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  • Sabato, 03 Maggio 2014

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  • Resoconto teleriunione  29 aprile 2014

L'epoca più rivoluzionaria della storia

Lo sostiene Bernardo Gutiérrez sulla base dello studio World Protests 2006-2013: le 843 rivolte scoppiate nel mondo negli ultimi otto anni fanno del periodo storico che stiamo attraversando quello più agitato della storia, in cui si fa spazio un nuovo concetto di rivoluzione e compare sulla scena un nuovo soggetto politico. Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 15 compagni, abbiamo avuto modo di commentare l'interessante articolo dello scrittore e giornalista spagnolo.

Il documento a cui si fa riferimento lungo tutto lo scritto propone un'analisi dettagliata delle cause scatenanti e delle forme di espressione assunte dalle proteste più importanti avvenute negli ultimi anni. Gutiérrez mette insieme i dati raccolti e tenta di cogliere la dinamica più ampia che lega ogni singola rivolta locale, diversa nei suoi aspetti peculiari ma accomunata e integrata con tutte le altre attraverso una struttura globale a rete capace, come lo stesso capitalismo, di fare velocemente il giro del mondo. Di fronte ad un mondo in subbuglio viene chiamato in causa Marx - a dire il vero in maniera piuttosto confusa - che, a quanto pare, non avrebbe saputo anticipare il "nuovo soggetto politico – più diffuso, più eterogeneo, più inclassificabile – [che] scompagina le definizioni e le frontiere formali delle rivoluzioni." Paradossalmente, seppur intriso di una concezione luogocomunista, Gutiérrez scorge una novità nelle manifestazioni di protesta rispetto al passato, e cioè proprio quel tratto anonimo e tremendo caratteristico delle rivoluzioni, per cui le 843 proteste scoppiate tra il 2006 e il 2013 non hanno espresso capi carismatici o, laddove questo è avvenuto, il "malcapitato" è stato sommerso dai milioni in lotta, da "una moltitudine senza volto né leaders, che sta sostituendo i pezzi del sistema senza modificare di colpo il suo sistema operativo. Una moltitudine resiliente e mutante, che anche senza prendere il potere trova le brecce del sistema, hackerando per spargere i semi del nuovo mondo".

Al di là di quanto dicono di se stessi i manifestanti, analizzando invece il movimento di protesta da un punto di vista sistemico, la motivazione che fa muovere gli "atomi sociali" all'unisono è unitaria. L'escalation globale delle rivolte descritta minuziosamente dallo studio sopracitato è determinata dall'aumento della miseria, a cui la popolazione mondiale si ribella, non per ideologia, ma per conservare quanto raggiunto fino ad ora. Il carattere dirompente delle rivolte è dato non tanto dalle rivendicazioni di volta in volta lanciate dai movimenti, ma piuttosto dal fatto che non è più possibile una soluzione riformistica al problema. Il Capitale autonomizzato corre all'impazzata alla ricerca di valorizzazione e travolge qualunque ostacolo trovi sul suo cammino, che si tratti di popolazioni allo stremo o di borghesi terrorizzati dallo sfaldarsi del tessuto sociale.

Gli effetti della miseria crescente e del marasma sociale che ne consegue si fanno sempre più evidenti. Ne abbiamo esempio ultimamente in Cambogia, dove gli operai hanno scioperato per il raddoppio del salario, o in Cina con la lotta dei lavoratori del settore calzaturiero che ha coinvolto interi distretti industriali. In Egitto il governo militare, dopo aver messo al bando i Fratelli Musulmani - il tribunale di Minya ha condannato a morte, dopo i primi 529 nel marzo scorso, altri 683 esponenti del movimento islamista - , ha dichiarato illegali scioperi e manifestazioni, assimilandoli al terrorismo, e messo fuorilegge l'organizzazione giovanile 6 aprile. In Brasile, dopo gli scontri avvenuti durante la Confederation Cup, la situazione non accenna a placarsi, anzi Rio de Janeiro è nuovamente precipitata nel caos, a 50 giorni dai mondiali di calcio, dopo l'uccisione di un ballerino durante un'incursione della polizia in una delle più famose favelas.

