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  • Resoconto teleriunione  4 febbraio 2014

#GlobalRevolution

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata ricordando il lavoro di Emilio del Giudice, recentemente scomparso. Emilio era entrato in contattato con la sezione di Torino del PCInt. alla fine degli anni '70 ma vi era rimasto poco, avendo trovato lavoro a Milano. Là aveva frequentato la sezione locale partecipando assiduamente alla sua attività, tanto da entrare presto a far parte del Centro del partito. Laureato in fisica e diventato ricercatore, aveva abbandonato la concezione standard abbracciando una teoria del continuo, già prospettata, oltre che da alcuni fisici, anche dalla nostra corrente negli anni '50: l'apparente dualismo onda-particella dev'essere il prodotto di una legge profonda che va ricercata mettendo da parte il riduzionismo classico. Una teoria ultima della natura non può che essere "monista" e utilizzare quindi concetti e formalismi del continuo superando le dicotomie introdotte dal nostro modo di pensare.

Emilio aveva perciò approfondito lo studio su fenomeni quali le simmetrie e le sincronie relative all'entanglement quantistico (trasmissione immediata di informazione a qualsiasi distanza). Anch'egli riteneva possibile una esaustiva teoria quantistica dei campi che superasse l'antica opposizione materia/pensiero. Più tardi, aveva contribuito agli studi in altri settori al confine delle "certezze" scientifiche, ad esempio quello della fusione fredda o quello degli effetti dei campi elettromagnetici deboli sugli organismi biologici. Per questo la comunità accademica l'aveva isolato. In un video sulla "risonanza", egli spiega come, raggiunti certi limiti, la scienza sia costretta ad affidarsi all'intuizione per superare il paradigma dominante e fare passi in avanti; evidenzia inoltre che la figura del genio in realtà non esiste perché l'individuo è sempre il prodotto di un ambiente e dei feedback che ha con esso. Molti di questi temi sono affrontati da Bordiga nel "Filo del tempo" del 1955 su Einstein: le rivoluzioni in campo scientifico, letterario e artistico sono sempre legate a quelle politiche e tutte insieme sono il portato di forze che spingono per l'abolizione dello stato di cose presente.

Un articolo di Repubblica sulle conseguenze sociali del "progresso" tecnologico (La tecnologia allarga il gap ricchi-poveri) ci ha dato modo di ribattere alcuni chiodi teorici. Secondo gli autori i "colpevoli" della crisi non andrebbero ricercati tra gli speculatori e i politici, al contrario è lo sviluppo della forza produttiva ad eliminare forza lavoro e, di conseguenza, ad approfondire la distanza tra una minoranza di ricchi (1%) e il restante della popolazione escluso dal godimento della ricchezza sociale. L'Economist fotografa una situazione economica inedita suggerendo alle classi dominanti di operare al più presto delle riforme di sistema: "L'innovazione ha portato grandi benefici per l'umanità. Nessuno sano di mente vorrebbe tornare nel mondo dei tessitori artigianali. Ma i benefici del progresso tecnologico non sono distribuiti equamente, soprattutto nelle prime fasi di ogni nuova ondata, e spetta ai governi diffonderli. Nel 19° secolo c'è stata la minaccia di una rivoluzione che ha costretto a realizzare riforme progressiste. I governi di oggi farebbero bene a iniziare le modifiche necessarie prima che la gente si arrabbi". Una svolta politica come quella proposta dall'Economist può essere realizzata solo da un governo tecnico mondiale, dato che i mercati sono interconnessi e i capitalisti hanno esaurito la loro funzione storica, sostituiti come sono da funzionari salariati. Il proletariato invece è ancora l'unica fonte di vita per il Capitale nonostante esso tenda, in maniera contraddittoria, a farne a meno ingigantendo l'automa. L'aumento della sovrappopolazione assoluta provoca un supplemento di controllo da parte di una società già di per sé fuori controllo. Milioni e milioni di uomini sono occupati in attività collaterali alla distribuzione di valore: dall'organizzazione delle migrazioni alla loro repressione, dalle lotterie di Stato alle rapine, dai posti di lavoro artificiali alla prostituzione, dalla produzione allo smercio della droga, dalle guerre esplicite alle missioni "pacificatrici". Ecco quindi polizia, spionaggio, eserciti speciali, mercenariato e traffici di ogni genere, tutto senza produrre un centesimo di valore, solo adoperando quello prodotto da altri. Non stupisce che alcuni vedano in tutto ciò la scomparsa della "classe operaia". In realtà la questione non è così semplice e va considerata sotto due aspetti che sembrano negarsi l'un l'altro: da una parte assistiamo alla proletarizzazione di una parte crescente dell'umanità; dall'altra alla diminuzione relativa del proletariato produttivo, reso mobile e precario. I proletari disoccupati non sono più il classico "esercito industriale di riserva", ma vengono espulsi in massa dalla dinamica produttiva per sempre, gettati all'esterno del ciclo di produzione capitalistico senza poterci più rientrare. Già il movimento tecnocratico degli anni 30' affermava che si stava andando verso una società cibernetica, dove la forte presenza della tecnologica avrebbe liberato l'uomo dalla necessità del lavoro; per questo propose soluzioni come i buoni energia e l'eliminazione del denaro: "Dal momento che il costo energetico per il mantenimento di un essere umano eccede di molto la capacità di rimborsarlo da parte di chiunque, noi possiamo abbandonare il romanzo secondo cui ciò che uno riceve nel pagamento sia il compenso per che cosa ha fatto e riconoscere che quel che noi stiamo realmente facendo è utilizzare il dono di cui la natura ci ha forniti. Date queste circostanze, riconosciamo che tutti stiamo ottenendo qualcosa per niente, ed il modo più semplice per effettuare la distribuzione è su una base egualitaria, specialmente quando si consideri che la produzione può essere considerata uguale al limite della nostra capacità di consumare, cioè proporzionata rispetto alla sufficiente conservazione delle nostre risorse fisiche" (Ore-uomo e distribuzione - Una quantità declinante.Technocracy)

