Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  26 agosto 2014

Elettroencefalogramma (quasi) piatto

La teleconferenza di martedì, connessi dieci compagni, è iniziata con l'elenco di alcune notizie recenti che forniscono un quadro dello scenario politico-economico mondiale a dir poco disastroso:
-sette anni di crisi: miseria crescente e crollo dei consumi in Italia e altrove (allarme deflazione);
-Germania: aumento dei disoccupati e calo di fiducia delle imprese nell'economia;
-Francia: dichiarazioni anti-austerity del ministro dell'Economia e conseguente rimpasto di governo, instabilità politica che tocca il cuore dell'Europa;
-Draghi: ipotizza l'avvio di un piano di acquisto di titoli di Stato dell'Eurozona da parte della Bce;
-Usa: possibile alleanza con Assad per ostacolare l'avanzata degli jihadisti in Siria e Iraq;
-Libia: il paese ormai è diviso con due presidenti e due governi, mentre Egitto ed Emirati Arabi Uniti bombardano gli islamisti;
-Ucraina: carri armati russi entrano nel sud-est del paese;
-Papa: annuncia l'inizio della terza guerra mondiale.

La crisi in atto, ormai diventata cronica, mostra tutti i limiti del modo di produzione capitalistico; che è innegabilmente tenace, ma allo stesso tempo malato, senile e drogato. Gli economisti non riescono nemmeno a trovare un linguaggio adatto per spiegare la situazione: se crisi non va più bene perché il termine prevede una ripresa, anche la forma "grande depressione" non può funzionare, perchè essa si è già verificata negli anni Trenta e non può quindi ripetersi. In realtà ci troviamo di fronte a rapporti capitalistici non più funzionanti.

Basti pensare alle notizie economiche che arrivano dai paesi europei: adesso anche i giornalisti si accorgono che pure la Germania è in crisi. A detta di tutti il paese più forte d'Europa, la locomotiva produttiva capace di tenere insieme l'Unione, la Germania in realtà ha una produttività più bassa dell'Italia dato il rapporto tra la popolazione attiva e il saggio di sfruttamento pro-capite. Anche se a borghesia e sindacati tedeschi va riconosciuto il merito di esser stati i primi ad abbassare artificialmente la produttività, per mantenere alta la quota di forza lavoro occupata - manovra efficace perché si è rivelata causa antagonistica alla caduta del saggio di profitto -, ora anche il capitalismo tedesco ha smesso di crescere e arranca.

Tutto quello che sta succedendo in Europa, e negli Usa, è la dimostrazione che il sistema non riesce più a governarsi e a rispondere con progetti adeguati alla crisi di valorizzazione. Si ha come l'impressione che il capitalismo si stia spegnendo: gli stati collassano, il numero dei profughi aumenta, le guerre dilagano e diventano endemiche. E non è ancora stata superata la soglia critica nelle metropoli globali: se saltassero i nodi logistici che le fanno funzionare, nessuno potrebbe contenere il caos sociale.

Anche le alleanze interimperialistiche risultano sempre più evanescenti. Assad, fino a qualche mese fa demonizzato dagli Stati Uniti, potrebbe ora diventarne un utile alleato contro l'avanzata dello Stato Islamico (IS), che ormai occupa il 35% del territorio della Siria e diversi pozzi petroliferi in Iraq. Il progetto del grande Califfato nasce come risposta oggettiva all'esoterismo di Al Qaida, un'organizzazione chiusa che compie attentati e sfrutta legami deboli nel mondo. L'IS funziona in modo diverso: ha superato la logica settaria dei terroristi puri e ha messo in campo un esercito vero, utilizza il terrore in modo consapevole e programmato, conquista territori, spazza via la "corruzione" e acquisisce consenso tra le popolazioni. Inoltre è difficile immaginare che i peshmerga possano arginare l'ondata islamista, nonostante il tifo dei governanti e dei sinistri nostrani per i resistenti curdi. Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, che secondo alcuni sarebbero i finanziatori del Califfato, contano in realtà abbastanza poco perché il movimento si è autonomizzato dai suoi "sponsorizzatori" e sta crescendo. Paesi islamici come la Nigeria, il Bangladesh, il Pakistan, l'Indonesia e tutta la parte occidentale dell'India, sono terreno di reclutamento per l'IS.

