Omologazione reazionaria e omogeneità rivoluzionaria

Quanto verrà recato all’attenzione dei compagni trova la sua scaturigine e trae la sua genesi dalla lettura, autentica lectio difficilior potior, (la lettura più difficile è la più forte) di un passo comparso nell’articolo "Dall’equilibrio del terrore al terrore dell’equilibrio" elementarità del sommario del numero 21 della rivista N+1. Il testo, di cui quanto seguirà nel corso dell’esposizione vuole essere esercizio di glossa, così recita: "… Sarà allora possibile per il proletariato tornare allo scontro non occasionale e ritrovare il suo partito, tramite il quale riscoprirà materialmente il suo vantaggio storico, cioè la superiorità di essere l’unica fonte di valore, di essere esteso ed omogeneo(corsivo di chi scrive) come classe mondiale, di essere immenso e organizzato (dal lavoro stesso) di qualsiasi altra classe o non-classe oggi sulla cresta dell’onda".

Estremamente turgida epperciò generativa di riflessione mi è parsa la locuzione "…di essere esteso ed omogeneo come classe mondiale… (il proletariato)" donde la tesi che sottende lo svolgersi del lavoro che viene alla presenza: la formazione del mercato mondiale e la costituzione della fabbrica mondiale dinamiche storiche generatrici del proletariato come materialità unica - cioè ridotta all’unità, quindi omogenea. Dinamiche che allo stato manifestano al massimo grado di intensità lo sviluppo delle forze produttive gravido delle anticipazioni della società futura e al contempo rendono esiziale per la formazione economico sociale capitalista l’attuale sovrapproduzione di merci e capitali.

La dilatazione spaziale del mercato cioè della circolazione delle merci nel loro scambio e consumo – la vicenda richiama quella degli spazi non capitalistici di memoria (di attualità?) luxemburghiana - ha avuto l’effetto di deterritorializzare le imprese per localizzarle in una miriade di punti produttivi del globo intrecciando estrazione di plus valore relativo e plus valore assoluto in una formidabile abbreviazione della vicenda vissuta dal capitalismo all’epoca della sua accumulazione originaria: tutto si svolge al fronte più avanzato dello sviluppo delle forze produttive. Si è così trascorsi dalle imprese già definite multinazionali alle cosiddette imprese globali connesse spazialmente e temporalmente ove tutto avviene nel tempo del nuovo cronometro che è quello imposto dal capitale alla scala mondiale, una sorta di impresa su cui non tramonta mai il sole Se il sogno del capitalista di sfruttare la forza lavoro per tutto l’arco della giornata era impossibilitato dai limiti biologici della forza lavoro concentrata nel territorio-fabbrica esso ora si realizza nella produzione della merce forza lavoro omologa ed omogenea, la forza lavoro intesa come materia mondiale cioè non fissata in singoli individui legati alla vicenda biologica delle 24 ore. La forza lavoro intesa come materia mondiale informe disseminata lungo la crosta terrestre epperò unitaria nel suo essere produzione atta allo scopo dell’estrazione di plusvalore attende di essere messa in forma, cioè utilizzata nella fabbrica unica mondiale e ciò può avvenire 24 ore su 24. E’ importante che si comprenda che non forza lavoro locale venga utilizzata ma segmenti della forza lavoro mondialmente prodotta: ogni segmento è nella sua funzionalità fungibile con qualsiasi altro all’interno della fabbrica unica mondiale: quando esaurisce il suo turno lavorativo altrove un altro segmento viene sottomesso all’erogazione di pluslavoro ma in realtà è sempre la stessa materia umana che nell’utilizzo planetario e simultaneo rende connotazione e in ciò la sua esistenza e la sua dannazione.

Poiché sarà di uso corrente la forma verbale "pensare", affinché si chiudano preliminarmente gli spazi agli equivoci inerenti al suo uso che condurrebbero altrove l’eventuale discussione- quindi la distrarrebbero- che il verbo pensare è qui usato nella sua etimologia originaria espressa nel latino pensare che propriamente sta per pesare e soltanto figurativamente per esaminare, apprezzare.

Nel caso di specie il pensare ambisce ad essere condotto dal suo scaturire – il sintagma "esteso ed omogeneo" - alla condizione generativa, cioè a produrre un commentario omogeneo al sintagma stesso. Necessitante, epperciò adeguato allo scopo, è il "guardare" alla dottrina e alla "forma" di cui è attualmente dotata - N+1 – facendosi sonda ad essa conformata. N+1 elabora modelli astratti – ma Marx faceva lo stesso e così Bordiga – che fissano la tendenza rilevata nella società dalle sonde; ed è nella misura in cui le sonde sono ben conformate che si colgono e si stagliano nel movimento reale le figure alluse alla rivoluzione che in quanto tali confermano il modello astratto che è poi null’altro che gramma del programma per la specie – vale a dire il comunismo.

Il commentario che si andrà a costituire scaturisce - e al contempo si indottrina -essenzialmente dal modello di fabbrica globale presentato in uno dei primi numeri della rivista N+1 in rapporto alla merce forza lavoro e al processo di omologazione che si trasforma (cioè abbandona la sua forma) in omogeneizzazione della forza lavoro stessa.

Prima però di dispiegare ciò che si vuole porre in esame occorre ricordare che la fabbrica globale è momento del processo globale di ricambio sociale, epperciò dinamico – accostandoci con grazia (nel senso della Karis) alla metafora bordighiana e pertanto suggerne il nettare come ape da fiore – di un processo fotogrammatico e non l’istantanea su cui impoverirsi gli occhi. Ma ciò discende dalla fondamentale concettualizzazione marxiana che scolpisce l’immanente necessità del capitale al continuo innalzamento della composizione tecnica del capitale indotta dalla meccanizzazione incessante e progressiva del ciclo produttivo al fine di aumentare- nell’epoca della sussunzione reale dell’intero processo di produzione e riproduzione sociale al capitale - l’estrazione di plusvalore relativo. Tale induzione determina la sostituzione sempre più accelerata della forza lavoro con i mezzi di produzione. Cresce la massa e il valore dei mezzi di produzione messi in moto rispetto alla massa dei lavoratori ma questo continuo innalzamento della composizione organica della fabbrica Totale è l’intima e ineludibile essenza del modo di produzione capitalistico giustapposto alla vitale tensione alla conquista e trasformazione di tutta la terra in un unico mercato capace di annullare tutto lo spazio attraverso il tempo sotto il segno della velocità dei trasferimenti e delle trasformazioni.

Il sistema di produzione capitalistico ha unificato lo spazio attraverso un processo di immensa accumulazione delle merci capace di frantumare tutte le barriere nazionali e financo legali sfigurando ogni connotazione dei luoghi della sua allocazione rendendoli atti, alla sua fame insaziabile di valorizzazione del capitale nel suo processo di distribuzione e circolazione. Questo potere di omogeneizzazione dei luoghi, adibiti allo spazio astratto del mercato è l’artiglieria pesante che ha fatto cadere tutte le muraglie della Cina. L’omaggio reverente ai compagni "cinesi" era doveroso.

Il diorama concettuale stabilito consente di pensare la fabbrica globale attraverso il transito proprio alla trasformazione dell’impresa da multinazionale a globale. La differenza, nell’ordine della tesi che si vuole esprimere, è rilevante e comunque ne costituisce un passaggio esplicativo rimarchevole. Infatti le multinazionali sono imprese la cui attività precipua è caratterizzata dalla delocalizzazione della produzione la cui strategia era dettata dalla valutazione della possibile costituzione di un mercato, vale a dire l’allocazione dell’intrapresa produttiva in quei luoghi ove esisteva, parzialmente in atto o potenzialmente, un mercato in grado di assorbire le merci colà prodotte. Di fatto la multinazionale adatta(va) il prodotto alla specificità regionale, laddove delocalizzava tramite l’adattamento della merce prodotta al mercato di specie.

Tuttavia, costringendo nella turrita titolarità della multinazionale, un fenomeno informato alle esigenze della delocalizzazione quindi geograficamente differenziato nel compiersi dell’intero ciclo di valorizzazione del capitale, la multinazionale stessa, come funzionario del Capitale in generale all’interno della sua reti di interessi, si è trovata nella oggettiva contraddizione di dover giustapporre le sue intraprese in spazialità molteplici e asincrone alla scala della produzione mondiale con la necessità immanente di velocizzazione del processo di valorizzazione del Capitale che Marx condensava del sintagma enucleante la tendenza del capitale a ridurre lo spazio al tempo.

Appartenendo alla Schola marxiana ci permettiamo di rammentare che l’unica merce in grado di valorizzare tutte le altre, in ultima analisi di valorizzare il capitale, è la forza-lavoro e che, per tanto, la tendenza del Capitale stesso alla riduzione dello spazio al tempo trova genericamente il suo limite nella possibilità del suo utilizzo soltanto per una parte della giornata di ventiquattro ore nella intensità e nel dispiegamento temporale dettato dal rapporto tecnico di capitale tradotto nella sua forma di valore specifica nell’epoca della sussunzione reale del lavoro al Capitale cioè nella prescrizione della composizione organica di capitale tendenzialmente, quindi, alla scala mondiale per la ricostituzione della forza lavoro consumata.

