Il materialismo esclude la creazione nella natura come nella società

Questi sono appunti di Venezia che possono essere legati al brano successivo (altri appunti, questa volta di Torino, per una riunione sul comunismo tenuta dopo le perplessità dei compagni di Roma in vista dell'incontro di Giugno).

(I° col.) Citando la lettera 30 si parla di "tendenze". No, non sono solo "tendenze".

Qualsiasi donna tende (ha la possibilità) ad essere madre: ciò non significa che sia già madre o che sia incinta. Una donna incinta non tende ... E' madre incinta. L'essere incinta non significa tanto - o non solo - che tende ad avere un bambino. Significa soprattutto che porta (non tende) in sé un bambino ...

Da questo deriva che il proletariato associato non tanto asseconderà "tendenze" già presenti oggi, ma che libererà se stesso in quanto lavoro associato, il quale non è una tendenza ma una realtà.

(II col.) "E' sbagliato dire che solo il passato ha effetti sul presente e sul futuro"? Giusto!

"Il futuro è determinato"? Giusto!

"Il futuro ha effetti sulle cose d'oggi"? Ad una sola condizione: che passato, presente e futuro non esistano.

Esiste un solo spazio-tempo (nel quale esiste un unico Uomo che vive una sola vita - e qui si celebra il mito sublime dell'immortalità; forse in "Traiettoria e catastrofe") nel quale è collocato un determinato essere (nel senso di esistere).

Quindi: non il passato ha effetti sul presente e sul futuro; e nemmeno il futuro ha effetti sul presente e (perché no?) sul passato. E' l'unicità del tempo-spazio che produce effetti.

Il nostro linguaggio è ancora povero per parlare pienamente di questi concetti. Usiamo un linguaggio di una plurimillenaria società di classe: quella borghese, in particolare, è quella che più di tutte ci ha resi ricchi di presunzioni e più poveri nella capacità di esprimere i concetti (vedi la divisione del lavoro).

Con la società comunista si risolverà anche questo.

Oggi possiamo dire che come siamo monisti nell'affrontare i fatti spaziali, così siamo monisti nell'affrontare i fatti temporali.

Un'attenzione comunque s'impone: essere monisti nell'affrontare lo spazio-tempo, non significa collocare i vari eventi in una sorta di Unico Grigio Indefinito, alla maniera di qualche comunista andato a male perché non ha digerito bene la lettura di certi trattatelli sulle filosofie orientali.

Le anticipazioni di comunismo possono essere determinate dal futuro nel senso sopra detto. L'uomo è un animale sociale più che civile, risponde Marx ad Aristotele ed il comunismo è presente (in forme ed estensioni diverse) nell'unico spazio tempo della vita umana intesa come vita dell'UOMO (Essere umano) che vive una sola vita.

Cioè il comunismo è sempre esistito (tò, ciapa paea seconda volta), ma non tanto per il suo "persistere nel cervello degli uomini dalla preistoria ad oggi", quanto perché, dalla preistoria ad oggi , il lavoro associato, in forme e grado diversi, è sempre esistito, in ogni società di classe (credo sia sufficiente l'esempio dell'"industria ruralmente patriarcale di una famiglia contadina", dove, all'interno della propria divisione del lavoro, i vari oggetti, i vari prodotti "non si rappresentano l'uno di fronte all'altro come merci"; vedi Capitale I°, p. 156, UTET).

A proposito di Hawking, che non conosco, e dei viaggi nel tempo, credo sia necessario non assolutizzare mai i concetti. Perché ogni tanto abbiamo bisogno di qualche assoluto (di qualche nuovo Dio?).

L'universo fa a meno del tempo? Sicuramente non può fare a meno del movimento, cioè delle fasi successive del suo evolvere.

Il tempo dunque esiste e non esiste. Il tempo, come tutte le cose, è un concetto relativo, come lo spazio, come il movimento (nemmeno a questo può essere dato un valore assoluto).

