi nell'unica direzione di abbattere la macchina statale inglese, tedesca e italiana. L'indicazione di classe può essere allora una sola: fraternizzazione dei proletari delle varie nazionalità.

In questa sua lotta, gli elementi del PCInt, rifacendosi alla chiara tradizione dei primi anni '20 nel PCd'I, esprimono posizioni che non ammettono dubbi. Ciò non significa che il loro lavoro sia privo di "balbettii": lo Stato russo viene definito ancora uno Stato 'proletario' e gli stalinisti vengono definiti ancora 'centristi'.

Nel corso del '44 si costituiscono diverse Federazioni le più importanti delle quali si trovano a Torino, Milano, Cremona. Il PCInt conta ora dai mille ai duemila iscritti. Fra gli operai vengono formati diversi "gruppi di fabbrica" che si contrappongono alle "commissioni interne del PCI.

A partire dal giugno '44 il lavoro si orienta pure verso le formazioni partigiane. Questo porta ben presto il PCInt a delle contraddizioni, cioè a non affrontare più il problema della guerra in modo unitario: "Gli elementi comunisti credono sinceramente alla necessità della lotta contro il nazi-fascismo e pensano che una volta abbattuto questo ostacolo, potranno marciare verso la conquista del potere, battendo il capitalismo" . Se è corretto porre unitariamente il problema della lotta contro il fascismo e la democrazia, ovvero la contemporanea lotta del proletariato contro tutte le macchine statali della borghesia, non lo è più qualora si scindono i tempi in un "prima" e un "dopo" di tale lotta nei confronti delle macchine statali del nazi-fascismo, scivolando così verso una specie di intermedismo da 'programma di transizione' che si era sempre condannato nel trotskysmo e che aveva caratterizzato lo stalinismo fin dagli anni '20.

Non avendo ancora una ben definita piattaforma programmatica, con l'aumento della sua influenza, il PCInt deve nel corso del '44 dotarsi di uno "Schema di programma" che definisca a) le prospettive della rivoluzione nel quadro della vittoria militare del fronte antifascista, b) la natura dello Stato democratico che su queste basi verrà costituito, c) il campo d'intervento delle proprie forze.

Come già accennato, il linguaggio resta sempre indeterminato (la Russia definita "Stato proletario", gli stalinisti e trotskysti definiti "centristi", anche se si sottolinea che questi non sono partiti di sinistra dello schieramento proletario, ma di sinistra di quello borghese. Resta da chiedersi in ogni caso se si tratta solamente di 'linguaggio inappropriato', oppure se questo linguaggio sia realmente appropriato ad un balbettio (per usare le parole di Bilan di qualche anno prima) che è tutt'altro che terminologico, quanto programmatico.

In ogni caso, nello Schema si indica che il lavoro di organizzazione a carattere sindacale del proletariato andrà nella direzione della costituzione dei 'Consigli di fabbrica', in contrapposizione con la tendenza a creare frazioni all'interno del sindacato, considerato 'cinghia di trasmissione' per la propaganda antifascista .

Ma è probabilmente sul problema dello Stato e, in particolare della dittatura del proletariato, che l'impostazione programmatica del PCInt rivela tutta la sua debolezza. Prendendo ad esempio il vecchio episodio di Kronstadt, si afferma che quando avvengono scontri fra lo Stato "operaio" e proletariato, il partito comunista deve schierarsi con il proletariato:

"La dittatura del proletariato non può in alcun caso ridursi alla dittatura del partito […]. Lo Stato ed il partito al potere, in quanto organi di una tale dittatura, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo, tendenza che si sviluppa e si realizza, come ha dimostrato l'esperienza russa, per l'incapacità momentanea della rivoluzione in un dato paese ad estendersi, collegandosi al movimento insurrezionale degli altri paesi" .

Qui il balbettio comincia a diventare qualcosa d'altro: discorsi da vecchio kaapedismo che non permettono di comprendere il legame organico che si deve porre fra proletariato, rivoluzione, classe-partito-classe dominante.

Lasciamo ora il PCInt del Nord e vediamo cosa succede al Sud.

Nell'Italia liberata dai nuovi occupanti, si formano gruppi che si richiamano alle posizioni di Livorno '21; La Sinistra proletaria a Napoli, L'Avanguardia a Salerno, Il proletario a Roma. Da sottolineare che queste formazioni preoccupavano non poco la direzione del PCI che, a causa delle leggi eccezionali del fascismo prima e della guerra poi, aveva visto allentarsi il controllo diretto sulla base del partito. Nel Sud, vi erano delle Federazioni e sezioni del partito di Togliatti che si richiamavano, pur se confusamente, "a Bordiga".

Questi gruppi sperano ancora nella possibilità di propaganda all'interno dei "centristi" e lavorano per "1) riportare i partiti di sinistra sul terreno della politica di classe, finché ne esista ancora la possibilità; 2) trasformarsi in partito autonomo quando il recupero dei partiti esistenti si rivelerà del tutto impossibile e quando la situazione imporrà la netta separazione delle forze rivoluzionarie dalle forze reazionarie" . Esempio di questo "entrismo" è dato dal fatto che a capo della Federazione di Cosenza rimane per molto tempo Natino La Camera che farà poi parte, fino alla sua morte del PCInt (Programma Comunista).

La guerra ormai viaggia verso l'epilogo della sconfitta militare del nazi-fascismo. Il 6/7 gennaio 1945 si riunisce a Napoli la conferenza della Frazione (presenti dei rappresentanti di Bandiera Rossa e Stella Rossa) dove viene sottolineata la volontà di lavorare alla "costituzione del vero partito di classe" .

Di fronte alla guerra, il giudizio è netto: rifiuto della contrapposizione fascismo-democrazia, dunque del partigianesimo e del CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) che dovrà elaborare le linee guida del nuovo Stato democratico difeso da ogni velleità di 'ingerenza straniera" … dalle armate anglo-americane presenti sul territorio italiano, massicciamente aiutate dalle rispettive flotte da guerra.

Il lavoro indipendente della Frazione dura fino al luglio 1945: momento in cui decide la fusione con il PCInt di Damen e Maffi. Tale fusione – attenzione: non scioglimento della frazione e conseguente adesione individuale al PCInt – denota non poca carenza programmatica e debolezza intrinseca dello stesso.

Una breve nota merita la Federazione delle Puglie del PCI. Fin dal 1926 si era schierata con Bordiga e durante il fascismo ha avuto una evoluzione simile a quella della Frazione all'estero. Costituisce nel 1944 il Partito Operaio Comunista che aderisce alla IVa Internazionale . Nel '47 rompe con il trotskysmo rifiutando il Programma di Transizione ed ogni posizione intermedista. In occasione delle elezioni politiche del 1948 – alle quali partecipa pure il PCInt – denuncia il "carnevale elettorale". Dopo il '49 il POC si dissolve gradatamente e i suoi militanti confluiscono nel PCInt (Battaglia Comunista).

Torniamo dunque al momento della fusione di tutte le forze che fanno riferimento alla vecchia SCi. Nei mesi successivi alla fine della guerra, il PCInternazionalista sviluppa la propria rete su tutto il territorio nazionale . Il giornale Battaglia Comunista è diventato settimanale e a partire dal 1946 viene pubblicato con scadenza bimensile, la rivista teorica Prometeo. A questo rapido sviluppo si accompagna in ogni caso una notevole confusione politica con grosse tendenze localistiche, particolarmente nel Mezzogiorno: la Federazione di Calabria, ad esempio, sotto la guida di Maruca e Mario Soluri aveva un proprio giornale, L'Internazionale Comunista. Sul piano 'sindacale', gli stessi gruppi di fabbrica del PCInt vivevano una certa 'vita propria'.

Comunque, sull'onda di questo sviluppo quantitativo, dal 28 dicembre 1945 al 1° gennaio 1946 si svolge a Torino la prima Conferenza nazionale del piccolo partito . Il relatore Maffi rivendica la continuità con la Frazione italiana all'estero, il cui lavoro rappresenta il legame fra l'oggi e i primi anni di vita del PCd'I. Continua poi nella difesa del lavoro di propaganda verso i proletari partigiani ("le forze sane della rivoluzione" sottolineatura nostra) che "cercavamo di orientare verso il ritorno a posizioni di classe, [allo stesso tempo che] sottoponevamo ad una critica aperta la politica ideologica del 'partigianesimo' come della guerra capitalista …".