Per quanto è ragione d’interesse, nella difformità geografica del monte salari propria al dispiegamento in forme delocalizzate è rilevabile la contraddizione del rapporto omologante di capitale C/V, come si è detto espresso nella forma di Capitale in generale, con l’alterazione imposta dalla localizzazione in cui si fissano i molti capitali che vista sotto l’altro rispetto in questione è la contraddizione tra l’assoluta bisogno di sincronicità - la riduzione dello spazio al tempo – e lo svilupparsi di spazialità che al contrario inducono asincronie nel processo di valorizzazione dei molti capitali.

L’impresa globale conquista una logica differente e in ordine riguardo alla necessità già sottolineata di adeguare tutta la merce forza-lavoro alla composizione organica del Capitale in generale. Ciò che si produce, pur sempre delocalizzato, è una merce omogenea e globale, indifferente alla geografia della sua produzione, adatta ad ogni mercato e la forza lavoro, nella sua qualità di merce che valorizza tutte le altre, viene vieppiù sospinta a ridurre il suo valore nel rapporto di capitale, merce umana sempre più indifferente ai suoi contenuti e sostanzialmente omogenea alle merci che andrà a consumare per riprodurre sé stessa.

L’impresa globale realizza la sussunzione dello spazio al tempo nella forma della fabbrica. totale - modello ipotetico, astratto ma non arbitrario - distesa sull’intera crosta terrestre.

L’insieme è organizzato non solo a rete ma in rete attraverso strumenti globali come la Computer Integrated Manufacturing e poiché tali strumenti si possono condividere tra più fabbriche anche la più piccola azienda diventa parte di un sistema che trascende l’azienda stessa. Il nocciolo delle nuove organizzazioni industriali è nel programma generale di produzione che costituisce il vero software della fabbrica. In tutte le fabbriche è rilevabile un tratto comune : tutte le attività parziali devono connettersi ed integrarsi, finalizzandosi all’obiettivo. Per questo sono tutte informatizzabili: hanno, cioè, una struttura invariante senza la cui esistenza non sarebbe neppure pensabile produrre e vendere software valido per ogni sistema informativo industriale.

La fabbrica totale intesa in tal senso produce, tenendo fermo il livello di astrazione in cui si è scelto pensare, sempre alla stessa ora indifferente allo spazio in cui si dispieghi l’attività produttiva; se la fabbrica è totale la sua totalità assorbirà tutto in un perenne presente ovvero in una diurnità intramontabile. Ma non solo: la fabbrica totale è definita dalla composizione tecnica mondiale fissata dal fronte più avanzato di sviluppo delle forze produttive e al contempo ottempera alle condizioni della massima valorizzazione del Capitale in generale traducendo in formula omogeneizzata quanto sia necessario alla riproduzione della forza lavoro mondiale secondo il modello generico della composizione organica di capitale alla scala mondiale.

La fabbrica globale abbatte ogni peculiarità nazionale, (penso a Marx: la circolazione del capitale è, infatti, al contempo il suo divenire, la sua crescita, il suo processo vitale) per mezzo della demolizione di ogni specificazione produttiva autoctona epperò tradizionale, (penso al Manifesto, cito a memoria…l’abbattimento degli innumeri vincoli multicolori che avvincevano gli uomini - da parte della borghesia antiformista) sia intesa al livello di epigonale artigianato ma anche e per lo più nella dimensione della fabbrica nazionale.

Al riguardo è di interesse accennare alla vicenda dell’allocazione del capitale globale in Bolivia ove il proletariato è stato assoggettato, ad un processo di espropriazione della massa di conoscenze tradizionali - quasi sempre a trasmissione generazionale e personale che costituivano i vincoli tradizionali informanti la compagine produttiva dei contadini "sottosviluppati" e operai artigiani – per essere impegnato, all’interno della fabbrica modernissima, nello stadio P delle metamorfosi, nel processo di socializzazione del singolo operaio che lo appresta ad essere recettore di una scienza che rimpiazzi le vecchie conoscenze approssimative ma non per questo inesatte con altre che vengono fissate nelle loro menti con la adeguata riduzione a leggi, regole e persino formule matematiche. Il suo impiego si connota e si connette con l’azione sistemica della rete produttiva mondiale, forza lavoro da subito realmente sussunta al capitale nell’epoca dell’estrazione di plusvalore relativo; forza lavoro, peraltro, che in quanto merce valorizzante tutte le altre merci nella seconda metamorfosi del capitale P, è figura tecnicamente omologa sotto tutte le latitudini ma in quanto produttrice di merci omogenee, come si è detto a proposito dell’impresa globale, e da essa consumate per la propria riproduzione, è forza lavoro omogenea dispiegata sull’intera crosta terrestre.

Abbreviando: è lecita l’asserzione che la fabbrica nazionale già deformata dalla sua sussunzione all’attività della multinazionale di cui era parte integrata e omologa anche se non ancora omogenea, venga sfigurata sino a diventare indistinguibile da quella di ogni altra fabbrica sia autoctona oppure allogena in quanto e comunque compresa e ricompressa nella fabbrica totale.

Dimensione di fabbrica totale che ovunque utilizza la stessa composizione tecnica di capitale: in altri termini le due prime metamorfosi del capitale tendono ad essere omologhe ed omogenee su tutta la crosta terrestre (ancora la Bolivia).

La composizione tecnica di capitale nello stabilire il rapporto tra lavoro morto e lavoro vivo segna altresì i metodi per la produzione delle merci configurando alla sua genesi un processo di omogeneizzazione nel cui ambiente le stesse conoscenze atte al funzionamento delle macchine - penso al frammento sulle macchine di Marx, l’uomo guardiano, pastore delle macchine ma anche capitale fisso - si formulano e si stabiliscono come omogenee. Infatti nella omologazione della produzione di beni strumentali e quindi dei linguaggi tecnici ad essa pertinenti e nella omogeneizzazione delle merci, compresa essenzialmente la forza lavoro come merce valorizzante tutte le merci, si compie il massimo sforzo per la realizzazione del mercato mondiale prodotto della incessante necessità di accumulazione del capitale. Tale processualità di natura omologante e omogeneizzante - nell’epoca della sussunzione reale del capitale, dell’estrazione di plusvalore relativo, quindi nell’epoca dell’esasperazione della produttività e dell’efficienza determinati e fissati del momento P del ciclo produttivo - sembra attingere lo statuto di una cogente e ferrea legge inerente alla ragione di essere del Capitale che assume la sua radicale forma strutturale nella fabbrica totale.

Vorrei però ricordare, prima di proseguire che stiamo pensando sul modello di fabbrica totale che in quanto ipotetico consente per l’appunto, per la sua essenzialità, di pensare ipotesi conseguenti al suo essere modello.

La conformazione planetaria della composizione tecnica di capitale stabilisce i presupposti per la produzione di merci omologhe al di là ogni riguardo territoriale; la produzione è divenuta indifferente alla spazialità – intesa come nazionalità – perché predominata dalla temporalità omologa del suo processo produttivo: il capitale Totale compie la sua seconda metamorfosi non solamente indifferente al luogo del suo accadere ma omologando qualsiasi luogo al tempo in cui la metamorfosi si compie essendo in tal modo capitale Totale, sempre; il sempre da intendere come continuità temporale ma anche come lo stesso processo, comunque identico.

Il Capitale autonomizzandosi sempre di più dalla stessa classe dei capitalisti esige che il processo di omogeneizzazione scaturisca dalla omologazione della composizione tecnica di capitale che tende a fissarsi in maniera uniforme sull’intera crosta terrestre che, d’altra parte è interamente, sussunta al processo di valorizzazione del capitale e in ciò il passaggio cruciale dall’omologazione alla omogeneizzazione.

In termini concettuali la genesi di tale passaggio si rileva nella critica alla teoria di Ricardo - secondo cui il lavoro è l’unico agente produttivo e la fonte di ogni valore - compiuta da Marx che supera il problema della omogeneizzazione dei differenti lavori incorporati nelle merci, ma omologhi in quanto considerati fonte di valore, introducendo il concetto di tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza lavoro ovvero il lavoro necessario per fornire i mezzi di sussistenza alla mano d’opera e consentire la sua sostituzione con la generazione a venire per l’appunto, la sua progressiva omogeneizzazione.

La suddetta, attuale, composizione organica di capitale si può definire la composizione organica totale di capitale: l’espressione, in termini di valore della composizione tecnica, fissa il denominatore del rapporto, vale a dire il monte salari sia da acquistare durante la prima metamorfosi del capitale che il numero di operai parziali da impiegare nella produzione P come merce valorizzante tutte le altre merci a livelli che tendono ad confrontarsi omogeneamente in tutto il mondo: omogeneamente perché tendono a stabilire quanto salario è necessario per la riproduzione della forza lavoro impiegata nel processo di produzione ma anche di tutta la forza lavoro non impiegata immediatamente ma che è incluso nel conto generale di classe.