Tutto questo non vuol contraddire quanto detto prima, quando parlavo dell'essere monisti di fronte ai problemi spazio temporali. Non sempre è colpa nostra se le cose si presentano, a volte, in maniera complessa: a volte ( ce lo insegna molto bene Engels nella "Dialettica della natura") siamo costretti a parlare nei termini di "o questo o quello", mentre altre volte non possiamo evitare di parlare nei termini di "e questo e quello".

Concludo osservando una cosa che mi fa immenso piacere: le nostre lettere si incrociano, parlando della cosa fondamentale - il comunismo - con lo stesso linguaggio, quasi con le stesse parole.

Per quanto riguarda le 50 paginette sono sempre stato convinto che non fossero banalità.

Ora mi sono convinto che possono diventare un buon detonatore. Lavoriamoci per migliorarlo ... e mettiamoci intorno tanta bella e santa dinamite. Dobbiamo parlarne.

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Riunione del 5 giugno 1998 (prima dell'incontro di Roma)

Appunti

1) Non passa giorno senza che qualcuno celebri i funerali al comunismo. Non si tratta per caso di un esorcismo della borghesia contro un ritorno dell'ostinato spettro di Marx? O, addirittura, non può darsi che, malgrado i funerali reiterati, non si tratti affatto di uno spettro ma di un qualcosa di più materiale che non si aggira soltanto per l'Europa ma per il mondo intero?

2) Noi non crediamo né agli dei né agli spettri: crediamo solo nelle forze materiali che hanno effetti materiali sul mondo della produzione e riproduzione sociale degli uomini. Crediamo quindi in una forza materiale che ha armato eserciti e scatenato guerre, suscitato scontri di classi e acceso rivoluzioni; una forza (il capitalismo) che ha generato il suo antagonista (il comunismo), il quale a sua volta ha necessariamente avuto il suo avversario (l'anticomunismo). Tre categorie di Hegel rovesciate nel materialismo storico da Marx: l'unione degli opposti; la negazione della negazione, la trasformazione della quantità in qualità e viceversa. Se il comunismo e l'anticomunismo non rappresentassero queste tre categorie dialettiche, avrebbero ragione i nostri avversari e il marxismo sarebbe da buttar via.

3) Ma vediamo Marx: "Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate per una santa battuta di caccia contro questo spettro... Quale partito d'opposizione non è stato ingiuriosamente tacciato di comunismo dai suoi avversari? E quale partito d'opposizione a sua volta non ha rigettato l'accusa, rimbalzando l'infamante designazione verso gli elementi più avanzati della stessa opposizione? Da questo fatto scaturiscono due conclusioni: il comunismo è riconosciuto come una potenza da tutte le potenze europee; è ormai tempo che i comunisti espongano in faccia al mondo il loro modo di vedere".

4) Dinamica storica: al tempo di Marx si parlava dunque già di partiti d'opposizione per nulla comunisti ma tacciati di comunismo; e questi respingevano sdegnosamente l'accusa accusando a loro volta frange dell'opposizione definite da Marx "elementi più avanzati". Siamo appena usciti da un "oggi" in cui l'accusa di comunismo veniva dalla potenza del capitale contro i partiti e i paesi rappresentanti capitale più giovane. Ognuno ha i "suoi" comunisti: Mc Carty tacciava di comunismo i liberals americani, questi erano anticomunisti verso la Russia, che lo era a sua volta verso la Cina, ecc. Milioni di uomini sono stati coinvolti in questo rito.

5) L'oggi immediato è senza obiettivo per gli anticomunisti, che non sanno più contro chi sparare. Chi sono infatti i "comunisti" odierni? Spariti i comunisti, l'obiettivo dell'anticomunismo diventa: dimostrazione del fallimento "storico" del comunismo. Il processo ricorda molto da vicino quello descritto da Marx nel 18 Brumaio: la storia s'incarica di semplificare i rapporti tra le classi. La rivoluzione avanza tra due sole forze: la controrivoluzione e il comunismo; tutto ciò che era intermedio è stato spazzato via. Possiamo gridare anche noi con Marx "ben scavato vecchia talpa?"

