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  • Resoconto teleriunione  29 marzo 2016

Potenti verifiche sperimentali

La teleconferenza di martedì, presenti 13 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla situazione generale.

Con il susseguirsi di attentati in Europa e altrove, è inevitabile che qualcuno inizi ad accorgersi che la guerra generalizzata non può essere attribuita alla religione bensì a problemi di natura strutturale. A tal proposito un compagno ha letto alcuni passaggi da un articolo di Eastonline (Jihadisti? Una rivolta generazionale e nichilista):

"Non si tratta di una rivolta dell'Islam o dei musulmani ma di un grave problema sociale che concerne gli immigrati di seconda generazione e i nuovi europei convertiti".

Nel rapporto segreto da Iron Mountain, il famoso testo diffuso nel 1967 dal giornalista americano L.C. Lewin, si affermava che per mantenere prospera l'economia degli Stati Uniti era necessario uno stato di guerra permanente, un controllo totalitario della società e la reintroduzione della schiavitù. Falso o vero che fosse, oggi le indicazioni dei 15 esperti appaiono decisamente attuali.

Il modo di produzione capitalista non si ferma di fronte a niente, anzi, è costretto a continuare la propria marcia trasformando se stesso, magari spingendo verso un modello schiavistico di tipo asiatico altamente centralizzato. Non riuscendo a valorizzarsi, il Capitale dovrà mettere in moto "nuovi" meccanismi per tentare di conservarsi. Molti sinistri hanno inneggiato ad un Khomeyni antimperialista quando il pretume nero ha preso il potere in Iran. Eppure il capitalismo ha funzionato sia in versione a stelle e strisce sia in versione islamica.

Come scritto negli articoli Una vita senza senso e Nous les zonards voyous, se degenerano i rapporti capitalistici, si attivano spinte centrifughe che nessuno più controlla. Questa società è potente dal punto di vista industriale/produttivo ma assolutamente incapace di gestire il marasma sociale che viene avanti. Il capitalismo produce elementi e forme che lo negano: dopo anni di profezie marxiste, si susseguono anni di potenti verifiche sperimentali.

C'è ben poco da aggiungere allo studio di un sistema che da Marx in poi non ha fatto che affinare le proprie tecniche di sopravvivenza senza addivenire a sostanziali modifiche di struttura. Per questo, inevitabilmente, la sua crisi diventa cronica. E le malattie croniche, si sa, non riservano grandi sorprese.

Il capitalismo si sopprime da sé proprio perché le sue stesse cause di vita sono cause di morte. Noi sappiamo che vi sono tutti gli ingredienti per una catastrofe sociale; sappiamo che l'intero sistema si comporta secondo le leggi della termodinamica e che quindi perde energia pur essendo fatto per assorbirne in maniera crescente; sappiamo che segue una dinamica di crescita in un mondo finito e che quindi ha un limite assoluto; sappiamo infine che, in quanto organismo sociale, si comporta come un organismo vivente per cui deve morire per lasciare il posto a un nuovo organismo.

E il proletariato non è il killer del capitalismo, ma il suo becchino, la classe storica che seppellirà il cadavere. E' bene ribatterli questi chiodi, in giro ci sono troppi attivisti smaniosi di fare la rivoluzione. Attivista è chi pensa di essere il deus ex machina, colui che vuole cambiare la situazione rimboccandosi le maniche e facendo politica (alleanze, manovre, tatticismi, ecc.).

In chiusura di teleconferenza abbiamo ripreso il lavoro sulla marcia dell'Armata Rossa verso Varsavia.

E' molto importante sottolineare che gli accadimenti dell'epoca non furono il frutto della volontà di uomini o gruppi. Le decisioni degli esseri umani contano poco perché è la rivoluzione che sceglie i suoi militi e li scaglia contro lo stato di cose presente, il più delle volte a loro insaputa. Le rivoluzioni marciano coinvolgendo prima di tutto i visceri degli uomini, quindi muovendoli a fede in quel che fanno; i cervelli vengono dopo a razionalizzare l'accaduto e a cavarne teorie.

La prima guerra mondiale inizia come guerra di movimento, dopodichè si impantana in trincea perché i vecchi eserciti post-napoleonici si muovono in difesa. La rivoluzione in Russia scombina tutto, cancella i quattro anni di trincea e fa propria la guerra di movimento utilizzando la cavalleria come successivamente si useranno i panzer. Da Vladivostock a Varsavia si solleva mezzo mondo. Lo svolgersi dei fatti spinge sul palcoscenico della storia i vari Tuchačevskij, Stalin, Budënnyj, Piłsudski, ma lo scontro "titanico" è fra modi di produzione: mentre in Occidente si fronteggiavano capitalismo e comunismo secondo uno schema puro, in Russia si mescolavano almeno quattro forme economico-sociali, per di più spurie: quella asiatica, quella feudale, quella capitalista e quella comunista.

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    Abbiamo quindi letto alcuni passi dell'articolo "Poscritto al Grande Ponte", tratto dall'ultimo numero della rivista:

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    I rapporti sociali odierni sono quelli di un capitalismo stramaturo che permea di sé ogni cellula del sistema, la quale si sente in guerra perenne con le altre. Con il capitalismo l'uomo perde in assoluto qualsiasi residuo di rapporto umano con l'altro uomo e ciò si rispecchia nel modo di condurre i conflitti: con il massacro delle popolazioni inermi e lo studio scientifico per produrre sistematicamente sofferenza, con la distruzione e la morte. Attualmente in Libia siamo alla guerra di tutti contro tutti, mentre in Algeria e Sudan si susseguono proteste e rivolte che, dopo la cacciata del tiranno di turno, mettono ora in discussione anche i vertici militari (che in Sudan hanno compiuto un colpo di stato). Sulla situazione algerina un compagno ha segnalato l'articolo del manifesto "Algeria, la natura di classe della rivolta in corso", secondo cui le recenti manifestazioni sarebbero il risultato degli scioperi anche violenti degli ultimi anni.

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