Si può, scendendo dall’astratto al concreto, nuovamente parlare di proletariato nazionale o, per meglio dire, sottomesso al dominio della propria borghesia nazionale, quando deve impegnare il salario ricevuto - inteso alla omogeneizzazione mondiale – in divisa nazionale per provvedere alla propria riproduzione in quanto forza lavoro usurata dall’impiego nel processo produttivo contrassegnato dalla fase P (seconda metamorfosi del capitale). Allora la sequenza dell’esistenza della classe immediatamente cozza con la borghesia nazionale a cui fornisce il plus valore; sulla appropriazione del plusvalore ma anche sulla sua stessa redistribuzione da parte della borghesia nazionale si aprono lotte di classe che conducono alla modificazione del rapporto c/v alterando - nel senso di miglioramenti delle condizione di riproduzione della forza lavoro ovvero di v - la composizione organica di capitale. L’alterazione della composizione organica di capitale all’interno del singolo Stato nazionale apre una grave contraddizione con il processo globale (planetario) del capitale totale che tende per converso a ridurre la componente v, salari, alla sua entità più bassa confrontandoli costantemente con il livello ottimale reso dalle necessità della composizione tecnica di capitale nella sua forma valore di composizione organica. Si manifesta, in senso squisitamente concreto, l’astrazione marxiana del rapporto dialettico tra il capitale e i molti capitali ovviamente colta nella sua contraddizione processuale di valorizzazione.

La delocalizzazione incessante che tende ad installare - la borghesia rivoluziona incessantemente la composizione tecnica di capitale - gli impianti produttivi laddove il rapporto della composizione organica totale può essere più vantaggiosamente inverato, laddove è possibile quindi il saggio il conseguimento del più alto saggio del profitto p/c+v, perciò stesso forma un proletariato omogeneo che privato di ogni sapere tradizionale (Bolivia) – basti a riguardo ricordare il già citato passo de "Il manifesto" di Marx – non soltanto è sottoposto all’ imposizione del rapporto tecnico di capitale ma essenzialmente al rapporto organico che stabilisce quanto e in che misura sia necessario alla sua riproduzione. Ma la riproduzione della forza lavoro così determinata rende omogenea la forza lavoro mondiale – sia essa impiegata nel rapporto di produzione, sia pura e semplice popolazione eccedente che come si è detto rientra comunque nel conto di classe. Omogeneo – dal greco omogenes composto di omòs, stesso, e gènos genere, cioè che genera sé stesso - è quanto la fabbrica totale, il rapporto organico di capitale totale – appunto genera nel suo rapporto mondiale. Ma proprio in quanto generato da un rapporto tecnico che è divenuto integralmente organico – stiamo sempre parlando in termini di processo astratto - ciò che è prodotto, la merce forza lavoro consumata in P, deve essere ricostituito come merce atta allo scopo e come tale omogenea al rapporto organico planetario. Ma se la merce forza lavoro è omogenea al rapporto organico di capitale essa stessa è omogenea alla sua frazione impiegata nella produzione ma anche a quella eccedente, sovrapprodotta in quanto merce.

Possiamo affermare, anticipando il pensare che avrà seguito all’interno dello svolgimento della tesi premessa, che il Capitale – fin qui "trattato" nella sua composizione organica – sia pervenuto al suo dominio reale. Ora è importante, onde sviluppare la tesi della omogeneizzazione della merce lavoro prodotta occupata ed eccedente, condursi a specificare cosa vada inteso per dominio reale. Il dominio reale del capitale trasmuta, sino a consegnarle al silenzio, tutte le forme di organizzazione sociale preesistenti alla sua affermazione in un plesso di condizioni del sistema capitalistico complessivo di produzione e riproduzione sociale tutte intese alla totale sottomissione dell’intera vita fisica e sociale della specie ai propri bisogni di valorizzazione. Tutto è presupposto affinché l’intero processo sociale capitalistico nell’epoca del suo dominio reale – la produzione e la riproduzione – possa essere consentire il compiersi delle metamorfosi cicliche del capitale: tutto le merci, ivi compresa la forza lavoro devono essere indifferenziate come condizione (in senso meramente etimologico, cioè fondate ma anche nel senso del cum-dicere, cioè omologhe ) della loro astrazione in quanto merci e quindi omologhe-omogenee al capitale e alle necessità della sua valorizzazione.

Ma il dominio reale del capitale rimanda al suo movimento costante di innalzamento della sua composizione generante una sovrappopolazione assoluta che- deprivata di ogni specificità intellettuale e manuale (Bolivia) – ha la sua stessa vita biologica dimensionata dalle e per le funzioni del processo di valorizzazione del capitale. Il processo di valorizzazione del capitale è l’intero dispiegarsi delle sue metamorfosi che tanto più sono veloci in quanto l’impiego delle merci non ostato da nessuna elementarità propria di antecedenti modi di produzione si compie nella forma più adeguata ad essere il presupposto al compimento delle metamorfosi stesse.

La sussunzione omologo-omogenea descritta, ricomprende la merce forza lavoro financo sotto le specie della sovrappopolazione assoluta in quanto tutte le merci si riconoscono nella stessa generazione che le connota come immediatamente funzionali (composizione tecnica) ma, consequenzialmente a quanto sin qui esposto, omogenee (composizione organica).

Si è detto che il processo di valorizzazione del capitale nell’epoca del dominio reale comprende tutta la forza lavoro impiegata e la sovrappopolazione assoluta generata dall’aumento incessante della composizione organica del capitale: in altri termini – stante lo svuotamento di ogni costituzione di senso del proletariato pervenuto all’esistenza di forza lavoro omogenea sotto tutte le latitudini nell’epoca del dominio del capitale totale, quindi della sua massima alienazione – la nudità della vita è ciò che caratterizza l’essenza e l’esistenza del proletariato: ma la nudità della vita è l’immediata appartenenza alla specie (cioè tra individui che si possono riprodurre incrociandosi tra loro dando a vita ad esemplari in possesso delle stessa facoltà – individui omogenei).

Tuttavia è importante "guardare" tale svuotamento di senso e riduzione alla nudità della vita come una salutare solvenza dei rapporti reificati propri dei rapporti sociali capitalistici. La rivoluzione comunista non avrà di certo il compito di ridare la vita alla persona umana così come era confermata dalla bestialità della forma privatistica e borghese. Al contrario chiuderà per sempre la storia degli individui sinora svolta nella strada delle menzogne e trasporrà la vita nella persona sociale, la prima veramente umana.

Quindi la nudità della vita non rimanda ad un concetto sul suo valore astratto bensì al suo fondarsi sul processo lavorativo non alienato, condizione essenziale per l’uscita dalla preistoria dell’umano, che in Marx si trova profilato come il ricambio organico tra l’uomo e la natura, attività di specie intesa alla creazione di valori d’uso che entra in contraddizione "naturale" con il bisogno di valorizzazione del capitale che pone la sua incoercibile necessità come razionale identificazione dei bisogni umani.

Allora il rapporto - se i termini del pensare sono corretti, almeno nella loro consequenzialità logica – è tra il capitale Totale e il proletariato dissolto da ogni vincolo ideologico e quindi reso omogeneo dalla composizione organica totale e consequenzialmente dall’essere immediatamente specie. Ne discende che nell’attuale è fondamentale la rilevazione e descrizione dell’intensità del processo di riduzione del proletariato alla nudità della vita che, in termini più canonici, può essere pensato ed espresso come movimento deterministico di ionizzazione delle molecole sociali.

E’ sufficiente, per descrivere cosa socialmente sia segnato dal suddetto processo di ionizzazione, ritornare alla vicenda boliviana tra mezze classi rovinate, indios e contadini sradicati dalla sottomissione reale della formazione economico sociale boliviana al capitale totale: tutti non già proletariato in attesa della chiamata del capitale per poter essere sfruttati ma popolazione, frazione di popolazione mondiale eccedente di cui il capitale nell’epoca dell’estrazione di plusvalore relativo non sa che farsene – né oggi e mai più. Le conseguenze della violenza della strutturazione boliviana hanno incrinato persino la fedeltà cadaverica dei bassi ranghi della polizia boliviana facendo emergere delle crepe che hanno scompaginato, seppur per pochi giorni, la struttura dell’apparato repressivo, ponendo una questione non disciplinare ma di frattura sociale disponendo sul lato dei manifestanti la truppa preposta alla loro repressione. Senza enfatizzare l’accaduto non è velleitario rilevarvi (a questo servono le sonde…) l’esistenza di spinte, seppure non sufficientemente radicali, verso la ionizzazione delle molecole sociali alla scala mondiale, perché in ultima analisi omogenee, aggruppanti oggettivamente, senza scorie ideologiche di fattura borghese, strati proletarizzati con i proletari di contro al potere dello Stato. Ma è altresì esemplare la rivolta del proletariato metropolitano francese che si è manifestata in una dimensione anonima e anomica, nei fatti violentemente distruttiva, dell’intero processo di valorizzazione del capitale così come si inteso finora rappresentarlo, cioè come totalità omologa-omogenea espressione globale del sistema sociale coevo di ricambio sociale. In tale circostanza il proletariato ha alluso al suo essere classe per sé e come tale negatore del capitale e delle sue ideologie democratiche attraverso l’azione che nasce dalle spinte economiche e incontrerà il costituirsi del partito formale al suo tempo e nel suo luogo. (Penso al classico schema del rovesciamento della prassi)

