Comunismo e gatto

Cari compagni, colto da disperazione per le bizze che mi fa continuamente il computer chiudo in fretta questi appunti che invio a To (per conoscenza a Ve). Il testo per le ragioni dette è stato corretto sommariamente Lo sviluppo vuole sottolineare questo: se non si ha la capacità di legarsi al presente – quindi al passato –, non ho alcuna possibilità di legarmi al futuro.

Un saluto carissimo.

* * *

Comunismo e gatto, ovvero della possibilità di aderire alla dinamica del tempo

Il ‘demone del comunismo’ non è certo il comunismo, come la parola ‘comunismo’ non è il comunismo. Il Marx studente usa questa parola (questa unità di informazione ‘culturale’) per spiegare al padre la direzione che la sua vita sta prendendo, e sicuramente si può dire che in quel momento non ha pienamente consapevolezza di tutte le implicazioni e contenuto materiali che questo ‘demone’ (particolare demone, non assoluto demone) nasconde.

Giusto allora: non si confonda la parola comunismo con il fatto comunismo, allo stesso modo che non si deve confondere la parola gatto con il fatto gatto (il gatto graffia, la parola "gatto" no).

Che rapporto esiste fra ‘comunismo’ e ‘gatto’?

In comune hanno il fatto di essere due parole (memi: unità di trasmissione culturale correlabile a ‘memoria’ o alla parola francese même, scrive Dawkins): due parole dunque che devono permettere velocemente il richiamo a fatti; magari con nessuna relazione fra di loro, ma sempre fatti, o processi materiali.

Se mi si parla di gatti e di quanto bello sia avere un gattino in casa e mi si invita ad accettare in regalo un gattino, la parola ‘gatto’ – indipendentemente dalle immagini che se ne fa in quel momento il mio interlocutore – richiama alla mia memoria dei gatti reali visti in case reali e dei reali graffi che possono fare sulle gambe dei tavoli o sui braccioli delle poltrone: quindi esprimerò il mio accordo o disaccordo non tanto sulle parole (meme) ‘un gattino in casa’, quanto sul fatto reale che non accetto in regalo un gattino. In questo caso sappiamo esattamente di cosa parliamo (di gatti), ed il mio interlocutore potrà smettere nel suo tentativo di rifilarmi l’amorevole micio.

Come la parola gatto, anche la parola comunismo ha una lunga storia: indubbiamente una storia temporalmente inferiore a quella, anche se più abusata. Abusata a tal punto che sembra si faccia gran fatica a capire ciò di cui si parla (noi; non tanto gli altri, la qual cosa dovrebbe risultarci naturale) e che per tale motivo dovrebbe esserci pure difficile contrapporci a chi sostiene che il comunismo è morto: come facciamo a dire che al contrario esso è ben vivo, se non sappiamo bene che cosa esso sia.

Che cosa sarebbe vivo? o al contrario, che cosa non sarebbe morto? Per noi sarebbe ben viva una perifrasi per entropia? Una anticipazione del futuro, un altro esistente, il cervello sociale, il rovesciamento della prassi: insomma il vecchio, classico ed onnicomprensivo ‘quel-che-ti-pare’?

Non vi è dubbio che il comunismo è per la nostra scienza una proprietà fondamentale della materia sociale, ma se la nostra scienza poggia su un qualsiasi ‘quel-che-ti pare’ o su un qualcosa che non sappiamo bene cos’è, ho dei seri dubbi che potremo fare molta strada (ammesso che ne abbiamo fatta almeno un poca).

È vero che anche nella storia della matematica non sappiamo definire che cosa sia numero e ci accontentiamo utilmente del fatto che esso abbia un successore (un +1), per costruire uno strumento che serve, che dà risultati. Ma il comunismo cosa c’entra con la definizione di numero? Semmai, se proprio volessi paragonare la serie dei numeri naturali alla serie degli uomini, paragonerei il numero all’individuo il quale è indefinibile al di fuori della serie degli uomini, come il numero 1 (o 2, o 29, ecc.) è indefinibile al di fuori della serie dei numeri naturali.

Il comunismo è come il tempo in fisica?

