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  • Resoconto teleriunione  3 giugno 2014

Prodromi dell'esplosione sociale

mamDurante la teleconferenza di martedì sera, presenti 17 compagni, abbiamo ripreso i temi affrontati negli articoli Le prerogative di Dio (la discussione sulle biotecnologie) e Il crogiuolo bio(tecno)logico. Il 24 maggio scorso, per il terzo anno consecutivo, una grande mobilitazione ha fatto il giro del mondo coinvolgendo milioni di persone in 50 paesi diversi. Il motivo: la lotta contro la produzione e l'utilizzo di organismi geneticamente modificati (Ogm) e in particolare contro la più grande e influente multinazionale del settore, la Monsanto. Il manifesto prodotto dal movimento è una sintesi di come "non" si dovrebbe trattare l'argomento.

Non è possibile ritornare ad una vita sana in questa società e gli ecologisti dovrebbero metterselo in testa una volta per tutte. E soprattutto non è corretto partire dagli epifenomeni prodotti dal sistema per tentare di risolvere i problemi.

L'attuale modo di produzione, per sua natura finalizzato alla realizzazione di profitto, non può avere una conoscenza e tantomeno una gestione globali dei fenomeni che innesca (compresi quelli sociali). Per questi motivi sarebbe semplicistico attribuire la responsabilità dei disastri sociali e ambientali solo a qualche azienda o a qualche stato, senza vedere che il problema sta a monte e cioè nel sistema generale che governa la Monsanto e simili. E soprattutto non bisogna dimenticare che l'uomo e il sistema che egli s'è dato per vivere non sono altro dalla natura: l'umanità, compresa la società capitalistica con le sue biotecnologie, è un prodotto della natura, come lo sono i vulcani, i terremoti e le alluvioni; la biologia genetica nasce dall'industria moderna come i robot e le reti telematiche. Le biotecnologie nascono dal rapporto uomo-terra: la teoria della rendita ci dice che essa è plusvalore, quindi il maggior profitto dei laboratori verrà dall'applicazione del capitale al suolo; la teoria della rivoluzione ci dice che il vincolo del valore sarà spezzato solo con la scomparsa del capitalismo, quando i laboratori di ricerca potranno studiare il grande sistema della natura e la catena del DNA liberi dall'anarchia capitalistica, dalle finalità e dal tipo di conoscenza imposti dall'ideologia dominante.

"La multinazionale che progetta e brevetta combinazioni genetiche nuove è solo uno dei fattori che danno vita al laboratorio globale. [...] La genetica sociale capitalistica ha clonato cervelli capitalistici e questi non possono, in quanto organi individuali, pensare contro l'ideologia dominante anche se la contestano. A meno che l'individuo-cellula non vada a far parte di un organo-cervello-sociale che già esiste e che è proiettato fuori da questa società. Da Marx in poi, questo organo si chiama 'partito storico'."

L'esempio più lampante è quello dei biocarburanti, il cui utilizzo trovò qualche anno fa numerosi sostenitori tra le fila degli ecologisti, di colpo spariti quando l'Onu ha dichiarato che la destinazione delle materie prime alla produzione di biocarburanti riduce la disponibilità di derrate alimentari e aumenta la fame nel mondo. Che pure la Monsanto affami il mondo costringendo i contadini ad acquistare semi sterili è cosa nota (l'ultimo paese che ha dovuto adeguarsi ai diktat della multinazionale americana è stato l'Iraq post-occupazione). Ma non è possibile rivendicare la fine di questa "politica" pensando che il capitalismo possa essere aggiustato, possa cioè cominciare a prendersi cura dell'uomo e delle sue necessità venendo meno ad un suo fondamento quale la legge del valore.

L'auspicio per tutti quei movimenti che si scagliano contro i sintomi del collasso capitalistico è che si liberino da quell'impostazione di stampo religioso, per cui si sprecano le opinioni e gli atteggiamenti assumono aspetti irrazionali, in virtù di livelli di critica più radicali.