Le spinte possono dunque essere valutate come scaturenti dalla condizione di omogeneità del proletariato (se l’esempio francese riportato non investe che un segmento del proletariato mondiale, così come gli avvenimenti boliviani, entrambi però astrattamente mondiali non ha importanza soverchia per quanto sopra figurato); ciò che interessa è cercare, come sonde, di cogliere la tendenza del movimento di ionizzazione - in tal caso la negazione del proletariato come classe in sé - ma soprattutto come espressione della forza della classe ancora parzialmente sociologica. Forza della classe che, nella percezione della sua completa impossibilità nel rapporto sociale capitalistico di appropriarsi del prodotto sociale e ormai priva di esornazioni ideologiche (il capitalismo che non riesce a mantenere i suoi schiavi ma neanche ad illuderli) – nuda vita, umanità omogenea – si traduce nell’istinto alla distruzione di qualsivoglia legame con il Capitale totale che la produce e nel produrla pone i presupposti della fine del Capitale stesso. In tal senso il processo di ionizzazione allude alla costituzione del partito formale come si accennato: all’oggi, però, la sola presenza - immanente allo svolgimento delle storiche arcate – possibile è quella del partito storico. Ribatterò il chiodo dell’omogeneizzazione in fieri del proletariato nella sua condizione di popolazione eccedente; il presupposto per la sua negazione come classe estraniata dal prodotto sociale è la solvenza della sua stessa condizione di merce eccedente per ricondizionarsi come classe per sé, informata alla ricostituzione del ricambio organico tra l’uomo e la natura così come Marx aveva definito l’attività umana finalizzata alla produzione di valori d’uso e finalmente la sua riunificazione come umanità che nella sua etimologia ci riconduce al concetto di omogeneo. Infatti seguendo Marx si apprende che la radicalità del termine umano riposa in hùmus, terra: come dire terrestre, ovvero procreato dalla terra – generato come specie, quindi omogeneo. La ricerca sino alla radice sanscrita rimanda alla radice BHU che incontra il greco PHY che sta per essere, generare, crescere onde bhuman, creatura da cui, ancora, BHUMI, la terra come l’elemento che genera, fa crescere le cose, percorso che va ulteriormente a confermare il convenire di omogeneità e umanità, cioè di ciò che genera sé stesso. Però se l’umano si riconcilia con la natura (secondo l’etimologia di forza che genera) e quindi la naturalità è immediatamente umanità possiamo affermare che il comunismo è completo naturalismo = umanismo, come completo umanismo = naturalismo; esso è il vero scioglimento del completo umanismo = la natura e tra uomini ed uomini, la vera soluzione del contrasto tra esistenza ed essenza, tra realtà oggettiva e coscienza soggettiva, tra libertà e necessità, tra individuo e specie. Il comunismo è il risolto enigma della storia e si considera come tale soluzione.

Per converso, fintato che il proletariato è sussunto al dominio del capitale - ma ora capitale Totale - e alla legge del valore in quanto e per lo più come forza lavoro produttiva, null’altro accade che il perdurare del capitale nella vivificazione del lavoro morto attraverso il lavoro vivo.

Tuttavia il movimento totale di valorizzazione del capitale attraverso l’incremento incessante della sua composizione organica produce il risultato di una sovrappopolazione assoluta la cui connotazione fondamentale è quella di essere costituita da un’immensa fluidità umana senza alcuna riserva e al punto zero di ogni residuale ideologia di borghese, sia pure nelle mistificazioni dispensate dalle antiche organizzazioni di classe occupate dalla borghesia e pertanto da considerarsi distrutte. In ciò dall’essere prodotto eccedente del dominio reale del capitale e come tale nuda vita che in tale condizione si riproduce – pertanto omogenea – assurge alla dimensione mondiale così come il capitale è ormai mondiale nella reale costituzione del suo mercato.

Ciò che si confronta mondialmente al fronte avanzato di sviluppo delle forze produttive è la composizione organica di capitale stabilita dalla composizione tecnica che è espressione dello sviluppo delle forze produttive stesse – in altri termini il conflitto è implicito nella formula della composizione organica che rappresenta la lotta di classe tra il capitale e il salario inteso sempre come conto di classe e quindi esteso a tutta la popolazione sovrapprodotta.

La composizione organica che si impone omogeneamente su scala mondiale è costituita, dunque dal capitale totale e dal proletariato mondiale che esprimono un rapporto di forza disteso su tutta la crosta terrestre che è null’altro che un modo più affinato di ribadire il dominio totale del Capitale.

E’ lecito e consequenziale, ribadire che tutto il processo di circolazione del Capitale è integralmente il suo proprio processo di valorizzazione attraverso un sistema di dispositivi e procedure che a tutte le latitudini omologano la produzione P; all’interno della sequenza P, quindi nella seconda metamorfosi del capitale, tutte le figure sono sotto tutte le latitudini non solo omologhe - ma possiamo ora asserire omogenee - vuolsi sotto le specie della forza lavoro che sotto quelle dei materiali entranti nel processo P.

Ciò che per lo più interessa rilevare e, per quanto sin qui composto si rileva come preminente, è che le condizioni materiali - modalità omologhe-omogenee di realizzazione del pluslavoro all’interno dello stadio P della seconda metamorfosi del capitale – hanno configurato l’operaio parziale o sistemico al massimo grado di alienazione prodotta dal dominio reale del capitale. Infatti nessun operaio produce nessuna merce che può essere pensata soltanto come prodotto comune degli operai parziali, omologhi ed omogenei, si trasforma appunto in merce nella terza metamorfosi del capitale: ma non solo. All’interno del sistema di fabbrica non vi è scambio secondo criteri di valore ma solo secondo criteri di quantità e funzionalità. In altri termini, l’organizzazione di fabbrica, (la sua composizione tecnica) è già funzionale alla società futura; quel che va conquistato è l’esterno della fabbrica galera ove l’organizzazione tecnica, nella società mercantile viene trasmutata in furto di lavoro altrui e appropriazione privata del prodotto come si è detto, socializzato, resa merce e come tale soggiacente al suo stesso arcano: ne consegue l’adamantina certezza che il problema non sia tecnico bensì politico. Ma è politico nella dimensione in cui il processo di omogeneizzazione determinato dalla proiezione della composizione tecnica nella composizione organica, cioè di valore, di capitale, scolpisce le molecole sociali che vanno già da subito ad alimentare il processo storico di ionizzazione rivoluzionaria. Allora nella figura del proletariato omogeneo, liminale espressione della degradazione dell’umano epperò condizione umana di nudità della vita al punto zero di ogni costruzione ideologica borghese, propria del dominio reale del capitale sull’intero sistema di produzione e riproduzione sociale, è possibile scorgere la prefigurazione essenziale, perché scevra di incrostazione sovrastrutturale, dell’individuo-specie che si è strappato dal cuore ogni individualità borghese e il cui fare – inteso nel senso della poiesis - è gioia e comunione con l’altro nella ricchezza della soddisfazione dei bisogni finalmente umani in quanto e nella misura in cui assurgono alla pienezza dei bisogni di specie in cui l’umano si naturalizza e la natura si umanizza.

Ma a ciò che questo venga a compimento è necessario, come si è visto, che le spinte economiche salgano ad incontrare il partito storico e consentano la formazione del partito formale, presupposto e condizione per il rovesciamento della prassi.

La classe, quindi, è condizionata – fondata e al contempo astretta nel cum dicere - da una omogeneità immediata di condizioni economiche che ci appare come il primo motore della tendenza a superare, ad infrangere l’attuale sistema produttivo, ma per assumere questa parte grandiosa essa deve avere un suo pensiero, un suo metodo critico, una sua volontà, che miri a quelle realizzazioni che l’indagine e la critica hanno additate, una sua organizzazione di combattimento che ne incanali e utilizzi col migliore rendimento gli sforzi ed i sacrifici. Ed in tutto questo è il partito.

E’ consentito tutto quanto detto perché vi sono punti critici dell’evento come vi sono punti critici di temperatura, punti di fusione, di congelamento, di ebollizione, di condensazione. E vi sono nell’evento anche quegli stati di iperfusione che non precipitano, non si cristallizzano, non si determinano, se non mediante l’introduzione di un frammento dell’evento futuro: la lotta del proletariato che vittoriosa, lo produrrà alla scala mondiale.

La composizione "Omologazione conservatrice e omogeneità rivoluzionaria" è stata preceduta dalla "osservazione" della vicenda costituente la sussunzione reale della Bolivia al Capitale fissata nel lavoro titolato "Trasformazioni". Il lavoro che occupa la presenza germina quindi dalle "osservazioni" compiute sulle Bolivia e muove dal passo "il proletariato…di essere esteso ed omogeneo come classe mondiale". Pertanto si è ritenuto di qualche utilità allegare "Trasformazioni" al testo costitutivo della riflessione resa in termini di relazione alla riunione di Rimini del trascorso settembre.

