Ricognizioni: forme dei fatti e fatti delle forme

Precisazioni necessarie

E’ innanzi tutto necessario, onde aprire un orizzonte di senso in cui porre quanto si andrà svolgendo e consentirne la decifrabiltà in vista di ciò a cui si tende, assumere integralmente il fondamento da cui i comunisti non possono in alcun modo flettere, fondamento che si coniuga con il fine: la distruzione del capitalismo.

Ma che vuol dire distruggere il capitalismo? Vuol dire superare le categorie economiche di valore, merce e mercato, salario, impresa, l’appropriazione privata del prodotto sociale – in altri termini distruggere i fondamenti materiali della società divisa in classi: spezzare il potere politico della borghesia radicato in quello economico.

Due fondamenti, due condizioni che negano l’una l’esistenza dell’altra e che dunque non potrebbero in alcun modo trovare conciliazione ma che, tuttavia, nell’ormai lungo decorso della controrivoluzione paiono, nella sua rappresentazione ideologica, aver subito uno trasformazione: dall’alternativa irriducibile imposta dalla scala storica dei modi i produzione successivi si è pervenuti, attraverso la lunga marcia dei partiti comunisti degenerati, al paesaggio dell’eternità del capitalismo ove la storica alternativa si rappresenta nella sfigurata opposizione tra democrazia o fascismo che remota nel suo affacciarsi è tuttavia assai presente sin nell’attuale lotta politica.

Ne consegue che l’opposizione tra fascismo e democrazia nasconde e maschera il nemico autentico che in tale polarità si riforma ovvero che in tale infingente alternativa apre lo spazio per individuare la sua propria forma più adeguata allo sviluppo delle forze produttive in una determinazione storica di intensità prossima all’essere critica: lo Stato borghese sia che agisca nella forma democratica oppure in quella fascista.

La ricognizione che andremo a compiere seguirà l’invarianza del programma comunista che ci consentirà di abbozzare cosa sia lo Stato borghese e a cosa possa servire – condizione preliminare per "guardare" la nascita del fascismo e la sua affermazione al di là e contro i luoghi comuni fioriti al riguardo, tenendo alle viste, "guardando"quindi, la determinazione storica terreno germinale della sua affermazione.

Se i fotogrammi del divenire storico che andremo ad esplorare saranno correttamente fissati dalla reazione indotta dal programma comunista, officina-arsenale della specie per la distruzione del capitalismo, il nostro studio inteso a dimostrare che l’antifascismo democratico sia null’altro che ciarla appalesantesi come parola d’ordine essenzialmente controrivoluzionaria sarà soddisfatto.

Prima di iniziare il percorso sarà bene ricordare che una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dar corso e che i soggiacenti rapporti di produzione costituiscono la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica.

Stato democratico: forma e fatti

Quanto sopra precisato sta a significare – nella specie dei fatti di cui argomentiamo - che tutte le forme politiche espressione di rapporti di produzione capitalistici traggono il loro venire ad esistenza dalle possibilità capitalistico fino al loro esaurirsi. Nessuna forma politica è dunque dotata di legittimità trascendente: essa è spuria espressione – spuria perché l’antagonismo di classe non contempla, se non come modello due classi pure – di un determinato grado di sviluppo delle forze produttive e dei relativi e soggiacenti rapporti di produzione che impongono nuove assetti, nuove forme statali. Forme statali che non si danno però come antiforma, essendo comunque dispiegate all’interno di una forma statale più volte riformata nei suoi apparati, presunti come in grado di adempiere alla funzione di ottimizzare il processo di valorizzazione del capitale e di risolvere la contraddizione fondamentale del capitalismo ma nella loro esistenza transitoria ed effimera altro non conseguono se non l’acuirsi della contraddizione stessa.

Per tutto questo ogni forma statale non può che elevarsi in ordine alle necessità del progressivo sviluppo dei modi di produzione e all’interno di quello che qui interessa, il transito dalla democrazia al fascismo reagisce con le necessità del capitalismo nell’epoca della sua fase suprema cosicché la forma politica denominata fascismo è quella che riassume le necessità attuali dello sviluppo capitalistico nell’epoca dell’imperialismo e come tale assume valenza di irreversibilità: in breve la democrazia è anacronismo incapacitante per il capitalismo senile.

