Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  11 giugno 2013

Rivolta in Turchia

Alla teleconferenza di martedì hanno partecipato 10 compagni.

Si è cominciato analizzando quanto sta succedendo in questi giorni in Turchia. Abbiamo tenuto d'occhio i lanci di agenzia ed i tweet che arrivavano dalla piazza turca e, durante la discussione, alcuni compagni seguivano via streaming la battaglia di Taksim mettendo al corrente gli altri sull'entità degli scontri e l'evolversi della situazione.

A differenza dell'Egitto dove c'era un dittatore, sostituito poi dai Fratelli Musulmani, in Turchia la situazione appare più complessa. Dopo la rivoluzione kemalista del 1923 condotta dai giovani turchi, l'esercito è diventato il massimo difensore della laicità dello stato. Il silenzio dei militari di fronte a quanto sta accadendo nel paese è indicativo di una situazione difficile da gestire e che mostra una borghesia locale confusa, se non completamente spiazzata dal succedersi degli eventi. L'esercito turco potrebbe perciò ritrovarsi in una condizione paradossale per cui, per difendere la laicità, sarebbe costretto a muoversi contro Erdogan dando appoggio implicito ai manifestanti; non avendo più legami stretti con gli Usa, i militari potrebbero anche simpatizzare con i dimostranti anziché per gli islamici. Allo stesso tempo però se l'ondata di protesta coinvolgesse il proletariato, le forze armate dovrebbero intervenire contro la piazza e appoggiare il governo islamico. Per la borghesia queste sono contraddizioni terribili: situazioni inedite che portano a soluzioni politiche inaspettate.

A dirla tutta, anche le componenti sociali in piazza sono inedite. Sembra che si stia manifestando qualcosa di più avanzato rispetto all'Europa degli indignados, inoltre il linguaggio ed i contenuti utilizzati sono nuovi e maggiormente radicali rispetto a quanto prodotto a suo tempo da Occupy Wall Street.

Una destabilizzazione cronica della Turchia avrebbe ripercussioni sulla Siria, già in piena guerra civile, sui Balcani in fermento e, soprattutto, sull'Heartland attraverso l'area d'influenza turcofona che arriva fino alla Cina.

Ad una lettura superficiale dei fatti si fatica a capire le ragioni di questo marasma sociale: qual'è la causa scatenante di questa repentina polarizzazione sociale? Non è spiegabile con una pulsione di tipo ecologista. I fatti raccontano che lo sgombero degli occupanti di Gezi Park in un'operazione di polizia all'alba del 31 maggio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: di lì rivolte e scontri con la polizia divampano a Istanbul e in tutte le maggiori città turche, e il 2 giugno, mentre la sommossa infuria in tutto il paese, Gezi Park viene ri-occupato. Solo l'11 giugno, dopo ore di battaglia, le forze dell'ordine prendono piazza Taksim e si avvicinano minacciosamente a Gezi Park sparando lacrimogeni e cercando di occuparlo. Gli occupiers turchi difendono strenuamente il parco, difendono quella vitale comunità nata nei giorni di scontro con la polizia. Difendono, come gli OWS a Zuccotti Park, un mondo oltre il capitalismo:

"A playful place, a place of fun, a dancing world of bright colors, a world in which we bubble and overflow into one another and beyond. A world without hard lines - a world in which identities exist only to be transcended. A world in which the basis of human existence is not identity, but the mutual recognition of our dignities. Not 'I am', 'you are' — but I-you-we do-create-become. A different form of organization, a different form of coming together. The mutual recognition of humans, and also, in a different way, the mutual recognition of human and non-human forms of life.Nonsense, of course, were it not for the fact that it already exists – as potential, as rebellion, as the force of the 'not yet' in the present. To find the world that could exist after capitalism, we must look to the anti-worlds already being created in countless struggles against capitalism – countless cracks in the texture of capitalist domination. A world beyond capitalism can only be a distillation of the dreams dreamt against oppressions – A redemption of the longings of all who have struggled for a better world. Look then, to the experimental anti-worlds being created in the struggles against capitalism, to the assemblies that characterized the Occupy movement, and its rejection of representative "democracy". To the protests against guns and violence and war, to the movements not just against male domination, but for the overcoming of all classifications of people by sex and sexuality. To the millions who fight against the destruction of the Earth by developing a different conviviality with non-human forms of life. To the constant push for living in a time liberated from the clock, in the space freed from the measuring rant. To the constant drive inseparable from our humanity to determine our own doing. In the cracks, in the refusals and creations in the anti-worlds of daily struggles. That is where the urgently necessary world beyond capitalism is to be found." (The World Beyond Capitalism, OccupyWallStreet)