Saltano gli equilibri globali e saltano anche i confini nazionali: i russi entrano in Ucraina, gli egiziani intervengono in Libia contro gli islamici e gli Usa bombardano in Iraq.

A proposito di confini nazionali e fronte interno, a Ferguson, nel Missouri, sono state numerose e potenti le rivolte scatenate dall'uccisione da parte della polizia del diciottenne nero Michael Brown. Negli Usa evidentemente si sta esaurendo la fase Occupy/Indignados e dalle sue ceneri sta emergendo qualcosa di più radicale. Tutte le lamentele dei sinistri sulla mancanza di diritti, la difesa del welfare e della scuola pubblica, stanno lasciando spazio alla consapevolezza che indietro non si può tornare e di qui in avanti solo i rapporti di forza saranno decisivi nella difesa delle condizioni di vita.

In chiusura di teleconferenza si è accennato a The square - Inside the revolution, un interessante documentario apparso su Rai Tre, "che ci mostra potenzialità e limiti di una rivolta sociale di massa, la necessità di una forte organizzazione politica, le insidie sempre in agguato quando si prova a mettere in discussione lo stato di cose presente". Nel lungometraggio si vedono le manifestazioni di massa che precedono la caduta di Mubarak, l'avvento dei militari, le elezioni e la vittoria dei Fratelli Musulmani, le manifestazioni anti-Morsi, la caduta dei Fratelli e infine il ritorno alla dittatura dei militari. Le immagini sono accompagnate dal racconto di una generazione di egiziani che ha deciso di farla finita con il vecchio stile di vita, rivendicando giustizia, pane e libertà. Ogni governo che succede a quello caduto reclama per sé la rivoluzione, i martiri e le parole d'ordine della piazza, ma puntualmente ne tradisce i propositi scatenando le proteste.

Pensando all'Egitto di questi ultimi anni viene in mente quanto scriveva Marx ne Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850:

"Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti sino a diventare violenti contrasti di classe, persone, illusioni, idee, progetti, di cui il partito rivoluzionario non si era liberato prima della rivoluzione di febbraio e da cui poteva liberarlo non la vittoria di febbraio ma solamente una serie di sconfitte. In una parola: il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell'insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario."

Articoli correlati (da tag)

  • Ma quale futuro?

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata commentando alcune notizie riguardanti le energie rinnovabili.

    Pare che negli Stati Uniti un gruppo di scienziati abbia sviluppato un sistema di specchi che, sfruttando l'energia solare, riesce a raggiungere la temperatura di 1000 gradi. L'obiettivo dell'esperimento è di arrivare ai 1500, la condizione necessaria per fondere l'acciaio, ed eliminare progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili (en passant: i primi esperimenti per ottenere alte temperature attraverso specchi parabolici sono stati condotti dal premio Nobel Carlo Rubbia in Italia con il progetto Archimede, poi esportato in Spagna). Che sia la soluzione per produrre energia senza inquinare l'ambiente? Abbiamo dei dubbi in merito. Basti pensare all'Ilva di Taranto: anche se riuscisse a produrre da sé tutta l'energia necessaria, rimarrebbe comunque un gigante inutile. Insomma, bisogna sempre chiedersi che senso abbia adoperare certe tecnologie ed in funzione di quale produzione. Non è un problema di natura tecnica, riferita al variare delle fonti energetiche (in ultima istanza tutte riconducibili al lavoro del Sole), ma di natura sociale: l'attuale modo di produzione non conosce sé stesso, bada solo al profitto, e quindi continuerà a sprecare energia e a distruggere l'ambiente.