Questa condotta del PCInt fu vivacemente criticata da Gigi Danielis :

"… una cosa deve essere chiara per tutti: il partito ha subito l'esperienza grave di un facile allargamento della sua influenza politica, dovuto a un non meno facile attivismo, non in profondità (perché difficile) ma in superficie. Voglio raccontare una esperienza personale che servirà come messa in guardia di fronte al pericolo di una facile influenza del partito su certi strati delle masse conseguenza automatica di una meno facile formazione teorica dei quadri. Mi trovavo come rappresentante del partito a Torino, negli ultimi giorni della guerra. La Federazione era numericamente forte, con elementi molto attivisti, molto giovani, numerose riunioni, volantini, un Bollettino, contatti con le fabbriche, discussioni interne che assumevano sempre un tono estremista nelle divergenze in generale o sulla guerra partigiana in particolare, contatti infine con gli elementi disertori. La posizione di fronte alla guerra era chiara: nessuna partecipazione alla guerra, rifiuto della disciplina militare da parte di elementi che si proclamavano nazionalisti. Si doveva dunque pensare che nessun iscritto al partito avrebbe accettato le direttive del 'Comitato di Liberazione Nazionale". Ma il 25 aprile mattina tutta la federazione di Torino era in armi per partecipare al coronamento di un massacro di sei anni e alcuni compagni della provincia, inquadrati militarmente e disciplinati, entravano a Torino per partecipare alla caccia all'uomo. Io stesso che avrei dovuto dichiarare sciolta l'organizzazione trovai un compromesso e feci votare un ordine del giorno in cui i compagni si impegnavano a partecipare al movimento individualmente.
Il partito non esisteva più, si era volatilizzato".

Questa denuncia di Danielis non suscita particolari discussioni e problemi, come nessuno parlerà della passata partecipazione di Perrone al Comitato antifascista di Bruxelles. Che non se ne parli è molto grave: passi per il 'problema-Vercesi' in quanto si tratta sempre dell'azione di un singolo militante, ma non può passare sotto silenzio l'atteggiamento di una delle principali Federazioni. Qui Danielis è categorico. Non è un gruppo di compagni che non esistono più; è il partito che si è volatilizzato, e l'ordine del giorno che scarica la responsabilità ad ogni singolo compagno, peggiora addirittura la situazione: di fronte a nuove situazioni del genere, o di qualsiasi altro genere, ogni compagno potrà sentirsi autorizzato alle scelte che più gli aggradano.

La Conferenza si svilupperà lungo i seguenti temi: a) la situazione attuale, b) funzione del partito, c) partecipazione alle elezioni (dove il partito raccoglierà circa 20.000 voti). Sostanzialmente, le discussioni mettono in evidenza una divisione del partito fra chi pensa non vi siano le condizioni per una influenza su strati significativi della classe (Perrone) e chi condanna ogni 'attendismo' (Damen); fra chi vuole presentare una lista elettorale del partito alle elezioni e chi rifiuta ogni partecipazione; fra chi sul piano sindacale si proclama per la conquista dei sindacati e chi pensa non sia più realistica una tale linea politica, giudicando i sindacati definitivamente assorbiti nella sfera delle istituzioni dello Stato.

Nonostante esistesse una Piattaforma politica del partito, redatta fin dal 1945 dallo stesso Bordiga anche se formalmente non era iscritto al partito, che aveva cercato di chiarire i fondamenti per una possibile ripresa del movimento di classe, tali divisioni sono inevitabilmente destinate a crescere e a cristallizzarsi irrevocabilmente. D'altra parte, come potrebbe essere possibile la realizzazione di una forza unitaria, quando l'adesione ad essa è avvenuta sulla base dell'emozione del momento (per gli Italiani della Frazione all'estero), o per fusione di gruppi organizzati (come è avvenuto a partire dall'Italia meridionale).

Le divergenze diventano sempre più profonde e, a questo punto, molti degli iscritti, fra il '47 e '48 cominciano ad abbandonare il partito che ormai è formato da autentici "blocchi". Con la scesa in campo di Bordiga che con il '49 comincia a scrivere i suoi Fili del tempo pubblicati in Battaglia Comunista, le contrapposizioni si acuiranno, soprattutto con il rigetto dell'esperienza di Bilan e con la ripresa del lavoro per i fondamenti su a) natura delle lotte nazionali, b) delle lotte sindacali, c) natura dello Stato di transizione, d) ruolo del partito comunista in tali fasi di transizione.

Il partito ormai non esiste veramente più, e quando nel gennaio 1952 il gruppo-Damen costituisce un 'Comitato del Congresso' che organizza un Secondo Congresso del Partito Comunista Internazionalista, vi parteciperà solamente il 'gruppo-Damen'.

Sarà la sanzione che ormai esistono due Partiti Comunisti Internazionalisti, con due testate contrapposte: Battaglia Comunista e Programma Comunista.

c – Aggressione all'Europa

Pur con poche parole e senza preoccuparci eccessivamente dell'ordine cronologico dell'insieme della presente relazione, dobbiamo soffermarci un po' sulle caratteristiche della seconda guerra mondiale.

Che la crisi, guerreggiata o meno, non produca automaticamente la rivoluzione è cosa constatabile anche dai ciechi. Che la crisi guerreggiata 1939-'45 non potesse produrre una ripetizione del ciclo 1917-'20 era cosa sicuramente meno prevedibile. Si vedrà successivamente che questa seconda crisi mondiale metterà in ginocchio la potenza coloniale di Inghilterra e Francia accelerando un processo di sviluppo di lotte di liberazione anticoloniale esploso nell'Africa e in tutta l'Asia: ma la comprensione delle dinamiche che si apriranno nel mondo intero sarà materia di studio degli anni successivi.

Ma in definitiva, che cosa caratterizza questa seconda guerra mondiale rispetto alla prima?

La prima guerra mondiale (vedi Lenin e i classici del tempo) non è altro che guerra per la affermazione delle rispettive zone di influenza e spartizione del mercato mondiale da parte delle maggiori potenze imperialistiche. L'Inghilterra era la potenza dominante, la Francia non scherzava di certo e la Germania pretendeva di avere una propria area di sfruttamento coloniale. Gli Stati Uniti, che a ritmo stringente aumentavano la propria potenza industriale, stava lì … pronta a portare il proprio 'umanitario aiuto'.

La pressione che l'imperialismo – sotto qualsiasi bandiera esso si mostrasse – esercitava sul mercato mondiale e che per tal motivo andava armandosi sempre più ferocemente, non era dovuta ad una particolare "politica" di aggressione che ogni nazione metteva in atto e di cui bisognasse cercare leggi particolari. Lenin ha delineato perfettamente che le leggi dell'imperialismo non sono altro che le stesse leggi del capitalismo delineate da Marx, in quanto quello non è altro che una fase, quella suprema, di questo. La simbiosi fra capitale industriale e capitale bancario, producente il capitale finanziario, è data dalla necessità di contrastare la tendenza continua a quella caduta del saggio di profitto che tanto terrorizza la borghesia.

L'imperialismo dunque non esprime nient'altro che la stessa fame di plusvalore che il capitalismo ha sempre avuto, fin dai suoi albori. Non è dunque aumentata la fame e non è più infame ora che bombarda da diecimila metri rispetto ad allora che scalpava manualmente gli uomini: grazie alle proprie contraddizioni intrinseche, ossia all'aumentataproduttività raggiunta da capitalismo, si sono ridotti i mezzi per la valorizzazione del capitale, e si è ridotto e si riduce sempre più il terreno dal quale si può estorcereplusvalore.

La guerra scoppiata nel 1914 era dunque il prodotto di una non più possibile 'convivenza pacifica' fra i maggiori imperialismi ed i loro codazzi minori, ed i milioni di morti che produsse fu il prezzo inevitabile al nuovo assetto capitalistico mondiale. Con la 'pace di Versailles' la Germania e l'Austria dovettero pagare un oneroso tributo alle potenze vincitrici Inghilterra, Francia e alla emergente America che nel 1917, dopo aver annusato l'aria odorosa di una potenziale cascata di dollari, aveva rotto gli indugi e deciso di portare il proprio contributo e partecipare 'umanamente' al grande macello. Ma quella che doveva essere la grande soluzione dei mali del capitale, con la creazione della Società delle Nazioni, si rivela una 'soluzione' posticcia, provvisoria che rimanda nel tempo la necessità della realizzazione di un reale salto del processo di centralizzazione del capitale a livello mondiale.