Secondo i tecnocrati non aveva più senso prolungare l'agonia di un sistema economico moribondo, dove l'uomo non è più il massimo erogatore energetico. Continuare su quella strada sarebbe stata una follia. Per Hubbert, infatti, in una società dove le macchine hanno sostituito gran parte del lavoro umano è l'energia presente in natura che produce ricchezza.

L'attuale misurazione del lavoro umano non si compie con unità di grandezza fisiche ma in valore prodotto. Questo lavoro, in parte soppiantato dalle macchine, fa precipitare nella crisi non solo il sistema del lavoro salariato ma pure le relative sovrastrutture politiche che si basano sulla produzione e distribuzione del valore. I difensori dell'esistente fondano la loro azione politica sui diritti, conquistati in una fase in cui il capitalismo era vitale, produceva valore senza troppi problemi e poteva garantire ai propri schiavi il "lavoro fisso". Ma la sovrastruttura politico-sindacale basata su quel modello di produzione è destinata a saltare. Se macchine, computer e robot sostituiscono l'uomo nella produzione, non ha senso rivendicare il "diritto al lavoro": la liberazione dal tempo di lavoro è tempo di vita guadagnato. Se il capitalismo sfrutta sempre di più un numero sempre minore di lavoratori, gettando gli altri nella disoccupazione, allora liberiamoci del capitalismo. Marx ed Engels nel Manifesto del 1848 sostenevano che "i proletari possono impossessarsi delle forze produttive sociali soltanto abolendo il loro stesso modo di appropriazione e, con esso, l'intero modo di appropriazione finora esistente. I proletari non hanno nulla di proprio da salvaguardare; essi hanno soltanto da distruggere le sicurezze e le guarentigie private finora esistenti". Il partito deve anticipare nel suo modo di funzionare i caratteri della società futura, rompendo con la politica politicante che vuole conservare lo stato di cose presente. La proposta di tagliare i salari all'Electrolux ha indignato molti sinistri, i quali propongono di resistere di fronte all'ennesima "offensiva padronale" contro i lavoratori. Se negli anni '50 qualcuno poteva credere nella capacità degli Stati di estendere garanzie ai proletari, oggi queste illusioni cadono. Quelle che venivano fatte passare come conquiste del proletariato erano in realtà conquiste della borghesia, misure per inglobare nella macchina statale qualsiasi manifestazione autonoma del proletariato. E quindi:

"Il carattere dell'azione dei comunisti è l'iniziativa, non la replica alle cosiddette provocazioni. L'offensiva di classe, non la difensiva. La distruzione delle garanzie, non la loro preservazione. Nel grande senso storico è la classe rivoluzionaria che minaccia, è essa che provoca; ed a questo deve prepararla il partito comunista, non al tamponamento qua e là di pretese falle nella barcaccia dell'ordine borghese, che dobbiamo colare a picco." (Lotta di classe e "offensive padronali", 1949)

