Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  26 febbraio 2013

Tempesta perfetta (glocale)

La struttura economica e sociale del capitalismo fatica a trovare ossigeno ed inevitabilmente questa condizione si riverbera a livello sovrastrutturale.

Il risultato delle elezioni italiane è prodotto ed allo stesso tempo fattore di una situazione di ingovernabilità del paese cui tutto il mondo guarda con attenzione. L'Italia non è la Grecia. E le fibrillazioni delle borse in questi giorni dimostrano che il momento è piuttosto delicato. Secondo il "Sole 24 Ore" le elezioni non hanno risolto nulla, anzi, hanno assai ingarbugliato ogni prospettiva. Ci troviamo quindi nel bel mezzo di una tempesta perfetta.
In questo caos politico è difficile per la borghesia italiana mettere in piedi un governo stabile, che regga almeno fino alla elezione del nuovo presidente della Repubblica. Sono in corso tentativi per un'intesa tra Pd e Movimento 5 Stelle, ma le richieste avanzate dai grillini appaiono poco attuabili. Si profila anche l'ipotesi di nuove elezioni, fatto che probabilmente manderebbe in tilt i già nervosissimi mercati, o quella di un governissimo composto da Pd, Pdl e Lista Monti. Dal blog di Grillo: "Nei prossimi giorni assisteremo a una riedizione del governo Monti con un altro Monti. L'ammucchiata Alfano, Bersani, Casini, come prima delle elezioni. Il M5S non si allea con nessuno come ha sempre dichiarato, lo dirò a Napolitano quando farà il solito giro di consultazioni. Il candidato presidente della Repubblica del M5S sarà deciso dagli iscritti al M5S attraverso un voto on line."

Oltre alla scomparsa dal parlamento dei sinistri tra Rifondazione e vetero-stalinisti vari (ben scavato vecchia talpa!), la novità di quest'ultima tornata elettorale è la vittoria del Movimento 5 Stelle. Il programma scritto da Grillo era presente sul suo blog da parecchi anni, ma solo ora il malessere diffuso ha contribuito a generare, con il superamento di una certa soglia, polarizzazione sociale attorno al battilocchio genovese. La vera novità è la consapevolezza diffusa che questo sistema non funziona più. L'exploit di M5S ha portato a galla un disagio sociale crescente in cerca di rappresentanza a cui le vecchie organizzazioni politiche non sanno più rispondere. Tra i punti del programma grillino spiccano le proposte delreddito di cittadinanza e della riduzione della giornata lavorativa. Anche grazie a queste parole d'ordine è stata possibile la vittoria, ma la loro attuazione è poco probabile in mancanza di un movimento con chiare direttive di classe.

Si possono trovare delle analogie tra il movimento grillino e quello degli indignados spagnoli, la più evidente l'utilizzo delle maschere tratte dal film "V per Vendetta" (in Bahrain chi indossa la maschera di Guy Fawkes va in prigione). Alcuni paragonano Grillo al fascismo o all'"Uomo Qualunque" di Guglielmo Giannini, torchiato dallo Stato a cui chiedeva più democrazia. Ma questo è un fenomeno completamente diverso: la crisi può essere una condizione necessaria ma non è sufficiente per spiegare quel che è successo nella testa di quasi nove milioni di persone. Che non sono state "inventate" da Grillo, sono loro che hanno inventato Grillo. Nato dalla Rete, aspetto organizzativo che ha fatto la differenza, il movimento nel giro di pochi anni è diventato primo partito alla Camera dove però cominceranno i guai: sarà davvero dura non farsi fagocitare dall'ambiente parlamentare.

La nostra corrente insegna a guardare ai movimenti sociali non tanto per quello che dicono di se stessi ma per quello che sono costretti a fare (vedi l'articolo sul movimento dannunziano apparso su "Prometeo"). Chi ha partecipato a qualche comizio di Grillo ha potuto toccare con mano che i partecipanti non si trovavano lì solo per l'oratore, ma per essere insieme ad altri indignati come loro. Oggi le manifestazioni di massa, di qualunque tipo, valgono più per se stesse che per le richieste accampate dagli organizzatori.