Il problema fondamentale per la realizzazione di una 'durevole pace' e convivenza nella 'grande famiglia delle nazioni' non è tanto la volontà di potenza della Germania in Europa, o del Giappone in Asia, o dell'Italia nell'area mediterranea. Il grande problema che la prima guerra mondiale non ha risolto e che ha potuto appena porre, è la trasbordante potenza industriale e finanziaria degli Stati Uniti che getta la sua ombra su tutte le parziali soluzioni possibili. La crisi del '29 rende indilazionabile la soluzione del rapporto fra economia mondiale e Stati Uniti.

Sistemate le questioni sociali interne e internazionali nel rapporto fra le classi, centralizzando sempre più il controllo economico e politico nelle mani dell'Esecutivo di ogni Stato, assorbendo nella propria sfera di interessi la stessa Russia, il capitalismo mondiale si appresta 'ad affidare' agli Stati Uniti il compito di porre ordine nel pollaio dell'economia mondiale.

La seconda guerra mondiale scoppia nel '39. In Europa la Germania dilaga ben presto ad Est verso la Russia e ad Ovest verso Paesi Bassi e Francia; la stessa Inghilterra è costretta a subire i bombardamenti dell'aviazione tedesca. Anche l'Italia dilaga … in Albania, mentre in Grecia si ritrova subito un calcio nel sedere. L'estremo oriente, già da tempo vive la progressiva occupazione da parte del Giappone.

Le sorti della guerra cominciano ad invertirsi con l'entrata in guerra degli Stati uniti nel 1941 e della disfatta tedesca a Stalingrado ad opera dei russi. La guerra durerà fino al maggio del 1945 e si concluderà con i Patti di Teheran e Yalta, dove i principali vincitori – Stati Uniti, Inghilterra e Russia – decideranno la nuova spartizione delle zone di influenza. La nuova 'pace' è costata una cinquantina di milioni di morti (venti milioni li ha pagati la Russia).

Gli Stati Uniti hanno ora la possibilità di risolvere il loro maggiore dilemma: "come massimo paese industriale soffocato dalla stessa sua gigantesca struttura, hanno bisogno di ampliare continuamente il raggio delle proprie esportazioni attraverso un sistema di commerci multilaterali; come massimo paese creditore sono costretti a favorire la ripresa economica dei debitori, cioè a permettere loro di aumentare nella stessa, anzi in una superiore misura le proprie capacità di esportazione" . Nel Manifesto dei Comunisti si afferma che per superare le proprie crisi periodiche, il capitale è costretto a 1) conquistare nuovi mercati, 2) sfruttare più intensamente i vecchi mercati, 3) distruggere quanto ha prodotto. Con le distruzioni della guerra dunque, gli Stati Uniti principali vincitori hanno ora la possibilità di uscire definitivamente dalla propria vecchia crisi del '29. Ma devono completare l'opera: aiutare la ricostruzione degli apparati produttivi dei vinti per alimentare lo scambio produttivo di merci.

Ecco allora il 'piano Marshal': piano indispensabile alla ricostruzione dell'Europa e del Giappone e soprattutto indispensabile all'America per non soffocare nella propria pletora di merci e di capitali. Si mostra sempre più come l'insieme dell'economia mondiale non possa più essere trattata come somma di economie nazionali: già al 1945 tutto si comincia ad intravvedere come il mondo abbia estremo bisogno della potenza dell'economia statunitense allo stesso modo che questa ha bisogno del mondo e delle sue rovine.

Nel 1945, la corsa militare degli Stati Uniti si è fermata a Berlino occupata per prima dai Russi. Le forze americane, più a Sud, erano giunte fino a Praga e Patton avrebbe voluto continuare nella sua marcia verso Est, ma viene prontamente fermato dallo Stato Maggiore americano. La divisione dell'Europa era ormai stata sancita fra Russi e Americani e in ogni caso questi ultimi aveva in serbo un'arma ben più potente del piccolo carro armato e del grande bombardiere: la potenza del dollaro.

In Battaglia Comunista si osserva "avanzare un nuovo personaggio: l'ufficiale giudiziario internazionale. Sappiamo bene come agisce nel campo nazionale. Egli è molto più potente del gendarme, se pure non rechi altre armi che una vecchia borsa di cuoio e sia fisicamente misero e umilmente vestito: infatti i suoi stipendi sono assai più bassi di quelli dei militari, …. Ma la sua potenza legale e civile è tanto tremenda, che molte volte la vittima, quando ha esaurito negli espedienti della tragica guerra cartacea, al vederlo giungere tremolante e inerme sbigottisce al punto che, lungi dal tentare di offenderlo e ributtarlo, si fa da se stessa saltare le cervella. Egli guadagna la battaglia senza sporcarsi le mani, e senza imbrattarsi il certificato penale o compromettere l'assoluzione da parte del confessore.

In tal modo il dollaro con la sua organizzazione mondiale di anticipazione ai poveri, muove alla conquista d'Europa fino ed oltre gli Urali, e ne pianifica il successo senza ricorrere alle traiettorie di siluri atomici e di aerei di invasione per la via polare".

La partecipazione dunque dell'America alla guerra del 1914-'18 e del 1939-'45 non è altro che un unico cammino, "tappe di un'unica invasione, passata da Versailles nel 1917-'18, diretta a Berlino. Solo a Berlino? No, insensati, allora plaudenti, diretta anche a Mosca" .

Nel 1989 crolla il Muro di Berlino e con esso si manifesta la "grande confessione" attesa fin dal tempo del Dialogato coi morti (apparso in Programma Comunista nel 1956). Non è il comunismo che crolla ad Est, ma la grande mistificazione che un qualsiasi comunismo, stalinisticamente considerato a base nazionale, possa convivere in 'pacifica emulazione" con il capitalismo. Molti si aspettavano il grande scontro USA-URSS a suon di atomiche o per lo meno a suon di classiche cannonate. Nulla di tutto ciò: come la potenza della sterlina inglese aveva a suo tempo disgregato il vecchio impero dei Manciù, così il dollaro ora aveva disgregato alla base il cosiddetto 'mercato socialista' di Mosca, con tutti i muri che pretendevano di proteggerlo.

IV – Programma Comunista

La sconfitta del movimento comunista in Europa va dunque inserito in questo grande processo di centralizzazione del capitale mondiale.

Ma, ricordando quanto detto a Rimini la scorsa estate, non solo processo di centralizzazione, ma anche di ulteriore sviluppo a livello mondiale dello stesso capitalismo, dato dal definitivo crollo dei vecchi imperi coloniali e le conseguenti grandi rivoluzioni nazionali che coinvolgono oltre all'Africa, soprattutto la Cina e l'India.

A settembre dello scorso anno abbiamo visto con Struttura economica e sociale della Russia d'oggi e Russia e rivoluzione nella teoria marxista, come Bordiga riprenda il concetto del Merhing a proposito del fatto che la rivoluzione marciava da Ovest ad Est e che, per tale motivo, in Europa vi fosse stata una falsa situazione rivoluzionaria e che quindi l'autobus della rivoluzione comunista non vi era passato. Il movimento – l'Internazionale Comunista, con le sue sezioni nazionali – che si era sviluppato in Europa era l'onda d'urto della rivoluzione che era esplosa sì nell'area slava e che aveva portato al potere il partito bolscevico, ma in ogni caso ora marciava prepotentemente verso l'Asia. Era questa la rivoluzione delle forze del capitalismo che, nella sua corsa verso Est, non poteva nascondere le proprie contraddizioni, date dal movimento reale del comunismo sempre presente al suo interno, e che di tanto in tanto mette alla prova gli uomini, insegnando loro come si sarebbero dovute forgiare le armi proprie della futura rivoluzione comunista mondiale.

Abbiamo sottolineato a settembre che la rivoluzione borghese è un momento interno alla storia generale delle rivoluzioni e quindi interno alla storia dell'umanità: e in quanto tale va vista, come tutte le altre, come una nostra rivoluzione che aprirà la strada a quella definitiva, quella comunista. Compreso questo, non dovrebbe essere difficile comprendere che il suono della rivoluzione percepito in Europa negli anni '20 va paragonato all''effetto Doppler'. Come il rumore di una sirena che si allontana da un ascoltatore fisso, la rivoluzione avvisava che si stava allontanando verso Est e che ben altro era, da quelle parti, il suo suono.

Si vuol forse dire che allora va considerato inutile il movimento comunista degli anni '20? In buona fede non si può porre una domanda del genere: sarebbe come dire che consideriamo inutile il movimento di Spartaco contro Roma, o il movimento dei contadini di Münzer contro Lutero e i suoi principi, o quello della Comune di Parigi contro il mondo intero di allora.