Lo stesso ragionamento vale per la manifestazione prevista a Torino per l'11 luglio contro la disoccupazione e il vertice dei capi di stato europei sull'occupazione giovanile. Il 31 maggio scorso si è svolta nel capoluogo piemontese un'assemblea nazionale per l'organizzazione della mobilitazione, durante la quale si sono susseguiti numerosi interventi sulla necessità del reddito, della casa e di maggiori diritti ma anche, elemento decisamente più interessante, di un'internazionalizzazione delle lotte nella logistica. Nell'intervento di Chicago86 è stato ribadito che il futuro del mondo lavorativo è quello dell'Expo e dei suoi 20.000 volontari, che non è possibile far girare all'indietro la ruota della storia, tanto più rivendicando uno sfruttamento capitalistico dal volto umano. E' stata inoltre lanciata la parola d'ordine classica della nostra corrente: salario ai disoccupati e drastica riduzione dell'orario di lavoro.

Negli anni '60-'70 del secolo scorso è stato possibile inglobare nelle maglie capitalistiche il dissenso operaio offrendo garanzie e miglioramenti salariali. Oggi risulta sempre più difficile mantenere questo sistema perché il valore da poter distribuire è sempre più esiguo. I nuovi dati dell'Istat sulla disoccupazione in Italia sono catastrofici: 13,6% di disoccupati, 46% tra i giovani con picchi del 70% nel Sud. Una fotografia che mostra bene l'avanzata situazione italiana dove ad un maggiore sviluppo corrisponde una quantità elevata di capitale in grado di sfruttare sempre meno forza lavoro.

L'assemblea di Torino ha visto la partecipazione non solo di numerose realtà italiane ma anche estere. L'incontro ci ha ricordato la piattaforma turca nata durante l'occupazione di Gezi Park a Istanbul che "festeggiava" proprio quel giorno il suo primo anniversario. Solidarity Taksim è un'aggregazione democratica e frontista, ovviamente interclassista, formata da 116 organismi diversi che vanno dai partiti tradizionali d'opposizione ai gruppi calcistici di ultras normalmente nemici, dai sindacati ai gruppi anarchici o "marxisti" che rappresentano nell'insieme strati proletari. Coinvolge un insieme di forze sociali che, per quanto eterogenee, sono state in grado sull'onda della repressione statale di polarizzarsi velocemente e fornire coordinamento e centralizzazione al movimento.

Il 31 a Istanbul come ad Ankara la polizia antisommossa ha circondato e attaccato senza pietà i manifestanti, mettendo in campo una violenza che potrebbe apparire esagerata rispetto alle intenzioni dei manifestanti. Al di là delle contingenze, ciò che più teme la borghesia e cerca pertanto di prevenire per mezzo di una dura repressione, è la riproposizione dell'esperienza di Occupy Gezi e di una sua generalizzazione.

Sono molti i luoghi in cui il limite, la soglia di sopportazione, è stata abbondantemente superata e i margini di mediazione (tesi alla ri-forma) si sono pericolosamente assottigliati. In Ucraina si è passati in pochi mesi dalla protesta di piazza alla rivolta sociale e poi alla guerra civile. A Barcellona lo sgombero di un centro sociale ha innescato la scintilla che ha fatto esplodere la rabbia metropolitana. Il Brasile, a pochi giorni dall'inizio dei Mondiali, è bloccato dagli scioperi e dalle manifestazioni. In Cina il governo in vista del 4 giugno, anniversario dei fatti di Piazza Tienanmen, ha approntato misure straordinarie di controllo sociale. In Italia si inasprisce la repressione contro i movimenti di lotta per la casa.

Lo Stato capitalistico può "riconoscere" qualsiasi forza sociale, anche muovendole guerra per ricondurla entro i confini del compromesso; ma non potrà mai riconoscere l'anti-forma che emerge senza rivendicare nulla, che semplicemente dà vita a una società nuova e per essa combatte contro il vecchio ambiente.

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