Nel fuoco delle lotte e nelle occupazioni si sta formando un nuovo ambiente, un anti-mondo che i giovani di Occupy Gezi difendono con le unghie e con i denti dagli assalti del vecchio. Intorno a Taksim e a Gezi Park non si è formata una piccola comunità locale di resistenza, ma una "community mondiale" che supporta e segue l'occupazione. Di fronte a questo viene naturale il collegamento con i giovani socialisti del 1913 quando scrivevano che il programma è l'ambiente:

"Tutto l'ambiente borghese conduce all'individualismo. La nostra lotta socialista, anti-borghese, la nostra preparazione rivoluzionaria deve essere diretta nel senso di gettare le basi del nuovo ambiente. Ecco in che cosa noi vediamo tutto un programma del movimento giovanile. Sottrarre la formazione del carattere all'esclusiva influenza della società presente, vivere tutti insieme, noi giovani operai o no, respirando una atmosfera diversa e migliore, tagliare i ponti che ci uniscono ad ambienti non socialisti, recidere i legami per cui ci si infiltra nel sangue il veleno dell'egoismo e della concorrenza, sabotare questa società infame, creando oasi rivoluzionarie destinate un giorno ad invaderla tutta, scavando mine destinate a sconvolgerla nelle sue basi."

A Gezy Park da giorni ogni centimetro accampabile è stato occupato da tende e sacchi a pelo. Sono stati predisposti: un punto di condivisione di cibo e bevande, le modalità e gli strumenti per collaborare alla pulizia (servizi svolti con grande partecipazione). E' stato costituito un presidio medico per l'assistenza sanitaria, così come, ma in maggiore numero, per la consulenza legale; le informazioni giuridiche e le pratiche sono condivise attraverso cartoni appesi agli alberi. E' stata costruita una libreria e diversi gruppi organizzano eventi ogni giorno. Una vitalità ed un entusiasmo che i partiti tradizionali si sognano.

Occupy è leaderless (senza leader) e non avanza rivendicazioni, al contrario spinge per delle nuove relazioni sociali qui e ora:

"Abbiamo costruito una cucina popolare per sfamare migliaia di persone, abbiamo aperto una biblioteca popolare, creato spazi più sicuri e fornito un riparo, delle coperte, cure mediche e altre necessità a chi ne aveva bisogno. Mentre dei cinici ci hanno chiesto di eleggere dei leaders e fare richieste ai politici, noi eravamo occupati a creare alternative a quelle stesse istituzioni. Una rivoluzione è stata messa in moto, e non può essere fermata." (2011: A Year in Revolt, OccupyWallStreet)

Uno slogan che si aggira nella Rete in questi giorni è ovunque Taksim, ovunque resistenza. Nella chiamata globale lanciata in 13 lingue per l'8 e 9 giugno da Interoccupy, si invitavano i sostenitori di Occupy Gezi ad occupare le piazze ed i parchi delle proprie città in solidarietà. Se si mettessero in moto una serie di occupazioni sincronizzate a livello mondiale, allora sarebbe la realizzazione pratica della parola d'ordine Occupy the world together (Occupiamo il mondo insieme). Stiamo andando in questa direzione, basti l'esempio della formazione in pochi giorni della pagina di Wikipedia in 29 lingue sulle proteste turche. Un cervello sociale "di massa" è all'opera.

Su Internet video, foto e report diventano virali e sopperiscono al silenzio dei media mainstream, rendendo pubblica la violenza degli sbirri e le gesta dei manifestanti. Un sindacato di polizia turco denuncia che sarebbero stati almeno 6 i poliziotti a togliersi la vita dall'inizio della rivolta a causa dei turni di lavoro massacranti (anche 120 ore consecutive). La repressione poliziesca contro la piazza è la violenza che la polizia subisce da parte del Sistema. Molti manifestanti raccontano delle torture subite nelle carceri e non è un caso che siano stati arrestati parecchi avvocati (47) per aver manifestato davanti al tribunale di Istanbul. Il fatto non è nuovo in Turchia ma impressiona i democratici per la brutalità dei modi visto che questa volta non ci sono accuse per aver difeso curdi "guerriglieri", e viene letto come la delegittimazione della legge proprio in un suo luogo simbolo.