Non so cosa dicano i fisici e la fisica, e magari non so nemmeno cosa si intenda per ‘orologio’ (sicuramente non provo interesse per la parola ‘orologio’). L’unica cosa che mi viene in mente è che il susseguirsi di posizioni di un’asta metallica relativamente ad un campo immobile il quale sia però in movimento rispetto ad un terzo punto di riferimento, mi dà il variare del processo di rotazione della stessa. E’ evidente dunque che se non mi perdo in lunghe discussioni sulla precedenza fra uovo e gallina [in proposito ne ho letta una simpatica: prima l’uovo o prima la gallina? E’ chiaro, prima l’uovo! Bene, ma chi ha portato l’uovo? E’ chiaro, un coniglio!], non mi perdo pure nel gioco orologio-tempo, perché è assolutamente vero qualsiasi discussione sulla natura ultima del tempo – allo stesso modo che sulla natura ‘ultima’ del movimento, nonché sulla natura ‘ultima’ dello spazio – è pura chiacchiera.

Però perdo volentieri il mio ‘tempo’ (vale a dire: mi impedisco di fare cose magari più utili) ad osservare la struttura di un’asta meccanica e delle relazioni che esistono fra il suo movimento e il movimento di quanto gli sta intorno.

Ripeto la domanda precedente: il comunismo è come il tempo in fisica? Non credo sia corretto sovrapporre il fatto comunismo alla parola-meme ‘tempo’ (la cosa sarebbe diversa se la si sovrapponesse al fatto asta-metallica che mi permette tutta una serie di relazioni perché ha peso, massa, racconta la storia di una parte dell’umanità, mi permette di essere lì quando arriva il treno, ecc., ed è per tal motivo che scelgo questo e non quello). Non lo credo, e questo perché ho la presunzione di vedere che il fatto comunismo sia scomponibile in precisi elementi la cui sintesi successiva mi permette di comprendere una dinamica altrimenti ridotta a geroglifico intraducibile: una dinamica che mostra la fine di questo mondo diviso in classi … non la felicità comunista o il regno del cielo in terra e del perenne zucchero filato.

Ora come non trovo utile parlare del ‘tempo assoluto’, del ‘movimento assoluto’, allo stesso modo non mi dice gran ché la ‘dinamica assoluta’, per cui dire che "il comunismo è una dinamica" è dire niente per il semplice fatto che pure il capitalismo è una dinamica (e che botti, di tanto in tanto!) e che, in fondo, ciò che caratterizza una dinamica è la dinamica. Questo, a meno che non si parli di una precisa dinamica di un preciso oggetto, fatto, ente, con tanto di massa, estensione spaziale e temporale, ecc..

Con i nostri classici, abbiamo sempre detto che il capitalismo non può essere eterno, perché esso stesso, nel corso del suo sviluppo, produce in maniera sempre più massiccia la propria negazione. Ora è evidente che ogni volta che, nel corso di un nostro lavoro, accenniamo a questo fatto, non possiamo ripetere tutta la storia della formazione originaria del Capitale e delle sue esplosive contraddizioni. In moltissime occasioni, quando vogliamo ricordarne la morte, ci limitiamo a sottolineare le sue contraddizioni dinamiche. ‘Contraddizioni’, ‘negazioni’ sono delle parole (memi) che pur avendo una loro storia evolutiva servono a richiamare fatti reali (fabbricati di un certo tipo, macchine di un certo tipo, uomini che in situazioni diverse si relazionano in modo diverso … umiliazioni, pianti, odio esplosivo!); fatti reali che hanno una propria dinamica. Tali reali contraddizioni, dunque, nonché negazioni si svolgono dinamicamente, ma non sono la ‘dinamica’.

Insomma, per farla breve, il processo che ingloba l’operaio parziale nell’operaio complessivo – il quale, all’interno del ciclo di produzione di ogni singola merce, nega (in ciò la definizione di ‘comunismo’) la legge del valore e, con questa, la società capitalistica ed ogni passata società mercantile e di classe – non è semplicemente una ‘dinamica’ che, in quanto tale, uguale a qualsiasi altra ‘dinamica’ e dunque a qualsiasi ‘quel-che-ti-pare’.

Ora, se il comunismo è paragonabile al tempo e le discussioni sulla natura di questo possono portare a pura chiacchiera, su cosa si basa la nostra scienza sociale se non sulla pura chiacchiera?

Che cosa scriviamo sulla rivista? Perché la pubblichiamo? Dovremmo chiudere i battenti, a questo punto, se non si facesse intervenire il partito storico?

Ma che cos’è questo ‘partito storico’, ci si domanda, rispondendo che è quella cosa che ‘misura’ il comunismo il quale, a sua volta, ‘si misura con il ‘partito storico’ ’: decisamente, posta la faccenda in questi termini, abbiamo una classica tautologia ed il cane che rincorre la propria coda dimostra maggiore logica.