Trasformazioni:

1- A partire dagli anni Ottanta ad oggi una serie di violenti mutamenti ha scosso l’economia della Bolivia producendo un profondo processo di ristrutturazione – ma si potrebbe affermare che più che di ristrutturazione si tratta di strutturazione originaria – del sistema produttivo nazionale e dei rapporti sociali nel paese. La massiccia allocazione degli investimenti di capitale – pressoché totalmente straniero – agevolata dalla predisposizione di impietosi progetti di privatizzazione e di vendita del gas agli Stati Uniti che hanno provocato rivolte popolari e ammutinamenti della polizia culminati in violenti scontri che sono costati la vita a decine di manifestanti nel 2003 - ha alterato la redistribuzione del reddito dando così luogo ad una migrazione interna della forza lavoro che ha configurato una inedita mappa geo-economica della Bolivia che, abbreviando, si potrebbe definire dualistica. Nelle pianure orientali il settore industriale fondato sugli idrocarburi e su massice disponibilità di capitale straniero ha indotto lo sviluppo di un’agricoltura avanzata costituendo il polo ove lo sviluppo capitalistico mondiale si è cristallizzato nella sua forma tecnologicamente avanzata e quindi in grado di assolvere la sua funzione primaria di produzione di merci ad alto valore aggiunto, cioè ad alta composizione organica di capitale. Il costituirsi di un’area realmente sussunta al capitale ha vieppiù accentuato le condizioni di arretratezza tecnologica delle miniere degli altopiani i cui lavoratori sono emigrati in massa dagli ormai depressi centri minierari verso le città – Santa Cruz, Cochamamba ed El Alto – oppure si sono diretti verso le aree del Chapare dove si coltiva la coca, incrementando la consistenza di un sottoproletariato che già da subito può essere definito popolazione eccedente assoluta. Ma non solo: i metodi tradizionali dell’agricoltura di sussistenza ancora prevalenti sugli altopiani hanno finito anch’essi per accentuare l’impoverimento dei contadini determinato oltre, che dalla arretratezza delle loro coltivazioni, dall’assoluta mancanza di investimenti tecnologici e dalla cronica mancanza di infrastrutture - sono presenti, infatti, 60.282 chilometri di strade di cui solo il 7% sono asfaltate e percorribili in ogni periodo dell’anno.

La struttura economica boliviana, dunque, è oggi fondata sullo sfruttamento da parte delle multinazionali delle risorse naturali del paese: da quando negli ultimi anni il settore degli idrocarburi ha attratto enormi investimenti stranieri diretti e dopo che sono iniziate le esportazioni del gas i due settori minerario e petrolifero hanno rappresentato quasi la metà delle esportazioni boliviane senza tuttavia che i profitti fossero ridistribuiti in qualche modo nel paese e rendendo, per tanto, confusa e velleitaria ogni politica riformista di redistribuzione del reddito.

2- La strutturazione originaria dell’economia boliviana, cui sommariamente si è accennato, è scaturita dall’intreccio di privatizzazioni e investimenti stranieri nei settore degli idrocarburi e del gas che per tanto assurgono a dimensione strategica per l’intera formazione economico sociale della Bolivia.

Tuttavia parlando di formazione economico sociale della Bolivia si usa una locuzione il cui significante non viene sostanziato dal significato; detta altrimenti: il settore strategico delle riserve naturali la cui dinamica come si è già accennato trascina l’intera traiettoria esistenziale della forza lavoro boliviana è completamente in mano al capitale transnazionale e multinazionale, forma fenomenica del Capitale totale che trascende la sua purezza di ente mondiale e anonimo per adempiere a sé stesso nelle metamorfosi della valorizzazione.

Le riserve del gas e degli idrocarburi, quando giacciono ancora nel sottosuolo dal punto di vista marxista sono di chi le appropria; dal punto di vista della legalità stabilita dal diritto internazionale sono sotto il dominio dello Stato in cui si trovano, in questo caso quello boliviano.

Contemperando la dottrina marxista con la legalità borghese il dominio pressoché assoluto delle imprese petrolifere straniere sui giacimenti petroliferi boliviani è stato formalizzato dalla cosiddetta "Ley de hidrocarburos" del 1996 che di fatto ha escluso lo Stato da qualsivoglia modalità di sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo. Detta esclusione formale non significa che lo Stato sia scomparso dalla scena: al contrario, ritirandosi ha approntato la scena stessa dell’allocazione del capitale multinazionale facendo di sé stesso il guardiano della soglia, gendarme deputato a tutelare le aziende da eventuali disordini sociali. Lo Stato della Bolivia, quindi, se sotto un rispetto ha sancito la rinuncia della borghesia nazionale ad appropriarsi delle risorse del sottosuolo, dall’altro continua pienamente ad adempie alla sua funzione di garante della circolazione del capitale nella sua prima e terza metamorfosi; tale investitura, come si vedrà più avanti, lo porta continuamente ad essere inadeguato al suo compito, di fronte alla vastità e alla specificità delle forme che assumono le lotte del proletariato boliviano.

Le "metamorfosi del capitale e il loro movimento circolatorio", come è noto, sono state trattate da Marx nella Sezione prima del secondo libro de "Il Capitale" e fissate Marx in tre stadi di cui il primo è circolazione pura, acquisto sul mercato; il secondo è quello, fondamentale, produzione della merce M cresciuta M’; il terzo è di nuovo circolazione.

Astraendo la vicenda boliviana nel primo dei tre stadi delle metamorfosi del capitale si staglia il falso movimento dello Stato che fissa, sottomesso al capitale multinazionale, il paradigma delle procedure di privatizzazione da cui paradossalmente esclude sé stesso: in altri termini si pone come sovranità che al suo limite estremo rinnega sé stessa per rivelare ciò che è nella sua essenza: creatura che il Capitale divora nella sua forma integrale immediata di autovalorizzazione, bulimica voglia che mai si appaga. Ma il capitale investito, per converso, sovradetermina – il falso movimento dello Stato che sempre resta ciò che è – riceve e assume dal suo "ente di forza", la legalità per appropriarsi di ciò che potenzialmente è di chi se lo prende, le risorse del sottosuolo. Capitale che nella presa si legittima, nell’osceno amplesso con lo Stato, figura operativa come impresa multinazionale che di fatto opera nel paese con potere sovrano che decide sullo sfruttamento, la produzione, la commercializzazione e la vendita nei mercati interni e internazionali dei prodotti degli idrocarburi e del gas.

Il danaro investito dalle multinazionali in Bolivia è forma del girovago Capitale, lavoro morto a caccia di lavoro vivo, che si attualizza per compiacersi di sé stesso, vale a dire per autovalorizzarsi. Il Capitale assume la forma-danaro D abbandonando la sua dimensione anonima per acquistare merce M: esso si fa investimento e nell’investirsi viene a realtà, si realizza nel primo stadio, quello della circolazione pura, movenza intesa all’acquisto sul mercato.

La merce M acquistata sul mercato si divide in due partite: forza lavoro T e mezzi di produzione Pm: il capitale D, danaro contante, si è mutato in un totale equivalente di materie prime e altri mezzi produttivi (logorio delle macchine nel ciclo) Pm o c (capitale costante) e in una somma di salari operai, T o v per cui si avrà simbolicamente il passaggio d…m = v+c.

Compiuta l’astrazione dal concreto della forma denaro del capitale al modello simbolico si tratta ora di tornare al concreto, afferrare le necessità delle multinazionali presenti in Bolivia che originariamente, sono intese ad una trasformazione radicale del processo produttivo fondata sulla formazione di un capitale costante ad alto valore tecnologico. In Bolivia però non si è mai realizzata una qualche sorta di accumulazione originaria. A partire dal 1993, quando fu eletto alla presidenza Gonzalo Sànchez de Lozada, il sistema minerario ha subito un progressivo indebolimento causato dalla chiusura di numerose miniere. L’agricoltura che ricopre un ruolo fondamentale nell’economia del paese contribuendo al 14% (2003) del prodotto interno lordo e occupando il 5% (2000) della forza lavoro, non travalica il crinale della pura sussistenza pesantemente condizionata dall’arretratezza dei mezzi, dalla disomogenea distribuzione della popolazione e da un sistema di trasporti inadeguato tant’è che la coltivazione delle foglie di coca costituisce probabilmente il maggior provento del settore agricolo. Né meglio vanno le cose nell’industria la cui incidenza economica è modesta fornendo il 30,1% (2003) del prodotto interno lordo ed impiegando il 28% (2000) della popolazione attiva. L’industria manifatturiera, ancora più arretrata, da parte sua occupa appena il 9% della forza lavoro. Conseguentemente le esportazioni – lasciando da parte per il momento la questione degli idrocarburi e del gas – riguardano soprattutto prodotti agricoli mentre le importazioni concernono per lo più macchinari, automobili, apparecchiature elettroniche e manufatti producendo uno sbilancio negativo costante nel saldo tra esportazioni ed importazioni che ha portato a definire la Bolivia "il paese più povero del Sud America" dove secondo le stime delle Nazioni Unite il 67% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e a classificare il paese tra i 15 più indebitati al mondo presenti nella lista della Banca Mondiale.

Gli investimenti delle multinazionali nel settore degli idrocarburi e in quello del gas nella quota parte destinata alla costituzione del capitale costante ad alto valore tecnologico, laddove si fa Pm, non potevano quindi incontrare alcuna offerta adeguata dell’industria boliviana strutturalmente inadeguata ad essere presente sul fronte più avanzato del capitalismo attuale, quello della sussunzione reale della società al capitale, dell’affermazione dell’estrazione di plus valore relativo su quella di plus valore assoluto; e tanto meno erano né ipotizzabili e tanto meno fattibili operazioni creditizie integrazioni della Banca Centrale della Boliviana cui debolezza è diretta proiezione di quella del sistema industriale boliviano.

