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La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata prendendo spunto dall'articolo "Le rivolte anti elité nate dalla rabbia più che dai conti", pubblicato sul Corriere della Sera (4.12.18) a firma di Pierluigi Battista. Secondo il giornalista in vari paesi, tra i quali Francia, Usa, Italia, Germania e Inghilterra, il ceto medio sta facendo i conti con il peggioramento dei livelli di vita:

"Sono i condannati all'esclusione culturale, alla marginalità, all'irrilevanza sociale che si sentono più poveri anche se possono mantenere un Suv. Ed è la paura dell'impoverimento più dell'impoverimento in quanto tale che agita e scuote un ceto medio declassato, assediato dai nuovi dannati della terra che marciano rumorosi a distruggere un'identità sempre più incapace di difendersi: il ceto medio, non solo i diseredati orfani delle protezioni fornite da un robusto Welfare State in declino."

Sulla stessa linea Stefano Folli che sulle pagine di Repubblica, nell'articolo "Roma, Parigi e l'Europa delle debolezze", osserva che "se l'incendio francese continuasse a divampare, Macron avrebbe bisogno della solidarietà europea per placare il malessere dei ceti impoveriti. In quel caso non sarebbe possibile negare all'Italia ciò che viene concesso alla Francia." Il fenomeno francese dei gilet jaune è dunque un prodotto e al tempo stesso un fattore di instabilità politica e sociale. A seguito delle rivolte, il capo dell'Eliseo ha fatto un passo indietro sulla tassa del carburante, anche perché, secondo Le Monde, si rischiava di arrivare ad una situazione pre-insurrezionale. Ma la sua mossa potrebbe convincere le piazze a non fermarsi e ad alzare la posta in gioco, mettendo sul tavolo una nuova serie di richieste.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, ha preso le mosse dalla notizia del raid della coalizione a guida Usa in territorio siriano.

Ufficialmente l'azione bellica è stata la risposta al presunto attacco chimico su Douma da parte del regime di Assad. Gli Usa, coadiuvati da Inghilterra e Francia, hanno bombardato una serie di obiettivi tra cui uno stabilimento di ricerche a Damasco, alcuni centri di stoccaggio di armi vicino Homs, e alcune postazioni di comando, lanciando oltre 100 missili da navi e sottomarini presenti nel Mediterraneo Orientale e da aerei da caccia. Secondo fonti occidentali l'antiaerea siriana avrebbe abbattuto una quindicina di missili, mentre il Ministero della Difesa di Damasco ha parlato di oltre 60 abbattimenti.

La guerra di tutti contro tutti si manifesta con una serie di conflitti sempre più concatenati. L'intervento della coalizione occidentale si configura in funzione anti-Russia e anti-Iran e lancia un messaggio di sostegno alle monarchie del Golfo, in un momento in cui l'espansione sciita nell'area mediorientale è diventata preoccupante. I sauditi sono alle prese con la guerra nello Yemen, ormai fuori controllo, mentre Israele guarda con apprensione la presenza di Hezbollah e degli iraniani ai propri confini. Il conflitto in Siria ha prodotto negli ultimi sette anni 500mila morti, milioni di feriti e un esodo all'interno del paese (circa 2 milioni) e verso l'Europa (4 milioni), riducendo la popolazione del paese di circa 1/3.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2018

La teleconferenza di martedì sera, presenti 16 compagni, è iniziata dal commento dell'articolo "Il lato oscuro dei mercati: cosa può mandare le Borse in tilt", del Sole 24 Ore, in cui si analizzano le cause non direttamente economiche del crollo dei mercati avvenuto nei giorni scorsi, ovvero l'insieme di espedienti automatici, scambi ad alta frequenza e algoritmi che ormai governano il mondo finanziario.

Secondo il giornale di Confindustria, uno dei pericoli più grandi che minacciano le piazze economiche di tutto il mondo è rappresentato dalla finanza automatizzata: "Ormai il 66% degli scambi azionari in Borsa è fatto da algoritmi. Cioè da computer che vendono e comprano azioni in autonomia, seguendo complessi calcoli matematici. Il 'flash-crash' ha però mostrato che anche queste macchine, apparentemente perfette, possono prendere cantonate. E far scattare vendite automatiche molto velocemente."