Ma è proprio così che dev’essere posta la faccenda? Capiamo innanzitutto cosa può significare in questo caso la possibilità di ‘misurare’. Sicuramente si intende ‘rivelare’, come può il classico detector che non viene costruito (quel preciso detector) ‘a caso’ ma perché ‘si sente’ che c’è qualcosa di particolare da cercare, che pre-esiste alla sua stessa esistenza. E questo ‘qualcosa’, che chiamiamo comunismo – o lavoro socializzato interno ad un piano di produzione –, continuerebbe ad esistere anche se non fosse per il momento rivelato e dovesse attendere ancora chissà quanto tempo prima di esserlo (come le particelle sub-atomiche esistono indipendentemente dai ‘rivelatori’ o ‘contatori’, e quella particolare forma di rivelatore si rende indispensabile, ad un certo punto della storia, per cercare quello o quell’altro gruppo di particelle).

E come un contatore Geiger rivela la presenza di particelle e non di ‘particelle’, così il nostro detector rivela l’esistenza del comunismo: non rivela la parola ‘comunismo’.

Un singolo detector? No, diversi detector che via via vengono successivamente prodotti e che si rivelano sempre più precisi e il cui lavoro permette ora analisi e sintesi inimmaginabili 200 anni fa. Così, possiamo dire che come intendiamo per ‘detector storico’ (vale a dire, detector nella sua larga accezione storica, ossia che lungo l’arco della storia ricerca il materiale filo rosso del comunismo e ad esso si lega) quell’insieme di successivi detector formali, allo stesso modo dovremmo intendere per ‘partito storico’ l’insieme delle successive esperienze della forma-partito di classe che hanno permesso dei salti – sempre pagati a caro prezzo – nella comprensione ed appropriazione del programma del comunismo.

E noi cosa siamo? Possiamo collocarci all’interno della grande accezione del partito storico? Il nostro lavoro può essere parte del filo rosso di cui spesso si parla? Questo non lo possiamo dire: non spetta a noi dirlo. Possiamo presumere di farne parte: lo facciamo tagliando con un colpo secco il nodo del dubbio e l’‘autorità’ necessaria ce la diamo da noi stessi.

Non siamo certo il partito formale: siamo un lavoro, parte di quel vasto lavoro anonimo prodotto dalla dinamica materiale della negazione della presente società. Siamo un lavoro reale, vivo, che in ogni caso consideriamo utilissimo ad accorciare i tempi per la riappropriazione dei problemi della rivoluzione –, attuale; un lavoro che vorremmo collocato in un punto preciso dell’‘arco millenario’, ma che non è e non può essere l’arco millenario (come una, l’ultima se si vuole, delle arcate di un lungo ponte non è l’insieme delle arcate o l’insieme del ponte). Per farla breve, siamo un lavoro attuale – con suoi attuali precisi strumenti di informazione – che si colloca in un preciso periodo della storia del capitalismo, con profonde radici nel passato indispensabili per vedere e legarci al quel nostro presente che ci può proiettare nel futuro.

Siamo dunque un lavoro attuale, che non un lavoro storico. Detto altrimenti: n+1 deve avere la presunzione di collocarsi all’interno di tutto l’arco storico del comunismo, nella consapevolezza di essere una pietra – grande o piccola, si vedrà – di quest’arco.

Dunque – lasciando perdere pietre, pietruzze e pietrosi – è sempre il partito formale che detta ‘ora e qui’ la lettura sulla natura del comunismo. Ma qui sembra essere tornati alla tautologia di partenza: il comunismo si misura con il partito che serve a misurare il comunismo.

Ma in precedenza ci siamo anche chiesti: è proprio così che dev’essere posta la faccenda?