Bene.

Alla fine di questo discorso, va ribadito che il segmento storico relativo alla vita del Partito Comunista Internazionalista 1945-'52 non è l'inizio di un una nuova e futura storia del movimento comunista internazionale, ma la chiusura del periodo storico apertasi con l'esplosione della Rivoluzione in Russia nel 1917 e la seguente formazione della IIIaInternazionale.

Abbiamo ricordato in precedenza le parole di Bordiga a Korsch nel 1926: "Oggi, più che la organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern. Essendo molto indietro su questo punto ogni iniziativa internazionale riesce difficile".

Bisognava dunque aspettare, "essendo molto indietro su questo punto". Evidentemente era molto difficile comprendere al 1926 quanto "indietro" e quanto tempo ancora avrebbe dovuto passare affinché il "lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica" potesse essere portato a termine.

Sicuramente non 26 anni!

Il 1952 vede dunque la nascita del giornale Programma Comunista, organo del Partito Comunista Internazionalista ... che non sarà – perché non potrà esserlo – mai un partito, pur lavorando sempre con quello spirito di partito che ha permesso la produzione di quei lavori che noi dovremo imparare a rivendicare con sempre maggiore forza …

ma questa è un'altra storia.

Appendice a – La teoria del plusvalore di Carlo Marx base viva e vitale del comunismo di A. Bordiga

In questo testo A. Bordiga critica le concezioni espresse da Antonio Graziadei (1873-1953), uno dei dirigenti del Partito comunista d'Italia, che lasciò il partito socialista nel 1921 pur essendo favorevole all'unità con i socialisti. Da precisare: non uno qualsiasi dei dirigenti del partito comunista, ma uno dei "teorici" del partito, come sottolinea lo stesso Bordiga.

Questi addebita a Graziadei l'incomprensione assoluta della teoria del valore di Carlo Marx e dunque la teoria del plusvalore. Per quest'ultimo è impossibile difendere una tale teoria, in quanto risulta impossibile quantificare l'esatto rapporto fra il tempo del lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro di ogni singolo operaio (o degli operai di ogni singola azienda) con il pluslavoro che andrebbe gratuitamente nelle tasche di ogni singolo capitalista. Entrano in gioco troppi fattori più o meno casuali, impossibili da collocare contemporaneamente e correttamente, all'interno del tentativo di un simile calcolo. L'impossibilità dunque di definire tale rapporto, porterebbe a concludere che l'unica teoria, possibile per la corretta lettura del movimento dell'economia borghese, si "riduce ad una teoria dei prezzi e tutt'al più dei 'costi' come li si può dedurre da altri fatti misurabili sul mercato, cioè da semplici operazioni di addizioni di altri prezzi" . Risulta evidente che di fronte ad una tale teoria dei prezzi, la teoria del valore e del plusvalore di Marx diventa un non-senso.

Quello che Graziadei non capisce è che Marx non parla di lavoro necessario e lavoro superfluo di ogni singolo operaio o gruppi di operai. Marx osserva tale rapporto sull'insieme della società capitalistica: con classico metodo scientifico egli parla di un capitalismo "puro" (astraendo dunque da ogni particolarità contingente) all'interno del quale può parlare del lavoro socialmente necessario, ovvero lavoro necessario in media, e di conseguenza lavoro socialmente superfluo, lavoro superfluo in media. Solo su questo piano si può sviluppare scienza economica che non ha nulla a che vedere col metodo di Graziadei che si basa esclusivamente sulle "operazioni aritmetiche che decorano i libri della Ditta tenitrice dell'azienda" .

Vi è una palese contraddizione in Graziadei: la sua "adesione" al programma della rivoluzione comunista sembra, in questo modo, basarsi su di un atto di fede nella migliore delle ipotesi, mancando la corretta visione sulla quale deve basarsi la rivendicazione scientifica del comunismo. Di fronte ad operazioni del genere, è più coerente il lavoro di un Bernstein che, partendo da premesse negatrici della teoria di Marx, giunge a conclusioni assolutamente coerenti di adesione ad uno sviluppo pacifico del "movimento socialista", ovvero ad un coerente appoggio ad una politica riformatrice del capitalismo stesso. "Bernstein era più logico, perché capiva come da quella spietata critica economica si potesse e dovesse arrivare al concetto di rivoluzione violenta e dittatura operaia, e quindi rinunziando alla premessa cadeva la conseguenza: per Graziadei la conseguenza vive al di fuori delle premesse" .

Si potrebbe pensare che, al di là di queste contraddizioni, l'importante è che "alla fine" Graziadei è per l'"abbattimento violento della macchina statale borghese", per la "dittatura del proletariato" e per il "comunismo". In fondo, potrebbe essere considerato un buon compagno di strada.

Qui Bordiga è categorico.

"E' deplorevole che vi siano compagni che valutano i pretesi portati della moderna scienza economica universitaria e accademica dimenticando l'elementare avvertimento del nostro Maestro e che si lasciano ingannare dalla ostentata imparzialità e fredda obiettività scientifica nel lavoro pettegolo di registrazione statistica […] Chi cade in un simile tranello non è degno di essere considerato un marxista comunista più del povero nostro Berti che si entusiasma alle pagine del Graziadei, e arriva a parlare di nuovi orizzonti del "criticismo marxista" cresciuto a scuola dei trattatisti borghesi in voga […] e non si accorge che si tratta dei soliti orizzonti, dal raggio notoriamente assai limitato del vecchio e ripugnante … onanismo antimarxista" .

La politica del proletariato, sottolinea Bordiga, è data dal raggiungimento dei mezzi fondamentali per realizzare i propri fini; ma tutto questo è dato a sua volta dalle premesse teoriche che la critica dell'economia politica indica fin dalla metà del XIX° secolo.

Lo scetticismo in veste di "cacadubbismo scientifico" porta a dire che "la posizione di Graziadei è insostenibile. Noi non lo vogliamo offendere, ma solo dire che il suo stato d'animo, ove fosse di natura collettiva, ci apparirebbe come quello dei comunisti che sono tali a rivoluzione avvenuta. Ecco perché vogliamo chiamare il suo revisionismo: il 'comunismo della sesta giornata'".

Appendice b – Economia del periodo di trasformazione di N. Bucharin

Un lavoro specifico sul testo di Bucharin Economia del periodo di transizione del 1920, permette di cogliere il pericolo di metodo scolastico nell'uso dei concetti presenti nel programma del comunismo: uso che, pur partendo da corretti presupposti, finisce per portare fuori strada, lungo la tangente che negli anni immediatamente successivi condurrà alla esplicita teorizzazione del "socialismo in un paese solo".

L'autore parte dalla giusta concezione che "la nuova società non può emergere improvvisamente […] I suoi elementi crescono nel seno della vecchia società […] e devono essere cercati nei rapporti di produzione della vecchia". Questi elementi della nuova società sono dati principalmente dalla socializzazione del lavoro che si sviluppa in maniera sempre più massiva con l'aumentare della concentrazione e della centralizzazione della produzione. E' nella forma cooperativa del lavoro che per Bucharin risiede il baricentro della nuova società.

E' utile riprendere completamente la nota 6 di pagina 63: "Nel Manifesto del Partito Comunista troviamo la seguente descrizione dei rapporti di cooperazione fra gli operai: "Il lavoro salariato si fonda esclusivamente (il corsivo è nostro, N. Bucharin) sulla concorrenza degli operai fra loro. Il progresso dell'industria … sostituisce all'isolamento degli operai, attraverso la concorrenza, la loro unione rivoluzionaria attraverso l'associazione. Con lo sviluppo della grande industria viene meno, dunque, sotto ai piedi della borghesia, il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti. Essa produce innanzitutto i suoi propri becchini". Marx richiama questo passo nella nota 252 alla fine del XXIV capitolo del Libro I del Capitale (Ed. popolare, pag. 691). E' del tutto chiaro che Marx non valutava soltanto il proletariato come forza che realizza il 'rovesciamento violento', ma anche come l'incarnazione sociale dei rapporti di cooperazione che crescono all'interno del capitalismo e danno fondamento al modo di produzione socialista (o comunista)" .