Se l'intero mercato azionario è controllato per il 66% da programmi che lavorano autonomamente (ma l'automazione non riguarda solo il mondo delle finanza, tutto ormai è in mano agli algoritmi, dall'industria alla complessa gestione di aeroporti e treni, dalla logistica civile e militare alla grande distribuzione organizzata), allora possiamo affermare che non è più l'uomo a subordinare l'economia ma il contrario. Ciò è la dimostrazione pratica dell'incapacità della classe borghese che, sprovvista di una teoria economica, non riesce ad anticipare i processi sociali ma è costretta a subirli. Dacché esiste il capitalismo, non una crisi è stata prevista, mentre le spiegazioni sono sempre arrivate dopo.

Durante la teleconferenza di martedì, presenti 16 compagni, abbiamo ripreso il tema del funzionamento dei magazzini della logistica, e in particolare quelli di Amazon.

Nell'articolo "Amazon, il successo nasce dal caos: viaggio nel super magazzino italiano" l'ingegnere Tarek Rajjal, general manager della sede italiana dell'azienda, dichiara: "Seguendo i principi dell'algoritmo di Gauss, il nostro software fornisce sempre il percorso più breve". Preso in carico l'ordine, la pistola, lo strumento utilizzato dagli addetti per leggere i codici a barre delle merci, fa da navigatore guidando l'operatore nel minor tempo possibile fino allo scaffale dove si trova il prodotto.

L'ottimizzazione del lavoro, in questo caso basata su un sistema gaussiano, è finalizzata alla riduzione dei tempi per ogni singolo ordine e all'aumento della produttività. Nel magazzino Amazon di Piacenza, così come in quelli di Germania o Stati Uniti, lo sfruttamento è bestiale; diverse inchieste giornalistiche rivelano che i lavoratori arrivano a far uso di psicofarmaci pur di sopportare ritmi e turni di lavoro massacranti. La gigantesca fabbrica della logistica (TNT, SDA, Bartolini, ecc.) e dello shopping in rete (Amazon, Zalando, ecc.) funziona grazie a una massa di facchini e drivers precari e super-sfruttati che hanno sempre meno da perdere, e infatti fanno scioperi, picchetti e blocchi della produzione.

La teleconferenza di martedì sera, connessi 15 compagni, si è aperta con un breve accenno a quanto sta accadendo negli Stati Uniti riguardo l'indagine sull'interferenza della Russia nelle scorse elezioni presidenziali. Mentre parlavamo, le agenzie di stampa battevano le prime notizie sull'attentato a New York.

Pur sembrando eventi scollegati, il Russiagate e l'attacco a Manhattan sono entrambi segnali di una stessa difficoltà, e cioè della grande instabilità che stanno attraversando non solo gli USA ma tutti gli stati in generale. In questi giorni è anche la Spagna a far parlare di sé con le vicende legate alla pretesa indipendenza della regione della Catalogna. Sul tema, interessante l'articolo "Catalan independence drive falters as its wealth fails to provide political leverage" che tenta di individuare le basi materiali che hanno portato alla crisi.

Secondo quanto riportato nel testo, una delle maggiori spinte all'indipendentismo viene dalla giovane e rampante imprenditoria catalana, convinta, per la maggior parte, che la regione sia abbastanza forte per potersi reggere autonomamente e per liberarsi dal peso di un'economia nazionale più debole. "La Catalogna produce 314 miliardi di dollari di beni all'anno e la sua economia è la 34a più forte del mondo, davanti a Hong Kong. Il suo GDP è di $35.000, e supera Corea del Sud, Israele e Italia. I separatisti non vedono alcuna ragione per condividere la loro ricchezza con la Spagna" (DEBKAfile). Ma per ora i governanti catalani, volati in Belgio quando l'aria si è fatta un po' più pesante, non hanno ricevuto riconoscimenti ufficiali, e il neo stato, se dovesse nascere, seguirebbe sicuramente la stessa sorte. Gli unici ad aver teso una mano agli esuli belgi sono stati i nazionalisti fiamminghi, che non possono però offrir loro alcun sostegno formale. L'indipendenza della Catalogna è lontana, almeno dal punto di vista della praticabilità.