Dopo questa prima ondata di indignazione e in seguito alle inevitabili contraddizioni che si svilupperanno all'interno del M5S, potrebbe nascere proprio dalle ceneri di quest'ultimo qualcosa di diverso e di molto più radicale. Nei movimenti sorti in Egitto, Tunisia, Spagna e Usa non esistono leader facilmente individuabili. Occupy Wall Street non ha mai spinto per entrare in parlamento, anzi si è dichiarato al di fuori di questo mondo ("another world is possible").
Al solito l'Italia riesce a distinguersi... facendo da laboratorio. Sembra che il M5S, a differenza ad esempio di OWS, tenti di imbrigliare un "qualcosa" nato e cresciuto sul Web. La politica tradizionale non è più in grado di rispondere ed agganciarsi a quanto di nuovo espresso dallo sviluppo dei mezzi di produzione e comunicazione. L'ultimo partito demo-fascio-stalinista apparso sulla scena politica italiana, la Lega Nord, è stato il più moderno tentativo di rappresentanza della piccola borghesia in crisi, partito nato dalla diffusione della fabbrica sul territorio e da cui M5S si differenzia perché non ha bisogno di difendere posizioni sociali che si stanno perdendo. Insomma, c'è qualcosa di nuovo in formazione che deve ancora manifestarsi.

La decrepita borghesia italiana, nel frattempo, non può certo stare a guardare, deve organizzarsi ed uscire dall'impasse. Ecco appunto presto lanciati gli appelli lacrime e sangue all'asse Draghi-Napolitano affinché mani salde afferrino le redini del paese. "Bisogna dare risposte immediate e questo lo si può fare. Tornare a votare subito non avrebbe molto senso, sarebbe anche tecnicamente molto complicato in vista dell'elezione del presidente della Repubblica. Sicuramente non possiamo stare un mese sospesi con i mercati internazionali che si lancerebbero in ogni sorta di azione speculativa", ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

Anche i servizi segreti sono preoccupati, se la situazione economica non dovesse migliorare c'è il rischio concreto di un innalzamento delle tensioni sociali: "L'incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali, alimentare la spontaneità rivendicativa ed innalzare la tensione sociale, offrendo nuove opportunità di inserimento ai gruppi antagonisti già territorialmente organizzati per intercettare il dissenso e incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità". E' l'allarmelanciato dai servizi nella Relazione 2012 sulla politica dell'informazione per la sicurezza. In un quadro di questo genere, spiegano gli analisti del Dis, "si prospetta il rischio di una intensificazione delle contestazioni nei confronti di esponenti del governo e personalità di rilievo istituzionale, nonché rappresentanti di partiti politici e sindacati considerati non sufficientemente impegnati nella difesa dei bisogni emergenti". E in prospettiva persiste il pericolo che "un eventuale aggravamento dello scenario congiunturale, elevando i sentimenti di allarme nella popolazione, possa costituire fattore di aggregazione e generalizzazione del dissenso, favorendo l'azione delle frange che mirano alla radicalizzazione dell'offensiva sociale".

Negli Usa il 2012 si è chiuso con il dibattito ormai noto sul "fiscal cliff". Oggi ritorna in primo piano un'altra scadenza e sicuramente ci sarà un nuovo accordo in extremis. Le linee politiche interne alla borghesia americana sono due: il liberismo sfrenato della scuola di Milton Friedman (Chicago boys) e una specie di neokeynesismo che punta sulle masse impoverite e che vede coinvolto lo stesso presidente Obama. Se dovesse vincere la linea liberista dei repubblicani, gli Usa vedranno sfaldarsi il tessuto sociale visti i 60 milioni di americani che vivono sotto il limite di povertà. Ma non esiste paese al mondo che non abbia grossi problemi con un debito pubblico galoppante. E l'Italia, se questa situazione di instabilità perdurasse, vedrebbe sicuramente aumentare lo spread e cioè il costo della gestione del debito pubblico, che per la maggior parte è in mano a grossi fondi di investimento.
Attuare manovre neokeynesiane nel Bel Paese significherebbe attendere anni per avere risultati a livello economico, prospettiva assolutamente inadeguata per un capitalismo in stato comatoso a cui urgono piuttosto cure energiche e veloci.