    La società capitalistica è arrivata a risultati tecnici avanzati nella produzione delle merci, ma la sua capacità di progettazione sociale è bassissima a causa dell'anarchia del mercato. Per poter rovesciare la prassi e cominciare a progettare la vita di specie in armonia con la natura, bisogna liberare le forze produttive dalle catene del valore, affinché la tecnica e la scienza siano indirizzate verso soluzioni razionali. Si tratta sempre di uno scontro tra modi di produzione, in cui quello a più alto rendimento energetico è destinato a vincere. La tecnica e la scienza sono altra cosa rispetto all'economia politica, perché mentre questa può formulare frasi senza contenuto empirico, le prime parlano il linguaggio della matematica.

  • Un mondo, una rivolta

    La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 16 compagni, è iniziata riprendendo il tema della parabola storica del plusvalore, nell'ottica di analizzare le profonde determinazioni che stanno alla base delle proteste e delle rivolte attualmente in corso in diversi paesi.

    Prendiamo il caso di FCA (ex Fiat). L'azienda impiega circa 200mila dipendenti in tutto il mondo, produce circa 5 milioni di autovetture all'anno, e per il 2018 ha dichiarato un fatturato di 110 miliardi di dollari. Pur esistendo un unico marchio che ne identifica le merci, la maggior parte dei componenti che vengono poi assemblati negli stabilimenti è prodotta da una rete di imprese in outsourcing. Da un pezzo la fabbrica è uscita dalle mura aziendali, distribuendosi sul territorio grazie al sistema della logistica; oggi non esiste più la grossa fabbrica verticale di novecentesca memoria che produceva tutto da sé, ma le lavorazioni sono state in prevalenza esternalizzate ("Sull'uscita di Fiat da Confindustria e alcuni temi collegati"). Se in Italia agli inizi del 2000 la Fiat contava 112mila addetti, oggi Fca ne impiega 29mila, comprese Maserati e Ferrari.

  • La società futura avrà un più alto rendimento energetico

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 10 compagni, è iniziata con la segnalazione di un articolo del Corriere della Sera intitolato "Più posti, ma part time: così le ore lavorate sono meno di 12". Secondo il giornale, aumenta l'occupazione ma anche la precarietà poiché è in calo il numero delle ore lavorate; per quanto riguarda il numero degli occupati, il quotidiano riporta che "in Italia lavorano 23,3 milioni di persone. Il tasso di occupazione nella fascia d'età tra 20 e 64 anni è del 63% contro l'80% della Germania e il 73% della media dell'Unione europea." Lo stato cerca di dare ossigeno all'economia emanando provvedimenti del tipo "Quota 100", ma non è possibile ricreare i posti di lavoro che la tecnologia ha reso superflui. In questi giorni è finita sotto i riflettori di giornali e televisioni la questione Ilva con i relativi lamenti politici e sindacali in merito alla difesa dell'occupazione. I sacerdoti del lavoro si commuovono e lo benedicono, ma le fabbriche-galere chiudono comunque. Se i lavoratori vengono licenziati perché in esubero rispetto alle esigenze produttive, dal punto di vista della lotta immediata non resta altro da fare che pretendere una forte riduzione dell'orario di lavoro e un salario decente per i disoccupati.

Rivista n°46, novembre 2019

copertina n°46f6Editoriale: Rapporto diretto
f6Articoli: Che fine ha fatto il futuro?, Rivoluzione e cibernetica
f6Rassegna: La bicicletta di Leonardo
f6Terra di confine: Apprendisti stregoni
f6Spaccio al bestione trionfante: Inflazione cercasi
f6Recensione: Intelligenza artificiale, evoluzione naturale
f6Doppia direzione: Centralismo democratico e centralismo organico

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 236, 18 novembre 2019

f6La sussunzione della società al capitale
f6Economia e Big Data
f6Di che colore è Hong Kong?
f6Iraq. Verso la guerra civile?
f6Bistecca vegana senz'osso
f6Olocrazia
f6Bisognava pensarci prima

Leggi la newsletter 236
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email