La teleconferenza di martedì, a cui si sono collegati 14 compagni, si è aperta con le notizie sugli uragani che si sono abbattuti sugli Stati Uniti.

I dati a disposizione mostrano un crescendo dei fenomeni atmosferici capaci di provocare ingenti danni e di mettere in pericolo la vita umana. Sarà anche colpa del cambiamento climatico in atto, ma la crescente antropizzazione del pianeta non può che peggiorarne gli effetti. Gli uragani, le "bombe d'acqua", e tutti gli altri eventi "naturali" che si verificano sul pianeta, si trasformano in "drammi gialli e sinistri" non appena coinvolgono territori ad alta concentrazione di manufatti.

Recentemente è accaduto negli Stati Uniti con il passaggio dell'uragano Harvey in Texas e di Irma in Florida. Scenari del genere ricordano quanto successo nel 2005, quando Katrina devastò New Orleans. Allora, mentre i soccorsi non arrivavano e i sopravvissuti erano lasciati in balia di sé stessi, si scatenò una sorta di guerra civile con l'occupazione della città da parte dell'esercito, sostenuto dall'intervento degli uomini delle famigerate aziende militari private. L'episodio ha rappresentato un giro di boa per gli Stati Uniti in termini di controllo in ambito metropolitano, anche per l'utilizzo di mezzi corazzati, droni e mercenari.

Sul tema un compagno ha segnalato l'articolo "I signori dei disastri" di Naomi Klein. In continuità con le tesi presentate nel saggio Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, la giornalista canadese sostiene che nel capitalismo i disastri diventano motivo di accumulazione, e quindi di profitto, per una parte ristretta della popolazione (l'1%), e di spoliazione per la restante (il 99%). Per dimostrarlo, parte da ciò che accade a Baghdad nel 2003, quando per l'Iraq viene decisa dall'alto una terapia economica d'urto, basata su una deregolamentazione selvaggia intrisa di corruzione e favorita dal clima di emergenza sociale. In quel caso il disastro sociale che colpisce il territorio non origina da uragani o inondazioni, bensì dall'invasione militare da parte delle truppe a stelle e strisce. Se nel 2003 questo succedeva nell'estrema periferia dell'impero, sostiene la Klein, le stesse dinamiche si vedono successivamente nel cuore del capitalismo, e cioè a New Orleans nel 2005, dove tra l'altro operano quegli stessi mercenari (Blackwater) che difendevano l'1% asserragliato nella zona verde di Baghdad.

La teleconferenza di martedì, presenti 13 compagni, è iniziata commentando le relazioni svolte durante l'ultimo incontro redazionale a Torino.

La prima relazione ha affrontato il tema della salute nella società capitalista. Oggi la medicina vive una pesante dicotomia: da una parte esiste una conoscenza di tipo "occidentale" che prende origine da Galileo, dall'altra quella che abbiamo definito di stampo "leonardesco-orientale". In questa situazione, c'è chi attacca la prima utilizzando pedestremente la seconda, oppure, viceversa, chi si barrica dietro a concezioni e principi cartesiani e riduzionisti. In entrambi i casi domina l'omologazione e la scienza viene piegata all'ideologia, come accaduto con la tifoseria pro o contro vaccini. Il massimo a cui è giunta la nostra epoca è l'interdisciplinarità, ovvero la conferma dell'esistenza di discipline che in qualche modo devono dialogare fra loro. Tutt'altra cosa è invece l'identità monistica e materialistica della conoscenza umana propugnata dalla nostra corrente.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2017

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata commentando gli ultimi dati sulla produzione italiana.