Ma in cosa consistono questi rapporti di cooperazione che – giustamente – secondo Bucharin danno fondamento al modo di produzione comunista? Ecco dunque, come si esprime in modo inequivocabile, nel Capitolo I, Struttura del capitalismo mondiale: "Qui si osserva precisamente il medesimo processo che avviene durante la fusione fra due o più imprenditori di differenti settori in una unità combinata, dove le materie prime vengono trasformate in semilavorati e poi in prodotti finiti; però in modo tale che il corrispondente movimento dei prodotti non viene accompagnato da alcun movimento contrapposto di denaro equivalente [dunque non vi è alcun scambio di merci]; i 'beni economici' all'interno del gruppo imprenditoriale combinato sono posti in circolazione non come merci ma del tutto come prodotti e rappresentano merci solamente in quanto vengono gettate sul mercato dall'intero complesso articolato" .

Apriamo una breve parentesi: qui Bucharin "rettifica" anticipatamente il grossolano errore di pagina 63 quando, parlando della "forma cooperativa del lavoro", scrive: "il rapporto di scambio fra gli operai è la parte componente fondamentale dell'apparato di persone in attività". Risulta evidente dall'insieme dello suo scritto, che per Bucharin, all'interno del processo di produzione di ogni singola marce non vi è alcun scambio fra gli operai parziali formanti l'operaio complessivo, bensì passaggio, trasmissione unidirezionale del prodotto semilavorato. E' proprio per tal motivo che non esiste qui legge del valore e che, quindi, tali rapporti fra gli operai – ripetiamo: all'interno del processo di produzione di ogni singola merce – rappresentano la fondamentale forza produttiva che, al tempo stesso, è la struttura portante della società comunista di domani.

Lo studio dell'economia politica, continua l'autore, mostra come l'anarchia della produzione e della distribuzione sia il fondamento della società borghese: con le sue crisi, le sue guerre. Ma le lotte del proletariato, con la sua critica teorica a tale economia politica, indica il movimento reale di una economia sociale organizzata, dove scompaiono valore, prezzo, profitto, mercato, e qualsiasi altra categoria che permetta la sopravvivenza della presente società. E tale negazione è data dalle stesse necessità di produzione delle merci che non può attuarsi senza un ben preciso piano di produzione: un piano attuato coscientemente, un piano di produzione funzionale ad un ben preciso scopo. E la cooperazione, conclude Bucharin, è lo strumento organizzativo di questo piano.

È in seguito all'analisi sull'organico operaio complessivo, che Bucharin tratteggia le analogie e differenze con l'insieme del capitalismo mondiale da una parte ed il capitalismo di ogni singola nazione dall'altra.

Il capitalismo, scrive, è "un nesso organizzato attraverso lo scambio" e lo stadio attuale (1920) vede l'esistenza di un capitalismo mondiale: l'anarchia della produzione e della distribuzione ormai abbraccia in un'unica rete il mondo intero e "come la società rappresenta una realtà che non produce prodotti ma merci, così essa (questa rete mondiale) è una unità disorganizzata.

Ma … attenzione, a questo punto Bucharin mostra di non saper padroneggiare lo strumento della critica e si appresta ad uscire dal percorso lungo la tangente.

"La struttura del capitalismo moderno è di tal genere che le organizzazioni collettivo-capitalistiche rappresentano i soggetti dell'economia: trust capitalistici di Stato".

E qui entriamo nel cuore del problema e che alla fine porterà l'autore a stravolgere completamente la corretta impostazione sulla differenza fra la divisione sociale del lavoro e la divisione manifatturiera (o aziendale) del lavoro.

"Il capitale finanziario ha eliminato l'anarchia della produzione all'interno dei paesi ad alto sviluppo capitalistico. Le associazioni imprenditoriali monopolistiche, gli imprenditori associati e le penetrazioni del capitale bancario nell'industria hanno creato un nuovo tipo di rapporti di produzione, in quanto essi trasformano il sistema capitalistico mercantile non organizzato in una organizzazione capitalistico finanziaria. Al posto di un nesso disorganizzato di un imprenditore con gli altri attraverso l'acquisto e la vendita è subentrato in crescente misura un nesso organizzato attraverso il controllo dei pacchetti azionari, attraverso la partecipazione e il finanziamento che trovano la loro personale espressione nei dirigenti comuni delle banche e dell'industria, così come dei gruppi e dei trust. Con ciò il rapporto di scambio che la divisione sociale del lavoro e la scissione dell'organizzazione sociale produttiva manifestano in imprenditori capitalisti dipendenti, viene sostituito attraverso una divisione tecnica del lavoro all'interno dell'economia nazionale organizzata" .

Secondo Bucharin dunque a questo punto, "Il mercato diviene effettivamente mercato mondiale e cessa di essere nazionale" .

Attenzione: qui Bucharin non intende che sono superati i limiti del mercato nazionale in quanto questo viene ormai inglobato in un "nesso mondiale". Egli pone una differenza quantitativa fra la divisione del lavoro a livello aziendale e la divisione del lavoro a livello nazionale. Così, come vi è una differenza qualitativa fra il "piano di produzione" all'interno dell'azienda e l'anarchia della produzione e distribuzione nel mercato, allo stesso modo, per Bucharin, si pone un parallelo fra l'economia nazionale e quella mondiale.

E qui l'autore è molto esplicito: "La riorganizzazione dei rapporti di produzione del capitale finanziario procede nella direzione della organizzazione universale del capitalismo di stato, con l'eliminazione del mercato, con la trasformazione del denaro in una unità di calcolo, con la produzione organizzata su scala statale, con la subordinazione dell'intero meccanismo economico-nazionale' agli scopi della concorrenza mondiale, cioè prima di tutto a quelli della guerra" .

Concludendo.

Seguendo l'impostazione scolastica di Bucharin siamo dunque costretti a considerare: a) data la negazione della legge del valore all'interno del processo di produzione di ogni singola merce; b) data la negazione dell'esistenza delle merci all'interno di tale processo; c) e dato che il piano di produzione è il presupposto – nel senso di movimento reale – della società comunista di domani; d) dato che tutto ciò è ormai sviluppato alla scala nazionale (mostrando una differenza qualitativa con la scala mondiale); e) possiamo allora avere il "piano di produzione reale" (o comunismo) … in un paese solo .

E' sicuro che il 1920 non è il 1926, ma Stalin da solo non ce l'avrebbe fatta.

Appendice c – La legge fondamentale dell'accumulazione socialista di E. Preobrazenskij

Ne La legge fondamentale dell'accumulazione socialista, E. Preobrazenskij si chiede (1924):

"… alla luce di sette anni di dittatura del proletariato in un enorme paese, come si configurano oggi le nostre precedenti idee sul socialismo? […] Per comprendere l'attuale fase di sviluppo dell'economia sovietica è estremamente utile effettuare un raffronto sistematico fra i primi passi del socialismo e i primi passi del modo capitalistico di produzione".

La differenza nella genesi fra i due modi di produzione, egli continua, è che la produzione capitalistica "sorge e si sviluppa nelle viscere della società feudale […] mezza disgregata dall'economia mercantile, molti decenni prima delle rivoluzioni borghesi … [le quali non sono] … che un episodio nel processo di sviluppo capitalistico. […] Le rivoluzioni borghesi iniziano quando il capitalismo si trova già in fase avanzata di costruzione del proprio sistema economico. La rivoluzione borghese non è che un episodio nel processo di sviluppo capitalistico, che inizia molto prima della rivoluzione e procede con velocità accelerata dopo la rivoluzione".

A differenza del capitalismo, il modo di produzione comunista non ha una preistoria come quello. "L'accumulazione originaria socialista [a differenza dell'accumulazione originaria del capitale, scrive Preobrazenskij] non può avvenire sulla base del capitalismo. Di conseguenza, se il socialismo ha una preistoria, essa può iniziare solo dopo la conquista del potere da parte del proletariato. [...] L'economia socialista, in quanto complesso unitario, non può formarsi in modo molecolare nelle viscere del capitalismo […] ma solo in conseguenza della rottura frontale del vecchio sistema, solo come risultato della rivoluzione sociale".

Qui va detto senza mezzi termini che la specificazione "in quanto sistema unitario" non specifica un bel nulla e può benissimo stare al posto di un inciso del tipo: "tanto per tagliare corto". Diciamo che possiamo parlare di "complesso unitario" dal momento che ci troviamo di fronte ad un oggetto che presenti caratteristiche ben precise – fissate da un corpo di leggi ben precise – che lo caratterizzano da tutto ciò che gli sta intorno. Forse che l'accumulazione originaria del capitalismo e l'iniziale periodo della manifattura, che comincia a svilupparsi nei pori della società feudale e comincia a presentare in un corpo unico le sue leggi fondamentali, non presenta le caratteristiche di un complesso unitario ben prima della rottura rivoluzionaria borghese e dunque ben prima che questo diventi capitalismo mondiale con tutte le sue mondiali contraddizioni?

