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  • Resoconto teleriunione  5 aprile 2016

Fibrillazione in Francia

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla mobilitazione in corso in Francia contro la riforma del lavoro.

Lo scorso 31 marzo i sindacati francesi e le associazioni studentesche hanno organizzato uno sciopero generale contro la contestata Loi Travail, la riforma presentata dal ministro del lavoro El Khomri e ispirata al Jobs Act italiano. La mobilitazione ha coinvolto molte città francesi registrando anche momenti di tensione con la polizia, soprattutto da parte della componente giovanile. A tal proposito, è stato ricordato il quaderno Rompere con il capitalismo. Le basi materiali della cosiddetta questione giovanile.

A Parigi, a manifestazione conclusa, diverse centinaia di giovani hanno occupato Place de la République, rispondendo all'appello del collettivo Convergence des luttes per una "Nuit Debout", una "notte in piedi". Dopo ripetuti sgomberi, l'occupazione della piazza va avanti ancora; sono state allestite una mensa e un'infermeria, mentre l'assemblea generale gestisce le attività e i collegamenti con le altre città (Lille, Avignone, Toulose, Rennes, ecc.). Il tutto è reso possibile dai social network, specie Twitter e Facebook che sono le vere piattaforme di coordinamento.

Al solito, bisogna guardare ai fenomeni sociali partendo dall'astrazione semplificatrice per poi ritornare al concreto e complesso, partendo cioè dal generale (marasma sociale, dissoluzione degli stati e delle relative garanzie sociali) e non dal particolare. Nella maggior parte dei casi avviene invece il contrario, perlomeno nell'osservazione in campo sociale: si inizia dal concreto, da quello che "si tocca con mano", per giungere a produrre teorie generali.

Per chi lavora nel solco di una certa tradizione storica la teoria generale esiste già e non c'è bisogno di inventare nulla. La dinamica sociale non si può conoscere attraverso quello che i movimenti dicono di sé stessi perché la polarizzazione è dovuta a contraddizioni interne al sistema capitalista. Nelle manifestazioni parigine da una parte si nota un approccio sindacal-riformista su cui grava il peso della Vecchia Europa, in particolare del Sessantotto democratico e piccolo borghese (Rève/Grève génerale), dall'altra vi sono delle somiglianze con Occupy Wall Street.

Vedremo se il movimento francese riuscirà a "criticare sé stesso" e a saltare nel mondo Occupy (difficile, anche se non impossibile). OWS ha cambiato linguaggi e pratiche: dallo slogan del 99% contro il sistema dell'1%, alla consapevolezza che il mezzo e il fine sono la stessa cosa, ovvero occupare in pianta stabile il centro delle città e dar vita a un nuovo ambiente, a un nuovo mondo ("another world is possible"). Anche se negli Stati Uniti il movimento sembra sparito, il "meme" Occupy, il pacchetto di informazione essenziale, vive di vita propria ed evolve grazie a tre semplici comandi: preleva, immetti e cancella informazione dalla Rete (Occupy the World Together, rivista n. 30).

In seguito alla vicenda dei "Panama Papers", la fuga di notizie sui paradisi fiscali, in molti sui social network hanno messo in relazione le mobilitazioni di piazza a Parigi con quelle a Reykjavik, manifestazioni che hanno costretto alle dimissioni il premier islandese accusato di aver nascosto capitali in un paradiso fiscale. In Italia, sull'onda delle Primavere arabe e del movimento degli Indignados, è cresciuto il Movimento 5 Stelle: i suoi slogan vincenti si basavano sul rifiuto dei partiti, del sistema politico e della "casta". I "grillini" però si sono fatti fagocitare molto in fretta dal cretinismo parlamentare diventando parte integrante del sistema che volevano combattere; ora si è aperto un vuoto politico che qualcuno prima o poi colmerà. Insomma, dal 2011 a oggi acampadas e occupazioni non sono mai cessate e la borghesia mostra sempre maggiore preoccupazione; ne è prova lampante la censura sui fatti francesi operata dai media ufficiali italiani.

Il capitalismo è già in una transizione di fase. La Bce continua a pompare liquidità in un sistema che non dà segnali di vita, e gli stati faticano a controllare economia e popolazione. Assisteremo ad ulteriori processi di dissoluzione, processi che non avverranno né gradualmente né pacificamente. L'attuale modo di produzione è arrivato al capolinea e quindi i movimenti "anti" saranno costretti a criticare sé stessi, estinguersi oppure radicalizzarsi. Le rivolte globali in corso sono caratterizzate da un disagio sociale crescente che le porterà naturalmente a sincronizzarsi (Steven Strogatz, Sincronia. I ritmi della natura, i nostri ritmi): ogni atomo sociale basa le proprie azioni sulle decisioni prese dagli altri e così si generano flussi ordinati emergenti dal disordine (Mark Buchanan, L'atomo sociale. Il comportamento umano e le leggi della fisica).

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    Il continente africano misura 30 milioni di km/q ed è formato da 54 stati che contano circa 1,2 miliardi di abitanti, una popolazione molto giovane e in costante crescita. Ciononostante, i maggiori media occidentali di rado si occupano delle vicende africane, se non in occasione di guerre particolarmente cruente o in relazione ai flussi migratori. Invece, quel territorio ha un'importanza strategica per molti paesi, a cominciare dalla Cina, che da tempo lì sta costruendo porti, strade e ferrovie.

    Comunque sia, gli investimenti cinesi non saranno mai sufficienti a far diventare l'Africa una valvola di sfogo per il sistema capitalistico in crisi cronica di sovrapproduzione. Pechino investe in infrastrutture, acquista compagnie petrolifere ed estrattive africane, ma se mai dovessero sorgere nuove industrie esse sarebbero ultramoderne e automatizzate, rispecchiando il livello massimo raggiunto dai paesi a vecchio capitalismo. L'accoppiata capitali cinesi e risorse naturali africane potrebbe sembrare vincente, in realtà prepara situazioni esplosive sia a livello geopolitico che a livello ecologico. Pensiamo all'interscambio di persone tra Cina e Africa, che per ora è rappresentato da qualche decina di migliaia di studenti e operai africani che vengono addestrati in Cina, e da tecnici e operai cinesi che vengono mandati a lavorare in Africa: i numeri sono bassi rispetto al numero delle popolazioni in gioco (Cina e Africa messe assieme fanno quasi 3 miliardi di persone), ma in costante aumento.

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    "Il governo della superpotenza mondiale è in stallo, mentre il governo di un'ex superpotenza — il Regno Unito — è in preda alla paralisi, dopo una raffica di ferite autoinflitte. Angela Merkel, che fino a poco tempo fa era la leader più influente d'Europa, si avvia al ritiro. Il suo collega francese deve far fronte a una sorprendente rivolta, i famosi Gilet gialli. L'Italia, il Paese con la settima economia mondiale, attualmente è governato da una fragile coalizione, con leader così diametralmente opposti e dichiarazioni così sconcertanti che non si sa se ridere o piangere; sembra che gli italiani abbiano deciso di vedere com'è quando il malgoverno viene spinto ai limiti più estremi. In Spagna, il capo del governo non è nemmeno stato eletto da una maggioranza parlamentare, ma è arrivato al potere grazie a un tortuoso processo legislativo."

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Rivista n°43, aprile 2018

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