Secondo l'Istat, lo scorso agosto la produzione industriale ha segnato una crescita dell'1,7% sul mese precedente e addirittura del 4,1% sul 2015. Quest'ultimo sarebbe il maggior incremento da cinque anni a questa parte. Evidentemente i giornalisti che parlano di "boom" mentono sapendo di mentire: i comparti che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di mezzi di trasporto, e le automobili, si sa, vengono sostituite quando diventano vecchie. Inoltre parte dell'oscillazione può essere spiegata con il fatto che ad agosto essa è generalmente bassa e quindi le variazioni percentuali tendono ad essere più accentuate.

La micro-crescita della produzione industriale è un piccolo effetto di un sistema sempre meno oscillante. Abbiamo visto un secolo di oscillazioni fino all'imbuto catastrofico segnato dal 1987, quando tutte le economie si sono sincronizzate ad esclusione della Cina, all'epoca agli inizi della crescita vorticosa che l'ha portata velocemente al livello delle maggiori economie.

La teleconferenza di martedì, presenti 11 compagni, è iniziata commentando le ultime news riguardo la Deutsche Bank.

L'istituto tedesco è passato agli onori della cronaca nei giorni scorsi, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense ha chiesto quattordici miliardi di dollari (poi passati a 5) per chiudere il contenzioso sulla vendita di titoli garantiti da mutui nella fase precedente la crisi del 2008. In parallelo sono venuti a galla i risultati degli stress test di giugno del FMI secondo cui la banca tedesca sarebbe altamente a rischio vista l'esposizione di 55 mila miliardi di dollari in derivati: una cifra che vale 15 volte il Pil della Germania e oltre duemila volte la sua capitalizzazione.

La teleconferenza di martedì scorso, presenti 12 compagni, è iniziata prendendo spunto da una e-mail circolata nella nostra rete di lavoro.

Nella Silicon Valley alcune start-up pensano di offrire un reddito di base ad un certo numero di persone confidando che queste facciano qualcosa di utile, che possa essere venduto. Indipendentemente dall'utilizzo aziendale, che comunque diventerà sempre più marginale, anche in questa società, dovranno nascere delle comunità "di produzione/distribuzione" non più basate sul confronto fra valori di scambio ma sul valore d'uso. Molte start-up sono già incamminate su quella via e ne abbiamo commentato degli esempi sulla rivista.

Lo schema immediato che abbiamo mostrato più volte è quello dell'operaio che paga solo un canone e non più merci discrete: se lavora per 100 e riceve 100 in beni materiali o immateriali senza passare attraverso quella forma fenomenica del valore che è il denaro, e tutto il mondo funziona così, il plus-lavoro che è immediatamente plus-prodotto non può diventare plus-valore. Le quantità fisiche, però, si possono accumulare fino ad un certo punto mentre il denaro, per sua natura, si può accumulare all'infinito. Con i buoni lavoro si paga il cibo come avviene con il canone della tv, non c'è più discretizzazione e giustamente Rifkin nel suo L'era dell'accesso dimostra in 400 pagine che siamo alla fine di un modo di produzione, e sono vari gli studiosi che arrivano alle stesse conclusioni.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2016

La teleconferenza di martedì, a cui si sono collegati 13 compagni, è iniziata con le notizie riguardanti il prezzo del petrolio.

Alcune fonti riportano che i satelliti americani avrebbero individuato centinaia di petroliere in viaggio attraverso lo stretto di Hormuz. Il greggio iraniano, libero dalle sanzioni della comunità internazionale, potrebbe ora riversarsi sui mercati mondiali creando ulteriori sconquassi.

Il mercato petrolifero si trova effettivamente in una condizione difficile: il calo dei prezzi, l'accantonamento di grandi riserve (l'Iran ha dichiarato di aver stoccato 50 milioni di barili), e il crollo degli investimenti a lungo termine per le ricerche di nuovi giacimenti rappresentano una miscela micidiale, i cui effetti si registrano ovunque, dall'Arabia Saudita alla Russia al Venezuela. A fronte dei mezzi e della possibilità di produrre a bassa dissipazione, la società capitalista rimane altamente energivora, permanendo ad uno stadio primitivo.