Rispetto alla crisi del 1929 la sovrastruttura finanziaria si è internazionalizzata e c'è stata una maggiore cancellazione di capitale. Difatti all'epoca della Grande Crisi le varie economie nazionali non erano così sincronizzate e i fattori di crisi potevano essere gestiti localmente. Oggi invece il Capitale si è completamente autonomizzato e la massa di valore fittizio che circola nel mondo non è in grado di governarla più nessuno. Di qui il rischio che scoppi la bolla globale dei derivati: "I derivati hanno prodotto un debito potenzialmente immenso, pari a dieci volte il Pil mondiale e di entità tale che nessuno sarebbe più in grado di pagare anche a causa di pratiche che sono diventate azzardo morale", ha detto il presidente della Consob, Giuseppe Vegas.

La prospettiva non è molto rosea per la borghesia. Cosa può succedere se i mercati si scatenano per l'ingovernabilità in Italia, e si mettono in moto manifestazioni internazionali che si moltiplicano saldando in un fronte unico i movimenti spagnoli, americani, tunisini, egiziani, bulgari e sloveni (e magari anche italiani)? Non è uno scenario impossibile, in parte sta già accadendo.

Domenica 3 marzo ci sarà un'assemblea telematica organizzata dal coordinamento nazionale SI Cobas; da 7 città italiane si collegheranno i lavoratori dell'Ikea, dell'Esselunga, della Brt e della Sda. Utilizzando internet discuteranno del rinnovo del contratto collettivo nazionale del settore. Un movimento generalizzato, che si coordina attraverso il Web, scompaginerebbe completamente i vecchi schemi sindacali e costringerebbe i sindacatoni ad accodarsi per non essere spazzati via. Come scritto più sopra, l'importante non sono le rivendicazioni immediate ma la possibilità dicollegarsi con gruppi e collettivi di lavoratori di altre città e paesi. Qualcosa di simile ha iniziato a fare il "Comitato cittadini liberi e pensanti" di Taranto, con assemblee aperte, riunioni itineranti e appuntamenti sul Web. La piattaforma "99 Pickets lines", ha organizzato le lotte dei precari dei fast food newyorkesi, coordinando i picchetti attraverso reti aperte, rifuggendo le strutture piramidali.

Non si tratta di esaltare gli strumenti al posto della lotta, si tratta di capire che la lotta va condotta con gli strumenti e l'organizzazione adeguati sia allo scopo che alla situazione sul campo.

Articoli correlati (da tag)

  • Conservare la linea del futuro

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata commentando le manifestazioni in corso ad Hong Kong.

    Sono più di un milione, secondo gli organizzatori, le persone scese in strada nell'ex colonia britannica per contestare il progetto di legge che prevede l'estradizione in Cina dei cittadini sospettati di un crimine con pena superiore ai sette anni di detenzione. Il timore che l'indipendenza giudiziaria venga meno a causa dell'ingerenza cinese sarebbe stata la scintilla che ha fatto scattare la rivolta, ma al di là dei problemi specifici quando scende in strada un numero così ampio di persone vuol dire che c'è qualcosa che va oltre l'immediato. Hong Kong non è nuova a queste vampate di collera sociale: nel 2014 il movimento Umbrella Revolution aveva riempito le piazze per giorni e giorni.

    Nella regione amministrativa speciale vivono circa 7,5 milioni di persone con una densità di 6500 abitanti per kmq; questo significa che uno su sette ha partecipato alle proteste. Insieme alla vicina Shenzhen, che conta 12,5 milioni di abitanti, o ad altre città cinesi, che raggiungono i 30, la città-stato di Hong Kong fa parte della schiera delle metropoli monster: immensi insediamenti umani sempre più difficili da controllare.