6) Certamente. Marx nel Manoscritti dice: "Il comunismo è la struttura necessaria e il principio propulsore del prossimo futuro, ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana". Nel corso dell'azione di questo principio propulsore la rivoluzione aveva bisogno di spazzare via i risultati intermedi raggiunti. Non poteva avanzare ulteriormente senza prima consolidare questo risultato. E' quel che cercheremo di dimostrare esclusivamente sulla base dei testi classici e della Sinistra.

7) In primo luogo il Manifesto. Qui si dice che la borghesia nella sua storia lotta sempre: prima contro l'aristocrazia, poi contro le frange borghesi che si oppongono allo sviluppo delle forze produttive, poi contro le borghesie degli altri paesi. In tutte queste lotte ha trascinato con sé il proletariato e questo si è impadronito degli strumenti politici di lotta. Nasce la lotta tra borghesi e proletari. Ma la borghesia si assottiglia numericamente, espropria i suoi stessi elementi gettandoli nel proletariato. Un numero sempre più grande di uomini proletarizzati assume "una massa di elementi di educazione" (frase di Marx). Infine passano direttamente al proletariato quegli elementi che"sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme". Questo è il momento in cui "la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo e il processo di disgregazione all'interno della classe dominante diventa aspro e violento". Non siamo certamente al momento decisivo, ma un primo prodotto del comunismo è la scomparsa potenziale della borghesia. Ogni classe si esprime attraverso la sua rappresentazione politica e la borghesia stenta a darsene una. Per la classe dominata, il proletariato, è normale che vi siano alti e bassi nella espressione formale del partito, ma per la classe dominante è disastroso. Senza il suo partito politico ogni borghesia nazionale è in balìa del Capitale e ciò ha conseguenze enormi.

8) Innanzi tutto si evidenzia il fatto previsto da Marx della dominazione totale del Capitale sulle classi; e siccome questa dominazione è internazionale, ecco che entrano in crisi le rappresentanze politiche nazionali delle borghesie. E' appena il caso di far notare che la borghesia si trova oggi nella situazione in cui si trovava l'aristocrazia alla vigilia della Rivoluzione Francese: assolutamente inutile, parassitaria, neppure in grado di esprimere uomini decenti a capo di dinastie ormai istupidite, soppiatate in tutto e per tutto da funzionari stipendiati.

9) In secondo luogo Le lotte di classe in Francia del 1848. Allora come oggi si parlava di "disfatta della rivoluzione" (o del comunismo). Marx nega: "Chi socccombette non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti fino a diventare violenti contrasti di classe". Da questi fronzoli di immaturità il partito rivoluzionario non è liberato da una vittoria, ma "solamente da una serie di sconfitte". Trasportiamo il tutto all'oggi, con il permesso degli impazienti che fremono da un secolo perché la rivoluzione "è in ritardo": la mancata rivoluzione in Europa negli anni '20 portò al consolidamento della rivoluzione capitalistica in Russia e in Cina. Per dirla con le parole di Marx, "il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate [stakanovismo, culto della persona, kitsch di massa] ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell'insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario". Dobbiamo leggere la controrivoluzione come processo materiale che rende possibile e dà maturità al vero partito dell'insurrezione di domani.

10) Ma che pensare del tempo trascorso senza rivoluzione? E' qui che si deve vedere un fallimento? Da che cosa deriva la sicurezza di Marx? Le rivoluzioni sono fatte dagli uomini, ma non si svolgono secondo tempi e circostanze scelti da essi, dice Marx. Ciò significa che tanto vale aspettare che la rivoluzione esploda secondo processi automatici? Evidentemente no. Se Marx ammette che il passaggio da una forma sociale all'altra non avviene mai finché la vecchia forma non ha espresso ogni sua possibilità, è anche vero che la presente forma le ha espresse almeno da un secolo. Nel Capitale sono già analizzate tutte le caratteristiche qualitative del capitalismo moderno; ciò significa che da allora nei paesi più sviluppati un cambiamento sociale è all'ordine del giorno. Il comunismo non si ferma mai verso il suo traguardo, solo che la rivoluzione accelera enormemente il processo liberando velocemente le forze produttive dall'impiccio del vecchio modo di produzione. Non è quindi morto il comunismo, ma il vecchio apparato di fronzoli che rappresentava una delle fasi passeggere della sua azione permanente.