La teleconferenza di martedì, presenti 17 compagni è iniziata con un aggiornamento sui fatti di Colonia.

In merito alla vicenda il governo tedesco ha fatto annunci contrastanti: se in un primo momento ha affermato che quanto accaduto nella notte di Capodanno non è stato il prodotto di un'azione coordinata, ha poi dichiarato che le violenze sarebbero invece il frutto di un'organizzazione spontanea avvenuta tramite Twitter e Whatsapp. Intanto, la caccia all'immigrato ha avuto inizio. Mentre i giornali borghesi si occupano di fomentare l'odio razziale tirando in ballo lo "scontro tra civiltà", la Slovacchia vieta ufficialmente l'ingresso a profughi di religione islamica, la Danimarca sequestra i beni dei rifugiati per contribuire alla copertura delle spese, e a Colonia compaiono le prime ronde degli estremisti di destra.

Sono in molti oramai a parlare apertamente di guerra mondiale. Non passa giorno senza che il cuore del mondo capitalistico subisca attentati. L'ultimo in Turchia, dove, dopo Ankara, questa volta viene colpito il centro turistico di Istanbul.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 16 compagni, è iniziata dalle notizie del nuovo crollo del prezzo del petrolio.

Mentre in passato l'Opec riusciva a mantenere alta la quotazione del greggio tramite il coordinamento dei paesi produttori, oggi non solo non riesce più a farlo, ma si trova nella condizione per cui tale operazione è materialmente impossibile: evidentemente la guerra e il marasma sociale in corso sono più profondi di quanto si percepisca.

La Russia ha annunciato di poter resistere per anni ad un petrolio venduto a 40 dollari al barile, ma è una stupidaggine dato che Mosca dalla vendita di combustibili ricava la maggior parte delle sue entrate. Le dichiarazioni dei governi lasciano il tempo che trovano e, al massimo, rivelano il livello di conflittualità tra le principali potenze mediorientali e mondiali. Nessun produttore di "oro nero" è in grado di resistere a lungo a prezzi così bassi. Per il petrolio vale la legge della rendita: quello che viene intascato dai paesi nel cui sottosuolo giacciono delle riserve è sovraproffitto, mancando il profitto nel settore industriale, il meccanismo di ripartizione del valore si inceppa. Senza contare gli enormi investimenti fatti dagli Stati Uniti nello shale oil dove sono sempre di più le aziende in fallimento.

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, si è aperta con la segnalazione di un video sul flusso di migranti che arrivano in Slovenia.

Alimentato dal marasma sociale, prosegue inesorabile l'esodo dei senza riserve che si ammassano alle porte delle metropoli occidentali in cerca di cibo e riparo. Gli stati coinvolti, già in crisi per conto loro, corrono ai ripari come possono, allestendo campi di concentramento e muri improvvisati o puntando, come la Turchia, a inserire milioni di immigrati-schiavi nel mercato del lavoro.

Sul fronte dei rapporti tra paesi imperialisti è scattato, in concomitanza con il Plenum del Partito-Stato cinese, il pattugliamento delle isole artificiali Spratly da parte della marina militare statunitense. Il contenzioso all'origine di queste operazioni riguarda formalmente la sovranità sull'arcipelago, rivendicata dalla Cina; ma appare del tutto evidente il tentativo degli americani di limitare l'espansionismo cinese. Forti della loro tradizione militare aereo-navale, gli Usa non vogliono perdere la loro supremazia, anche perché nella guerra di tutti contro tutti il controllo degli oceani è fondamentale (si veda ad esempio dove è posizionata la Base militare americana Diego Garcia).

La teleconferenza di martedì, collegati 17 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla situazione politica turca e, più in generale, mediorientale.

La Turchia è un paese capitalista moderno, popoloso, militarmente attrezzato e con un proletariato giovane e combattivo. Inizialmente candidata a polo imperialista dell'area, si trova ora a fare i conti con il marasma sociale crescente e il drastico peggioramento dell'economia nazionale, in linea con il "congelamento" di quella globale.