Quindi l’investimento delle multinazionali - danaro D che si metamorfosizza in Pm – non interviene strutturalmente sull’intera economia boliviana in termini di crescita economica globale – vale a dire di sviluppo delle due sezioni marxiane della riproduzione allargata – ma realizzando di fatto, la riproduzione allargata nel paese o più paesi produttori individuati per l’acquisto dei beni strumentali adeguati alla strutturazione originaria dell’industria estrattiva boliviana. Infatti l’acquisto dei beni strumentali impegnati per l’appropriazione delle ricchezze del sottosuolo boliviano consente alle forme di Capitale impegnate nei paesi attestati sulla frontiera più avanzata del movimento delle forze produttive di realizzare il plusvalore necessario per allargare la propria produzione. Ciò avviene dapprima con l’anticipazione di danaro sotto le specie di acquisto di mezzi di produzione e successivamente - compensato e ricostituito il capitale anticipato con i proventi dei prodotti degli idrocarburi e del gas - con i proventi di stessa fonte ormai pressoché liberi da qualsiasi onere diminutivo del loro volume. .

Questa ricognizione intorno alla costituzione del capitale costante c metamorfosi del capitale D raduna la materia necessaria per fissare dapprima il concetto che il danaro investito nella composizione organica del capitale in Bolivia è plusvalore mondiale appropriato e non consumato dai capitalisti come classe ma poi occorre, per meglio capire, quindi catturare il movimento del capitale, volgersi verso le incisioni della austera dottrina: l’accrescimento del capitale si accompagna ad una modificazione della sua composizione organica aumentando il valore dei mezzi di produzione e diminuendo sempre quello della forza lavoro. Il senso storico di questa relazione – di alta composizione organica del capitale – è che con la riproduzione allargata del capitale, ossia con la destinazione del plusvalore non a circolazione mercantile ma a capitalizzazione nel processo produttivo cresce il capitale costante decrescendo, al contempo, la rata di capitale variabile sul costante e sul totale e il capitale variabile sociale, ossia la parte di prodotto sociale consumata dai lavoratori.

In Bolivia il processo di capitalizzazione è originato nel punto più avanzato della dinamica del capitalismo mondiale segnata dall’alta composizione organica del capitale e "naturalmente" con una quota di capitale variabile v esigua rispetto al capitale costante c la metamorfosi del danaro D si compie maggiormente nell’acquisto di mezzi di produzione rispetto all’acquisto di forza lavoro: tale condizione comporta che l’utilizzazione della forza lavoro sia assolutamente marginale rispetto alla popolazione attiva.

A questo punto la sequenza D→M, giusta Marx all’inizio del citato Libro Secondo - si ferma innanzi ai puntini di sospensione…indicando l’interruzione della circolazione mercantile per far luogo allo stadio produttivo del movimento circolatorio del capitale che simboleggiato in P può essere riproposto con la notazione m = {v < (v + p) + c→c} →m’. Tutta la notazione pone in evidenza che c non varia mentre v genera il plus valore p ma è altresì fondamentale continuare a tenere fermo, in riferimento alle condizioni di impianto dell’industria estrattiva boliviana, che sia v che c sono metamorfosi del capitale D che è plusvalore mondiale, sotto le specie della quota fissata dalle multinazionali attive in Bolivia. Stabilito che i mezzi di produzione c sono stati acquistati nel mercato mondiale e nell’economia del nostro ragionamento non contano, la questione investe il plus valore generato dalla forza lavoro v acquistata sempre con danaro D. Evidentemente il capitale variabile v essendo della medesima origine D cioè multinazionale deve tornare ad integrare l’anticipazione nella stessa natura monetaria e comunque non boliviana essendo stato generato appunto dall’appropriazione mondiale di classe di plusvalore, appropriazione che nella sua specificazione D deve essere reintegrata nella anticipazione compiuta per l’acquisto di v. Il plus valore p è dunque generato dalla forza lavoro boliviana dispiegata nello stadio produttivo P; ma la forza lavoro è merce al pari dei beni strumentali, acquistata sul mercato dal capitale D multinazionale. Essa è stata venduta per essere utilizzata all’interno di P e in questo stadio la cooperazione produttiva non ha connotazione nazionale; la merce lavoro non è segnata dalla nazionalità della divisa che ne ha permesso il pagamento anticipato e nemmeno la merce m’ fintanto che sarà appropriata come prodotto del capitale mediante la realizzazione sul mercato che Marx nota come M’-D’.

In questa circolazione del capitale nella strutturazione boliviana si pone oggettivamente la nudità di classe del proletariato industriale - ma non solo, come vedremo più avanti - della Bolivia che si confronta immediatamente con il capitale D multinazionale, sia nella sua prima metamorfosi che nella terza, che ne acquista la forza lavoro sul mercato (prima metamorfosi) per poi realizzarne il prodotto generato m’ (terza metamorfosi) di nuovo sul mercato. Si può parlare di nuovo di proletariato boliviano soltanto quando esso stesso deve impegnare il salario ricevuto in divisa boliviana per provvedere alla propria riproduzione.

I boliviani hanno compreso che la crescita promessa non è mai avvenuta, che le esportazioni non restituiscono nulla che possa incrementare il loro potere d’acquisto oltre la mera riproduzione della loro capacità lavorativa. Il livello già miserabile della loro riproduzione si è ulteriormente abbassato, siderale la sua distanza con il livello di vita delle oligarchie del paese. I prezzi dei beni essenziali sono saliti, i posti di lavoro non sono aumentati, ogni seppur minima mobilità sociale è di fatto preclusa nella rovina che l’inarrestabile processo di proletarizzazione induce incessantemente, producendo popolazione eccedente assoluta, che è potenzialmente connessa con quella mondiale, nell’epoca nella sussunzione reale dell’intero pianeta al Capitale totale . Epoca dell’estrazione di plusvalore relativo che non dà luogo a chiamate di sorta nel processo di valorizzazione del capitale ed epoca, altresì, del Capitale totale che nemmeno riesce più a mantenere i suoi schiavi: quando si ribellano, il suo Stato, adempie alla bisogna di sparargli addosso come nelle tragiche giornate dell’autunno del 2003

La metamorfosi rappresentata simbolicamente interessa soprattutto perché il plus valore generato p, nelle movenze di realizzazione sul mercato del prodotto m’ ci consentirà di capire la funzione della borghesia locale, l’oscillazione delle mezze classi e l’agire del proletariato boliviano in un sistema economico sociale scaturito da uno specifico processo locale (in Bolivia, appunto) del Capitale mondiale nella sua forma produttiva ad alta composizione organica immediatamente originata in un’area del sub continente americano a struttura produttiva tecnologicamente poco sviluppata.

L’alta composizione organica del capitale strategico delle multinazionali determina la crescita dei settori strategici ma non produce alcun risultato in termini di sviluppo della domanda interna. E questo perchè gli investimenti si concentrano su prodotti che hanno ben poco a che vedere con il resto dell’economia primariamente in termini di beni e servizi tecnologici che l’industria petrolifera richiede e la Bolivia non produce e consequenzialmente non decolla la domanda di immissione di forza lavoro e di beni intermedi.

La riproduzione allargata avviene acquistando i necessari beni strumentali che accentuano l’alta composizione organica del capitale "boliviano" fuori del territorio nazionale. Il realizzo del plus valore in infima parte avviene attraverso la vendita nel mercato interno dei prodotti dell’industria petrolifera, e ovviamente di quella del gas; le condizione che consentono la realizzazione della riproduzione allargata oltre confine sono poste dai contratti relativi alla esportazione del gas verso il Brasile e dal controllo pressoché inesistente delle autorità sulle imprese che non permettono allo Stato di reperire un volume di fiscalità sufficiente ad una redistribuzione del reddito tale da potenziare una domanda da soddisfare mediante il costituirsi di un cospicuo capitale fisso nella sezione relativa alla produzione di beni strumentali volta ad allargare la produzione sia del settore strategico, sia del settore dei beni intermedi.

La capacità fiscale dello Stato, svenduta agli interessi delle multinazionali operanti in Bolivia, risulta quindi assai fievole associando la incapacità di pressione fiscale - laddove esiste produzione di plusvalore, peraltro appropriata dal Capitale totale nella sua dinamica mondiale che la riceve dalla sua "filiale" boliviana e pertanto inaccessibile ai boliviani – ai bassi risparmi interni.

Tutti questi fattori – a cui va sommato lo squilibrio della bilancia dei pagamenti - limitano la disponibilità delle risorse per gli investimenti pubblici e la loro assegnazione ai settori produttivo e sociale. Il libero flusso di capitali e l’attrazione di investimenti esteri diretti non si sono rivelati di per sé il motore dello sviluppo nazionale: al contrario la privatizzazione dell’economia ha lasciato lo Stato senza alcuna vera fonte di entrate ed ha ulteriormente ridotto il processo di accumulazione della ricchezza che è stato egemonizzato dal capitale multinazionale.