Il comunismo è caratterizzato da una particolare forma di relazioni fra gli uomini – un frammentato piano di produzione, indipendentemente dal fatto che questi stessi uomini ne abbiano consapevolezza – che si sviluppa continuamente cozzando contro gli angusti limiti dell’anarchia della produzione e della circolazione di quanto prodotto. Esso lotta costantemente contro il capitalismo, del quale ad un certo punto non ha assolutamente bisogno (mentre questo non può vivere senza quello) mostrando come la lotta non sia tanto fra classi e partiti, quanto fra modi di produzione antitetici (cosa che si è cercata di sottolineare a Rimini). Ed è all’interno di questa lotta fra queste inconciliabili forme, che il proletariato assume la consapevolezza – consapevolezza che prende forma all’atto della sua organizzazione in partito – di non essere una massa informe utile esclusivamente alla valorizzazione del capitale, ma di essere una vera e propria classe sociale con caratteristiche particolari rispetto a tutte le classi che lo hanno preceduto nella storia: quelle di doversi ergere a classe dominante (dittatura del proletariato) per accelerare con un balzo grandioso quel processo che porterà alla estinzione, con le altre, di se stesso come classe, quindi del partito politico di classe, quindi dello Stato.

Questa ormai dovrebbe essere cosa assodata. Ma una ulteriore limatina ci permetterà di vedere con maggiore chiarezza che a) non è il proletariato a ‘volere’ questo, b) e nemmeno la classe, c) non è il partito di classe e d) nemmeno la dittatura da esso esercitata. Non è questione di volontà, anche se nessuno si sogna di negare i fattori ‘volontà’, ‘intelligenza’ e, perché no … ‘colpo di culo’. Si tratta di processi storici che hanno le proprie cadenze e dinamiche e che vanno studiati allo stesso modo con cui si studia qualsiasi processo presente all’interno della natura. E parlando di ‘processi’ o ‘dinamiche’ è evidente che dobbiamo parlare di processi e dinamiche di qualche cosa, che nel nostro caso non è nient’altro che il processo, la dinamica, del movimento reale dato dalla materiale, osservabile ed analizzabile, negazione della società presente: il lavoro associato, presente fin dagli albori della storia umana, senza il quale non esiste nemmeno produzione dell’uomo stesso (un coniglio è due conigli, e l’istinto sessuale è la primordiale spinta al lavoro associato).

Il comunismo dunque esiste non perché è la dinamica che prepara la società futura. Esso esiste perché è la condizione naturale su cui poggia la storia dell’uomo che passa dalle sue comunità primitive dove non esistevano classi e proprietà di classe, attraverso tutte le successive società di classe fino all’attuale che è l’ultima, per la sua piena realizzazione.

In questo più che millenario processo, quale il ruolo del partito comunista ‘qui e ora’?

Intanto, esso è anticipazione della società futura in quanto è prodotto del comunismo passato e presente che, come la talpa, a fatica si fa largo e mina sempre più la stabilità del terreno su cui poggia il modo di produzione dominante (non esclusivo). Come la punta di un eisberg vive in quanto vive l’enorme massa di ghiaccio nascosta ed ha la funzione di ‘avviso ai naviganti’, così il partito comunista, prodotto dal comunismo, ha il compito di rendere consapevoli del movimento reale della società futura (quindi passata e presente) e dunque della precarietà della vita in questo mondo borghese.

Oltre a questo, il ruolo del partito comunista non sarà solamente quello di ‘avviso ai naviganti’: esso dovrà essere una vera e propria macchina da guerra nella famosa ‘settimana’ e per un buon tratto di tempo successivo, nonché detentore del potere per tutta la fase di transizione che porterà alla realizzazione mondiale del comunismo. Questo deve essere chiaro come chiaro dev’essere che non è il partito comunista a realizzare il comunismo.

E’ il comunismo che in un lungo arco storico realizza organicamente se stesso, e compito del partito è quello di agevolarne il cammino: in ciò si realizza il rovesciamento della prassi.

Fatte queste considerazioni, si può concludere evitando di chiederci da comunisti ‘perché siamo comunisti’ (‘io’, perché sono ‘io’: sai che gusto!) e se proprio si vuole lasciare ai poeti (anche se non sempre la poesia esclude la scienza, e la scienza la poesia) i discorsi sulla potenza dei demoni: altra cosa comunque è chiedersi perché è presente e da cosa è prodotto il partito comunista.

Non si comprende d’altra parte perché si possa accettare lo studio della transizione nell’acqua dalla fase liquida a quella solida, senza accontentarsi di parlare di H2O e considerare ‘chiacchiere’ l’analisi specifica delle sue componenti, e nello stesso tempo considerare ‘chiacchiere’ (al pari dei discorsi sullo spazio e tempo ‘assoluti’ … e perché no della geometria di Euclide?) il tentativo di chiarire – senza darne per scontata la comprensione – la natura del filo rosso al quale diciamo continuamente di volerci legare.

Rivista n°42, ottobre 2017

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