L'attentato alla manifestazione pacifista indetta dai sindacati di sinistra e dalla componente democratica curda è piuttosto strano: solitamente le esplosioni all'aperto si disperdono e gli effetti ne risultano diminuiti, è perciò rarissimo che il numero dei morti sia così alto. Se è vero, come afferma Limes, che gli americani puntano a "mettere le principali potenze locali l'una contro l'altra per scongiurare egemonie e ritirarsi dalla regione", allora possiamo azzardare l'ipotesi che dietro l'attacco ci sia proprio lo zampino degli Usa. Nell'area è in atto il tentativo di definire nuovi assetti geo-strategici, e si sa che chi ha più potere ha anche maggiore possibilità di manovra.

Comunque, la strage al corteo di Ankara manda un chiaro messaggio al governo turco. Una politica estera tesa a ritagliarsi un ruolo di potenza locale con un raggio di influenza che va dall'Anatolia fino allo Xinjiang cinese, non va bene. Tantomeno lo sterminio dei curdi, i quali sono in prima linea nella guerra allo Stato islamico e sono ritenuti dagli americani gli unici combattenti anti-IS affidabili. Del resto se i curdi siriani, turchi, iracheni e iraniani si mettessero insieme avanzando pretese di unificazione nazionale, per la Turchia sarebbe un grosso problema.

Le notizie sullo scandalo che ha coinvolto la Volkswagen hanno aperto la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 16 compagni.

Sotto accusa è finito il software per la gestione della centralina, l'unità di controllo del motore: sembra che il programma fosse in grado di riconoscere la fase di test e calibrare le emissioni di gas in modo da rientrare negli standard antinquinamento richiesti dalla legge. In seguito allo scandalo, il titolo del colosso tedesco ha perso in Borsa circa il 35% del suo valore solo negli ultimi due giorni, mentre all'orizzonte si profila il pagamento di multe salatissime. E' molto probabile che la vicenda si allarghi e coinvolga anche altri big della produzione di auto.

La teleconferenza di martedì sera, consueto momento di discussione tra i compagni vicini e lontani (presenti 18), è iniziata dal commento di alcuni dei fatti della settimana.

La polizia interviene in assetto antisommossa per sgomberare due centri sociali in un quartiere popolare di Milano. Gli abitanti della zona si mobilitano e scendono in strada. Dopo alcuni momenti di scontro con le forze dell'ordine si autorganizza un presidio solidale contro gli sgomberi. Il sito di Repubblica trasmette una lunga diretta e si diffondono in rete il disagio e l'insofferenza degli abitanti del quartiere milanese, gli stessi che serpeggiano in tante altre periferie italiane. Per esempio a Tor Sapienza, a Roma, dove l'innesco degli scontri è la protesta della popolazione contro il "degrado". La miseria crescente produce fenomeni diversi a seconda degli scenari e degli ambienti in cui questi si sviluppano, ed è logico che la borghesia soffi sul fuoco per fomentare la guerra tra poveri.

Fatti come quelli di Milano o di Roma sono quindi gli epifenomeni di un impoverimento generalizzato della società e rappresentano un passaggio di fase. Lo registra la Cgil, che proclama lo sciopero generale per il prossimo 5 dicembre (ndr, spostato al 12). Interessante inoltre quanto accaduto il 14 novembre con il social strike italiano.

Alla teleconferenza di martedì sera hanno partecipato 13 compagni.

La discussione è cominciata dall'analisi dei fatti di Turchia. Inoltre è stato segnalato un interessante articolo pubblicato sul sito di OWS in cui l'orizzonte delle lotte viene allargato ai movimenti in corso non solo in Brasile, ma anche in Bulgaria e Bosnia. Nei paesi dell'est Europa le manifestazioni e le proteste sembrano svilupparsi sulla linea di Occupy Ljubljana, il forte movimento nato in Slovenia qualche mese fa. Appare sempre più evidente un'unica matrice in grado di accomunare lotte anche molto distanti geograficamente.

