Comunismo primitivo e vita urbana

"In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo". (Karl Marx, Introduzione del 1857)

L’articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista sulla città peruviana di Caral, risalente al III millennio a.c., pone sul terreno una serie di questioni che riguardano quel vastissimo arco storico caratterizzato dal comunismo primitivo. Questo tipo di organizzazione sociale della produzione comprende tutto quel periodo della storia umana in cui l’attività economica principale era la caccia e la raccolta, nonché buona parte della storia delle società agricole. Per quale ragione l’uomo primitivo, che si trovava ad un grado assai arretrato dello sviluppo delle forze produttive, era un uomo comunista? A rispondere alla domanda è Marx stesso che, in uno degli abbozzi della lettera alla rivoluzionaria russa Vera Zusalic, scrive:

"Questo tipo primitivo della produzione collettiva o cooperativa fu, beninteso, il risultato della debolezza dell'individuo isolato, e non della socializzazione dei mezzi di produzione".

Ovviamente maggiore era la debolezza dell’individuo isolato di fronte alle avversità naturali, più vigorosa era la produzione collettiva o cooperativa. Le grandi opere collettive risalenti alla più remota antichità che troviamo disseminate sulla faccia della Terra, e di cui Caral è un esempio brillante, non sono comprensibili senza vedere nell’individuo isolato un essere debole, che, come l’ape, riesce a sopravvivere solo in un ambito collettivo. E, come nell’alveare il lavoro è ancora indiviso (se si escludono le naturali differenze di sesso e di età), anche le società comuniste antiche vivono ancora di un lavoro indifferenziato, scandito da ritmi naturali.

L’Egitto delle piramidi esempio mirabile di grande società comunista

L’esempio migliore di una società di una certa grandezza demografica organizzata secondo i rapporti di produzione del comunismo primitivo è quello che ci offre l’Egitto del periodo dell’Antico Regno (III millennio). Fu questo il periodo in cui furono costruite le piramidi, opere che richiesero uno sforzo produttivo molto elevato. Memori delle pretesche lezioni d’infanzia, generazioni di studiosi ci hanno presentato la costruzione di queste opere colossali come il frutto del sudore e del sangue di una moltitudine di schiavi asserviti alla diabolica volontà di gloria eterna di un tirannico faraone. E invece, come riconoscono pure gli studiosi meno miopi:

"L’immenso sforzo richiesto dalla costruzione di una piramide non può essere attribuito all’ambizione smodata di un tiranno, né si può affermare che i sudditi fossero stati costretti a compiere opere tanto gigantesche con metodi violenti. Anzitutto occorre tenere presente che nel lungo arco di tempo in cui si sviluppò la civiltà faraonica non esistette una schiavitù paragonabile a quella attestata nel periodo romano. D’altra parte, se si esamina la qualità dei lavori eseguiti nel corso dell’Antico Regno, quali le sculture piene di vita o i bassorilievi delle tombe private caratterizzati da finezza e realismo sorprendenti, si constata un fondo comune esprimente serenità e gioia di vivere. Se infine prendiamo in esame l’accuratezza di esecuzione in alcuni settori della piramide di Cheope nei quali rimane il rivestimento originale, dove le connessure fra i blocchi sono tanto curate da non lasciare passare una striscia di carta, nonché la perfezione dei minimi particolari, si può concludere che non ci troviamo di fronte a opere eseguite da uomini sotto l’incubo della costrizione e della paura. Al contrario furono uomini pienamente coscienti di compiere un lavoro esaltante, un atto di fede per propiziare il benessere e la sicurezza all’intera nazione". (Georges Goyon, Il segreto delle grandi piramidi, Newton compton editori).

Nella citazione il problema è inquadrato bene: non fu una società schiavistica a costruire le piramidi, ma un umanità comunista. Gli operai protagonisti di questa opera titanica non erano dunque schiavi, e tanto meno lavoratori salariati, bensì quegli stessi uomini che si dedicavano ai lavori agricoli durante la stagione dell’inondazione, quando nei campi non si poteva lavorare. Questo significa che il lavoro era ancora completamente indifferenziato, cioè non esisteva una divisione sociale del lavoro con produzione mercantile. Vengono così a cadere tutti i discorsi sulle classi e sullo Stato a proposito dell’Antico Regno in Egitto.