Ma per l'autore ciò non vale per il comunismo, il quale nasce evidentemente dalla volontà degli uomini di farlo nascere. Da questo punto di vista, la violenza rivoluzionaria non è positivo rovesciamento della prassi che poggia sulla conoscenza di un movimento reale che nega la presente società ben prima che gli uomini ne abbiano consapevolezza e che costringe dunque questi stessi uomini a divenire strumenti della propria – del movimento reale – necessità di rompere l'involucro all'interno del quale esso è da lungo tempo incatenato. Per Preobrazenskij la violenza rivoluzionaria non può allora essere la levatrice della storia che aiuta il feto del comunismo ad uscire dall'involucro della madre capitalista.

Da parte nostra, non ci stancheremo di ripetere con Marx che

"all'interno della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti di traffico e di produzione che sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell'unità sociale, il cui carattere antitetico tuttavia non può mai essere fatto esplodere mediante una quieta metamorfosi. D'altro canto, se nella società così com'è non trovassimo già nascoste le condizioni materiali ed i rapporti di traffico ad esse corrispondenti, adeguati ad una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi)" .

Appare chiaro allora che la tesi centrale sulla quale Preobrazenskij poggia tutto il suo ragionamento è, dunque, per dirla con Marx, semplicemente "donchisciottesca". E se è profondamente errata questa tesi, ne deriva che la conseguente concezione sulla natura del nuovo modo di produzione (il comunismo) e sullo Stato della dittatura del proletariato, è altrettanto errata. Non solo: in Preobrazenskij, quando parla del capitalismo, risulta pure assolutamente nebuloso il concetto stesso di rivoluzione, che sarebbe "un episodio nel processo di sviluppo capitalistico, che inizia molto prima della rivoluzione e procede con velocità accelerata dopo la rivoluzione" (p. 9), confondendo il concetto di rivoluzione con quello di insurrezione: questo sì un episodio della rivoluzione, un punto di discontinuità che permette al nuovo modo di produzione di liberarsi del vecchio involucro e dispiegarsi in tutta la sua forza.

E come risolve l'autore il problema della transizione, dato che non si può saltare in un giorno, per decreto-legge – dal capitalismo al comunismo? Come pone il problema del rapporto fra la genesi del capitalismo e quella del socialismo? Cosa caratterizzerà la "preistoria" del socialismo?: "preistoria" che dal suo punto di vista può avere luogo solo a partire dal momento in cui il potere politico è saldamente nelle mani del proletariato?

Risponde Preobrazenskij: tale preistoria sarà inevitabilmente occupato dal periodo di una accumulazione socialista che poggi su di una "accumulazione originaria socialista" .

Quale la differenza fra i due termini?

"… il distinguere l'accumulazione originaria socialista dall'accumulazione socialista in senso proprio ha un'enorme importanza teorica. (...) Per accumulazione socialistaintendiamo l'aggiunta al capitale produttivo fondamentale del plusprodotto che non è destinato alla distribuzione supplementare fra i soggetti della produzione socialista, ma serve per la riproduzione allargata. Per accumulazione originaria socialista intendiamo l'accumulazione nelle mani dello Stato di risorse materiali provenienti prevalentemente da fonti esterne al complesso economico statale".

L'autore non si accorge che il suo discorso non può portare ad una semplice analogia fra l'accumulazione originaria capitalistica in rapporto allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, da una parte, e l'"accumulazione originaria socialista" in rapporto allo sviluppo dell'"accumulazione socialista", dall'altra. Ciò di cui egli non si rende conto è che la "cosiddetta accumulazione originaria" capitalistica, trattata da Marx nel Capitale, è la stessa cosa dell'"accumulazione originaria socialista" (come preferisce definirla Preobrazenskj) che si sviluppa nell'Unione Sovietica, in mancanza del salto insurrezionale del proletariato europeo.

E' dunque la stessa cosa, raccontata con parole diversee non è sicuramente sufficiente il potere nelle mani del partito comunista affinché le parole possano cambiare natura ai fatti materiali.

Cerchiamo di vedere meglio. Quali risorse materiali possono mai arrivare "da fonti esterne" al complesso economico statale e presenti prevalentemente all'interno della Russia? Ricordando sempre che affinché parta un qualsiasi processo di accumulazione originaria, ci vogliono delle condizioni minime quantitative di mezzi materiali per soddisfare tale esigenza; in altre parole, quando si parla di accumulazione bisogna sempre tener presente che si deve parlare di "accumulazione di qualche cosa"; cioè di materiale avente qualità particolare che si accumuli in una certa quantità. In poche parole, non basta la presenza di lavoro salariato: ne occorre una certa quantità; non bastano delle macchine, delle fabbriche, dei chilometri di linee ferroviarie, delle tonnellate di grano, insomma di capitale: ce ne vuole una certa quantità.

E quali erano queste condizioni nella Russia dei primi anni '20?

Alcuni dati sulla produzione industriale ed agricola, nonché al commercio, relativi a quegli anni – dati sui quali concordano sia la maggioranza che l'opposizione del partito comunista russo – mostrano che a fronte di un valore pari a 100 della produzione globale industriale ed agricola nel 1913, il valore per gli anni 1924-'25 scende al livello del 71%. Di questo, solo il 63,5% (ossia il 43,5% della produzione 1913!) entra nella sfera commerciale. Se consideriamo il rapporto fra la massa globale – agricola ed industriale – che giunge sul mercato e la produzione globale, possiamo notare che nel 1913 esso è pari al 35%, per abbassarsi, nel periodo 1924-'25, ad un valore del 31%.

Non è questa la sede per dilungarci sui dati economici relativi a quegli anni, però va precisato che se è giusto parlare di una discesa della produzione – per gli anni 1924-'25 – ad un livello pari al 71% rispetto al 1913, bisogna pure aggiungere che si tratta di una notevole risalita rispetto agli anni immediatamente antecedenti. Già nel 1917 troviamo un indice al 71%, che scende nel 1920 a 22%, per risalire al 31% ('21), al 51% ('24) e finalmente, nel '25, ritornare al 71% del 1917 .

Su una popolazione di 175 milioni di abitanti (Note economiche, p. 225), la quota di produzione che giunge al mercato, nel 1924-'25, è pari a 7.307 milioni di rubli, suddivisi in 2.857 per la parte agricola e 4.450 per quella industriale. Ciò significa che, utilizzando la media statistica, ogni russo ha contribuito a far circolare 16 rubli di prodotti agricoli e 25 rubli di prodotti industriali.

Questi pochi numeri possono essere indicativi per considerare che: 1) o la circolazione nel mercato interno russo è circolazione della miseria, oppure 2) la circolazione delle merci vede ancora esclusa la maggior parte della popolazione russa: vale a dire che il mercato interno quasi non esiste. La realtà dunque mostra che l'URSS degli anni 1924-'25 è ancora non solo un paese contadino, ma un paese dove predomina ancora la piccola produzione contadina. E su queste basi, altro che fuoriuscire dal capitalismo, altro che "accumulazione originaria socialista".

Lenin è stato categorico, fin dal 1921 – vedi l'Imposta in natura – quando scrive che "Non è forse chiaro che in senso materiale, economico, produttivo, noi siamo ancora nell'<anticamera> del socialismo, anzi ancora non vi siamo? E che non si può entrare nella porta del socialismo se non attraverso questa <anticamera> che noi non abbiamo ancora raggiunto?"

E questa "anticamera" non ha nulla a che vedere con l'"accumulazione socialista", né con la sua pretesa "accumulazione originaria" socialista. Noi abbiamo il pieno diritto a definirci Repubblica Socialista Sovietica, dice Lenin, perché questo termine indica la volontà della nostra dittatura di legarsi al programma della rivoluzione comunista: "l'espressione 'repubblica socialista sovietica' significa che il potere dei soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici".