11) Vi sono innumerevoli esempi possibili, specie in Struttura, ma prenderemo come guida un articolo del 1955 per via della sua sinteticità, chiarezza e anche bellezza (Deretano di piombo, cervello marxista). Stalin era morto da due anni e Molotov incappa in un incidente con le censure staliniane ancora potenti anche senza Baffone. In sostanza dice che in Russia si stanno costruendo le basi del socialismo, in contrasto con le risoluzioni del XVII Congresso del 1932 che consideravano la costruzione della base del socialismo già compiuta. Questa diatriba che sembra fondata sulla parolina è invece di importanza fondamentale. Anche per quanto stiamo dicendo sulla morte del comunismo.

12) Il testo, dopo aver descritto il contesto del fatto, afferma prima di tutto "che la società socialista, anche quando si formi, non viene edificata da nessuno, e per Lenin la costruzione del socialismo era una fesseria". Quindi si parte da un punto ben chiaro: la rivoluzione è un fatto politico che non va assolutamente scambiato con l'inizio della "costruzione" di una nuova società. La rivoluzione esplode con le contraddizioni tra le classi dovute alle contraddizioni più profonde tra lo sviluppo delle forze produttive e il modo di produzione sociale.

13) Chi dunque "costruisce" la nuova società? Risposta: lo sviluppo delle forze produttive liberato dai legami rappresentati dalla vecchia forma sociale. Ma se è proprio questo sviluppo che provoca la rivoluzione? Ebbene sì: il comunismo non è un ideale di società, ma, secondo la ultranota definizione di Marx, è il movimento materiale che demolisce lo stato di cose presente.

14) La rivoluzione politica porta alla conquista dello Stato, che non è certo uno strumento di comunismo, ma lo Stato "serve al proletariato solo per distruggere il capitalismo nei suoi rapporti sociali, e poi svuotare sé stesso: non per pianificare nessuna operazione tecnica, in quanto le basi tecniche e produttive si ereditano già sufficienti: se andiamo avanti così, si tratterà di demolire buona parte della bestiale impalcatura produttiva; altro che edificare".

15) Quindi in Occidente e in Giappone le basi per il socialismo ci sono già da un pezzo, mentre in altri paesi si stanno grandiosamente ponendo da qualche tempo. Si tratta di riconoscere quali forze stiano lavorando in una certa società al suo grado di sviluppo e quali compiti si ponga l'eventuale partito in quelle situazioni. Per la sinistra non è criminale della rivoluzione chi non la fa in ogni caso, ma chi tradisce ad ogni passo la necessità di riconoscere che cosa sia una rivoluzione e quali strumenti si darà in base alle situazioni geostoriche (Engels).

16) Siccome l'uomo non fa la storia come vuole ma ha invece la possibilità di decifrarla con metodo scientifico, e siccome la storia è dinamica, movimento, processo, "è metodo metafisico porre la questione dello stare, alternativamente, nel campo eletto o in quello reietto", come se si potesse stabilire in modo esistenziale, mentre "è metodo dialettico porre la questione dell'andare, ossia sapere la direzione del movimento".

17) Siccome la società non si muove verso il comunismo come realizzazine o peggio costruzione degli uomini ma il comunismo è il movimento stesso (in quanto movimento reale che demolisce ecc.), ecco che possiamo affermare senza ombra di dubbio che il comunismo è vivissimo alla faccia dei suoi sotterratori giornalieri. Infatti siamo comunisti perché, come dice Marx nel Manifesto, non ci distinguiamo da altri per questa o quella caratteristica particolare, ma perché cerchiamo di decifrare ladirezione del movimento in modo da poter lavorare sui benedetti dati del futuro.