La domanda che sorge spontanea è: come poteva una comunità umana come quella che popolava l’Egitto nel III millennio essere ancora completamente comunistica, quando il livello demografico dei clan e delle tribù comunistici descritti da Morgan e da Engels nelle loro opere era di qualche centinaio di individui al massimo? Evidentemente in Egitto il cordone ombelicale che legava l’individuo al suo gruppo sociale - invece di allentarsi permettendo così l’anarchica divisione sociale del lavoro caratterizzante una società di piccoli produttori indipendenti - si era, nel periodo precedente, stretto in maniera sempre più forte. L’individuo isolato era ancora più debole che non nel periodo dei clan e delle tribù primitive, e l’organizzazione collettiva o cooperativa della produzione andò rafforzandosi. Ma a cosa fu dovuta questa stretta? Quali nuove avversità si presentavano cioè all’individuo? La risposta sta nell’introduzione dell’agricoltura (le cui cause restano peraltro misteriose), che impose all’uomo egizio di collaborare con i suoi vicini in maniera ancora più stretta che non nel periodo in cui cacciava libero nelle zone verdeggianti dove ora si estende il deserto del Sahara. A partire dall’introduzione dell’agricoltura nel V millennio il Nilo dovette venir regolato con opere idrauliche se si voleva godere dei suoi benefici, e gli egizi si organizzarono proprio allo scopo di regolare il fiume. Ben presto il comunismo dei clan e delle tribù di cacciatori venne superato dal punto di vista della scala demografica per dar luogo ad un comunismo che comprendeva molti dei gruppi primitivi. Nacquero i nomoi, "amministrazioni" adibite alla gestione unitaria di una vasta popolazione, come ci insegna lo stesso geroglifico che li indicava: una griglia formata di linee rette ortogonalmente intersecantesi, che doveva ricordare la funzione regolatrice del nomos. Per tutti i tre millenni di storia dell’Egitto faraonico i nomoi furono la base dell’amministrazione del paese. L’unificazione di questi distretti sotto un'unica amministrazione centralizzata fu il frutto di quella stessa dinamica che aveva permesso la loro nascita, e cioè il bisogno di una regolazione centralizzata delle risorse agricole. Essa si dovette compiere con relativa rapidità, prima attraverso la costituzione di una "federazione" di ventidue nomoi nell’Alto Egitto e di una di venti nomoi nel Basso Egitto, poi con la definitiva unificazione di tutto il paese nel corso del IV millennio per opera del leggendario Menes, anche se in realtà il processo dovette prolungarsi per due o tre generazioni. La famosa tavoletta di Narmer registra molto probabilmente avvenimenti legati al processo di fusione delle diverse "amministrazioni".

Come indica la citazione posta al principio dell’articolo vi è in tutte le forme di società una determinata produzione con i rapporti corrispondenti che assurge a modello per tutte le altre produzioni e per tutti gli altri rapporti. Nella stragrande maggioranza delle società antiche questa produzione è quella agricola. Nel caso dell’antico Egitto abbiamo visto come sia nata e si sia sviluppata un’agricoltura centralmente amministrata comunisticamente. È ovvio che tutti i rapporti sociali siano modellati dal comunismo agricolo primitivo di grande scala, e solo in questa maniera possiamo spiegarci la costruzione delle piramidi.

Nonostante le prove che abbiamo portato al fatto che le piramidi non furono costruite da schiavi ma da "uomini pienamente coscienti di compiere un lavoro esaltante, un atto di fede per propiziare il benessere e la sicurezza all’intera nazione", spiegando poi come ciò fu possibile, qualcuno potrebbe obbiettare che per finire la piramide serviva ad eternare la gloria del faraone, e che dunque il "popolo bue" rimaneva gabbato lo stesso. A simili puerili obiezioni rispondono ancora una volta i fatti, che dimostrano come grandi opere collettive furono nell’antichità realizzate anche senza la supervisione di un sovrano o di una casta sacerdotale o militare. Ci spostiamo dunque nella valle dell’Indo. Qui troviamo, ad Harappa e a Mohenjo-Daro, grandi città sorte in poco tempo dal nulla le cui strade si incrociano ortogonalmente, e che furono dunque costruite con un piano. Inoltre al centro delle città troviamo il granaio, che fungeva da centro della distribuzione comunistica dei prodotti agricoli. Le pale degli archeologi non hanno portato alla luce né un palazzo reale, né sontuose tombe, né ricchi templi, né possenti mura, né armi diverse dalle semplici punte di lancia e di freccia in rame. È evidente che gli abitanti di Harappa e di Mohenjo-Daro erano capaci di condurre una vita comunisticamente pianificata senza che dovesse intervenire alcuna stratificazione. Il faraone egizio, almeno nell’Antico Regno, non doveva dunque essere quello schiavista che ci descrivono i preti e anche gli studiosi più ideologizzati, sebbene nelle piramidi si sia poi posto il suo corpo, in quanto il faraone era il rappresentante di tutta la collettività.