Con la teoria delle "offensive padronali" si vuol far passare l'idea che la miseria crescente e la disoccupazione dilagante sono causate dalla volontà prevaricatrice dei capitalisti e che esiste invece un diritto universale a cui i lavoratori possono appellarsi per avere giustizia. In realtà determinati piani produttivi, come quello di Electrolux, sono il prodotto degli automatismi del mercato per cui se diventa più remunerativo investire in un paese allora si delocalizza oppure si tagliano i salari. L'esistenza del Capitale, tanto più nell'epoca del suo massimo sviluppo, implica una generale sottomissione non solo del lavoro, ma di tutta la società alle sue leggi di funzionamento. Leggi che si sono rese indipendenti da ogni controllo da parte di chiunque.

In un recente articolo pubblicato sul sito di Occupy Wall Street, intitolato Thursday: It Is Not a Revolution, It Is a New Networked Renaissance, si mette in luce la dimensione globale della lotta per un altro mondo. Movimenti come #OccupySandy risultano più efficienti dello stato americano e dei privati nell'assistenza ai poveri. #DirenGezi in Turchia, il movimento 15M-Indignados in Spagna, #YoSoy132 in Messico e tanti altri ancora, sono dei semi-lavorati che si stanno spontaneamente saldando in qualcosa di più grande, dei micro-prototipi che anticipano la società futura. Con l'hashtag #GlobalRevolution, si dice nell'articolo, vengono raccolte tutte le esperienze che si sviluppano in vari punti del pianeta. Il processo organizzativo è andato oltre Occupy Wall Street e fa il giro del globo. Queste micro-utopie interconnesse dimostrano nella pratica che un altro mondo non solo è possibile, è necessario. La interconnessione tra prototipi di società futura sostituisce i modelli organizzativi classici poiché quello che succede in un nodo della rete influenza immediatamente gli altri. #GlobalRevolution è come un gas, un'influenza, qualcosa di invulnerabile, intangibile, difficilmente individuabile. Attraverso i social network si formano in tempo reale coordinamenti senza che nessuna struttura politica pre-definita li costituisca. E sono state eliminate le distanze spaziali visto che da qualsiasi località si può intervenire nei progetti, partecipare, prelevare o cancellare informazione. L'organizzazione sociale del futuro sarà distribuita e centralizzata attraverso i meccanismi della Rete. Nell'ultimo numero della rivista abbiamo fatto l'esempio dei sostenitori del Venus Project, anticomunisti dichiarati, che lavorano per la società futura molto più di certi comunisti dichiarati.

La teleconferenza si è conclusa con una considerazione sullo stato hegeliano: esso è morto e sepolto, permangono ormai solo apparati repressivi che tentano di mantenere l'ordine in qualche modo (vedi in Ucraina). La cosiddetta Primavera Araba e altri fenomeni contemporanei come la crisi libica, la guerra civile siriana, l'involuzione confessionale di Israele, la pressione sociale repressa in Iran, sono tutte manifestazioni della perdita di controllo economico e sociale da parte dello Stato. La crisi economica ha certamente influito, ma è anch'essa un fenomeno così grave proprio perché sono esauriti gli espedienti a disposizione degli Stati per risollevare l'economia.

Diceva Mao Tse-tung: "Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole". Siamo in un periodo di potenti conferme sperimentali della nostra teoria: miseria crescente, capitale autonomizzato, marcati sintomi di società futura. Fenomeni positivi come il crollo della fiducia nei sindacati e nei partiti ufficiali, si sviluppano in parallelo alla sollevazione di popolazioni intere, all'organizzazione anonima e tremenda delle rivolte. La situazione è ottima.

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    Il continente africano misura 30 milioni di km/q ed è formato da 54 stati che contano circa 1,2 miliardi di abitanti, una popolazione molto giovane e in costante crescita. Ciononostante, i maggiori media occidentali di rado si occupano delle vicende africane, se non in occasione di guerre particolarmente cruente o in relazione ai flussi migratori. Invece, quel territorio ha un'importanza strategica per molti paesi, a cominciare dalla Cina, che da tempo lì sta costruendo porti, strade e ferrovie.

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Rivista n°43, aprile 2018

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