Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  1 luglio 2014

Detroit (Water Brigade) è il mondo

Durante la consueta teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, abbiamo ripreso uno dei temi sviluppati nell'ultimo incontro redazionale (Crisi di valorizzazione, abisso del debito), in relazione alla notizia del blocco della fornitura idrica nella città di Detroit per migliaia di utenti morosi.

A partire dagli anni '60-'70, in seguito alla diminuzione del numero di salariati produttivi, comincia a manifestarsi negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi a capitalismo senile la crisi fiscale: il deficit statale diventa irrecuperabile, comincia a salire irrimediabilmente e viene acquisito da grandi fondi d'investimento internazionali. Si rompe definitivamente la relazione tra debito e borghesia nazionale e il bilancio dello Stato viene vincolato al debito ormai spartito mondialmente. Nell'articolo L'autonomizzarsi del Capitale e le sue conseguenze pratiche abbiamo sviluppato estesamente il tema, in questo contesto ci limitiamo a ricordare che il processo in corso fa parte del passaggio dal dominio dello Stato sul Capitale (repubbliche marinare, comuni in Italia, primo capitalismo) al dominio del Capitale sullo Stato. Ne conseguono la fine delle autonomie nazionali, il taglio della spesa pubblica, l'aumento del carico fiscale, la rovina di ampi settori della classe media e un generale impoverimento del proletariato, mentre dal punto di vista politico si operano trasformazioni importanti al fine di applicare le necessarie controtendenze alla caduta del saggio di profitto.

Le misure adottate hanno però l'unico effetto di rimandare i problemi ingigantendoli. Già qualche tempo fa aveva fatto scalpore il fallimento dello stato della California, e oggi le immagini che documentano il dissesto della città di Detroit sono impressionanti. Ma non è una situazione prettamente americana, vicini alla bancarotta ci sono pure i comuni di Napoli, Messina, Alessandria, ecc. La crisi fiscale dello Stato si manifesta a tutti i livelli: nazionale, regionale, comunale. Questo fenomeno provoca caos politico: si frantumano i vecchi schieramenti parlamentari, aumenta la conflittualità tra le lobby, aumenta la corruzione, crescono le istanze localiste, cade il consenso di massa verso gli esecutivi e aumenta la rabbia sociale.

Le controtendenze attuate in questi anni per contrastare la crescente insolvenza delle amministrazioni pubbliche sono state principalmente due: il monetarismo e l'austerità, entrambe inefficaci rispetto alle cause materiali profonde e focalizzate piuttosto sugli aspetti fenomenici del problema, con il solo effetto, come detto sopra, di ritardare il collasso prossimo a venire. Di fronte all'incapacità politica ed economica, agli stati non rimane che espletare l'altra loro funzione portante, e cioè quella repressiva.

Nel 2005 quando l'uragano Katrina si è abbattuto sulla città di New Orleans devastandola, abbiamo assistito alla reazione armata statale con ampio ingaggio di contractor militari privati (mercenari), ma anche alla formazione di comunità-contro che, in quel caso, non andarono oltre la forma di bande o gruppi di autodifesa. Con Sandy, la tempesta che provoca la grave inondazione di New York, altre comunità-contro mettono in moto una struttura e rapporti sociali diversi, anticipatori di qualcosa d'altro. E' quindi la volta di Detroit, da cui giunge notizia che circa centocinquanta mila persone sono rimaste senza acqua corrente perché insolventi verso l'amministrazione che ha operato l'interruzione della fornitura del servizio.

Detroit è stata tra le prime città americane a fallire, e il suo tracollo è cominciato ben prima della crisi dei mutui subprime del 2008 e cioè quando l'industria dell'automobile ha cominciato a delocalizzare la produzione. Ampi spazi abbandonati vengono così occupati dalla popolazione immiserita che li trasforma in orti comuni, creando circuiti economici alternativi per combattere la fame e sopravvivere. Ora accade che il dipartimento che gestisce la fornitura idrica della città si trova di fronte ad uno scoperto di 170 milioni di dollari a causa dell'elevato numero di utenti (150mila) che da mesi non paga le bollette, e, per non gravare sulle tasche già vuote dell'amministrazione cittadina, è costretta – dice – ad interrompere l'erogazione dell'acqua. In tutta risposta nasce quindi la Detroit Water Brigade, una struttura di mutuo soccorso subito collegatasi con le altre presenti sul territorio nazionale (After Party,Occupy Sandy, ecc.) che, per far fronte all'emergenza, si auto-organizza sulla linea tracciata dal movimento OWS, dimostrando che la nascita di tali piattaforme non è peculiarità di aree specifiche.

La mancata valorizzazione del Capitale non permette un adeguato ritorno in termini di plusvalore e quindi un certo livello di welfare non può più essere sostenuto. Quello che stupisce riguardo Detroit è sia il livello quantitativo che qualitativo: numeri elevati costringono le persone a coordinarsi. Come col cohousing, un fenomeno che ormai non ha più nulla di ideologico ma è dovuto a necessità materiali.