  • Africa, marasma sociale e lotta di classe

    Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 14 compagni, abbiamo ripreso l'articolo "Imperialismo in salsa cinese", pubblicato sul numero 44 della rivista, e in particolare il capitolo "Le mani sull'Africa".

    Il continente africano misura 30 milioni di km/q ed è formato da 54 stati che contano circa 1,2 miliardi di abitanti, una popolazione molto giovane e in costante crescita. Ciononostante, i maggiori media occidentali di rado si occupano delle vicende africane, se non in occasione di guerre particolarmente cruente o in relazione ai flussi migratori. Invece, quel territorio ha un'importanza strategica per molti paesi, a cominciare dalla Cina, che da tempo lì sta costruendo porti, strade e ferrovie.

    Comunque sia, gli investimenti cinesi non saranno mai sufficienti a far diventare l'Africa una valvola di sfogo per il sistema capitalistico in crisi cronica di sovrapproduzione. Pechino investe in infrastrutture, acquista compagnie petrolifere ed estrattive africane, ma se mai dovessero sorgere nuove industrie esse sarebbero ultramoderne e automatizzate, rispecchiando il livello massimo raggiunto dai paesi a vecchio capitalismo. L'accoppiata capitali cinesi e risorse naturali africane potrebbe sembrare vincente, in realtà prepara situazioni esplosive sia a livello geopolitico che a livello ecologico. Pensiamo all'interscambio di persone tra Cina e Africa, che per ora è rappresentato da qualche decina di migliaia di studenti e operai africani che vengono addestrati in Cina, e da tecnici e operai cinesi che vengono mandati a lavorare in Africa: i numeri sono bassi rispetto al numero delle popolazioni in gioco (Cina e Africa messe assieme fanno quasi 3 miliardi di persone), ma in costante aumento.

  • Tutto il mondo è polarizzato

    La teleconferenza di martedì sera, connessi 16 compagni, è iniziata con il commento dell'articolo "Tutto il mondo è polarizzato", di Moisés Naím, pubblicato su La Repubblica lo scorso 4 febbraio. Il giornalista, che dal 1989 al 1990 è stato ministro del Commercio e dell'Industria del Venezuela, descrive quasi con le nostre parole la paludosa situazione in cui versa il mondo:

    "Il governo della superpotenza mondiale è in stallo, mentre il governo di un'ex superpotenza — il Regno Unito — è in preda alla paralisi, dopo una raffica di ferite autoinflitte. Angela Merkel, che fino a poco tempo fa era la leader più influente d'Europa, si avvia al ritiro. Il suo collega francese deve far fronte a una sorprendente rivolta, i famosi Gilet gialli. L'Italia, il Paese con la settima economia mondiale, attualmente è governato da una fragile coalizione, con leader così diametralmente opposti e dichiarazioni così sconcertanti che non si sa se ridere o piangere; sembra che gli italiani abbiano deciso di vedere com'è quando il malgoverno viene spinto ai limiti più estremi. In Spagna, il capo del governo non è nemmeno stato eletto da una maggioranza parlamentare, ma è arrivato al potere grazie a un tortuoso processo legislativo."

Rivista n°45, aprile 2019

copertina n°45f6Editoriale
Fine della preistoria umana
f6Articoli
- Dalla partecipazione alla schiavitù. Genesi delle società divise in classi
- Poscritto al Grande Ponte. Connessione tra le arcate
- Brexit
f6Doppia direzione
Il nome e l'ombra

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 233, 24 aprile 2019

f6Cittadinanza del reddito
f6Nostra Signora delle Fiamme
f6Dieta proteica
f6Il paradosso della rendita
f6Il connettivista
f6Mille chilometri di metrò
f6Ventitreesima settimana
f6Gli apprendisti padreterni

Leggi la newsletter 233
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email