18) Un punto nella traiettoria temporale storica degli uomini o nello spazio delle fasi del loro sviluppo, non è né positivo né negativo: la famigerata "situazione" non ha segno particolare che si possa decifrare in assoluto. Il valore del punto è dato dalla sua traiettoria (con quella degli altri punti rappresentanti un insieme o una classe) e dal fine previsto. Insomma, ha valore rispetto alla distanza e alla velocità (tempo) relative agli altri punti. Quindi anche ogni ragionamento sul "comunismo" deve essere fatto relativamente ad un compito che ci poniamo e ai dati della storia passata e futura. La "costruzione" del capitalismo in Russia dopo la rivoluzione non aveva nulla di comunistico per l'osservatore esistenzialista, ma il movimento verso il socialismo, cioè la costruzione delle basi per esso era comunismo puro secondo la definizione di Marx, perché venivano eliminate le caratteristiche della situazione esistente (autocrazia feudale).

19) Anche oggi non ha senso parlare di "ritardo della lotta di classe" o di "inesitenza del proletariato come classe" o "situazione controrivoluzionaria" (certo, lo facciamo qualche volta, discorsivamente, ma è sbagliato) se non lo si fa in modo relativo (la dialettica è scienza delle relazioni) al movimento verso un traguardo che conosciamo, che Marx conosceva e che la Sinistra poneva allo sbocco di una strada che si deve conoscere prima: "La grande barriera tra il Su e il Giù, il Prima e il Dopo, il Bene e il Male, la Legge e il Crimine, il Paradiso e l'Inferno, la possiamo mettere ad arbitrio sul foglio del nostro lavoro. Qui la ricerca comincia soltanto. La tradizione ci ha sempre trasmesso un risultato di ricerche gloriose, ma un risultato sempre transitorio, come se fosse una Barriera metafisica indiscutibilmente tracciata ab aeterno in quella tale posizione. Ogni volta che una barriera sacra cade, la Rivoluzione sorge e cammina. Non sputa però su quella barriera transeunte, segnata nella storia al tempo di altre Rivoluzioni".

20) "Tutta la magnifica dimostrazione del trapasso da capitalismo a socialismo che fin dal 1878 Engels contrappone alle baggianate di Dühring, lavorando su citazioni del Capitale, mostra come la borghesia ha già erette le basi del socialismo. Quando abbiamo la divisione tecnica del lavoro, nei tre gradi: cooperazione (lavoro collettivo), manifattura ed industria, abbiamo tutto; nulla dobbiamo più costruire. Nulla aggiungere: dobbiamo solo togliere la schiavitù aziendale, l'anarchia sociale della produzione. Che dunque dobbiamo edificare? La borghesia ha per noi edificato; essa doveva farlo, anzi non poteva non farlo".

21) Questa società non è ancora riuscita ad esprimere una forza antagonista che si saldi alla classe in una visione della traiettoria futura dell'umanità. Ma non riesce più a sopportare il tran tran di innumeri organismi umani (parlamenti, partiti, associazioni, gilde corporative ecc.) che si rifanno ancora ad un passato irreversibilmente cancellato. Ecco perché trasforma questi organismi in caricature di sé stessi, in un cretinismo crescente dei rapporti fra le persone.

22) Ma non ci sono santi che tengano: qualunque organismo che abbia un barlume di possibilità di uscire dalla merdosissima palude, dovrà essere proiettato verso il futuro che avrà saputo decifrare, e, questo è il difficile, senza sputare sul transeunte passato, sulla "sacra barriera" che, un tempo rivoluzionaria, è stata superata dalla rivoluzione che sorge e cammina.

23) Il nostro non è un pallino: Engels e il rovesciamento della prassi (Dialettica della Natura, Introduzione). Dinamica dei processi voluti contro dinamica "naturale". Ogni progetto è un'azione del futuro sul presente. Bordiga e la concezione del partito (Partito e classe, 1921). Ma anche una società che ha già in sé i germi di quella futura è determinata da questa.

Rivista n°42, ottobre 2017

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