Se pensiamo attraverso tali contrafforti scolpiti dal pensiero marxiano- la finezza filologica può essere messa in temporaneo non cale- possiamo affermare che il fascismo non è un incidente nello sviluppo della democrazia e tanto meno una parentesi nell’ affermazione storica dello spirito di impressione crociana ma è la forma politica ultima e modernissima che recepisce le necessità del Capitale nelle turbolenze sociali susseguenti la prima guerra mondiale. Ed è questo che connota di indelebile colorazione reazionaria l’antifascismo postulante un ritorno alla forma – la democrazia parlamentare - che le spinte materiali delle forze produttive nel loro sviluppo hanno consegnato alla storia o meglio esprimendosi, alla preistoria umana.

Allora l’antifascismo democratico, restauratore dei principi della borghesia rivoluzionaria, non riveste nessun interesse e né assurge ad alcun valore per il proletariato che ha il compito di abbattere lo Stato borghese e i disonorare i suoi valori ; il fascismo da parte sua ha ben assolto il compito di rappresentare al meglio gli interessi del capitale, liquidando la democrazia e i suoi imbelli rappresentanti, incapaci di essere buoni funzionari del capitale stesso ed è per questo che non ha nessun nemico antifascista essendo tale forma politica null’altro che fantasmatica vocazione di coloro che le necessità del capitale hanno consegnato all’ indefesso esercizio delle geremiadi intorno al letto di morte della democrazia.

L’antifascismo non può essere che l’anticapitalismo così come è iscritto nelle tavole fondamentali del programma comunista e non basta: affinando la lama politica che scava nell’accaduto è possibile intagliare la locuzione per cui l’alternativa del dramma storico è sempre e indefettibilmente tra dittatura borghese o dittatura proletaria. Lo Stato borghese democratico – che è geneticamente espressione della società divisa in classi - fonda l’esercizio della forza sul monopolio legittimato della violenza disciplinata dalla legalità scaturita nei lavori del Parlamento. Ma la violenza è per lo più e innanzi tutto violenza contro il proletariato che scaturisce dalla necessità di garantire e perpetuare l’appropriazione di classe dell’intero prodotto sociale. E’ altresì palese che lo stesso fondamento di classe dello Stato anche democratico - ma l’aggettivo ha pura immanenza storica e non valore trascendente – è intrinsecamente violenza che si attua nel controllo della sottomissione della vita di milioni di proletari all’esigenza di valorizzazione del capitale, violenza che si dispiega su tutto l’arco delle loro esistenze, disumanizzandole, (privandole del loro prodotto in quanto specie, togliendo loro il senso di ciò che fanno per riprodurre la loro vita) e, per converso, riempiendole di bestialità (facendole sentire libere nelle attività che sono comuni alle specie animali) e soprattutto nella repressione armata delle loro rivolte contro la condizione di crescente miseria.

Ma la violenza dello Stato di classe è essenzialmente e gravemente violenza di classe contro il proletariato ogni qualvolta le sue azioni minacciano l’ordine borghese: basterà ricordare la repressione operaia nelle giornate del giugno 1848, contro la Comune di Parigi del 1871 e il bagno di sangue inflitto dalla controrivoluzione tedesca, nel 1919, diretta dai socialdemocratici Ebert, Noske, Scheidemann.

La borghesia ha sempre cercato di pianificare la violenza che regolarmente attua con i suoi apparati di Stato come incidenti che il progresso tenderà sempre di più a ridurre: tale - e certo non desta sorpresa – è anche il punto di vista dell’antifascismo democratico che taccia il fascismo di violenza illegale manifestatasi nella soppressione delle garanzie giuridiche, della libertà di parola,di riunione e di stampa e financo lo spregio per la volontà popolare.

Grande nella sua inanità è la pretesa che la borghesia rispetti la sua propria legalità quando è minacciata da un reale pericolo: nessuna Costituzione impedirà alla classe borghese, in casi della violazione dell’ordine dei rapporti di produzione capitalisti, di scatenare le sue truppe contro gli operi o di non proclamare lo stato di eccezione cioè la sospensione delle garanzie costituzionali.

"Più la democrazia è sviluppata e maggiormente, in caso di contrasto politico profondo e pericoloso per la borghesia, ricorrerà al massacro e alla guerra civile", così Lenin nel 1919 ed è facile intendere a chi e a quale compagine politica si riferisse il suo monito.