Anche la questione delle abitazioni rientra nella crisi del welfare. A Roma è attivo un movimento abbastanza esteso che si occupa dell'"abitare" e gestisce numerose occupazioni, anche di edifici molto grandi. In tutta la capitale decine di migliaia di persone vivono in case occupate, una situazione simile si è sviluppata anche a Milano, Bologna e Torino e coinvolge sempre più proletari acquisendo una dimensione di massa. Il governo, dal canto suo, ha alzato il livello dello scontro approvando, lo scorso 21 maggio, un piano casa che toglie la possibilità agli occupanti di ricevere la residenza, con la conseguenza di non poter attivare i servizi di acqua, luce e gas.

Il problema non è diffuso solo nella società italiana. In Brasile, per esempio, sta dando filo da torcere alle forze di polizia il movimento dei Trabalhadores Sem Teto (MTST), un gruppo di lavoratori residenti in case fatiscenti o senza dimora che ha più volte manifestato con blocchi del traffico e assedi ai palazzi delle istituzioni. Lo stato brasiliano, soprattutto in vista dei mondiali, ha usato la mano pesante nei confronti delle proteste senza lasciare spazio alla mediazione, mettendo ancora più in luce la polarizzazione in atto della società e il fatto che le dinamiche contro cui deve fare i conti, tra le quali spicca la tendenza alla comunitarizzazione, sono le stesse in corso in tutti i paesi del mondo.

Un altro aspetto che sta diventando davvero preoccupante per gli stati è la gestione dei flussi migratori. Gli assalti dei disperati alle frontiere sono sempre più frequenti. L'ultimo lunedì notte a Melilla da parte di 500 immigrati, respinti da un intervento congiunto delle forze di sicurezza marocchine e spagnole. Masse di uomini spingono ai confini dell'Occidente e i governi devono gestire questa ondata. O placare le rivolte nei lager chiamati centri di identificazione ed espulsione, un altro fronte interno che potrebbe esplodere.

In ultimo, le notizie che arrivano dall'Iraq sono altrettanto importanti. L'Isis, lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, dopo aver occupato mezzo paese e fondato un califfato, si trova, secondo un lancio dell'Ansa, a pochi chilometri dalla capitale Baghdad. Nel frattempo sembra che i russi abbiamo fornito aerei da combattimento allo stato iracheno, mentre si vocifera dell'alleanza degli americani con il "governo" siriano nonché, temporaneamente, con quello iraniano. E la Turchia plaude all'ipotesi di uno stato kurdo all'interno del paese. Quanto sta accadendo in Iraq scompagina tutti gli equilibri che si erano determinati negli ultimi anni.

Comunque, l'America ha una strategia precisa, quella descritta nel numero della rivista sulla politiguerra. Gli americani, se un tempo si sentivano "investiti da Dio", occupavano i territori e operavano il nation building, dopo la seconda guerra mondiale hanno cambiato obiettivo: come nel film L'invasione degli Ultracorpi, gli imperialisti arrivano, infettano e se ne vanno. Mettono in piedi un governo fantoccio che gestiscono attraverso le basi militari costruite nel deserto, isolate, autosufficienti, aliene come non mai; e si fanno pagare con una rendita in petrolio o altro. Si va sempre di più verso un dominio imperialistico che non è più quello di Lenin, un imperialismo che è veramente alieno di fronte alle forze che combatte e che lo combattono.

Articoli correlati (da tag)

  • La guerra nell'epoca della swarm intelligence

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, ha preso le mosse dalla notizia del raid della coalizione a guida Usa in territorio siriano.

    Ufficialmente l'azione bellica è stata la risposta al presunto attacco chimico su Douma da parte del regime di Assad. Gli Usa, coadiuvati da Inghilterra e Francia, hanno bombardato una serie di obiettivi tra cui uno stabilimento di ricerche a Damasco, alcuni centri di stoccaggio di armi vicino Homs, e alcune postazioni di comando, lanciando oltre 100 missili da navi e sottomarini presenti nel Mediterraneo Orientale e da aerei da caccia. Secondo fonti occidentali l'antiaerea siriana avrebbe abbattuto una quindicina di missili, mentre il Ministero della Difesa di Damasco ha parlato di oltre 60 abbattimenti.

    La guerra di tutti contro tutti si manifesta con una serie di conflitti sempre più concatenati. L'intervento della coalizione occidentale si configura in funzione anti-Russia e anti-Iran e lancia un messaggio di sostegno alle monarchie del Golfo, in un momento in cui l'espansione sciita nell'area mediorientale è diventata preoccupante. I sauditi sono alle prese con la guerra nello Yemen, ormai fuori controllo, mentre Israele guarda con apprensione la presenza di Hezbollah e degli iraniani ai propri confini. Il conflitto in Siria ha prodotto negli ultimi sette anni 500mila morti, milioni di feriti e un esodo all'interno del paese (circa 2 milioni) e verso l'Europa (4 milioni), riducendo la popolazione del paese di circa 1/3.

  • La dis-organizzazione mondiale del commercio

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, si è aperta con alcuni commenti riguardo l'imposizione, da parte del governo degli Stati Uniti, di nuovi dazi sull'importazione di acciaio e alluminio.