Questa deve essere la chiave di lettura con cui poter affrontare marxisticamente le grandi opere collettive dell’antichità: non lavoro di masse schiavizzate ma di uomini comunisti, grazie ai rapporti di produzione del comunismo primitivo applicati su grande scala nei lavori agricoli.

Storia reale e sua ricostruzione logica

Il fatto che molti popoli dell’antichità abbiano conservato il carattere comunistico nell’organizzazione economica della società anche dopo aver raggiunto notevoli livelli demografici pone sul terreno un’altra importante questione: quella del rapporto fra storia reale e sua ricostruzione logica. Abbiamo notato come grandi gruppi umani (in Egitto, nella Valle dell’Indo, in Perù) - ad un grado di sviluppo delle forze produttive molto primitivo, e con una organizzazione sociale parimenti primitiva (comunismo primitivo), senza proprietà privata, divisione sociale del lavoro, classi e Stato - abbiano impiegato le forme economiche più alte: cooperazione, divisione del lavoro (non divisione sociale del lavoro)… Si pone dunque il problema per cui da una parte troviamo categorie economiche molto semplici solo in società estremamente mature mentre dall’altra abbiamo categorie economiche molto più alte in società assai meno mature. Esempio del primo caso contemplato può essere la categoria economica (semplicissima) del valore, che però, per dirla con il "solito" Marx del ‘57

"presuppone la popolazione, ed esattamente una popolazione che produca in determinati rapporti; come anche un certo tipo di famiglia, di comunità, di Stato ecc. Quella categoria non può esistere, se non come astratto, unilaterale rapporto di un Tutto vivente, concreto e già dato. In quanto categoria, invece, il valore di scambio ha un’esistenza antidiluviana".

Infatti già Aristotele parlava di valore, quando però in Grecia non esistevano ancora tutti i presupposti, le basi materiali, per la sua esistenza concreta (ed è per questo che Aristotele non riuscì a scoprire cosa veramente fosse il valore). "D’altra parte", scrive un po’ oltre Marx,

"può dirsi che si danno forme sociali, molto sviluppate ma ancora poco mature, in cui si trovano le forme più alte di economia - per es., cooperazione, sviluppata divisione del lavoro, ecc. - senza che esista in alcun modo denaro, ad es. il Perù".

Ci troviamo dunque in presenza di una preesistenza delle categorie economiche più complesse (cooperazione, divisione del lavoro,…) rispetto alle categorie economiche più semplici o astratte (valore di scambio, denaro,…). Di grande importanza è dunque ricordare che la storia reale non corrisponde necessariamente alla sua ricostruzione logica. Chi non tenesse conto di questa differenza ricadrebbe nell’errore degli idealisti che Marx critica nel suo scritto. Il fatto è che gli studiosi moderni cadono proprio in errori assai grossolani di questo tipo, per cui se a Caral vi era cooperazione (per la costruzione dei complessi monumentali che costituiscono il centro del sito) e divisione del lavoro (divisione naturale del lavoro, tendiamo ancora a sottolineare: divisione fra interno agricolo e costa con attività economiche incentrate sulla pesca), a maggior ragione doveva esservi scambio mercantile e denaro. Sembra ancora una volta di sentire Marx:

"Il singolo ed isolato pescatore e cacciatore, con cui iniziano Smith e Ricardo, appartengono a quelle invenzioni prive di fantasia, che sono le robinsonate del XVIII secolo"

ma che alle soglie del XXI secolo non sono ancora perite sotto i colpi della rivoluzione proletaria. Cosa farsene, dunque, della ricostruzione logica della storia? Ça dépend, rispondiamo con Marx, perché vi sono dei casi in cui

"il procedere del pensare astratto - che dal più semplice va al composto - corrisponderebbe all’effettivo processo storico".

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