L'ondata di rivolta sembra seguire, come accennato nell'incontro redazionale svoltosi recentemente a Torino, un senso anti-orario per cui questo movimento sociale, partito dalla Tunisia e attraversato il Maghreb e il Mashrek, è arrivato a lambire la polveriera del mondo, il Medio Oriente e i Balcani. Da lì l'ondata di rivolta potrebbe passare per la penisola italiana per ricongiungersi con gli indignados spagnoli. Anche se sembra non esserci una legge soggiacente, certamente la radicalizzazione appare inarrestabile.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2013

La teleriunione, a cui hanno partecipato 13 compagni, è cominciata prendendo spunto dagli articoli di alcuni quotidiani riguardo la possibilità dell'esplosione di una bolla immobiliare in Cina. Nonostante il Pil cinese cresca del 7%, è comunque da considerarsi un dato negativo perché si è di fronte ad un'enorme sovrappopolazione, e cioè 800 milioni di senza riserve da inserire nel ciclo produttivo. L'economia cinese è in forte espansione ma allo stesso tempo presenta un alto livello di finanziarizzazione, al pari dei paesi a capitalismo senile; un suo arresto o una forte flessione avrebbe ripercussioni gravose non solo in Cina ma in tutto il globo.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2013

Alla teleconferenza di martedì sera hanno partecipato 14 compagni.

Si è iniziato discutendo delle lotte immediate dei proletari e delle nuove forme di organizzazione che questi si stanno dando. Flash mob, organizzazione territoriale e coordinamento via Internet, rendono il mondo sempre più piccolo mentre le singole vertenze assumono un carattere glocale. In questi giorni c'è stato lo sciopero dei dipendenti dei fast food di New York e sul sito Chicago86 è stato pubblicato un articolo a tal riguardo. Il sindacato che ha promosso lo sciopero è il Fast Food Forward, attivo nel settore della ristorazione, ma dietro l'ampia organizzazione delle mobilitazioni c'è il sostegno attivo di 99 Pickets Line ("99 Pickets, a working group from Occupy Wall Street, seeks to build a mass worker's movement in New York City and beyond. We are workers, immigrants, artists, the unemployed, students and retirees: the 99%"). E' fondamentale il coordinamento dei lavoratori attraverso la Rete: tramite i social network e la galassia di siti e blog, nati in questi anni sull'onda del movimento Occupy, sta prendendo piede a livello mondiale un movimento sempre più interconnesso.

Pubblicato in Teleriunioni aprile 2013

La riunione è cominciata prendendo in esame due notizie apparentemente scollegate: la proposta del Governo italiano di modificare il Titolo V della Costituzione e il negoziato tra le parti sociali sulla produttività, il quale si dovrebbe concludere al massimo entro il 18 ottobre per poi essere portato "in dono" al Consiglio europeo di Bruxelles. Il Titolo V rappresenta la fine del federalismo? Secondo il Governo l'obiettivo della sua modifica è blindare i tagli agli enti locali (quelli già fatti e quelli che arriveranno con la legge di stabilità) e riportare sotto un maggiore controllo statale le regioni a statuto speciale. Si tratta, negli intenti, di operare sia una drastica riduzione di tutti gli sprechi concessi in epoca di vacche grasse, sia una maggiore centralizzazione istituzionale. Il movimento reale sta lavorando per semplificare gli esecutivi politici: si fa strada uno Stato sempre più invasivo che da una parte potenzia i propri organi istituzionali, mentre dall'altra restringe gli spazi di mediazione sociale ed elimina le false alternative al sistema ormai inutili ed ingombranti.

Pubblicato in Teleriunioni 2012

Rivista n°43, aprile 2018

copertina n°43f6Editoriale: Si fa presto a dire moneta
f6Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica
f6Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop
f6Terra di confine: Elementare, Watson
f6Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo
f6Recensione: Verso un nuovo paradigma
f6Doppia direzione: Lavorare è bello

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 230, 18 ottobre 2018

f6Bomba a orologeria
f6Uno schema Ponzi per sé stessi
f6Umanità minore
f6C'era una volta la teoria del valore
f6Il paradosso di Fermi
f6Il non-Statuto dei gig-lavoratori
f6La strana storia del reddito di base
f6Spread

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