Il settore degli idrocarburi ha visto nel 2000 aumentare la produzione di gas naturale del 38% e l’esportazione del gas verso il Brasile è cresciuta del 242%; nonostante questo consistente e perspicuo aumento dell’attività in tale settore la percentuale delle relative entrate fiscali rispetto alle imposte totali e alle entrate correnti della Tesoreria nazionale è diminuita tra il 1991 ed il 2000. Il settore più dinamico dell’economia nazionale ma tale aggettivazione è puro segno senza significato, caratterizzato dalla produzione di idrocarburi frazione della produzione mondiale integrata - perciò privilegiato dalle politiche intese ad attirare investimenti esteri diretti (38% di tutti gli investimenti esteri a partire dal 1993) – non ha aumentato il gettito fiscale alla Tesoreria nazionale e quindi non genera vere risorse nazionali per i cialtroneschi obiettivi dello sviluppo: irridenti fanfaluche aleggianti sopra le sciagure del proletariato boliviano.

La fragilità fiscale è evidenziata dal progressivo aumento del deficit fiscale – coperto al 60% da fonti estere – che ha toccato il 65% del PIL nel 2001. La conseguenza è stata che nonostante il governo boliviano abbia proceduto ad una massiccia riduzione delle spese la sua disponibilità di risorse autoctone per far fronte ai propri obblighi risulta vieppù diminuita e per converso in costante incremento la sua dipendenza da risorse estere per far fronte al proprio fabbisogno. Tale fragilità fiscale è ancora maggiore in tempo di crisi perché il peso fiscale continua a regredire a causa dell’incremento di crescita dei settori strategici verso l’estero che sono sottoposti a misure fiscali favorevolissime. Ne discende, inevitabilmente, che i settori più depressi continuano a generare la maggior parte delle risorse governative peraltro sempre più magre sotto forma di imposte sui consumi e sulle transazioni.

Le conseguenze più evidenti sono da un lato una accentuata vulnerabilità del sistema produttivo di fronte alle ricorrenti crisi e dall’altro la contraddizione apertasi tra gli obiettivi settoriali e corporativi degli investimenti diretti di capitale D e gli interessi della popolazione. Segnale di queste contraddizioni è il continuo aumento dei prezzi e delle tariffe originato dalle norme permissive introdotte per favorire l’allocazione di capitale estero che hanno determinato l’attuale confusione che caratterizza l’intero sistema di regolamentazione. Per contro, i tentativi governativi, a partire dal 1991, di aumentare la spesa sociale che avrebbero dovuto toccare l’acme nel 2001 attraverso le risorse provenienti dall’Iniziativa potenziata dei paesi poveri fortemente indebitati, sono stati praticamente annullati dai pesanti effetti negativi della crisi internazionale sull’economia boliviana. In ogni caso la popolazione non percepisce nulla delle politiche cosiddette sociali del governo boliviano e non solo perché si tratta di politiche i cui conseguimenti si pongono in un futuro indefinito e indefinibile ma fondamentalmente perché la strutturazione originaria determinata dagli investimenti diretti del Capitale Totale nella sua forma fenomenica multinazionale hanno innestato un processo violento di proletarizzazione in ampie aree del paese che ha reso sempre più vivida la responsabilità politica delle multinazionali presenti in Bolivia. L’innesto incessante nel proletariato urbano dei "desplasados" (ovvero lo spostamento in massa dalle campagne alle città) è incrementato da elementi degli strati più bassi della piccola e media borghesia investiti dalla pesantezza della crisi che finiscono per propugnare una politica pallidamente nazionalista e populista in contrapposizione ai piani ALCA cui sono legati i destini dell’oligarchia boliviana. L’oscillare delle mezze classi ha spinto la borghesia orientale di Santa Cruz della Sierra ad eccitare le proprie velleità autonomiste, prospettando tale soluzione di carattere ideologico ai ceti medio bassi in declino, alla piccola borghesia rovinata, agli emigrati dalle zone depresse che fluiscono verso tale area ricca del paese al ritmo di 400 al giorno. Il soggetto separatista preconizzato avrebbe dovuto spostare di piano lo scontro di classe nel paese - immediatamente estraibile nel conflitto tra Capitale totale e proletariato eccedente mondiale – riducendolo ad un conflitto avente per posta l’autonomia regionalista infeudata agli interessi delle multinazionali. Tuttavia, la crisi dell’apparato militare nei ranghi subalterni come vedremo più avanti, l’attestarsi delle istanze più radicali dei manifestanti su posizioni di rifiuto delle rappresentanze politiche attuali, le richieste di nazionalizzazione delle risorse degli idrocarburi e del gas avanzate dal "Sindacato lavoratori minatori della Bolivia" e fatte proprie da larghe strati della popolazione ha costretto la borghesia a mutare indirizzo strategico. La sua ala "liberale e democratica" ha accolto l’incendiario rifiuto della classe politica vigente espresso dalle lotte per stemperarlo verso il glaciale indirizzo dell’Assemblea costituente ove, è accorso in scellerato passo il MAS di Morales trovandovi il meglio luogo per svendere le lotte e le tragedie del proletariato boliviano: nel gelo delle architetture costituzionali.

Ma al di là delle mene delle oligarchie boliviane, è importante cogliere il movimento di proletarizzazione della piccola e media borghesia determinato dalla insostenibilità sociale e politica del quadro economico boliviano sottomesso alle necessità della valorizzazione del Capitale Totale che la colloca oggettivamente nella compagine (ancora sociologica ma le cui rosse vampe della rivolta bruciano in storici attimi i cieli andini) del proletariato metropolitano assieme agli indios e ai contadini.

Lungo i 60.282 chilometri di rete stradale boliviana, itinerari della circolazione delle merci, è cresciuto e sviluppato nel tempo il blocco stradale come efficace forma di lotta. Le nozze chimiche tra la dinamite e la determinazione dei minatori, contadini e cocaleros se da un lato si sono rivelate armi acuminate contro lo Stato, dall’altro – ed ancora di maggio rilievo – hanno fomentato esponenzialmente la capacità del proletariato di collassare il sistema produttivo del paese bloccando le arterie andine principali. I blocchi stradali organizzati simultaneamente nelle direttrici viarie della Bolivia che hanno indotto la stasi della commercializzazione delle merci: l’incantesimo della terza metamorfosi del capitale, D’ ristretto nel reticolo di brunato odio, generato dal fronte più avanzato del Capitale totale, l’azienda unica mondiale nella sua diffusione molecolare che in materiale e fulgida dialettica viene trasmutata dai suoi schiavi in spietata ed efficacissima strumento di lotta. I blocchi stradali si sono rivelati, proprio per ciò, devastanti per il capitale incantato da meritarsi l’attenzione del suo ente di forza, lo Stato, che dopo i fatti del 2003 varò la cosiddetta "Legge di sicurezza urbana". Scopo di tale legge è quello di colpire duramente l’indizione e la creazione di blocchi stradali con pene che vanno dai due agli otto anni di carcere: ma non solo. Anche "chi impedisce in qualche modo o perturba la regolarità e la sicurezza dei trasporti pubblici di terra, d’aria e di acqua verrà sanzionato con una reclusione che va dai due ai quattro anni di carcere". Inoltre, come estrema ed intemerata prosternazione alle multinazionali, sono stati previsti dai tre agli otto anni di carcere per chi provoca l’interruzione dei pubblici servizi come l’erogazione di acqua e di gas.

Mezze classi rovinate, indios e contadini sradicati dalla sottomissione reale della formazione economico sociale boliviana al Capitale Totale: tutti non già proletariato in attesa della chiamata del Capitale ma popolazione, frazione di popolazione mondiale eccedente di cui il capitale nell’epoca della estrazione di plusvalore relativo non sa che farsene- né oggi e mai più.

La violenza della strutturazione boliviana ha addirittura incrinato la fedeltà cadaverica degli apparati repressivi alla borghesia compradora proprio nei momenti in cui questa li aveva chiamati alle armi: nel febbraio del 2003 il governo in carica presieduto da Ponzalo Sànchez de Lozada annunciò il varo di una nuova tassa sui salari che scatenò una serie di scioperi che culminarono, sempre nel mese di febbraio in durissimi scontri con morti e feriti in prossimità del palazzo del governo a La Paz. La serie delle manifestazioni videro la partecipazione dei poliziotti in borghese fianco a fianco dei manifestanti con il rifiuto dei membri del Grupo Especial de Seguridad, antisommossa di uscire dalla loro caserma. Gli scioperi dei poliziotti, che non ricevevano la paga da mesi, continuarono a tal punto che intervennero i militari e reparti di cecchini per sedare gli scontri in piazza. Quel che qui interessa è elucidare la natura delle rivendicazioni dei poliziotti che si portano oltre la denuncia delle dure condizioni di lavoro e della esiguità del salario quindi oltre gli effetti delle crisi che li proletarizza per situarsi nel campo delle richieste intese per lo più alla difesa delle risorse naturali e produttive. In questo contesto non è importante la cristallizzazione dell’istanza primaria dello sciopero – le peggiorate condizioni di vita – nell’ambito di un confuso nazionalismo di sapore bolivarista, quanto piuttosto l’emergere di una lacerazione all’interno dello schieramento borghese che assume valenza paradigmatica. Occorre infatti considerare che il carattere e l’entità degli armamenti dipendono strutturalmente dal grado di sviluppo delle forze produttive che nel caso della Bolivia sono al loro fronte avanzato ad alta tecnologia- ad alta composizione organica di capitale. Tale rapporto determina un rapporto di produzione di fabbrica che non può non riverberarsi, modificandolo, sull’assetto della struttura disciplinare e sociale dell’esercito soprattutto nei suoi quadri medio-bassi a tal cagione proiettati dalle dinamiche del Capitale totale verso il ribollente proletariato epperò ancora allucinati dal tardo sventolare dei funerei drappi dell’onusto nazionalismo.