La Turchia è un paese imperialista con un proletariato industriale numeroso e combattivo e una forte tradizione di lotte. Ha un reddito abbastanza alto ed il PIL in crescita, eppure i recenti avvenimenti dimostrano che è stata superata una soglia di insopportabilità verso lo stato di cose presente. Dalle manifestazioni per la difesa degli alberi all'allargamento sociale della lotta, fino alle tendenze anti-mondo registrate da OWS, è tutto abbastanza inedito e foriero di ulteriori sviluppi. Finora non si sono avanzate rivendicazioni politiche o economiche, viene quindi in mente la dialettica del contenuto che non corrisponde al contenitore: il contenitore Turchia non corrisponde più al suo contenuto e qualcosa di molto profondo spinge per emergere. Come scrive Trotsky sulla rivoluzione russa, i movimenti di proletari, anche spontanei, sono preparati dal sistema fabbrica, dalla socializzazione dei mezzi di produzione su scala internazionale, dall'estrema integrazione della società. In particolare riferendosi alle giornate dal 24 a 27 febbraio 1917:

"La "generazione spontanea" in sociologia è ancor più fuori luogo che nelle scienza naturali. Se nessun noto dirigente rivoluzionario ha messo la sua etichetta al movimento, il movimento sarà semplicemente anonimo, senza per questo divenire impersonale"... La mistica delle "forze spontanee" non chiarisce nulla. Per valutare correttamente la situazione e determinare il momento della sollevazione contro il nemico, era indispensabile che la massa, tramite i suoi elementi dirigenti, facesse una propria analisi degli avvenimenti storici e avesse i propri criteri per valutare questi avvenimenti. In altri termini, era necessario che ci fosse non una massa in astratto, ma la massa degli operai di Pietroburgo e di tutta la Russia, passata attraverso la rivoluzione del 1905 e l'insurrezione moscovita del dicembre del 1905 spazzata via dal reggimento della Guardia Semenovsky; bisognava che in questa massa fossero disseminati operai che avevano riflettuto sull'esperienza del 1905, criticando le illusioni costituzionali dei liberali e dei menscevichi, assimilato le prospettive della rivoluzione, esaminato mille volte il problema dell'esercito, osservato attentamente quanto accadeva in quell'ambiente, ed erano capaci di ricavare dalle loro osservazioni conclusioni rivoluzionarie e di comunicarle ad altri. Infine bisognava trovare nella guarnigione soldati di mentalità avanzata, in passato conquistati o almeno toccati dalla propaganda rivoluzionaria". (Storia della rivoluzione russa, Trotsky)

Oggi i movimenti spontanei sono organizzati dal moderno sistema di fabbrica che ha rotto con i limiti aziendali per permeare di sé tutta la società. Le conclusioni rivoluzionarie a cui arriva il movimento sono immediatamente socializzate tramite i mezzi di comunicazione a disposizione. Anche un cretino capirebbe che, per puro calcolo statistico, fra la massa dei milioni di giovani incazzati una parte per forza incomincia ad organizzarsi. E siccome un essere umano con il suo sistema nervoso è un pò più complesso di un batterio, lo scambio d'informazione tra gli incazzati non avviene attraverso toccamenti di vibrisse ma usando Internet, spostandosi in treno o in aereo da una città all'altra. La rivoluzione non è un problema di organizzazione ma di forza.

In Italia, i risultati della recenti elezioni sono il sintomo di un disagio sociale crescente. La crescita dell'astensione è indice di uno scollamento tra cittadini e istituzioni e l'affluenza alle urne del 48,5% è stato un vero record negativo. Anche il M5S sta perdendo consensi, da quando è entrato in Parlamento ha perso la spinta propulsiva e si è omologato all'andazzo generale. In parallelo, si moltiplicano suicidi di disoccupati, precari e commercianti rovinati dalla crisi. Atti di morte come negata aspirazione alla vita. Ma dall'autodistruzione alla formazione di comunità-contro, in lotta contro l'esistente, il passo è breve. L'Italietta al solito sembra a prima vista indietro rispetto agli altri paesi: qui la cosa più simile ad Occupy è lo strano fenomeno dei grillini, un miscuglio di ideologie New Age, decrescita e signoraggio. La prossima ondata potrebbe essere simile a quella turca o americana, e allora per Grillo & C. non ci sarebbe più spazio. Non sono da sottovalutare i malumori di polizia e carabinieri: le forze dell'ordine non potranno andare avanti in eterno a sfrattare famiglie e manganellare cassaintegrati. L'ordine sociale non si regge solo con la violenza: oltre al bastone è indispensabile la carota.