Il movimento generale partito con la Primavera araba assume localmente aspetti diversi, ma ha origine, ovunque, dallo scontro tra un modo di produzione in agonia e una nuova forma sociale emergente. E per trovarne i protagonisti non bisogna cercare nelle piazze e nelle strade le "tute blu", il proletariato che intende Gutiérrez, ma tutti quei senza riserve che, per esempio, hanno incendiato le banlieue francesi nel 2005 o hanno occupato il centro di New York con il movimento Occupy Wall Street.

L'epoca che viviamo, afferma il World Protests 2006-2013, è quella più agitata della storia, più intensa del 1968, del 1917 e del 1848. Quest'ultimo, rispetto alla situazione contemporanea, può essere paragonato ad un moto su scala europea, allora reduce dagli sconquassi del 1820-21 e cruciale per l'assetto politico della borghesia. Da quel moto uscì una concezione politica imbevuta della richiesta democratica, aspetto aspramente criticato dalla nostra corrente nel 1923-25, anche perchè essa serpeggiava nelle fila della Terza Internazionale. Marx delinea la dinamica che porta alla sconfitta definitiva dell'apparato democratico delle insurrezioni in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850:

"Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti sino a diventare violenti contrasti di classe, persone, illusioni, idee, progetti, di cui il partito rivoluzionario non si era liberato prima della rivoluzione di febbraio e da cui poteva liberarlo non la vittoria di febbraio ma solamente una serie di sconfitte. In una parola: il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell'insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario".

Oggi ad essere messo in discussione non è l'assetto politico, ma quello sociale ed economico, e ha ragione Gutiérrez quando sostiene che questo è il periodo storico più rivoluzionario della storia. Che la situazione sia senza via d'uscita, lo capiscono oramai pure i borghesi; ne abbiamo parlato spesso durante le nostre teleconferenze, riportando vari esempi, perchè quando i centri di studio o i grandi serbatoi di cervelli riescono ad astrarre dai rapporti battilocchieschi tra governati e governanti, i risultati che producono sono interessanti. Oggi la realtà costringe chiunque, borghesi compresi, ad analizzare i fatti con occhi diversi rispetto al passato, a mettere in luce, suo malgrado, lo scontro in atto tra modi di produzione e la biforcazione storica cui siamo di fronte, che non significa indeterminazione, e cioè l'impossibilità di stabilire il passaggio successivo. Renè Thom dimostra che quando una linea di eventi genera una biforcazione, tutto in realtà è già successo, perché la catena di fatti che ha portato a quella situazione non è neutra ma ha invece subito tutta una serie di determinazioni. Prendiamo ad esempio i pennacchi di San Marco e la loro storia raccontata da J. Gould in un'ottica evolutiva. I post-bizantini che lavorarono alla costruzione della basilica di Venezia si trovarono di fronte al problema di far quadrare il cerchio della cupola con il quadrato della pianta dell'edificio. La soluzione che adottarono fu quella di riempire lo spazio in eccesso con delle pareti adornate da mosaici. Secondo l'evoluzionismo lamarckiano è un determinismo meccanico a provocare i cambiamenti nella genetica e nella struttura degli individui. Gould e Levantin dimostrano invece che, anche senza di esso, prima avvengono le mutazioni (le superfici in più della basilica veneziana) e successivamente vengono adoperate oppure si estinguono.