Analizzando gli elementi significativi dell'economia sovietica, Lenin scrive: "quali sono gli elementi che predominano? E' chiaro che in un paese di piccoli contadini predomina, e non può non predominare, l'elemento piccolo-borghese; la maggioranza, anzi l'enorme maggioranza degli agricoltori sono piccoli produttori mercantili" (p. 311). In un tale paese, lo sviluppo del capitalismo – in assenza del movimento rivoluzionario del proletariato europeo – e, ancora meglio, lo sviluppo del capitalismo di Stato, sarebbe un enorme passo avanti: "il capitalismo di Stato è, dal punto di vista economico, incomparabilmente superiore alla nostra economia attuale ... Per chiarire ancor meglio la questione, citiamo anzitutto un esempio estremamente concreto di capitalismo di Stato. Tutti sanno qual è questo esempio: la Germania. Qui abbiamo l'<ultima parola> della grande tecnica capitalistica moderna e dell'organizzazione sistematica al servizio dell'imperialismo dei borghesi e degli junker. Cancellate le parole sottolineate, mettete al posto dello Stato militare, dello Stato degli junker, borghese ed imperialista, un altro Stato, ma uno Stato di tipo sociale diverso, di diverso contenuto di classe, lo Stato sovietico, cioè proletario e otterrete tutta la somma delle condizioni che dà il socialismo" .

Attenzione: "tutte le condizioni che permettono il socialismo, ma che non possono ancora essere socialismo, altrimenti cadremmo nella concezione di Bucharin, vista nel capitolo precedente quando parla di "trust capitalistici di Stato" nella quale verrebbe a realizzarsi divisione tecnica del lavoro all'interno dell'economia nazionale organizzata (oltretutto favorita in questo caso dalla vittoria della dittatura del proletariato).

In mancanza dunque della rivoluzione internazionale, l'unica cosa che può fare l'URSS, "l'unica politica possibile e la sola sensata", è quella di percorrere la strada del peccato originale che ha visto tutti i paesi industriali uscire dalle società feudali precapitalistiche. Ed è sicuro che questo peccato originale ha una propria legge. Bisogna aggiungere che non vi è bisogno di inventare nulla, in quanto già Marx ne aveva parlato stupendamente del I° Libro del Capitale, dove enuncia la legge di questo peccato originale, ossia la cosiddetta accumulazione originaria del Capitale.

Nella "nota n. 1" di p. 56 (La legge dell'accumulazione socialista), leggiamo: "La Nuova politica economica era 'nuova' finché durava il ricordo della 'vecchia' politica economica del comunismo di guerra a cui si contrapponeva. E' necessario eliminare questo termine. La parola NEP fu coniata all'inizio, ed essa è usata con tre significati contemporaneamente, per indicare: 1) la nuova politica economica (nuova rispetto al 'vecchio' comunismo di guerra); 2) il nostro sistema misto di economia socialista e mercantile; 3) il principio borghese della nostra economia. In luogo di <nuova politica economica> è oggi più corretto ed appropriato dire: politica di accumulazione socialista".

Qui si sfiora l'assurdo: l'accumulazione socialista è diventata "politica di accumulazione socialista", ossia volontà di andare verso una tale accumulazione. Ma l'accumulazione originaria di cui parla Marx nel Capitale non è assolutamente una politica, ma accumulo di relazioni sociali, di manifatture, di tessuti, di materiali ferrosi, di sviluppo dell'agricoltura che portano dritti alla rivoluzione borghese ed alla cosiddetta "rivoluzione industriale".

Ma per Preobrazenskij tutto ciò sembra secondario. Per lui il partito comunista al potere diventa ben più potente di re Mida: mentre questo trasforma in oro tutto ciò che tocca, quello avrebbe il potere di trasformare in oro tutto ciò di cui parla.

Ma i fatti sono più potenti delle migliori intenzioni. È chiaro che determinate parole più appropriate, aiutano ad indicare e quindi percorrere più speditamente la strada che porta alla soluzione di un qualsiasi problema. Si dà il caso però che, sullo specifico problema che stiamo esaminando, i termini "accumulazione socialista" e "accumulazione originaria socialista" siano talmente potenti da permettere non solo la formulazione della "legge dell'accumulazione originaria socialista" e della "legge dell'accumulazione socialista", ma anche la stessa "legge" - più esattamente: ideologia – della "costruzione del socialismo in un paese solo".

Conclude Preobrazenskij: "Criticando tale impostazione del problema i miei oppositori non polemizzano con me personalmente o con tutti i nostri industrialisti, ma protestano in sostanza contro tutte le condizioni oggettive nelle quali avviene la costruzione del socialismo in un paese solo e per giunta agricolo" .

Ha forse esagerato Bordiga quando, in Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, scrive che, alla data 1920, il partito comunista dell'URSS non può più dare nulla al movimento comunista mondiale?

Sicuramente, col periodo 1924-25, il partito "comunista" dell'URSS è ormai perduto!

Appendice d – Movimento reale e dittatura del proletariato

Si vogliono qui commentare brevemente delle affermazioni riportate dal Bulletin iternational, n 7, luglio 1944 [vedi pag. 185 de La sinistra comunista italiana 1927-1952(ediz. Corrente Comunista Internazionale, gennaio 1985)], e in forma diversa riprese da Battaglia Comunista [pag. 202, sempre del Bourrinet], a proposito della natura Stato e della posizione che i comunisti devono prendere nei suoi confronti.

Pag. 185: il proletariato dovrà sviluppare la sua "vigilanza politica verso uno Stato che porta in sé la potenziale ricostituzione di rapporti di produzione capitalistici… [e per tal motivo] nella sua natura, lo Stato creato dopo la vittoria dell'insurrezione proletaria, resta una istituzione estranea e ostile al socialismo".

Pag. 202: "La dittatura del proletariato non può in alcun caso ridursi alla dittatura del partito … [perché] Lo Stato e il partito al potere, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo

Nel corso della relazione abbiamo sottolineato la grande importanza data da Bilan – e solo questo basterebbe a giustificare storicamente la sua esistenza – al fatto che "la partita si gioca tra il capitalismo che intende conservare i suoi privilegi attraverso la conservazione della società borghese e il proletariato che combatte per instaurare la società comunista. Dunque la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi che lottano nel quadro esclusivo dei loro specifici interessi economici. Le due classi antagoniste fondamentali della società attuale non disputano per un organo di dominio, lo Stato, che, una volta conquistato, permetta alla classe vittoriosa d'imporre violentemente la sua sovranità. Ma la battaglia si conduce su di un fronte ben più vasto: la costruzione di una nuova società o la conservazione della vecchia".

La 'ionizzazione della storia' dunque, che in rari momenti si realizza, produce la polarizzazione delle classi sociali – borghesia e proletariato, raggruppate su poli opposti – che non sono date dalla somma di tanti individui disposti a scannarsi per far propria la torta esistente: la società così com'è. Il soggetto della lotta non è dato dalla contrapposizione delle due classi, ma dalla contrapposizione di due forme sociali: vale a dire, dalla contrapposizione di due tipi di relazioni esistenti fra gli uomini; forme coesistenti per lungo tempo perché indispensabili l'una all'altra: a) l'anarchia capitalistica che si basa sulla legge del valore e che può esistere alla sola condizione di poggiare e riprodurre costantemente la propria negazione: la socializzazione della forza lavoro, e b) la socializzazione del lavoro formante l''operaio complessivo' che può vivere e produrre valore solo negando la legge del valore. Arrivate ad un certo grado del loro sviluppo, questi due tipi di relazioni non possono più coesistere e la seconda diventa troppo potente per essere imbrigliata dalle catene della prima.

"È la negazione della negazione" e suona la 'campana a morto' della produzione capitalistica.

È dunque tale negazione della legge del valore – che è contemporanea affermazione di un modo di produzione superiore – il soggetto fondamentale che porta alla crisi del modo di produzione capitalistico e che diventa causa e motore della ionizzazione sociale. È quel particolare tipo di relazioni sociali – quel 'movimento reale' di cui parla Marx nell'Ideologia tedesca; quelle 'condizioni materiali di produzione e i rapporti di traffico adeguati ad una società senza classi' trattate nei Grundrisse – esistenti fra gli uomini, che determina il livello di conoscenza dell'esistente da parte di questi stessi uomini, il loro tentativo di superamento dell'esistente e la possibilità reale di dotarsi degli strumenti indispensabili a tale superamento.

La trasformazione del proletariato in classe, quindi in partito, è lo strumento che il nuovo modo di produzione comunista, che si sviluppa all'interno del vecchio modo di produzione capitalistico, impone.

Ecco dunque la forza dell'affermazione letta in Bilan: "la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi", e la sottolineatura 'non tra due classi' non vuole negare le classi nonché il loro urto violento a suon di cannonate: vuole soltanto sottolineare la causa profonda del moto, della conoscenza e della volontà. È sicuro che sono gli uomini a fare la storia degli uomini, si legge nei nostri 'sacri testi', come è altrettanto sicuro che essi la fanno dopo aver lasciato da parte il loro 'libero arbitrio'; la fanno: non quando vogliono, né come vogliono, ma quando le condizioni particolari della loro esistenza impongono di superare quelle condizioni stesse.