Da 7 anni alle continue dichiarazioni dei sacerdoti del Dio Capitale sull'imminente "uscita" dalla crisi fanno seguito notizie che descrivono una situazione economica disastrosa. La produzione industriale è calata in Italia su base annua per il ventesimo mese consecutivo (Istat). Non se la passano meglio la Francia e la Germania. La Germania ha messo in atto una drastica retromarcia rispetto alla modernità capitalistica, puntando sul plusvalore assoluto e abbassando l'estrazione di quello relativo con una bassa composizione organica del capitale (macchine, produttività, ecc.), e obbligando i proletari a lavorare per 400 euro al mese in condizioni di semi-schiavitù.

Occupy ha dimostrato l'esigenza della riappropriazione della socialità, della comunità umana, del ritrovarsi per condividere ciò che è necessario per vivere. Dopo il passaggio dell'uragano Sandy a New York, si è formato Occupy Sandy, una rete di mutuo soccorso per sistemare i quartieri più disastrati. Al venir meno del Welfare State, si fanno avanti reti alternative, sistemi di auto-aiuto e di mutua-assistenza.

"Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno in un primo tempo come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno di società, e ciò che sembrava un mezzo è diventato lo scopo." (Marx, Manoscritti)

I manifestanti che occupano le piazze, che si riuniscono per difendere un parco o per denunciare lo strapotere delle banche, si appropriano di un nuovo bisogno e quello che era il mezzo diventa il fine. Indipendentemente da quanto possa influire un lavoro come quello di n+1 sull'ambiente, qualsiasi comunità che nasca oggi, se è per autentica reazione a ciò che l'umanità sta perdendo è oggettivamente rivoluzionaria, non può rappresentare altro che un elemento propulsore per un altro tipo di comunità. Lo affermano i servizi segreti italiani e dobbiamo crederlo, perché in questo momento la borghesia incomincia ad aver paura, sente l'effettiva necessità di difendersi da rivolte che non hanno più i caratteri di un tempo ma sono contro la società in quanto tale.

Articoli correlati (da tag)

  • Fascismo come realizzatore delle istanze riformiste

    La teleriunione di martedì scorso è cominciata con la segnalazione da parte di uno dei compagni collegati (12 in totale) della proliferazione su YouTube di filmati tesi a dimostrare che il crollo del ponte Morandi di Genova non è avvenuto accidentalmente ma sarebbe invece un fatto voluto. Questo genere di video, visualizzati in breve tempo da decine di migliaia di persone, rientra nel fenomeno, già visto in passato in occasione dell'attentato alle Torri Gemelle o, ancor prima, dello sbarco sulla Luna, della diffusione di teorie strampalate solitamente a sostegno di una visione più o meno complottista dell'ordine delle cose.

    Il Web è lo specchio della società e quindi in esso non possiamo che trovare tutto quello che esiste nel mondo, compresa la vita senza senso alimentata dal capitalismo. Questa sorta di grande magazzino globale contrasta con l'idea, propria di molti intellettuali, della profondità della cultura accademica. Secondo tale schiera di pensatori, solo esperti o specialisti dovrebbero potersi esprimere su determinati argomenti, mentre il resto dell'umanità dovrebbe limitarsi ad esternare le proprie "opinioni" al bar. Tra questi spicca Umberto Eco che, contraddittoriamente, nel suo "Ur-fascismo" non riesce ad approfondire il tema preso in esame, ma si limita a fornire una lista di caratteristiche estetiche e morali del fascismo (la camicia nera, l'autoritarismo, il culto della tradizione, il culto dell'azione, ecc.), tralasciando l'analisi della società e dei rapporti di produzione che produsse quel tipo di governo. Evidentemente, all'esimio professore era sfuggito che negli anni '20 del '900 tutto il mondo volgeva lo sguardo, avvicinandosi, al fascismo, un movimento internazionale - così come lo definisce la nostra corrente - capace di dar vita a numerose correnti nazionali che discutevano e dibattevano tra loro. Solo per citare alcuni tra i nomi più conosciuti, ricordiamo il tedesco Werner Sombart e il belga Henri de Man, a cui si aggiungono i collegamenti con alcuni esponenti russi sviluppati durante l'importante congresso di Amsterdam del 1931 e i progetti di programmazione economica.

  • L'età della magagna

    Durante la teleconferenza di martedì, a cui si sono connessi 11 compagni, abbiamo discusso del crollo del ponte Morandi a Genova. Il bilancio della strage è di 43 morti, decine di feriti e centinaia di famiglie sfollate dal quartiere sottostante alla struttura.