Anche dal punto di vista delle risorse "naturali" la situazione globale è senza precedenti nella storia. Il documentario Ultima chiamata. Le ragioni non dette della crisi globale, trasmesso qualche giorno fa dalla Rai, affronta il tema dei limiti della crescita riprendendo il famoso testo del 1972 del Club di Roma. Dal lungometraggio emerge la figura di Aurelio Peccei: dopo gli anni trascorsi in Fiat, l'imprenditore torinese arriva a ritenere che, avendo l'umanità raggiunto un tale grado di civiltà e progresso tecnologico, le organizzazioni politiche, gli stati nazionali, sono inefficienti nel risolvere i problemi in atto. L'intuizione lo porta a fondare nel 1968, insieme ad altri intellettuali provenienti dall'industria e dal mondo accademico, il Club di Roma, la cui attenzione all'inizio si focalizza, con il documento Il dilemma dell'umanità del 1970, su quei metodi pratici in grado di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani, in particolare riducendo le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Rapidamente però il gruppo capisce che, per poter applicare le soluzioni prospettate, deve quantificare i limiti delle risorse mondiali e inizia così ad organizzare conferenze internazionali per discuterne. Le tesi di Peccei vengono accolte con ostilità da economisti e politici, ma trovano il favore di Jay Wright Forrester, professore del MIT e fondatore dello studio della dinamica dei sistemi complessi. Nell'incontro a Berna, Peccei e Forrester decidono di applicare la teoria della dinamica dei sistemi alla complessità del pianeta. Le intuizioni dell'intellettuale italiano si fondono così alla teoria dello scienziato americano, che sviluppa un modello matematico per rappresentare il sistema globale delle risorse e il consumo delle attività produttive umane, e mette insieme un gruppo di giovani ricercatori per elaborarne i risultati utilizzando le simulazioni al computer World3. Nel 1972 esce I limiti dello sviluppo. E la storia continua, con Oltre i limiti della crescita, aggiornamento del 1992, e nel 2004 con una ulteriore integrazione di dati analizzati attraverso i mezzi tecnici più sofisticati.

La previsione, dopo 30 anni, viene pienamente confermata: non è possibile una crescita infinita in un sistema finito. Il libro del 1972 viene scritto con il presupposto che la natura farà quello che reputerà necessario se i governanti non prenderanno in mano la situazione; il 1975 viene indicato come punto di non ritorno per la salvezza di un pianeta in via di esaurimento. Per noi questo significa cambio di paradigma perché né la cosiddetta opinione pubblica né i politici possono invertire la rotta:

"Ricordiamo che per 'superamento dei limiti' s'intende la tendenza del sistema a distruggere più di quanto non riesca a preservare, e questo senza rendersene conto, cioè senza che sia possibile prendere provvedimenti per autolimitare la potenza distruttiva insita nel sistema stesso. O anche solo senza che sia possibile eliminare i classici ritardi della politica nelle retroazioni, anche qualora i provvedimenti siano presi. Vale la pena sottolineare un concetto fondamentale di Marx: ogni rivoluzione esplode quando una data forma economico-sociale si trasforma da motore di sviluppo della forza produttiva sociale in sue catene. Il modello, nonostante l'ingenua pretesa di giungere a una riforma, mostra evidentissime le catene." (Un modello dinamico di crisi).

In chiusura di teleconferenza si è accennato al libro di Thomas Picketty molto in voga in questo periodo, Capital in the Twenty-First Century. L'economista francese sostiene che il capitalismo è fallito, la situazione si potrebbe però risolvere con una tassa patrimoniale globale del 10% che andrebbe a riequilibrare la forbice dei redditi.

Ora gli addetti ai lavori si accorgono che stampare dollari-bit per salvare le banche non è servito ad un granché, ma anzi ha alimentato proprio quei circuiti finanziari che intendeva frenare. Negli anni '30 John Maynard Keynes propose di seppellire denaro nelle miniere di carbone dismesse, per poi farli dissotterrare da lavoratori disoccupati. Milton Friedman, più tardi, suggerì di lanciare soldi dagli elicotteri e farli raccogliere ai cittadini, gli unici che avrebbero potuto far ripartire i consumi. Insomma, da una parte il capitalismo produce teorie scientifiche e modelli dinamici sui limiti della propria crescita e dall'altra spinge per una sorta di neokeynesismo su scala globale. Tutto normale per l'epoca più contraddittoria della storia.

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