Si può a questo punto, sulla scorta dei frammenti posti in rilievo e delle osservazioni conseguenti, trarre la deduzione che la volontà popolare in una società divisa in classi non esiste ma vige, invece, una dittatura della borghesia più o meno occultata dai suoi intellettuali facitori di esoterismi d’accatto contrabbandati da sottigliezze giuridiche. Ne discende, conseguenzialmente, che lo Stato borghese denotato dai suoi istituti- su cui luccica la belluria del Parlamento – non può altro essere che lo strumento della dittatura della classe borghese, per la difesa dei suoi interessi, una macchina per l’oppressione di una classe sull’altra.

Per tanto la democrazia non può essere valutata dai comunisti come un progresso anticipatore del socialismo; la democrazia è la forma politica scaturita dalla rivoluzione borghese, il terreno ove la classe dominante ha delineato gli ambiti e le possibilità ultime dell’affronto con il proletariato. Il fine del proletariato non è allora la difesa e la conservazione della forma politica borghese ma la sua distruzione ed e per questo che l’antifascismo democratico suona come locuzione pleonastica essendo l’unico antifascismo possibile l’abbattimento del capitalismo per l’imposizione della dittatura proletaria: per quanto concerne la democrazia ha già provveduto il fascismo a distruggerla, compito affidatogli dal capitalismo stesso.

Fascismo: fatti e forme

La questione che si pone a questa stazione della processione è quella di stabile cosa sia il fascismo, porre i presupposti per una sua definizione inequivocabile. Infatti se il fascismo non può caratterizzarsi per il monopolio della violenza, per l’illegalità e per la repressione antioperaia, azioni che lo Stato democratico, come si è visto, ha ampiamente dispiegato nel decorso della sua sin troppo lunga esistenza occorre enucleare dapprima e ben stagliare poi, gli elementi germinali del processo di valorizzazione del capitale che lo hanno incubato prima di scagliarlo sulla scena storica.

E’ immediato affermare che il fascismo non è in nulla una reazione feudale, asserzione un po’ vieta ma che vale la pena di scoliare. Se il fascismo fosse reazione feudale l’antifascismo democratico trarrebbe da tale caratterizzazione la sua giustificazione alla scala storica per la sua linea di difesa e restaurazione della democrazia prodotto progressivo della rivoluzione borghese e quindi forma statale avanza espressione di un moderno modo di produzione.

Il fascismo, invece ha realizzato le tendenze generali dello Stato moderno imperialista, così come Lenin, Bucharin e lo stesso Marx nel "Capitale" l’avevano definito nell’epoca a ridosso della prima guerra mondiale: centralizzazione e statalizzazione dell’economia al servizio della grande industria promossa dalla frazione più avanzata del capitale. E ancora; intervento totalitario dello Stato di classe e strategia di integrazione dei sindacati al fine di disciplinare la produzione.

Tutto questo non possedeva un’ideologia propria ma, come evidenziato dal Congresso fascista del 1921, l’ideologia mussoliniana non era altro che una rassegna di enunciazioni epigonali della ideologia borghese in epoca di profonda crisi lardellate di formule rubacchiate al sindacalismo rivoluzionario, all’anarchismo individualista, alla metafisica spiritualista e religiosa. Insomma null’altro che una congerie di spunti cultural politici mal assimilati che si possono definire di natura borghese innervati dalle illusioni della piccola borghesia dell’epoca

Il fascismo sin dal suo abbozzo si costituisce e rappresenta come una forma originale di Stato totalitario il cui fondamento e la conseguente funzione dominante sono quelli di unificare la borghesia in un partito unico centralizzato, di disciplinare militarmente l’intera popolazione per gli interessi del capitale e la riduzione di ogni difformità all’azione autoritaria dello stato stesso.

E’ importante a questo punto porre l’attenzione su un elemento precipuo del fascismo e delle sue dinamiche di aggregazione sociale che dispongono il terreno su sui cui la borghesia allestisce la difesa dei propri interessi. Tale elemento, differenziante il fascismo dalla democrazia è l’allineamento esplicito e senza riserve delle mezze classi con la borghesia e non l’antagonismo fondamentale tra borghesia e proletariato e nemmeno il ruolo controrivoluzionario dello Stato borghese – elementi quest’ultimi, come già si è accennato, costitutivi dello Stato borghese e in pienezza di ritualità e operatività tradotti nello Stato fascista.