Ora, se sono le condizioni particolari di vita – la lotta fra relazioni di valore e negazione di tali relazioni – ad imporre la trasformazione del proletariato in classe e quindi inpartito, non possiamo arrivare alla conclusione che l'ulteriore passaggio del proletariato a classe dominante sia dovuto a 'libera scelta' (magari dopo approfondito dibattito) di quell'abbruttita massa di uomini che fino a poco prima, più che le caviglie, aveva il cervello incatenato.

Non vi è dubbio che questo processo si svolge lungo una sequenza temporale: t1) esiste il proletariato, t2) si trasforma in classe, quindi in partito (e questo punto è difficile da dividere temporalmente), t3) e dunque si erge a classe dominante.

Ma se vogliamo capire la natura di fondo di questo processo, dobbiamo sintetizzarlo in un momento unico, interno alla generale storia delle rivoluzioni e delle sue rotture rivoluzionarie o insurrezioni, come le si voglia chiamare. In fondo abbiamo già delineato il problema in settembre con Struttura frattale delle rivoluzioni, che cercava di mostrare come fosse perfettamente coerente e intelligibile porre, su di un foglio di carta, un piccolo segno che non tanto giustificasse, ma mostrasse l'ineluttabilità della rivoluzione comunista occupante tutto un arco storico. Indubbiamente la cosa era trattata molto schematicamente e non poteva risolvere di per sé ogni problema particolare che qui e là poteva presentarsi, ma abbiamo sempre ritenuto che gli 'schemi' siano necessari per la trattazione scientifica di qualsiasi problema .

Ecco allora che questo momento unico che racchiude tutto un arco complesso di vita dell'insieme del proletariato, ci mostra che questo si trasforma in classe, quindi inpartito, quindi in classe dominante: processo ovviamente che non ha nulla a che vedere con le classificazioni e i numeri statistici della sociologia.

Ripetiamo, allora: 'classe-partito-classe dominante' visto dal necessario piano teorico come un momento unico, determinato (dettato, imposto, ecc.) da quella necessità storica che non parte dall'ordine di 'caricaaa!' del generale Engels, ma ben prima di lui da tutto il corso dell'umanità.

Classe dominante.

Che cosa è la dittatura del proletariato se non la classe prima dominata che si pone a classe dominante dopo aver distrutto la macchina di repressione dello Stato della borghesia. Che cos'è lo Stato della dittatura del proletariato se non il proletariato che, operando una rottura insurrezionale nei rapporti di forza presenti nella società, si pone a classe dominante.

Lapalissiano si direbbe: un po' di balbettante abc del comunismo, un po' di capacità logica (e qui basterebbe quella formale, corrente del 'buon senso') e la cosa è chiara.

Ma la domanda fondamentale rimane: a cosa è dovuto questo processo? Alla volontà di metterlo in moto? All'intelligenza del 'battilocchio' (pardon: senza offesa per i Marx, i Lenin, i Bordiga, gli Alessandro, i Corrado, ecc.) di turno? Dobbiamo forse la necessità storica alla comparsa del Manifesto dei Comunisti nel 1848 oppure tale Manifesto è il prodotto di un movimento reale che è necessità storica? In definitiva, le leggi del movimento reale esistono a partire dalla nostra capacità di enunciazione, oppure esse esistono al di là di questa nostra capacità?

Marx ha enunciato le leggi del movimento del Capitale – e dunque della sua negazione – osservando la struttura dinamica del capitalismo fin dalla sua accumulazione originaria. È indubbia l'importanza del movimento dei tessitori della Slesia affinché lui cominciasse a porsi tutte quelle domande che lo hanno in seguito portato a sviluppare il suo notevole lavoro, ma egli ci ha indicato che non è stato il movimento dei tessitori salesiani a svelare la legge di movimento del capitale e la sua inevitabile fine. Diversamente, quel movimento lo ha portato a studiarne le cause e ad arrivare alla conclusione che già all'interno del 'peccato originario' che ha dato la nascita al capitalismo, già nella sua 'accumulazione originaria' si trovano le leggi della sua fine.

Rida chi vuole: già in quella 'accumulazione originaria' si trovano le leggi che imporranno – come necessità storica – la futura dittatura del proletariato, o Stato della dittatura del proletariato, o macchina di repressione delle ancora non scomparse forze della borghesia con tutta la sua ideologia passata, e per tal motivo necessaria in funzione della realizzazione piena del comunismo.

Ma se tutto questo è corretto – e lo è – che senso ha, da un punto di vista scientifico e teorico affermare che "lo Stato creato dopo la vittoria dell'insurrezione proletaria, resta una istituzione estranea e ostile al socialismo"? Cosa significa quella successione temporale data da quel 'dopo'?

Non vi può essere alcuna successione temporale, perché la vittoria della insurrezione del proletariato, è l'imposizione (fucilate o calci nel sedere, poco importa) della volontà del proletariato, che si è fatto classe, quindi partito. Dunque è lo Stato della realizzazione del programma di classe, dunque del programma del comunismo. E un tale Stato non può essere una 'istituzione estranea e ostile al socialismo' o comunismo. Detto, ripetuto e straripetuto: non è lo Stato che impone il processo che porta al comunismo, bensì è il comunismo – il famoso movimento reale che impone lo Stato della dittatura proletaria.

Possiamo parlare allora dell'esistenza di uno 'Stato comunista'? Impossibile! Il comunismo è vita di specie che non conosce classi, quindi organizzazioni di classe, quindi qualsiasi forma di macchina statale di classe – che è di repressione o non è tale – sia pure 'comunista'.

Possiamo parlare però dell'esistenza di una macchina statale di repressione imposto dal comunismo, che per definizione non può essere 'estraneo e ostile' al comunismo … non potrebbe avere una tale potenza di fronte ad esso.

Se riusciamo a capire questo, il resto cade da sé.

"La dittatura del proletariato non può in alcun caso ridursi alla dittatura del partito". E qui si ricade nella vecchia e vuota contrapposizione 'partito-masse'. Dunque: la dittatura del proletariato non può ridursi alla dittatura della parte più avanzata del proletariato … a quale parte, allora? A quella più arretrata? Facciamo una 'via di mezzo'?

"Lo Stato e il partito al potere, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo". Affermazioni del genere sono piene di idealismo sulla natura dello Stato e si avvicinano non poco a quelle concezioni antipartito che già all'inizio degli anni '20 erano più che vive e che portavano a ricercare forme di organizzazione che garantissero la purezza del movimento.

La risposta dei comunisti è sempre stata, e sempre dovrà essere, che la rivoluzione non è un problema di forme di organizzazione ma di forza e di programmi che sanno rispettare la realtà dei sommovimenti reali.

Dire che "lo Stato e il partito al potere, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo" è la stessa cosa che affermare che l'uscita dal vecchio mondo può essere realizzata solo con gli strumenti imposti dal vecchio mondo: per loro natura dunque, strumenti elevabili a simbolo assoluto di rappresentazione della … 'malgagità umana'.

Ed elevando questi a 'simbolo assoluto', non si possono concepire delle nuove armi imposte dal nuovo mondo: armi che portano in se stesse le leggi e la volontà di questo nuovo mondo, che è ormai decisamente più potente del vecchio e dei suoi "virus compromissori".

 A. L'economia mondiale nell'epoca del capitalismo industriale

Prospetto I. A ( in riferimento al cap. I)

A. L'economia mondiale nell'epoca del capitalismo industriale

I cerchietti ed i punti designano le imprese all'interno delle economie nazionali disorganizzate. Le linee punteggiate – i nessi fra queste ultime, che hanno generalmente la forma dello scambio.

 

 

B. L'economia mondiale nell'epoca del capitalismo finanziario

Prospetto I. B ( in riferimento al cap. I)

B. L'economia mondiale nell'epoca del capitalismo finanziario

I. I cerchietti sono le banche collegate fra loro organicamente, i trust e i sindacati, il cui sistema forma il trust capitalistico-statuale.

II. Le linee punteggiate: i legami poco solidi fra i trust capitalistico-statuali; le linee continue, i legami solidi, generalmente quelli attuali attraverso la partecipazione.

 

 Sistema di capitalismo di Stato

Prospetto II nostro su Bucharin ( in riferimento al cap. III)

Sistema di capitalismo di Stato

 

 

 

 

 

 Sistema dl capitalismo di Stato

Prospetto II – Bucharin ( in riferimento al cap. III)

Sistema dl capitalismo di Stato

 

 

 

 

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