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  • Resoconto teleriunione  13 ottobre 2015

Senza riserve e senza garanzie

La teleconferenza di martedì, collegati 17 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla situazione politica turca e, più in generale, mediorientale.

La Turchia è un paese capitalista moderno, popoloso, militarmente attrezzato e con un proletariato giovane e combattivo. Inizialmente candidata a polo imperialista dell'area, si trova ora a fare i conti con il marasma sociale crescente e il drastico peggioramento dell'economia nazionale, in linea con il "congelamento" di quella globale.

L'attentato alla manifestazione pacifista indetta dai sindacati di sinistra e dalla componente democratica curda è piuttosto strano: solitamente le esplosioni all'aperto si disperdono e gli effetti ne risultano diminuiti, è perciò rarissimo che il numero dei morti sia così alto. Se è vero, come afferma Limes, che gli americani puntano a "mettere le principali potenze locali l'una contro l'altra per scongiurare egemonie e ritirarsi dalla regione", allora possiamo azzardare l'ipotesi che dietro l'attacco ci sia proprio lo zampino degli Usa. Nell'area è in atto il tentativo di definire nuovi assetti geo-strategici, e si sa che chi ha più potere ha anche maggiore possibilità di manovra.

Comunque, la strage al corteo di Ankara manda un chiaro messaggio al governo turco. Una politica estera tesa a ritagliarsi un ruolo di potenza locale con un raggio di influenza che va dall'Anatolia fino allo Xinjiang cinese, non va bene. Tantomeno lo sterminio dei curdi, i quali sono in prima linea nella guerra allo Stato islamico e sono ritenuti dagli americani gli unici combattenti anti-IS affidabili. Del resto se i curdi siriani, turchi, iracheni e iraniani si mettessero insieme avanzando pretese di unificazione nazionale, per la Turchia sarebbe un grosso problema.

Il Califfato è stato accusato dall'establishment turco di essere il mandante della strage. Difficile a credersi dato che l'IS non ha nessun interesse a minare la stabilità di un paese che non gli è direttamente nemico. Sul versante siriano, le truppe jihadiste continuano l'assedio ad Aleppo: Damasco è in serio pericolo e se la capitale venisse conquistata sarebbe necessario un massiccio intervento delle forze occidentali. A tutto questo si aggiunge la tragedia dei profughi che scappano dalle zone di guerra verso Libano, Giordania e Iraq. I sinistri nostrani, completamente disorientati, fomentano le partigianerie: a chi appoggia l'Is in "funzione antimperialista" si contrappone chi sostiene la resistenza curda... per lo stesso motivo.

Da alcuni giorni è iniziata quella che è stata definita l'"intifada dei coltelli", frutto della rabbia spontanea dei giovani arabo-israeliani. Di fronte al peggioramento delle condizioni di vita, la violenza - anche quella nichilista, perché salire su un autobus e iniziare ad accoltellare israeliani significa condannarsi a morte - è vista come l'unica soluzione praticabile. I palestinesi che vivono in Israele sono tra coloro che hanno più da perdere, e se si ribellano in questo modo vuol dire che la situazione ha superato il limite. L'esasperazione è anche dovuta al fatto che Israele sta diventando uno stato fondamentalista.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che secondo alcune stime la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi nel 2050. I calcoli dicono che ciò non è semplicemente possibile viste le risorse del pianeta, a meno che non cambino radicalmente le abitudini alimentari e non si impedisca a qualche miliardo di persone di vivere all'occidentale. Questo significa che molto prima del 2050 ci saranno condizionamenti pesantissimi da parte dei governi: OGM e agricoltura ad "alto rendimento" spazzeranno via le colture tradizionali, minacciando la biodiversità. Abbiamo già visto cosa hanno comportato le rivoluzioni verdi in India e Africa: migliaia di morti e la rovina di milioni di persone. Peggio di una guerra.

Nonostante tutto, non viene meno la fiducia del governo italiano che continua ad elargire ottimismo a piene mani: aumento dell'occupazione grazie alle riforme e un futuro prossimo, il 2016, all'insegna della crescita economica. In realtà a crescere per ora sono solo i voucher (tra gennaio ed agosto 2015, ne sono stati venduti oltre settantuno milioni), tanto che il presidente dell'Inps Tito Boeri lancia l'allarme: "il loro incremento può significare problemi futuri ed è bene guardare questo fenomeno con grande attenzione". Il voucher vale 10 euro di cui 7,50 vanno al lavoratore e il resto diviso tra Inps, Inail e tasse. Non è cumulabile e finisce per somigliare vagamente al buono di lavoro di cui parlava Marx per la fase di transizione, con l'unica differenza che c'è ancora uno scambio in denaro.

Sviluppandosi questa nuova tipologia di sfruttamento della forza-lavoro, avanza la giungla darwiniana e i lavoratori - senza riserve e senza garanzie - si trovano isolati a lottare per la sopravvivenza. La trasformazione in corso nel mondo del lavoro porta alla fine della contrattazione, ma nello stesso tempo, e proprio per questo, obbligherà i proletari ad agire non secondo i vecchi schemi sindacali, bensì a ritrovare la forza nell'organizzazione immediata territoriale, com'era prima che prendesse il sopravvento l'ideologia operaista aziendalista tardo-gramsciana.

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    "Sono i condannati all'esclusione culturale, alla marginalità, all'irrilevanza sociale che si sentono più poveri anche se possono mantenere un Suv. Ed è la paura dell'impoverimento più dell'impoverimento in quanto tale che agita e scuote un ceto medio declassato, assediato dai nuovi dannati della terra che marciano rumorosi a distruggere un'identità sempre più incapace di difendersi: il ceto medio, non solo i diseredati orfani delle protezioni fornite da un robusto Welfare State in declino."

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    "Esso [Il Capitale] non vuole appalti di manutenzione, ma giganteschi affari di costruzione: per renderli possibili, non bastando i cataclismi della natura, il capitale crea, per ineluttabile necessità, quelli umani, e fa della ricostruzione postbellica 'l'affare del secolo'". ("Piena e rotta della civiltà borghese", 1951).

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