"Presso i Romani, l’esercito rappresentava una massa- già separata dal resto del popolo- disciplinata dal lavoro, il cui surplus di tempo apparteneva allo Stato; essa vendeva tutto il proprio tempo di lavoro allo Stato e scambiava la propria forza-lavoro contro un salario necessario alla conservazione della propria vita, così come fa il lavoratore con il capitalista. Era l’epoca in cui l’esercito romano non era più formato da cittadini ma da mercenari. Per i soldati si trattava dunque proprio della vendita libera del lavoro. Ma lo Stato non acquistava questo lavoro in vista della produzione di valore. E’ per questo che, benché la forma del salario sembri esistere dall’origine degli eserciti, questa istituzione mercenaria differisce essenzialmente dal lavoro salariato. La rassomiglianza viene dal fatto che lo Stato impiega l’esercito per accrescere la propria potenza e ricchezza". (K. Marx, Grundrisse).

La insubordinazione dei bassi ranghi della polizia boliviana, ha fatto quindi emergere delle crepe che hanno scompaginato, seppur per pochi giorni, la struttura dell’apparato repressivo, ponendo una questione non disciplinare ma di frattura sociale disponendo sul lato dei manifestanti la truppa preposta alla loro repressione. La vicenda è di estrema importanza politica perché dimostra l’esistenza di spinte, seppur non ancora radicali, verso la ionizzazione che aggruppano oggettivamente strati proletarizzati con i proletari di contro al potere dello Stato che nelle violente manifestazioni si è trovato a fronte della minaccia della sua paralisi.

La maggior parte della popolazione occupata ha un basso grado di istruzione (64% a La Paz) ma di contro la tendenza generale all’aumento degli anni di scuola delle persone disoccupate è andato aumentando: se nel 1995 erano mediamente 8.6 anni nel 2000 gli anni di scolarizzazione erano saliti a 11.6. Ciò sta a significare che le politiche sociali attuate hanno contribuito – si dice contribuito perché occorre pensare anche alla diffusione mediatica che in termini extrascolastici consente (ha consentito?) forme diversificate di approccio ai saperi e valutarne l’impatto sul mercato del lavoro oltre la rilevazione dell’istruzione scolastica individuale e di massa recata dalle statistiche che si stanno utilizzando – all’aumento del livello di istruzione della popolazione di La Paz ma non hanno modificato significativamente le figure della forza lavoro impiegata: su dieci posti di lavoro creati negli ultimi quindici anni sette sono nel settore informale (a La Paz il 58.6 della popolazione è impegnata in questo settore): si tratta di impieghi senza controlli di sicurezza, senza benefici in termini di innalzamento del tenore di vita e senza salario stabile. Inoltre il 41% dei posti di lavoro è occupato da lavoratori autonomi, da lavoratori che di fatto non ricevono alcuna remunerazione essendo appartenenti al nucleo famigliare oppure da collaboratori in ogni caso definibili come famigliari. Questi posti di lavoro sono creati dalle famiglie e quindi, per la loro stessa natura, dispongono di bassi livelli di risorse e mediocre input tecnologico: per tanto non sono in grado di produrre i beni e i servizi che l’industri strategica richiede.

A questo punto è necessaria una digressione dottrinaria nello stadio P per captare lo statuto della classe operaia boliviana in rapporto alla classe operaia mondiale.

La ricognizione sin qui compiuta, la ricerca dei fotogrammi da comporre in sequenza che anticipi il futuro, ci fa intendere che la forza lavoro boliviana impiegata nel settore strategico degli idrocarburi- ma ciò a livello generico mondiale nell’attuale fase di sviluppo delle forze produttive - nello stadio P (seconda metamorfosi) si costituisca essenzialmente come modernissimo operaio sistemico.

Infatti nessun operaio produce nessuna merce che è solo il prodotto comune degli operai parziali che si trasforma in merce e non solo: all’ interno del sistema fabbrica non vi è scambio secondo criteri di valore ma solo secondo criteri di quantità e funzionalità. Il valore d’uso del prodotto diventerà merce non appena uscirà dal magazzino e verrà posto sul mercato cioè nel luogo dove non solo ogni confronto di valore è possibile ma dove il confronto è l’essenza stessa del capitalismo. All’interno dello stadio P si compie il processo di socializzazione del singolo operaio, operaio che è assoggettato ad un processo di espropriazione della massa di conoscenze tradizionali, quasi sempre a trasmissione generazionale e personale che lo appresta ad essere recettore di una scienza che rimpiazzi le vecchie conoscenze approssimative ma non per questo inesatte che vengono fissate nuovamente nelle loro menti con la adeguata riduzione a leggi, regole e persino formule matematiche. Lo scopo è intese alla creazione dell’operaio parziale, individuo sistema costantemente ri-formabile attraverso corsi di aggiornamento indotti dallo sviluppo tecnologico del capitale costante. Lo scopo ultimo di tale organizzazione è la fabbrica Totale, strumento del Capitale Totale nell’epoca del plus valore relativo. L’alta composizione organica del capitale si trasforma in un sistema integrato di funzioni organizzate orizzontalmente a rete dove tutto è sottoposto all’autorità del piano di produzione. Il Capitale – giusta Marx – non domina più soltanto nel lavoro sussunto in modo reale ma anche nella classe dei capitalisti.

La classe capitalistica, da gruppo sociologicamente identificabile si è trasformato in un rete di sfere di interessi che si costituiscono all’interno del rapporto proprio ad ogni intrapresa. Il rapporto funzione subisce un progressivo autonomizzarsi dai singoli individui che nella rete di interessi si costituiscono come materiale umano sempre più mutevole e fluttuante; il capitale totale nella sua estremamente velocizzata e disperata valorizzazione non ha bisogno di personaggi stabili: li trova e li recluta dove vuole e li sostituisce in turni sempre più rapidi e sconvolgenti. I gangli vitali della rete di interessi sono quindi, non i capitalisti e la borghesia, ma sono le imprese, strutture collettive impersonali che nella loro organizzazione mondiale svolgono le funzioni una volta pertinenza dell’imprenditore individuale. Il capitalista quale personificazione delle metamorfosi del capitale è scomparso non più solamente come proprietà ma financo come funzione cessa di essere personificato: il capitalista e la sua classe sono diventati inutili. Ancora: il capitalista non serve più; il soggetto umano è diventato inutile.

L’insieme è organizzato non solo a rete ma in rete attraverso strumenti globali come la Computer Integrated Manufacturing e poiché tali strumenti si possono condividere tra più fabbriche anche la più piccola azienda diventa parte di un sistema che trascende i confini di azienda. Il nocciolo delle nuove organizzazioni industriali è nel programma generale di produzione che costituisce il vero software della fabbrica. In tutte le fabbriche è rilevabile un tratto comune : tutte le attività parziali devono interconnettersi ed integrarsi, finalizzandosi all’obiettivo. Per questo sono tutte informatizzabili: hanno, cioè, una struttura invariante senza la cui esistenza non sarebbe neppure pensabile produrre e vendere software valido per ogni sistema informativo industriale. L’organizzazione di fabbrica è già funzionale alla società futura; quel che va conquistato è l’esterno della fabbrica galera – il problema non è tecnico ma politico. Tutto quanto precede, trova puntuale e storico riscontro – all’interno dello stadio P della produzione strategica ma in generica e progressiva affermazione in tutta il paese ristrutturato in originaria formazione economico sociale – secondo le movenze dell’allocamento boliviano del Capitale totale. I vincoli tradizionali che informavano la compagine produttiva dei contadini sottosviluppati e operai artigiani nell’attuale sistema "in fieri" non trovano più luogo essendo stati distrutti: l’agire della forza lavoro produttrice di plusvalore p è azione sistematica nella rete produttiva mondiale. E ciò perchè la forza lavoro boliviana è stata da subito realmente sussunta al capitale nell’epoca del plusvalore relativo nella sezione ulteriore e avanzata dello sviluppo delle forze produttive alla scala mondiale.

L’alta composizione organica fissa il numero di operai parziali occupati che sono sottomessi ad un insieme integrato di funzioni: sono socializzati in collimanza con progetto sistemico che informa la produzione di fabbrica a livello mondiale. L’operaio parziale boliviano che scaturisce da questo rapporto di produzione è già figura socialmente progressiva e al punto più alto della sua possibile costituzione nel Capitale totale che lo colloca nella rete mondiale di produzione ed estrazione di plusvalore.

L’ impianto che si è cercato di profilare ci consente di denotare il settore strategico boliviano frazione della fabbrica unica mondiale che è il modello ipotetico ma non arbitrario elaborato dalla stessa organizzazione industriale che ha rotto i confini di fabbrica producendo la tendenza ad unificare le caratteristiche produttive – un tempo separate e collegate soltanto tramite standard particolari – mediante schemi procedurali impersonali e cristallizzati in norme dettagliate adattabili ad ogni paino di produzione e persino, come nel caso della Bolivia, a progettare e costruire fabbriche da impiantare su un tessuto economico privo dei presupposti per avviare intraprese ad alta composizione organica di capitale.

Rivista n°43, aprile 2018

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