    Nell'edizione dello scorso 10 marzo, l'Economist riportava in copertina una caricatura del volto di Donald Trump a forma di bomba a mano. L'intento era quello di evidenziare la pericolosità della politica intrapresa dal Presidente, ritenuta una "minaccia al commercio mondiale" poiché potrebbe portare allo sgretolamento di quel sistema di accordi tra paesi che ha sorretto il mondo capitalistico a partire dal secondo dopoguerra:

    "Quali che siano i problemi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sarebbe una tragedia minarla. Se l'America persegue una politica commerciale mercantilista sfidando il sistema commerciale globale, altri paesi sono tenuti a seguirla. Ciò potrebbe non portare a un immediato collasso dell'OMC, ma gradualmente eroderebbe uno dei fondamenti dell'economia globalizzata."

  • Un imperialismo pieno di problemi

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata commentando gli sviluppi dell'intervento turco in Siria con l'operazione denominata "Ramoscello d'ulivo".

    La Turchia vede come il fumo negli occhi la presenza, a ridosso del suo confine meridionale, dello YPG, la forza armata a difesa della regione a maggioranza curda a nord della Siria, formata da 30.000 uomini e definita da Erdogan quale organizzazione terroristica. Da settimane l'esercito turco ha avviato l'offensiva nelle zone controllate dai miliziani curdi, che si sono asserragliati nel cantone di Afrin e hanno invocato l'intervento dell'esercito di Assad in difesa del territorio siriano. In seguito all'operazione militare la situazione interna turca si è surriscaldata, e, secondo le dichiarazioni del ministero dell'interno, sarebbero circa un migliaio le persone arrestate per aver postato sui social network commenti negativi riguardo l'azione bellica o per aver partecipato a manifestazioni contro la guerra.

    Al caos si aggiunge ulteriore caos. In Medioriente - ma non solo - si sono messi in moto degli automatismi per cui nessuno stato ha il controllo di quanto succede e non si capisce più chi è contro chi. Lo nota anche il Sole 24 Ore che nell'articolo "Tutti contro tutti in Siria (per il petrolio)" scrive: "Col passare del tempo la guerra civile siriana sta assomigliando sempre di più al feroce conflitto che ha dilaniato il Libano dal 1975 al 1990. Le alleanze sono cangianti, difficili da classificare. Perché si forgiano e si disfano nel volgere di pochi mesi. E assumono connotazioni differenti a seconda della regione."

Navigazione per Tag

accumulazione ambiente amore anonymous anticipazioni attivismo austerity autonomizzazione del Capitale autorganizzazione bolla finanziaria Bordiga borghesia Brasile capitale capitale finanziario capitalismo capitolazioni catastrofe centralismo organico centralizzazione cervello sociale cgil chiesa cibernetica ciclo coloniale Cina Cipro commons comunismo conoscenza controrivoluzione crisi debito decrescita democrazia determinismo disoccupazione dissipazione dissoluzione dono doppia rivoluzione economia politica Egitto Einstein energia evoluzione expo fascismo feedback finanza forza produttiva francia geostoria Germania Giappone governo governo tecnico gramsci grecia Grillo guerra guerre mondiali Hegel ideologia immediatismo imperialismo indignados informazione internazionale comunista invarianza isis israele Italia Latouche lavoro lavoro di partito lenin linguaggio logistica lotta di classe lotte immediate luogocomunismo macchine manifestazioni manoscritti '44 marasma sociale Marx materialismo medio oriente memi mezze classi militanti minerali miseria crescente moneta movimento operaio mutuo soccorso neotenia no tav occupy sandy ordinovismo OWS palestina partito partito formale partito storico peer to peer piano di produzione polarizzazione popolazione Popper precari preistoria previsione primavera araba produttività produzione sociale programma questione nazionale rabbia sociale rapporti di forza reddito rendita rete rifkin riformismo rinascimento riunioni rivolta rivoluzione rivoluzione borghese rivoluzione proletaria russia salario SCi scienza sciopero sessualità sincronia sindacato social network soviet Stato stato islamico teoria rivoluzionaria Tunisia Turchia uranio usa valore valorizzazione wikipedia

Rivista n°41, aprile 2017

copertina n°41f6Editoriale: Non possiamo ingannare la natura
f6Articoli: Assalto al pianeta rosso - Il secondo principio - Il grande collasso - Capitale e teoria dello sciupio
f6Rassegna: Ancora Trump - Fuga nel sub mondo
f6Terra di confine: Buoni di non lavoro
f6Recensione: Che cosa c'è dopo il capitalismo?
f6Doppia direzione: Neoluddismo
f6Spaccio al bestione trionfante: Dieci punti per demolire Trump

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 227, 31 gennaio 2018

f6La scintilla
f6Accendere neuroni
f6Animal spirits
f6Reddito di base
f6Giganti scomodi
f6Mi chiamo Sophia
f6Bisogno di guerra
f6Ramoscello d'ulivo

Leggi la newsletter 227
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email