    In questa società, che nella serie di articoli Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale la nostra corrente definisce "età della magagna", può accadere che gli ingegneri si sentano frustrati perché soppiantati da architetti divenuti star, e per tutta risposta progettino strutture leggere ed avveniristiche per fare, a loro volta, scalpore e meraviglia. Strutture che ad un certo punto collassano, sono da demolire o non sono comunque più utilizzabili. D'altra parte tutte le case, i ponti e i manufatti costruiti negli anni del boom economico hanno oggi bisogno di manutenzione straordinaria. Ma in epoca capitalistica le opere di conservazione rappresentano un costo passivo, mentre risulta più conveniente demolire e costruire ex novo, bandendo gare dai preventivi fasulli e dagli alti profitti:

    "Esso [Il Capitale] non vuole appalti di manutenzione, ma giganteschi affari di costruzione: per renderli possibili, non bastando i cataclismi della natura, il capitale crea, per ineluttabile necessità, quelli umani, e fa della ricostruzione postbellica 'l'affare del secolo'". ("Piena e rotta della civiltà borghese", 1951).

  • Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata commentando quanto accaduto nella provincia di Foggia dove sono morti 16 braccianti in due distinti incidenti stradali.

    Per la raccolta degli ortaggi nei campi del foggiano, così come a Rosarno, Saluzzo o nell'alessandrino, viene impiegata manodopera composta per lo più da immigrati. Questi lavoratori, solitamente risiedenti in baracche o altre abitazioni insalubri, sono pagati qualche euro al giorno e vengono trasportati nei luoghi di lavoro ammassati in furgoni, spesso in numero superiore rispetto a quanto consentito dalle norme sulla sicurezza per la circolazione dei veicoli. Paghe da fame e condizioni al limite dello schiavismo non riguardano solo le campagne, ma rappresentano la normalità in tante altre situazioni lavorative. Basti pensare che sono più di 400 i morti sul lavoro nel 2018, per la maggior parte registrati nell'industria e nei servizi, e in particolare nel Nord Italia.

    In risposta all'ennesima strage sul lavoro, Cgil-Cisl-Uil hanno proclamato una manifestazione a Foggia per mercoledì 8 agosto, chiedendo diritti e tutele per i lavoratori delle campagne. Anche l'USB ha indetto per quella giornata uno sciopero nei campi e una marcia da Rignano a Foggia. Il Comitato Lavoratori delle Campagne, che si situa più a sinistra, si è fatto sentire rivendicando anch'esso trasporti, documenti e contratti e attivandosi per aprire uno sportello legale contro lo sfruttamento, una scuola di italiano, ecc.

Navigazione per Tag

accumulazione ambiente amore anonymous anticipazioni attivismo austerity autonomizzazione del Capitale autorganizzazione bolla finanziaria Bordiga borghesia Brasile capitale capitale finanziario capitalismo capitolazioni catastrofe centralismo organico centralizzazione cervello sociale cgil chiesa cibernetica ciclo coloniale Cina Cipro commons comunismo conoscenza controrivoluzione crisi debito decrescita democrazia determinismo disoccupazione dissipazione dissoluzione dono doppia rivoluzione economia politica Egitto Einstein energia evoluzione expo fascismo feedback finanza forza produttiva francia geostoria Germania Giappone governo governo tecnico gramsci grecia Grillo guerra guerre mondiali Hegel ideologia immediatismo imperialismo indignados informazione internazionale comunista invarianza isis israele Italia Latouche lavoro lavoro di partito lenin linguaggio logistica lotta di classe lotte immediate luogocomunismo macchine manifestazioni manoscritti '44 marasma sociale Marx materialismo medio oriente memi mezze classi militanti minerali miseria crescente moneta movimento operaio mutuo soccorso neotenia no tav occupy sandy ordinovismo OWS palestina partito partito formale partito storico peer to peer piano di produzione polarizzazione popolazione Popper precari preistoria previsione primavera araba produttività produzione sociale programma questione nazionale rabbia sociale rapporti di forza reddito rendita rete rifkin riformismo rinascimento riunioni rivolta rivoluzione rivoluzione borghese rivoluzione proletaria russia salario SCi scienza sciopero sessualità sincronia sindacato social network soviet Stato stato islamico teoria rivoluzionaria Tunisia Turchia uranio usa valore valorizzazione wikipedia

Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
f6Doppia direzione: Lavorare è bello
f6Spaccio al bestione trionfante: Riscontro "psicologico" - Fazioni in lotta

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 229, 6 agosto 2018

f6Dedicato a Karl Marx
f6Maledetta socialdemocrazia
f6Il film
f6Il Vallo Atlantico
f6Organizzazione Mondiale per il Commercio
f6Giganti?
f6Su tre continenti
f6Governicchio

Leggi la newsletter 229
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email