Ora che si enucleato qualche frammento di fascisteria e di statualità borghese si avanza la questione di indagare la fase di lotta che ha condotto all’affermazione del fascismo. Ciò che si cercherà di dimostrare è che il fascismo non è la causa ma il prodotto della disfatta del proletariato negli anni successivi all’occupazione torinese delle fabbriche da parte degli operai.

La domanda didattica che si pone è: cos’è il fascismo e come si instaura?

Amadeo Bordiga nel rapporto del PCD’I al IV Congresso dell’internazionale comunista riteneva che "la genesi del fascismo deve, secondo noi, essere attribuita a tre fattori principali: lo Stato, la grande borghesia e le classi medie. Il primo di questi fattori è lo stato. In Italia l’apparato statale ha avuto un ruolo importante nella fondazione del fascismo. Le notizie sulle crisi successive del governo borghese hanno fatto sorgere che la borghesia avesse un apparato statale così instabile che, per abbatterlo, bastasse un semplice colpo di mano. Le cose non stanno affatto così. La borghesia ha potuto costruire la sua organizzazione fascista proprio nella misura in cui il suo apparato statale si rafforzava". L’ultimo periodo della citazione è di estrema importanza perché dimensiona il fascismo come effetto e non come causa della sconfitta della rivoluzione. Forzo un po’ il concetto ma non credo di stravolgerlo.

Il fascismo non è la realizzazione di un piano prestabilito della borghesia ma una emergenza che si determina in una situazione di crisi, quando le risorse democratiche non consentono più un governo delle condizioni di classe dei rapporti sociali attraverso l’interclassismo celebrato nel Parlamento.

Fascismo, che, inoltre, non è la reazione violenta che determina la sconfitta di tali lotte ma il colpo di grazia inferto dalla borghesia ad un nemico pressoché battuto dagli opportunismi socialisti e dai governi democratici. Basterà, a tal riguardo, esumare le mortifere tesi democratiche e opportunistiche invalse nel 1921 di "aspettare un altro giorno", di "avere il coraggio di non reagire alle violenze fasciste", insomma, di non offrire pretesti allo Stato- attraverso risposte e azioni illegali – per la riduzione e la sospensione delle libertà democratiche sino ad arrivare al patto scellerato di tregua del 2 agosto 1921 coi fascisti che segna la definitiva sconfitta dei socialisti e un fatale indebolimento di tutta la classe operaia. Ma la stessa piccola borghesia- di cui negli stessi ambienti appena ricordati si paventava lo schierarsi con la borghesia- spaventata da eventuali violenze operaie, nel suo genetico e storico oscillare, priva di una propria autonomia, si conforma al partito unico del capitale non durante la lotta ma quando percepisce la sconfitta del proletariato.

E’ nella situazione di crisi economica e sociale di incandescente intensità, dopo la grande guerra, che si leva un possente movimento proletario che incide la carne della realtà borghese con la lama acuminata degli scioperi, delle occupazioni di fabbriche e con la radicalità delle lotte armate locali. Si può dire che nel 1919 e nel 1920 la borghesia italiana si fosse in un certo modo rassegnata a dover assistere alla rivoluzione mentre la classe media e la piccola borghesia tendevano a giocare un ruolo passivo non già al seguito della grande borghesia ma al seguito del proletariato. La situazione era estremamente critica; Giolitti offriva a Turati di entrare nel governo: il suo rifiuto era motivato dal timore di rimanere isolato dalle masse il cui spirito rivoluzionario veniva debilitato dal fallimentare riformismo. Si arriva così a fine agosto 1920 al conflitto tra F.I.O.M. e gli industriali per la revisione dei contratti di lavoro che culminerà con l’occupazione delle fabbriche in tutta Italia spaventando gli industriali che cercheranno di esperire ogni via per entrare in accordi. Ma intanto i dirigenti del P.S.I. e della C.G.I.L. si palleggiano la direzione del movimento incapaci, non osando decidersi per l’assunzione della enorme responsabilità della situazione. Quando finalmente si decide che deve essere la C.G.I.L. è ormai troppo tardi. Non c’è nulla da dirigere: manca l’organizzazione e la preparazione per la conquista del potere; rimane soltanto la ritirata dalle posizioni che il proletariato si era conquistato che si concluderà con la rivendicazione del controllo "operaio sulle imprese" con la prospettiva puramente retorica di arrivare alla gestione collettiva e alla socializzazione.

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
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